Ciò che Virgilio aveva detto, ecco, è questo:[198]

per _loco_ eterno

ove udirai le disperate strida,

vedrai gli antichi spiriti dolenti,

che la seconda morte ciascun grida;

e questi dolenti che stridono disperatamente e invocano la seconda

morte, la quale non possono avere, e che Dante designa a sua volta,[199]

color cui tu fai cotanto mesti,

sono gli sciaurati, uomini ed angeli, neutrali del vestibolo. E sono

quindi una cosa, con costoro cotanto mesti e dolenti, anche “le genti

dolorose„. E si dice di loro “c'hanno perduto il ben dell'intelletto„;

non si dice generalmente di tutti i dannati. Perchè, a parer mio, di

loro si può, se d'altri mai, di loro in modo tipico si può dire,

ch'hanno perduto quel bene. In vero, qual è quel bene? È il bene che

scevera gli uomini dai bruti; cui chi non ha o perde, non vive: secondo

ciò che Dante afferma:[200] “... vivere è l'essere delli viventi; e

perciocchè vivere è per molti modi, siccome nelle piante vegetare, negli

animali vegetare e sentire e muovere, negli uomini vegetare, sentire,

muovere e ragionare, ovvero intendere (alcuni testi hanno

_intelligere_); e le cose si deono denominare dalla più nobile parte;

manifesto è, che vivere negli animali è sentire, animali dico bruti,

vivere nell'uomo è ragione usare.„[201] Or qui Dante ha nel pensiero

appunto questo ragionamento conviviale, che lo conduceva a dir vile,

anzi vilissimo, e bestia, e morto, chi non segue, non potendo essere “da

sè guidato„, le vestigie degli altri. E qui Dante tocca di quelli che

non usano affatto l'intelletto, quindi non si servono di quello “alcuno

lumetto di ragione„ che ci vuole per o discernere da sè o imparar da

altri a discernere le vie del cuore. Ed è naturale che a Dante, uscito

allora allora dalla selva e già in cammino, rovinando, per tornarvi;

Virgilio parlasse di quelli che dalla selva non uscirono mai; ed è

naturalissimo che entrando nel vestibolo dei vili e non mai vivi, che è

la stessa cosa, Virgilio parli di viltà, e dica:

Ogni viltà convien che qui sia morta;

che viltà è più propriamente, come Virgilio dichiara, quella[202]

la qual molte fiate l'uomo ingombra

sì che d'onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia, quand'ombra.

Ora e Dante nella selva e gl'ignavi nella vita questo fecero

continuamente, e in questo somigliarono a bestie ombrose, che vedevano

ciò che non era e ciò che era non vedevano: onde nulla quelli mai

operarono, e nulla avrebbe operato esso, se infine non avesse passato la

selva e quetato un poco la paura del cuore, cioè l'irresolutezza

dell'appetito che fugge e caccia. Ben altrimenti si condusse quell'Enea,

che Dante dice di non essere: “Io non Enea...„. Quegli, esempio di

nobiltà, cioè di non viltà,[203] per quello spronare dell'animo,

“sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno„. Ma Dante per le

parole e per il lieto viso di Virgilio si conforta. La viltà muore. Egli

entra nel vestibolo dove è la viltà assoluta. Il maestro gli aveva

detto:[204]

non ragioniam di lor ma guarda e passa.

Questa è come la catarsi del suo errore nella selva. Egli guarda e

passa, tra persone delle quali alcune riconosce e non nomina, alle quali

sarebbe stato simile se nella selva fosse rimasto. E vede e conosce

l'ombra d'uno che fece un rifiuto grande quale egli avrebbe fatto, se

per i conforti del maestro non avesse cacciata dal cuore e non avesse

uccisa, _mortificata_, la viltà.

Giunge, guardando e passando, all'Acheronte. Caron lo respinge, e prima

sembra confonderlo con gli sciaurati del vestibolo che, essendo ancora

misticamente vivi della loro cieca vita, egli non può prendere nella sua

nave. Poi, vedendo che non si allontanava, che non si partiva, che non

andava tra gli esclusi dalla seconda morte, vedendo forse in ciò un

segno insolito di nobiltà (non viltà), comprende che la sua vita è

d'altro genere. E gli dice:

Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui: per passare,

più lieve legno convien che ti porti.

Quale sarebbe questo più lieve legno? Come mai a uno, che ha di quel

d'Adamo, e perciò ha peso, assai grave per le navi fantastiche

dell'oltremondo, e perciò fa sembrare carca di sè la nave piccoletta di

Flegias, a uno vivente Caron assegnerebbe nave più lieve? E quale questa

via e questi porti diversi dai consueti? Noi possiamo dire che in verità

egli non approdò al medesimo porto, che gli altri imbarcati da Caron, e

non tenne quindi la medesima via: il poeta ci avrebbe detto qualcosa

dello sbarco, come ci ha parlato dell'imbarco. Or egli lo sbarco non

vide, come vide l'imbarco. Ma il fatto è che meglio noi comprendiamo qui

il senso mistico che il reale e poetico. L'altra via è quella che non è

la morte, gli altri porti sono quelli che non sono la perdizione; e il

poeta parla di più porti, perchè le sedi a cui vanno a finire quelli che

Caron imbarca sono più d'uno; sono tanti quanti i cerchi. Caron ha

compreso che Dante non viene a prendere posto tra i dannati; tanto è

vero che Virgilio non altro gli soggiunge se non: “Vuolsi così„: così,

come hai capito.

In verità, ripeto, Dante per passare morrà, ma alla morte morrà;

conseguirà, cioè, quella natività seconda, che conduce alla vita. Il che

è raffigurato nel battesimo. Nè si opponga che il battesimo Dante

l'aveva già avuto. Sì; ma era quasi come non l'avesse avuto; poichè la

libertà del volere era come non l'avesse. Or l'ha racquistata; e il

passaggio dell'Acheronte raffigura per lui come la sanzione di questo

racquisto.

Il battesimo è raffigurato misticamente e nel camminare di Gesù sulle

acque e nel passaggio del mar rosso e anche in altro.[205] Gesù[206] era

solo sul monte, e la navicella era trabalzata dai flutti nel mezzo del

mare. Che il vento era contrario. Or nella quarta vigilia della notte,

venne ai discepoli camminando sopra il mare. E vedendolo camminare sul

mare, si turbarono dicendo: È un fantasma. E per timore gridarono. E

subito Gesù parlò a loro dicendo: Abbiate fiducia: son io: non temete. E

rispondendo Pietro disse: Signore, se sei tu, comanda che io venga a te

sulle acque. Ed egli disse: Vieni. E Pietro discendendo dalla navicella,

camminava sull'acqua, per venire a Gesù. Ma vedendo il vento forte,

temè, e cominciando ad affondare, gridò dicendo: Signore, fammi salvo! E

incontanente Gesù stendendo la mano, lo prese e gli disse: O di piccola

fede, perchè hai dubitato? Ed essendo montati sulla navicella, il vento

cessò.

In questa narrazione, in cui, secondo gli interpreti, è adombrato il

battesimo, c'è il vento forte e lo spavento. E nella narrazione di Dante

c'è l'uno e l'altro:[207]

dello spavento

la mente di sudore ancor mi bagna,

La terra lagrimosa diede vento...

E c'è nel racconto di Matteo anche il buio, poichè era la quarta vigilia

della notte, quando Gesù camminava sul mare; e c'è nel racconto di Dante

il buio della campagna. E la notte era già cominciata da qualche

tempo.[208] Ma più espressa menzione ha delle tenebre il vangelo di

Giovanni.[209] “Salito sur una nave, vennero di là del mare a

Capharnaum; e già erano venute le tenebre; e Gesù non era venuto a loro.

E il mare, soffiando un gran vento, si gonfiava. Avendo, dunque, vogato

per quasi venticinque o trenta stadi, vedono Gesù che camminava sopra il

mare e si faceva presso la nave, e temerono„. E qui il racconto comincia

con “l'aer bruno„, come quello di Dante. Forse dunque Dante volle che si

pensasse a un suo camminare sulle acque. Altra volta egli passa[210] “un

bel fiumicello... come terra dura„. Ma qui è caduto, ma qui è come

morto, qui, anzi, muore.

Oh! se fosse lecito penetrare nella mente del poeta, in quella mente, e

cercarvi le parole che non disse e le imagini che non espresse, e che

egli portò con sè nell'eterno silenzio, come Michelangelo le statue che

vide nelle rupi e non vi scoperse! Se fosse lecito! Una nuova schiera

s'aduna già nella ripa, venendo dalla prima morte, per passare alla

seconda. Il ramo mette a ogni battito di polso, nuove foglie. Le foglie

secche, rifiuto della vita e della morte, mulinano nel vestibolo che ha

aperta la porta, donde viene un fioco lume. La barca di Caron vanisce

via per l'onda bruna. Ed ecco colui, che, al soffio del vento e al lampo

vermiglio, è caduto, si rialza con gli occhi chiusi e, insieme all'ombra

del poeta morto, scivola sull'ombra e passa. I dannati che aspettano la

barca e gli altri che desiderano invano di passare, si volgono, battendo

i denti e anelando tra la corsa, a lui, e dicono certo quello che i

discepoli di Gesù: È un fantasma! E il fantasma si trova di là. È dritto

levato. Riapre gli occhi, che trova riposati dal breve sonno che fu una

morte; guarda. Nulla. Non discerne nulla. È sulla proda della valle

d'abisso, donde sale un tuono infinito.

Ma forse noi dobbiamo ricorrere all'altra sacra narrazione; quella del

_Phase_. Faraone,[211] che insegue il popolo ebreo, è in Phihahiroth

contra Beelsephon. Gli ebrei hanno il Mar rosso davanti, e alle spalle i

carri e i cavalieri d'Egitto. Grande è il loro timore. Nella notte

l'angelo che li precedeva, si mette dietro loro e con lui è la colonna

di nube; ed era “una nube tenebrosa e che illuminava la notte„. E Moisè

stende la mano sul mare, e il Signore toglie via il mare, al soffio d'un

vento forte e bruciante per tutta la notte (_flante vento vehementi et

urente tota nocte_); e l'acqua si divide.

Qui è la buia campagna, vicino a una spiaggia. Soffia un vento che

brucia. Non l'interpretò Dante come luce vermiglia cui balena il vento?

Dunque l'Acheronte si divise per lui? Il fatto è che questa divisione

delle acque è simbolo del battesimo, il simbolo di quella _via_, per la

quale si va nella terra promessa, fuggendo dalla lunga schiavitù,

giungendo alla patria abbandonata, al _porto_ della salute, a Dio.

Questo ebbe in mente il poeta?

E allora come traversò? Qual'è il più lieve legno che lo portò? Poichè

Dante non ozia con le parole. Il nostro battesimo è nella morte del

Cristo. Per questo si ha il segno della croce sull'acqua lustrale; e lo

stendere,[212] che fa Moisè, la mano sopra il mare, cui Dio toglie via,

è appunto figurazione della croce. E l'arca, per la quale il genere

umano si salvò dalla sommersione nelle acque del diluvio, anche l'arca è

imagine della croce. E la croce è detta il “legno„ o il “legno della

croce„; e questo “legno„, dice e ripete S. Agostino, è la nave per

passare il mare di questo secolo, e questa croce si deve abbracciare per

non essere presi e inghiottiti dal gorgo di questo mondo. Udite, e basti

per tanti altri, questo passo: “Tu eri buttato là lontano da quella

patria. Dai flutti di questo secolo è interrotta la via, e non c'è per

dove passare in patria, se non vi sei _portato dal legno_ (_nisi ligno

porteris_). Esso (Gesù) divenne via, e ciò per il mare; quindi camminò

nel mare, per mostrare che vi era via nel mare. Ma tu, che non puoi come

esso, camminar sul mare, làsciati _portar per nave_, _portar dal legno_:

credi nel crocifisso e potrai arrivare„.[213]

Che il più lieve legno sia la croce? Caron poteva dire: più lieve

burchio, più lieve nave, vasel più lieve: ma dice più generalmente,

legno. E dice più lieve, come a dire, che galleggi anche qua, sull'onda

morta; come l'arca sul diluvio. È la croce, il legno della croce: non si

può dubitare.

Ma il poeta, sempre coerente, non spiega il mistero, che, con la

spiegazione, non sarebbe mistero; non ci narra quello che egli essendo

come morto, non potè vedere e quindi non può narrare. Non ci dice come

materialmente con la croce o sulla croce passasse, al modo che non ci

dirà come nel limbo ci sia il lume e non ci sia, ci siano tenebre e non

ci siano. Certo quel passo dell'Acheronte è la morte mistica e la

figurazione del battesimo, ed è con le circostanze del camminare di Gesù

sopra le acque e con quelle del _Phase_ degli ebrei, col vento forte e

con la notte e col lampeggiare e con le acque. E c'è la terra che trema,

come tremò alla morte del Redentore: e la terra si mosse e le pietre si

spezzarono e i sepolcri si apersero:[214] e c'è la croce su cui si

traversa il mare del secolo e del mondo e delle tenebre e del peccato e

della morte.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 37 / 142 题