III.

Ma se si vede ancora lo _dolce lome_, sì, quel passo, che è vera morte,

si può passare col medesimo effetto di chi passa la selva, cioè di

vivere la vera vita. E come? L'ho detto. Il varco dell'Acheronte

conserva la sua natura: il varco dell'Acheronte è morte sì per chi è

vivo e sì per chi è morto; ma per chi lo passa morto, è seconda morte;

per chi lo passa vivente, seconda morte non può essere, perchè non è

seconda morte dove non è la prima. Dunque per chi lo passa vivente,

l'alto passo è morte prima, non seconda. Ma poichè l'uomo che passa, è

forma d'ossa e di polpe sì di là e sì di qua del passo, questa prima

morte è mistica, non reale. È la morte per cui si resta vivi, anzi per

cui si rivive e si rinasce. Il passo dell'Acheronte è dunque simile in

tutto al passo della selva, per uno che abbia seco di quel di Adamo. E

per trovare questo passo, l'uomo, come ebbe nella selva lo splendore

della luna piena, che si faceva strada tra i pruni, così qui nel

vestibolo ha un fioco lume.

Donde quel lume? Il quale ragionevolmente dobbiamo supporre fioco non

per fievolezza del luminare, che nella selva è la luna piena, quand'ella

diametralmente contempla il suo fratello; ma per l'impedimento del luogo

stesso, dove quel lume penetra a stento; del luogo stesso che lassù è

una selva selvaggia e quaggiù è l'inferno. Sceso invero Dante al primo

cerchio, trova tenebre perfette. Virgilio dice:[180]

Or discendiam laggiù nel cieco mondo...

Egli lo guiderà, perchè pratico del luogo, pur tra l'oscurità. Or se il

vestibolo ha luce, ciò avverrà per qualche causa di fuori, non ostante

la tenebra propria del luogo stesso. Quale questa causa?

Una porta è spalancata sul vestibolo. I suoi serrami sono infranti. È

aperta e non si può più chiudere.[181] Chi la spalancò, rompendone i

serrami, fu il Cristo redentore. Virgilio lo vide. Egli era da poco nel

limbo, quando ci vide venire[182]

un possente

con segno di vittoria incoronato.

I caduti dal cielo avevano negato il passo: egli aveva rotto i serrami.

Ed era entrato e aveva passato l'Acheronte. Quelli che in lui venturo

avevano creduto, furono liberi. E libero d'allora in poi fu il volere,

e si riaprì la fonte del meritare. Poco prima della morte del

Cristo, avvenne un terremoto, per il quale si fecero _riversi_

nell'inferno.[183] Poco dopo la porta si apriva. E aperta rimase.

Che fu la morte del Cristo? L'abbiamo già visto: fu il nostro battesimo.

Nella sua morte noi siamo battezzati. Noi morimmo alla morte o al

peccato, nella morte di lui. E così si può dire, al peccato e alla morte

generalmente; e non al peccato originale; perchè prima di quell'ultimo

alito del Dio uomo, alito preceduto da _riversi_ nell'inferno e seguito

dalla rottura della porta, prima di quell'ultimo alito il peccato

originale era il peccato. Era il peccato che conduceva a tutti i peccati

e tutti virtualmente li conteneva e contiene.[184] Dante esprime questo

pensamento, dicendo che i patriarchi e tutti quelli del limbo, erano

allora preda di Dite; il quale, dopo, non dominò sin lassù, ma soltanto

in quella città che ha appunto nome Dite[185] da lui. Esso Dite, a

simiglianza di Dio, forse, che “in tutte parti impera e quivi„ cioè nel

paradiso “regge„, è bensì “l'imperator del doloroso regno„, ma “regge„

solo in quella città che ha la sua porta più “segreta„ che quella

dell'inferno tutto.[186] Or prima della morte del Cristo, reggeva anche

nel limbo: tanto è vero che a contrastare il passo al possente, dietro

la porta dell'inferno tutto, erano i piovuti del cielo; i quali, poi,

furono confinati dentro quella città dalla porta più segreta. Il “grande

stuolo„[187] soltanto là si può vedere, soltanto di là cominciò Dante a

vederlo. Di che, altrove. Qui riconosciamo che la rottura della porta e

il passo dell'Acheronte, per opera del Redentore, significano appunto il

battesimo, che noi avemmo nella sua morte, del quale primi goderono

quelli che crederono nel Cristo venturo, e conobbero quindi subito il

frutto della croce. E la porta che rimase aperta simboleggia appunto il

volere che rimase libero. Dante prende a Virgilio l'idea della porta

spalancata notte e giorno, e la fonde con l'altra cristiana, che il

Cristo ruppe le porte d'inferno.[188] Ma la porta Virgiliana significa,

col suo essere aperta sempre, che notte e giorno si può morire; e la

porta Dantesca, per essere senza serrame, significa che sempre, da

quando i serrami furono rotti, l'uomo può salvarsi.

Eppure una porta aperta, se un senso ha da avere, parrebbe dovesse aver

questo, che chi vuole può entrare, e che ognuno può entrare; e quella

dell'inferno, dunque, col suo essere aperta, che ognuno può andare

all'inferno, se vuole. Ma no. Prima che i serrami cadessero, ognuno,

volesse o no, morendo andava all'inferno; ognuno, anche i credenti nella

futura incarnazione e passione di Dio. Questa necessità ruppe il

Redentore, e subito liberò quei credenti e d'allora in poi tutti i

credenti. Dunque la rottura della porta significa appunto lo

infrangimento di quella necessità. Ma non è men vero che, se la

necessità della morte è infranta, resta intera la possibilità di essa.

Ora è questa possibilità simboleggiata anch'essa nella porta aperta? Non

crederei. Se ciò fosse, poichè la possibilità della morte esisteva, e

come, con la necessità, poichè prima della discesa del Cristo tutti gli

uomini potevano dannarsi, tanto è vero che tutti si dannavano; se ciò

fosse, la porta dell'inferno anche prima della discesa del Cristo doveva

essere aperta. E invece no, era serrata. Se i libri sacri dicono che

Gesù ruppe quella porta, dicono che era chiusa. E il grande mitografo

del misticismo e della scolastica, Dante, ci pone sotto l'occhio, come è

suo costume, questo concetto che pure i libri sacri esprimono con

un'imagine.

In vero Dante quel primo dramma, della resistenza de' piovuti dal cielo

al figlio di Dio, ce lo richiama con l'altro dramma, della loro

resistenza a Virgilio e poi al Messo del cielo. Di ciò che allora

successe, egli ci dà notizia con quello che succede ora. Quello che qui

vediamo, alla difensione della porta più segreta, Dante vuole che noi

vediamo a quella della men segreta. Dice Virgilio:[189]

io vincerò la prova,

qual ch'alla difension dentro s'aggiri

(non si tratta dei serrami fatti girare nei loro anelli? non si tratta

dei ritegni, che, come dice poi, non valsero[190] contro la verghetta,

del Messo del cielo? ma ciò poco monta). Séguita Virgilio:

Questa lor tracotanza non è nuova,

che già l'usaro a men segreta porta,

la qual senza serrame ancor si trova.

Sovr'essa vedestù la scritta morta.

Ora se la tracotanza usata alla porta di Dite fu tale, che i diavoli

chiudessero la porta che prima era aperta, noi dobbiamo credere che

simile fosse quella usata alla porta d'inferno, e che similmente questa

fosse prima aperta; se no, altrimenti. Ebbene tutto mena a credere che

la porta di Dite sia concepita da Dante come chiusa. Dite è una città

murata e afforzata: come starebbe a porta sempre aperta? No: c'è alcuno

sempre in veletta. Su un'alta torre c'è qualcuno che segna con due

fiammette[191] l'appressarsi di qualcuno. Un'altra rende cenno di

lontano. Sono quelli il segno per il barcaiuolo, che vada a imbarcar

dannati. Non altro? Anche altro; perchè poi Dante e il suo duca,

sbarcando, si trovano avanti[192]

più di mille in sulle porte

da' ciel piovuti, che stizzosamente

dicean: Chi è costui, che senza morte

va per lo regno della morta gente?

Dante è breve, ma chiaro. Il segno ha avvertito anche la custodia della

porta, perchè sia pronta ad aprire. I custodi hanno aperto, hanno

guardato, hanno visto che un de' due che Flegias ha recati, è vivo. Sono

allora accorsi diavoli in frotta, a veder la novità forse minacciosa per

loro. Come sanno da Virgilio ciò ch'a lor si porse, subito tutti

rientrano, _ricorrono_[193] dentro, e chiudono, e serrano. Erano corsi

fuori, ricorrono dentro; avevano aperto, chiudono. Così mi pare. E poi

Dante qui ha il pensiero nella filosofia cristiana, ma l'occhio nella

visione Virgiliana. La porta dell'interno Averno è in Virgilio aperta

notte e giorno, ma quella del Tartaro è chiusa, e grande, e con stipiti

di ferro che nè uomini nè Dei possano infrangere:[194] si apre solo

quando il reo ha subìto il giudizio di Radamanto e il flagello di

Tisifone.

E in Dante, come chiusa è la porta di Dite, così chiusa doveva essere

l'altra, quella dell'inferno totale. Non era questa, prima della discesa

di Gesù, equivalente a quella? Dite non reggeva ancor lassù? il grande

stuolo non era a quella porta men segreta? E aprivano, via via, a chi si

presentava. E dunque la porta chiusa è simbolo di dannazione e di morte

e di servitù e di peccato, e la porta aperta e lasciata senza serrami,

sì che non può più chiudersi, è simbolo di redenzione e di battesimo e

di salvazione e di libertà.

Pure anche qui distinguiamo. Per uno che beva ancora la luce, è segno di

redenzione; per chi è corporalmente morto, è segno sì di redenzione, ma

della redenzione che fu vana per lui. La porta è spalancata, ma su vi è

la scritta di morte:

lasciate ogni speranza o voi ch'entrate!

E gli sciaurati corrono corrono dietro la rapida insegna che è la croce,

smaniosi d'ogni altra sorte; sì della seconda morte che avrebbero, se

passassero l'Acheronte; sì della seconda vita, che avrebbero se

potessero uscire dalla porta. E la porta è spalancata, ed essi non

possono attraversarla, e stridono disperatamente. Quel fioco lume che

entra dalla porta aperta è il loro più grande tormento. Bene Virgilio

annunzia a Dante quelle disperate strida, bene il Poeta le descrive con

una forza che sarebbe strana per noi, se non pensassimo che nel

vestibolo più che altrove doveva aver luogo la disperazione; avanti

quella porta che invano è spalancata e invano fu rotta. Tutti i dannati

potevano salvarsi; meno di tutti quelli del limbo, più di tutti questi

del vestibolo. Che dovevano fare? Al male non si condussero. Il male non

li tentò. Dunque? Oh! i rifiuti della vita e della morte! Non possono

passar l'Acheronte, perchè sono ancor misticamente vivi; non possono

attraversare la porta, perchè sono corporalmente morti.[195]

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 35 / 142 题