Nè impetrare spirazion mi valse,
con le quali ed in sogno ed altrimenti
lo rivocai.
Or tutta quella paura, in cui è implicita tanta viltà, è sempre per
quello smarrirsi, non per altro.
Ma selva è quasi morte! Sì; e ciò vuol dire che Dante era come morto là
in quell'oscurità. Essere morto o essere nella morte è la stessa cosa,
come vivere ed essere in vita tornano lo stesso. Ebbene? Anche il
vilissimo, di cui sopra, tanto quello che dalla via del buono
anticessore si parte, quanto l'altro, a cui è simile, che tortisce per
li pruni e per le ruine, Dante dice che veramente morto dire si può. E,
perchè non restiamo abbagliati da quelle parole che ivi si leggono e che
porterebbero, a prima vista, che il _malvagio_ soltanto si può dir
morto, e tralasciando che malvagio ivi ha il significato non di dato al
male, ma, presso a poco, di vile; ecco la ragione che Dante assegna di
tal sentenza: “Vivere nell'uomo è ragione usare. Dunque se vivere è
l'essere dell'uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e
così è essere morto„. Dunque morto si può dire, nel fiero stile di
Dante, chi si parte dall'uso della ragione, pur senza darsi a tutto il
male e a tutto il brutto che è nel mondo; morto si può dire, come da lui
si ricava, “chi non ragiona il cammino che far dee„; “colui che non si
fe discepolo, che non segue il maestro„.[43] Ora qual maestro Dante non
aveva tralasciato di seguire! e appunto quando più o meglio poteva
ammaestrarlo! Perciò, era quasi morto.