I.

La lonza impediva il cammino di Dante; ma egli già bene sperava. E

allora gli venne contra il leone, e, subito dopo, la lupa. A Virgilio

Dante indica la lupa, come la bestia per cui si volse: a Dante Virgilio

parla di quella fiera come di tale che gli tolse “il corto andar del bel

monte„.[343] Al cenno di Dante che gliela mostrava, l'anima cortese

mantovana aveva esclamato, dopo averlo veduto lagrimare:

A te convien tenere altro viaggio.

Dante era uscito dal profondo della selva; non era più nella notte; non

era più immerso nel sonno. Il suo animo vedeva ciò da cui doveva fuggire

e ciò a cui doveva cacciare: dalla selva, verso il colle. Era mattino:

il sole illuminava il bel monte. Dante aveva riacquistata la _prudenza_.

La lonza è l'incontinenza di concupiscibile e d'irascibile. Dante ha

speranza di vincerla. È dunque armato della virtù o delle virtù che ci

vogliono contro quella. In vero “aveva una corda intorno cinta„.[344]

Dice altrove[345] che l'appetito, che concupiscibile e irascibile si

chiama, è guidato dalla ragione con freno e con isproni; e il freno si

chiama temperanza e lo sprone fortezza. Invero Dante era nel mezzo della

vita e nel bel mezzo della gioventù; nella qual gioventù la “nobile„

natura si fa “temperata e forte„. Uscendo dalla selva, da vile era

divenuto non vile, cioè nobile. Egli aveva contro la lonza, che è

concupiscenza e tristizia, il freno e lo sprone, la _temperanza_ e la

_fortezza_. Dice infatti che bene sperava di lei.

Ma ecco le altre due bestie: il leone e la lupa. Esse sono la violenza e

la frode, cioè la malizia. E della malizia ingiuria è il fine. Vale a

dire, ella è l'ingiustizia, come la chiama l'autore di Dante. Contro

l'ingiustizia che può essere raffigurata dalla sola lupa, perchè questa

comprende, se non altro, anche il leone, qual virtù era necessaria? La

_giustizia_.

Dall'ingiustizia Dante è ripinto verso la selva della tenebra e della

servitù. Dunque Dante non aveva questa virtù della giustizia, come aveva

le altre tre? Egli l'aveva. Egli piange e s'attrista arretrando avanti

la lupa, egli domanda aiuto contro lei, egli grida, egli lacrima. Anzi,

nel vedere il suo lacrimare, Virgilio gli propone “altro viaggio„.[346]

Questi sono segni di orrore per la lupa, cioè per l'ingiustizia: dunque,

segni della virtù di giustizia.

Ma si dirà: l'essere prima ripinto e poi tanto impedito da essere ucciso

dalla bestia che simboleggia l'ingiustizia, significa simbolicamente

essere ingiusti. No. Dante esprime in un modo, come l'ingiustizia faccia

proseliti, in un altro, come faccia vittime. Fa proseliti

ammogliandosi:[347]

Molti son gli animali, a cui s'ammoglia,

e più saranno ancora.

La lupa è altra volta una _fuia_,[348] e il veltro, per cui la lupa deve

_discedere_ ed essere morta ed essere rimessa nell'inferno, è “un

cinquecento dieci e cinque„. Anche questa fuia è la frode, o più in

genere, la malizia o l'ingiustizia. Ebbene il gigante “che con lei

delinque„ non è uno a cui ella, lupa e fuia, s'ammoglia? Esso è ingiusto

o malizioso o frodolento; non quelli che la meretrice, con sue arti,

diserti e derubi.[349] E poi, ammogliarsi significa diventar donna ossia

_domina_: dominare, quindi. Ed è questa la parola che Dante accoppia a

“cupidità„ altrove, per significare appunto la lupa dell'inferno e del

purgatorio, e la fuia che bacia il gigante:[350] E qua e là della

cupidigia egli fa una sirena o una meretrice che ammalia.[351] Cupido

dunque e perciò ingiusto sarà chi resta ammaliato da lei. Quelli ch'essa

impedisce e uccide sono le sue vittime. E Dante dunque è o sarebbe sua

vittima, non suo seguace.

Vero è che noi non possiamo figurarci come con la lupa il viatore

avrebbe potuto divenire ingiusto; mentre con la lonza possiamo

imaginarci come avrebbe potuto divenire incontinente. La lonza lo

avrebbe assonnato. La lupa? Lo avrebbe sedotto: sta bene: ma come?

Nemmen Dante potrebbe rispondere; perchè in verità non vedeva in lei

questa faccia, ora. Quando la vide, ne fece una meretrice, la quale,

come possa sedurre, si capisce bene: è una lupa essa, ma non ha quattro

gambe. E tuttavia anche qui col dire “animali„ fuor di rima, invece che

bruti o fiere o belve o bestie, mostra riguardo per questa faccia del

suo simbolo.

Del resto tra lonza e le altre due bestie si deve attendere una

differenza. La lonza, se è, come è, incontinenza, fa sua preda di chi fa

suo seguace: la lupa, se è, come è, malizia, fa proseliti in un modo e

vittime in un altro, e quali ammalia e quali uccide. E anche le virtù

opposte a quelle due “disposizioni„ operano diversamente: la temperanza

e fortezza impediscono di diventare seguace e nel tempo stesso preda

dell'incontinenza; la giustizia, virtù, impedisce che si diventi seguace

d'ingiustizia, non impedisce, anzi agevola, il divenirne vittima. È

chiaro. Tuttavia ricordo che i filosofi affermano che le virtù morali

valgono contro due nostri impedimenti, tra loro ben diversi, la veemenza

delle passioni e i tumulti esterni: un impedimento che è in noi e un

altro che è fuori di noi; e che il primo possono le virtù togliere, il

secondo non possono se non diminuire.[352]

Dante è per vincere la lonza, è impaurito dal leone, è ripinto dalla

lupa. Contro esse, dopo che ebbe riacquistata la _prudenza_, esercitò le

altre tre virtù morali: _temperanza_, _fortezza_ e _giustizia_.

Ciò nel “corto andare„ verso il bel monte. Quell'esercizio è dunque

l'uso pratico dell'animo, il qual uso[353] “si è operare per noi

vertuosamente, cioè onestamente, con _prudenza_, con _temperanza_, con

_fortezza_ e con _giustizia_„. Chè invero sono nella vita[354] “due

diversi cammini buoni e ottimi...„: l'uno è della vita attiva. E l'andar

di Dante fu dunque questo cammino. E per questo cammino si perviene “a

buona felicità„, sebbene di felicità ce ne sia un'altra ottima. E il bel

monte, dunque, a cui conduceva quel cammino, sarà questa buona felicità:

buona e non ottima. Chè[355] “l'umana natura non pure una beatitudine

_ha_, ma due; siccome quella della vita civile, e quella della

contemplativa„; e di questa beatitudine “della vita attiva, cioè civile,

nel governo del mondo„ l'altra “è più eccellente e divina„. E chi ha

l'una, cioè “la beatitudine del governare„ non può “e l'altra avere„.

Dunque Dante, con quel “corto andare„ sarebbe pervenuto alla beatitudine

della vita attiva cioè civile. Impedito quello, “non c'era altra

via„[356] che il cammino della vita contemplativa; che chi ha l'una

beatitudine, non può l'altra avere: si escludono: o l'una o l'altra.

Perciò Virgilio, vedendo l'ingiustizia, per la quale Dante gridava,

pensa e dice, vedute le sue lacrime:[357]

A te convien tenere _altro viaggio_.

Cioè, l'altro.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 55 / 142 题