Ecco:[332]

come avarizia spense a ciascun bene

lo nostro amore, onde operar perdèsi,

così giustizia qui stretti ne tiene.

Papa Adriano perdè operare, spento essendo il suo amore a ogni bene; fu

di quelli avari bruni a ogni conoscenza e innominabili al pari

degl'ignavi del vestibolo e dei tristi del brago. Papa Niccolò fu invece

cupido. Il suo amore non si spense soltanto a ogni bene, ma sì corse al

male. Cupidità è dunque come avarizia, fissarsi nelle cose terrene; ma

tanto da torcersi al mal del prossimo, e non solo spengersi a ogni bene.

Il che torna a capello con la definizione di S. Agostino riportata nella

Somma:[333] “Cupidità di qualsivoglia bene temporale è veleno della

carità, in quanto l'uomo disprezza il bene divino per ciò che aderisce,

sta fisso (_inhaeret_), a un bene temporale„. Che cosa cantano gli avari

del Purgatorio?

_Adhaesit pavimento anima mea,_

a terra, ai beni terreni. Essi però ebbero sì dentro sè il veleno, di

cui parla S. Agostino; ma non ne morirono. Chè erano avari e non

propriamente cupidi.

Fossero stati cupidi, non sarebbero in quella cornice, e pur non avendo

quella pena di cui il monte non ha alcuna più amara, sarebbero per altro

più lontani dalla divina foresta. In verità il loro amore si sarebbe

torto al male; al male del prossimo. E come? Per l'aderire alle cose

terrene, avrebbero in esse appetito l'eccellenza; si sarebbero in esse

attristati per la superiorità degli altri e perciò avrebbero meditato o

fatto ingiuria agli altri. Oppure l'ingiuria altrui avrebbero mal

tollerata, correndo bramosamente alla vendetta. Insomma avrebbero

pensato o commesso qualche atto d'ingiustizia. La loro cupidità si

sarebbe “liquata„ in volontà iniqua. I cupidi sarebbero stati rei d'ira

o invidia o superbia.

Riassumiamo. La concupiscenza può divenire facilmente tristizia: contro

la lonza è farmaco “l'ora del tempo e la dolce stagione„. Chi sfrena la

carne, corrompe lo spirito; cioè l'incontinenza può mutarsi facilmente

in malizia. L'avarizia, con questo nome e più con quello di cupidità o

cupidigia, è già quasi da sè, e facilmente si rende, ingiustizia: l'amor

delle cose terrene porta sovente all'amor del male e all'ingiuria. Il

concetto unico di questi diversi fatti è che chi si fissa nel bene che

non è bene, si distoglie a mano a mano dal bene che è vero bene, e si

torce al male. In ogni peccato è un volgere il viso verso un mutabile

bene e un ritorcerlo dall'immutevole.[334] In alcuni è primo il volgere,

in altri è primo il torcere; ma, salvo che nel peccato veniale, l'un

atto è seguito dall'altro. Ora del peccato, considerato in genere, è una

radice e un inizio: la cupidità e la superbia. Se si considera il

peccato sotto lo aspetto del volgere il viso, a capo del peccato è la

cupidità; se si considera, sotto l'aspetto del torcere il viso, a capo

si trova la superbia.[335] Così avviene che considerando la lupa, sotto

lo aspetto della conversione, cioè della sua fame, del suo agognar terra

e peltro, ella è l'avarizia o la cupidità; considerandola, sotto

l'aspetto dell'aversione, ossia della sua malvagità e reità, e del

depredare e del far grame le genti, ella è... diciamo, la frode o la

malizia. E così la lonza, sotto il primo aspetto, è concupiscenza; sotto

il secondo, è tristizia o accidia. Chè accidia è rattristarsi del bene

divino.[336] Or questo rattristarsi è a piccola distanza dall'aversione

totale e contumace. L'occhio già si mostra disgustato: presto si volgerà

altrove. E la lonza, che già è tristizia, diverrà malizia.

L'incontinenza di concupiscibile insomma divien malizia, passando per

l'incontinenza d'irascibile che è la tristizia. Del che abbiamo una

riprova nel fatto che nel secondo girone della violenza è punito chi

piange là dove esser dee giocondo,

cioè chi uccide sè o dissipa le cose sue. Questi peccatori, in vero, da

che si partirono e per qual via giunsero al loro reo? Prendiamo i

dissipatori. Essi cominciarono, mettiamo, con essere prodighi; poi

caddero nella tristizia di quei fitti nel fango, e piansero sotto il

sole che rallegra l'aer dolce, e giunsero al loro atto violento, cioè di

malizia con forza. E noi vediamo un altro peccato generarsi mediante la

tristizia: l'invidia.[337]

Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira,

mostrandovi le sue bellezze eterne,

e l'occhio vostro pure a terra mira...

Si tratta certo d'una tristizia, quale di quelli per cui fu invano l'aer

dolce e il sole e il logoro del divino falconiere. Ma non è essa il solo

peccato di costoro. Essi furono rei di quell'altro, che così Virgilio

definisce:[338]

È chi podere, grazia, onore e fama

teme di perder perch'altri sormonti,

onde s'_attrista_ sì che il contrario ama.

Il loro peccato è ben complesso: c'è un'_esca_ che essi prendono,[339]

cioè quel podere, grazia, onore e fama ch'essi hanno; c'è' il timore di

perdere ciò che hanno, e questa è la tristizia; c'è in fine l'amor del

male altrui; e questa è l'invidia. All'invidia dunque si va per mezzo

della tristizia, e partendo dall'amor del proprio bene.

Abbiamo dunque due radici o due capi di mali: la concupiscenza e la

cupidità. Non sono la stessa cosa. Di cupidità comincia a parlare il

poeta, dove parla di lupa; al cerchio dell'avarizia. Quindi lussuria e

gola sono sceverate da questa, e formeranno la concupiscenza. La lonza è

dunque tutta l'incontinenza di concupiscibile, con questo, che una

specie di essa, l'avarizia, è più propriamente nella lupa. Diciamo: la

concupiscenza cioè lussuria e gola, più propriamente peccati carnali, e

la cupidità o avarizia, che è mezzo tra carnale e spirituale. La

concupiscenza divien tristizia, da tristizia divien malizia. L'avarizia

diviene facilmente malizia. Senza quel tuffo nella tristizia? Abbiamo

veduto che ella diviene invidia, passando per la tristizia. Se invidia è

malizia (può dire alcuno), come certo è amor del male, non però è tutta

la malizia. Sta bene: causati dall'amor del male sono altri due peccati:

l'ira e la superbia. In essi ciò che è tristizia nell'invidia, è onta

per ingiuria e speranza d'eccellenza. Or bene dall'onta per ingiuria,

passando per la tristizia, si giunge, vedo, alla violenza contro sè:

esempio Pier della Vigna.[340] È ira questa? Forse.[341] E dalla

speranza d'eccellenza si traversa la tristizia per giungere alla

superbia? Non pare: nella superbia, l'aversione da Dio è sincrona,

direi, con la conversione al bene che non è bene. Il Perverso alzò le

ciglia e fu travolto: in un istante fu converso alla sua eccellenza e

averso da Dio.

Che posso qui concludere? Che essendo nella lupa la cupidità, vi si

trovano (dei peccati del purgatorio, diremo) l'avarizia che è una cosa

con la cupidità; e i tre peccati d'amor del male, perchè la cupidità è

l'avarizia che si torce al male: dunque l'ira e l'invidia e la superbia.

Poi, se non altro, perchè c'è l'invidia, vi si trova anche la tristizia,

da cui l'invidia si genera; e perchè c'è la tristizia o accidia, vi si

trova anche la concupiscenza da cui ella deriva; cioè la lussuria e la

gola.

Nel tempo stesso la lupa è la frode, che è un peccato di disordine sì

nell'appetito sensitivo e sì nella volontà e sì nell'intelletto; e

perciò comprende la violenza, che è disordine nell'appetito e nella

volontà, e ha per simbolo il leone; e perciò comprende anche

l'incontinenza, che è disordine nell'appetito soltanto. Non abbiamo già

un indizio che le tre disposizioni equivalgono ai sette peccati mortali?

Ma resti a ogni modo questa conclusione: che la cupidità la quale

conduce al mal volere, cioè diventa malizia o ingiustizia, è quello

stesso amor del male che conduce, nel purgatorio, ai tre peccati d'ira,

invidia e superbia: che il leone e la lupa figurano questa cupidità

divenuta malizia; il leone, senz'intelletto; la lupa, con intelletto;

cioè violenza il primo e frode la seconda.

E ciò tanto più e meglio, in quanto l'autore da cui Dante prese il

concetto della cupidità che si liqua in malo o ingiusto volere, fa a

dirittura cupidità uguale a volontà mala. L'autore è S. Agostino.

Dice:[342] “L'avarizia... non riguardo a solo argento o danaro

s'intende, ma a tutte cose che smodatamente si bramano (_cupiuntur_)...

Or questa avarizia è cupidità; cupidità poi è volontà mala (_improba

voluntas_): Dunque la mala volontà è causa di tutti i mali„. Diciamo

quindi pure, come s'è detto fin ora, che la lupa è l'avarizia, con

questo peraltro che ella, oltre l'avarizia, raffigura le due

disposizioni in cui è mala volontà; ossia con la violenza la frode; la

malizia, insomma: i peccati, per esempio, dei tiranni di Flegetonte, dei

ladri e simoniaci di Malebolge, dei traditori della Ghiaccia.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 53 / 142 题