Una porta è, senza serrame.[107] Dopo la porta un grande spazio dove
l'aria è tinta e il lume è fioco.[108] Quello spazio, che digrada, ha
per limite una riviera: un fiume grande, da parer palude, con acqua
limacciosa e opaca. Una nave s'appressa per lo stagno livido.
Fiammeggiano da essa, come uniche scintille in tutta questa opacità
d'acqua e d'aria, due occhi di bragia. Sono d'un nocchiero
vecchissimo.[109]
A ogni momento nella ripa s'affolta gente. Il nocchiero appressa la
barca, gridando parole d'eterna sanzione. Nella gente, cioè tra le
anime, sorge uno strepito di denti e di bestemmie e di pianto. E
s'avanzano in quel barlume verso la riviera e verso i due occhi di
fuoco. Formano quasi un grappolo, un ramo, un albero. Da esso si
staccano a una a una le anime, foglie che appena si tengano al ramo per
il picciuolo mortificato, cui assalgano i primi venti freddi
dell'autunno.
Guardando verso la palude, si scorge però che non si staccano da sè, ma
via via per cenni del demonio barcaiuolo. E allora non sembra più quello
lo sfogliarsi e il mondarsi d'un ramo. Quel formicolìo d'anime sembra
uno stormo di uccelli, dei quali ognuno, l'un dopo l'altro, si butti a
terra per il richiamo di quell'orribile uccellatore.
La nave s'allontana su per l'acqua opaca e nera. Non è di là quella
nave, nè sono ancora discese quelle anime, che di qua s'affolla nuova
gente. E la barca ritorna, e suonano le grida di quel dimonio, si vedono
nell'oscurità quei due occhi simili a carboni accesi che ruotino; e si
forma di nuovo quell'albero di foglie caduche, e di nuovo si monda.
Così Dante ha veduto la morte:[110] la morte di quelli che muoiono
nell'ira di Dio.
Ora tra la porta aperta e la livida palude, in quel grande spazio, c'è,
direi quasi, un mulinello perpetuo di foglie secche, che nè escono dalla
porta aperta nè si gettano nella barca. Questo mulinello che non si
ferma mai, è una lunga tratta di gente, una turba infinita d'anime, che
corre, piangendo, urlando, guaendo, dietro un'insegna, che gira, come da
sè, in quell'aria oscura. E quella tratta, quel groppo vorticoso, gira e
corre perpetuamente come in un aperto e ventoso vestibolo.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle,
facevano un tumulto, in qual s'aggira
sempre in quell'aria senza tempo tinta,
come la rena quando a turbo spira[111]
Passata la riviera, ecco la proda della valle d'abisso. Da essa esce un
lamento infinito. E infinita è la sua oscurità. Si scende e si entra nel
primo cerchio.
Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto ma' che di sospiri,
che l'aura eterna facevan tremare:
ciò avvenìa di duol senza martiri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
e d'infanti e di femmine e di viri.[112]
In questo cerchio non c'è altro pianto, che di sospiri; il che Dante
altrove conferma e dichiara, dicendo che in esso[113]
i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri
E questa e quella espressione sono così formate da richiamare e
correggere quella usata per il vestibolo, dove oltre i sospiri sono
pianti, e i lamenti sono guai e alti guai:
quivi sospiri, pianti e alti guai.[114]
Inoltre i sospiri nel limbo sono l'effetto “di duol senza martiri„, il
che non può dirsi nei correnti nel vestibolo che[115]
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, ai lor piedi,
da fastidiosi vermi era ricolto.
Vero è che questi martirii hanno in sè, come un cotale spregio, così una
tenuità relativa a' terribili tormenti del vero inferno; sì che Dante
che forse non s'è accorto delle noiose bestiole che stimolano quelli
sciaurati o a ogni modo crede quei lamenti e quell'avvilimento effetto
troppo grande di così piccola causa, domanda:[116]
che gent'è che par nel duol sì vinta?
e torna a domandare:[117]
Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar gli fa sì forte?
E il maestro (cosa notevole) assegna del forte lamentare cioè del loro
guaire una cagione spirituale:[118]
Questi non hanno speranza di morte:
il che si riscontra con la cagione dei sospiri che traggono quelli del
limbo; perchè il loro duolo non nasce da martirii, ma sol di questo,
che, come Virgilio dice anche di sè,[119]
che senza speme vivemo in disio.
Nè questi nè quelli hanno speranza. E hanno tra loro altre somiglianze.
Sono gli uni e gli altri moltissimi. Dietro l'insegna veniva[120]
sì lunga tratta
di gente, ch'i non avrei mai creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.