Si partì alle quattro e mezzo del mattino; alle sette si giunse al

vecchio _Kalaat-Ageroud_ fortezza abbandonata, e di là, avanzando nella

direzione di O., si entrò un'ora dopo in una gola, che è il più

pericoloso passo di questo deserto. La carovana precedente era stata

attaccata in questo luogo, e nel mio primo viaggio vi aveva veduti molti

Bedovini. Per passare queste strette mi posi in testa alla carovana

colla mia guardia di dieci soldati turchi, sostenuti da una cinquantina

di soldati della stessa nazione, e da pochi arabi armati: altri soldati

senz'ordine determinato proteggevano i fianchi della carovana, che

occupava una linea di oltre cinquecento tese; e due Agà turchi col

rimanente della truppa coprivano la retroguardia. Io passai senza

ostacolo colla maggior parte della carovana, ma quando era per uscire

dalla gola udii delle grida sul di dietro. Accorsi colla spada alla

mano, conducendo le mie truppe in sul punto attaccato; e conobbi che i

Bedovini eransi presentati tentando di tagliare la coda della carovana,

e che eransi ritirati dopo alcuni colpi di fucile, essendosi lasciati

imporre dalla nostra risolutezza: non erasi avvicinato che un corpo di

trenta uomini, ma ne vidi in distanza col cannocchiale altri sessanta

all'incirca.

Alle cinque ore ed un quarto facemmo alto in un'aperta pianura affatto

deserta. Si soffrì tutto il giorno un caldo che toglieva il respiro, ed

in sul tardi alcune vampe di vento, che ci obbligavano di bevere ad ogni

istante, di modo che taluno cominciava a scarseggiare d'acqua, ed io

stesso non era tranquillo per l'indomani se non diminuiva il calore. Il

luogo in cui eravamo accampati chiamasi _Dar-el-Hhamara_, posto a mezza

strada da Suez al Cairo.

Questo tratto di paese di Suez ad Hhamara è quasi affatto sterile ed

arenoso: vi si trovano poche piante senza frutta e senza fiori, e sulle

rupi pochi cespugli spinosi senza foglie. Il termometro di _Reaumur_

alle otto e mezzo della sera segnava 38° 6′. Molti passeggieri partirono

questa notte coi loro dromedarj prendendo una strada traversa per

giugnere al Cairo prima della carovana.

_Sabato 13._

Il timore di mancar d'acqua ci fece partire alle due ore e mezzo del

mattino: e dopo aver attraversate alcune colline si sboccò alle dieci e

mezzo in un'altra pianura. Il caldo faceva grandissimo; e per un'ora

continua provai il singolare fenomeno di un vento d'O. alternativamente

freddo e caldo. Se questo vento avesse soffiato leggermente e per

intervalli non sarei rimasto sorpreso, ma era un vento uguale ed

intermittente con alternative di freddo e di caldo così rapide e

violenti, che spesso nello spazio di un minuto ne faceva provare tre o

quattro volte la vicenda del caldo ardente, e del freddo più acuto. Come

mai il calorico non equilibravasi colla massa dell'aere ambiente?

Allora coi miei domestici e le mie guardie montate sui dromedarj passai

avanti alla carovana, e giunsi due ore prima ad _Alberca_, detta dai

Turchi _Birked el Gad_ (pozzo dei pellegrini). È questi un villaggio di

circa cento famiglie posto in così deliziosa situazione, che a chi sorte

dal deserto sembra più bello di Versailles, o d'Aranquez. Le inondazioni

del Nilo vi arrivano per un canale. Il villaggio occupa la sommità d'una

collina corrosa al piede dalle acque; e la collina e la campagna sono

coperte di palme simmetricamente disposte; e la salita al villaggio

forma uno spazioso ed ameno passeggio rinfrescato dalle acque, ed

ombreggiato da alte palme e da altre specie di piante. A piedi del

colle, entro una moschea mezzo rovinata, trovasi una bella fonte. In

somma _Alberca_ è un luogo di delizie in mezzo ad un vasto deserto di

sterile arena, lontano tre ore dal Cairo. Ebbi colà una gagliarda prova

dell'apatia de' Turchi: la carovana era accampata presso a questo

delizioso giardino dopo un viaggio che doveva farle ardentemente

desiderare un così fatto godimento; pure io solo uscii dalla tenda per

approfittarne. Il termometro alle cinque e mezzo della sera segnava 42°

di _Reaumur_, ed alle sette ore 37° 3′.

Le mie genti dopo tramontato il sole si sollazzarono tirando de' colpi

di fucile.

_Domenica 14 giugno._

Si partì al levar del sole; ed io non tardai a trovare gli amici usciti

di città per incontrarmi. A due terzi della strada vidi _Seïd Omar_,

capo degli sceriffi, primo personaggio del Cairo, accompagnato da molti

grandi e dai dottori della città con venti Mamelucchi a cavallo,

altrettanti soldati Arnauti a piedi, domestici ed Arabi armati. Ci

abbracciammo con vera effusione di cuore, indi mi presentò un bellissimo

cavallo bardato. Dopo esserci riposati all'ombra e preso il caffè, fui

condotto a visitare un eremitaggio posto accanto al luogo in cui

eravamo. Rimontati poi a cavallo si prese la strada del Cairo,

accompagnati da _Muley Selima_, fratello dell'Imperatore di Marocco,

ch'era pur venuto ad incontrarmi.

Strada facendo i Mamelucchi e gli Arabi a cavallo fecero delle corse,

delle scaramuccie, e consumarono molta polvere in segno d'allegrezza; lo

stesso venerabile vecchio _Seïd Omar_ si compiacque di correre un

_Djerid_, mettendo grida di gioja per celebrare _il felice ritorno di

Seïd Ali Bey_.

Entrammo in città per la porta _Bab-el-Fatag_, che è di felice auspicio

quando si torna dalla Mecca. _Seïd-Omar_ mi condusse come in trionfo in

mezzo ad affollato popolo che andava sempre crescendo per le strade e

piazze principali del Cairo.

Finalmente arrivammo alla sua casa ove ci aspettava un magnifico pranzo,

dopo il quale fui condotto nel mio appartamento. _Seïd Omar_ mi mandò un

altro cavallo ancor più bello del primo: ed in tal modo terminò questa

festa ed il mio viaggio della Mecca. _A Dio sia la lode e la gloria._

CAPITOLO XLIII.

_Viaggio a Gerusalemme. — Belbèis. — Gaza. — Saffa. — Ramlè. —

Scena dei due vecchi. — Ingresso in Gerusalemme._

Ripigliai il mio alloggio in casa dello scheih _el Metlouti_; ossia capo

de' Mogrebini, ed in pari tempo Scheih della grande Moschea _el-Azahar_.

Gli abitanti del Cairo erano alquanto inquieti per lo sbarco che gli

Inglesi avevano fatto ad Alessandria, e pei due attacchi di Rosetta, nei

quali gli assalitori erano rimasti soccombenti, ed il Cairo era pieno di

prigionieri inglesi. Rimasi in questa città diciannove giorni

festeggiato da tutti gli amici. Finalmente il venerdì mattina 3 luglio

1807 presi la strada di Gerusalemme.

Ebbi partendo lo stesso accompagnamento del giorno che entrai in città

fin presso ad Alberca ov'erasi radunata la carovana.

_Sabato 4._

Erano le due e mezzo del mattino quando la carovana composta di due

cento cammelli si mise in cammino verso il N. ¼ N. E. sopra un suolo

alternativamente di arena sciolta, e di ciottoli. Il paese prima piano,

è poi tagliato da piccole colline. A mano a manca vedevasi molto lontano

una linea d'alberi che fiancheggiano il canale di Belbèis, ove arrivammo

alle dieci ore del mattino. La carovana si accampò presso alla città, ed

io mi posi in un eremitaggio dedicato ad un santo detto _Sidi Saadoun_.

Il _Capidgi Baschi_ apportatore del Firmano con cui il Sultano di

Costantinopoli riconfermava _Mehemed Ali Pascià_ nel suo governo di

Egitto, faceva parte della carovana. Mi fu detto che il Pascià gli aveva

in tale occasione regalati cinquanta mila franchi. Eranvi inoltre molti

altri personaggi turchi.

_Belbèis_ è una vasta città fornita di molte moschee. Un canale del Nilo

la provvede abbondantemente di acque in tempo dell'escrescenza, e

mantiene rigogliosi un infinito numero di alberi e di palme. Vi si

trovano ottimi poponi ed angurie, ma non legumi. La città ed il

territorio sono governati da un _Kiaschet_, ossia ufficiale dal Pascià

del Cairo.

_Domenica 5._

Ad un'ora dopo mezzo giorno camminavamo in mezzo ad un deserto nella

precisa direzione di levante, esposti ad un vento infiammato, e percossi

dai cocenti raggi del sole. Alle sei ed un quarto si fece alto in mezzo

a questa vasta campagna ove non trovasi alcuna traccia di esseri

organizzati animali o vegetabili. Poco prima di arrivare al luogo

dell'accampamento il mio cavallo cadde come morto: tornò ben tosto a dar

segni di vita, ma non potè levarsi, onde rimase abbandonato alla

benefica natura fino all'indomani.

_Lunedì 6._

Dopo un lungo cammino arrivammo al di là di _el-Wadi_; ed avendo

attraversato il canale di Belbéis si fece alto alle sette ore ed un

quarto in una piccola foresta.

_Martedì 7._

Alle quattr'ore e tre quarti del mattino la carovana viaggiava nella

direzione di N. E., ed alle undici arrivò in un luogo detto

_Al-bovaarouk_, ove fece alto presso ad un pozzo di acque amare e

fetenti.

Nel precedente giorno aveva ordinato di riempire i miei grandi otri

dell'eccellente acqua di El-Wadi: ma quando si scaricarono i cammelli mi

accorsi che non ve n'avevano che quattro di pieni. Chiesi al capo della

carovana quando potrei trovare acqua bevibile; ed egli mi rispose che

non ne troverei che ad Aaerisch, lontano quattro giorni di viaggio. In

quell'istante mi si presentò all'immaginazione l'accidente del 4 agosto

1805 nel deserto della Sahara; onde trovandomi di nuovo in mezzo ad un

deserto senza sufficiente provvisione di acqua, non fui padrone d'un

primo impeto di collera, e sguainata la spada, mi volsi contro le mie

genti. Tutti i viaggiatori e lo stesso Scheik condottiere dalla

carovana, vedendomi preso da tanto furore, si buttano a terra. Questo

commovente spettacolo disarma la mia collera; ma nell'agitamento in cui

mi trovava, volendo rimettere la sciabla nel fodero, la mano si svia, e

conficco il ferro nella parte superiore della mia coscia sinistra alla

profondità di nove linee. Accortomi appena della ferita rimisi con più

moderazione la sciabla nel fodero; ed entrato nella mia tenda, mi trovai

inondato da un torrente di sangue, che parvemi uscire da una arteria.

Feci subito recare la mia spezieria, e dopo aver lasciato uscire

alquanto di sangue, lavai la ferita con acqua fredda, poi riempiendola

di balsamo cattolico vi posi sopra un grande piumacciuolo di filaccie

inzuppate nello stesso balsamo, e con tre bende feci una fasciatura che

montava fin sopra le reni per assicurare il piumacciuolo contro

qualunque accidente. Mi posi a letto per riposarmi, e la carovana volle

per mio riguardo fermarsi fino all'indomani. In questo infausto giorno

morì uno de' miei cammelli.

_Mercoledì 8._

Alle quattr'ore del mattino, trovandomi in buono stato, e quasi non mi

accorgendo della ferita, montai a cavallo colle debite precauzioni, e

partii colla carovana dirigendoci al N. E.

Si fece alto la sera alle cinque ore e mezzo in un luogo detto _Barra_.

La mia ferita non mi dava verun incomodo, e la scena che la cagionò

produsse almeno il buon effetto di far rispettare le mie provvisioni.

_Giovedì 9._

La carovana riprese il cammino alle quattr'ore, e tenendo sempre la

direzione di N. E. giunse alle otto ore al villaggio abbandonato di

Catieh, ove sonosi molte palme ad un pozzo di acqua bevibile, presso al

quale i Francesi avevano fatta una fortezza, che ora più non esiste. Si

tornò a mettersi in viaggio alle tre ore e mezzo, e poco prima delle

sette si alzarono le tende ad Abouneïra, ove trovasi un pozzo.

_Venerdì 10._

Questo giorno si avanzò nella direzione di levante, si fece alto a nove

ore a Dienadel, ove scopersi il mare Mediterraneo a non molta distanza,

ed alle sei ed un quarto la carovana si fermò ad Abudjilbana.

_Sabato 11._

Nella carovana eranvi già molte persone alle quali incominciava a

mancare l'acqua; onde si affrettava possibilmente il viaggio. Mentre io

dormiva, alcuni Turchi entrarono nella mia tenda, che stava aperta onde

dar passaggio all'aria, per levarmi la mia acqua, ma vedendomi

addormentato rispettarono il mio sonno, e ritiraronsi senza prenderne.

La notte si fece alto a Messaoudia in riva al Mediterraneo, ove trovansi

molti pozzi d'acqua bevibile.

_Domenica 12._

Si giunse alle sei ed un quarto del mattino presso ad Aarisch, e si fece

alto in una macchia di palme. L'_Aarish_, è un alcassaba sul fare di

quelli di Marocco, ed era stato dai Francesi rimesso in buono stato. Vi

sono all'intorno alcune case abitate da circa duecento persone, pozzi di

acqua di mediocre qualità, palme, e pochi erbaggi.

La mia ferita andava sempre di bene in meglio, e dava speranza di

cicatrizzarsi senza suppurazione.

A mezzo giorno il termometro esposto al sole segnava 53° 7′ _Reaumur_,

che equivale ai due terzi dal calore dell'acqua bollente, ed all'ombra

43° 5′.

_Lunedì 13._

Alle due ore del mattino eravamo in cammino verso Levante. Non tardai a

trovare alcune terre vegetali, poi terre lavorate, mandre di vacche, e

di altri bestiami, benchè il terreno in generale fosse ancora arenoso.

Dopo sette ore di cammino la carovana si riposò a poca distanza da un

eremitaggio, ove si venera un santo detto _Scheik Zonaïl_. Vi si trova

dell'acqua, ed all'interno alcuni _Dovar_, e piantagioni di palme.

Alcuni abitanti ci vennero all'incontro per venderci delle angurie.

Alle undici ore e mezzo riprendemmo il cammino, e lasciando la strada

maestra, attraversammo molte colline al S. E., il di cui suolo era a

vicenda formato di terre vegetali e seminate, e di vasti tratti arenosi.

Alle cinque della sera arrivammo a Khanjounes, borgata cinta di mura, e

di giardini, in bella situazione, poco distante dal mare, e la prima

popolazione della Siria da questa banda.

_Martedì 14._

La carovana partita alle quattr'ore del mattino prendendo la direzione

di N. E. in mezzo a terre parte sterili, e parte coltivate, attraversò

alle sette ore il torrente _el-Wadi-Gaza_ che non aveva acque; ad un'ora

dopo entrò in Gaza, avendo così felicemente terminato il viaggio del

deserto.

_Gaza_ è una mediocre città vantaggiosamente fabbricata sopra un'altura,

e circondata da molti giardini. Vi si contano presso a poco cinque mila

abitanti. Le strade sono angustissime e le case quasi senza finestre. Il

paese abbonda di pietre calcaree, o marmi grossolani di un bel bianco,

che servono agli edificj di _Gaza_. I mercati sono assai ben provveduti

di commestibili a discretissimi prezzi, il pane comune è piuttosto

cattivo, ma se ne trova di buonissimo, ed eccellenti sono le carni, i

pollami, gli erbaggi, i legumi e l'acqua. Vi sono molti cavalli, ma

sembraronmi di cattiva razza, all'opposto dei muli che sono assai belli.

La popolazione di _Gaza_ è formata di una mescolanza di Arabi e di

Turchi; e perchè posta sulle frontiere del deserto, gli Arabi sono di

tutte le nazioni, delle Arabie, dell'Egitto, della Siria, dei Fellahs,

dei Bedovini, ec., e tutti conservano le proprie costumanze degli abiti

e di tutt'altro. In _Gaza_ non ho quasi veduta alcuna donna, perchè sono

più riservate che nell'Egitto e nell'Arabia: a fronte di ciò il mal

venereo è un mal comune in questo paese, e molti mi chiesero s'io avessi

qualche rimedio per questa crudele malattia.

La città è governata da un Agà Turco, la di cui autorità stendesi anche

sul territorio sotto gli ordini dell'Agà di Jaffa; esso pure dipendente

dal Pascià di s. Giovanni d'Acri.

Il governatore di quel tempo era _Moustafà Agà_, uomo di buon carattere,

da cui ricevetti mille cortesie. Il clima di _Gaza_ è caldo in modo che

il termometro all'ombra d'ordinario segnava 37 gradi di _Reaumur_.

_Gaza_ è distante mezza lega dal mare, una giornata e mezza da Jaffa, e

due assai lunghe da Gerusalemme.

Io soggiornai qualche tempo a _Gaza_ per terminare la guarigione della

mia ferita ch'era omai chiusa il giorno 19 di luglio, quando partito a

cinque ore e mezzo del mattino senza carovana, dopo mille ravvolgimenti

in mezzo a giardini ed alle piantagioni d'ulivi, mi trovai ad un'ora e

mezzo in aperta campagna nella direzione di E. N. E. Poichè ebbi fatto

colazione alle otto in un villaggio posto al di là d'un piccolo ponte,

continuando il viaggio a N. E., mi fermai ad un'ora e mezzo nel

villaggio di Zedond.

Tutti i villaggi di questa contrada sono situati sopra alture; hanno le

case assai basse, coperte di stoppia, e circondate da piantagioni di

ulivi e da bei giardini. Quanto parevami nuova questa maniera di

viaggiare! Avvezzo com'io era da lungo tempo ad attraversare i deserti

con numerose carovane, provai questo giorno le più grate sensazioni non

avendo meco che tre domestici, uno schiavo, tre cammelli, due muli, il

mio cavallo, ed un soldato turco di scorta; mi trovavo alla fine in

terreni coltivati, incontrava di tratto in tratto villaggi e casali

abitati; il mio sguardo poteva sempre fermarsi con piacere sopra variate

piantagioni; e di quando in quando incontrava degli uomini che

viaggiavano a piedi o a cavallo, e quasi tutti vestiti, talchè parevami

d'essere in Europa. Ma gran Dio! qual pensiero veniva a mischiare la sua

amarezza a così dolci sensazioni! Lo confesserò poichè l'ho provata:

entrando in questo paese, circoscritto da proprietà individuali, _il

cuore dell'uomo s'impiccolisce e resta compresso_. Io non posso volgere

gli occhi, non posso fare un passo senz'essere subito fermato da una

siepe che sembra dirmi; _Alto là, non oltrepassare questo limite_; la

mia anima si abbassa, mi si rilasciano le fibre, m'abbandono mollemente

al movimento del cavallo, più in me non sentendo quello stesso _Ali

Bey_, quell'Arabo che pieno d'energia e di fuoco slanciavasi in mezzo ai

deserti dell'Affrica e dell'Arabia, come l'ardito navigante che si

abbandona alle onde d'un mar tempestoso, colla fibra sempre tesa, e

collo spirito preparato ad ogni avvenimento. Non è a dubitarsi che la

maggior felicità dell'uomo non sia quella di vivere sotto un governo ben

organizzato, che col prudente uso della forza pubblica, assicura ad ogni

individuo il pacifico godimento della sua proprietà: ma sembrami altresì

che quanto si guadagna in sicurezza ed in tranquillità, si perda in

energia.

Il suolo attraversato questo giorno è composto di colline ondeggiate,

coperte di ulivi, e di piantagioni di tabacco, che allora fioriva.

_Lunedì 20._

Partii ad un'ora e mezzo del mattino prendendo la direzione di N. N. E.,

poi di N. E., e non molto dopo incontrai una carovana con carico di

sapone e di tabacco che andava da _Nablous_ al Cairo.

Attraversando il villaggio di _Iebui_ vidi molte donne col volto

scoperto, e tra queste alcune assai belle. Chiesi se erano cristiane, e

mi fu risposto essere musulmane, e che le _Fellahis_, ossia paesane del

contorno, non usavano di coprirsi il volto. Quale corruzione di costumi!

Di qui m'internai tra montagne coperte di boschi, ove mi trattenni

alquanto per far colazione; indi ripiegando a N. O. entrai alle dieci

ore in Jaffa.

Tutto il paese ch'io vidi della Palestina e _terra promessa_ da

Khanyounes fino a Jaffa è formato di belle colline rotonde ed

ondeggiate, coperte di un terreno grasso somigliante alla belletta del

Nilo, ridente della più rigogliosa vegetazione. Ma non vidi un solo

fiume in tutto il distretto, una sola fontana. Secchi erano i torrenti

che attraversai, ed il paese non ha altra acqua per bevere e per

innaffiare la terra che quella delle pioggie e dei pozzi, che per altro

è molto buona. Tale è la cagione delle frequenti carestie ricordate

dalla storia di queste contrade.

È cosa notabile che tutti i luoghi abitati ch'io vidi nell'Arabia, sono

posti in fondo alle valli, e che tutte le città, borgate e villaggi

della Palestina trovansi sopra qualche altura. Potrebbe ascriversi tale

diversità alla rarità delle pioggie in Arabia, ed alla loro frequenza

nella Palestina.

Questa provincia abbonda di selvaggiumi; e le pernici che incontransi

attruppate, sono così grasse e pesanti che basta avere un bastone per

prenderle: ma vi s'incontrano altresì in grandissimo numero le

lucertole, i serpenti, le vipere, gli scorpioni, ed altri insetti

velenosi. A questi incomodi animali si aggiungono le mosche d'ogni

specie e così copiose, che i cavalli, i muli, i cammelli ne sono

fieramente molestati. Ma che dirò delle formiche? Figurisi un vasto

formicajo sopra l'estensione di tre giorni di cammino; e questa è la

sola idea ch'io posso dare di ciò che vidi. La strada è tutta coperta di

questi animaletti che vanno e vengono in tutti i tempi occupati dei loro

giornalieri travagli.

Tra i villaggi da me veduti lungo la strada non doveva ommettere quello

di _Askalan_, patria del celebre Erode.

Sortii di Jaffa il mercoledì 22 luglio alle due dopo mezzo giorno. Alle

tre ore passai pel villaggio di _Nazouv_, e lasciandone diversi altri a

destra ed a sinistra giunsi a _Ramlè_ in sulle cinque ore della sera.

Il suolo è perfettamente eguale a quello attraversato il giorno 20.

Ramlè, che i cristiani dicono _Ràma_, è una città di circa duemila

famiglie. La gran moschea è un'antica chiesa greca che conserva ancora

un'alta bellissima torre.

Fui alloggiato in una gentile moschea, ov'è il sepolcro d'Aayoub-Bey,

Mamelucco, che fuggito d'Egitto in tempo dell'invasione Francese, morì

in questa città.

Alle nove ore della stessa sera ripigliai la strada, ed attraversando la

città trovai molti degli abitanti uomini e donne riuniti in una piazza

illuminata da molte fiaccole, e che danzavano al suono di varj

istromenti. Questa unione dei due sessi in una città musulmana mi riuscì

oltre modo spiacevole.

Appena uscito di città m'internai tra le montagne, ove fui costretto di

sormontare scoscese rupi. Giunto sulla maggiore sommità alle due ore e

mezzo del mattino, mi vidi circondato di nubi, e di nebbie staccate, che

col chiarore della luna, e gli spaventosi precipizj che mi circondavano,

formavano un imponente magnifico quadro.

Preceduto dalla guida, e seguito dalle mie genti a qualche distanza,

camminavo tutto concentrato nella contemplazione di questo grandioso

spettacolo, quando all'improvviso due vecchi si presentano e fermano la

mia guida. Io non saprei descrivere l'effetto in me prodotto dalla

subita loro apparizione.

La guida che li conosceva disse loro: _sono musulmani_. I vecchi

ripigliano: _no, sono cristiani_. La guida gridando più forte: _vi dico

che sono tutti musulmani_. Uno de' vecchi mi si avvicina, prende la

briglia del mio cavallo, e mi dice: _tu sei un cristiano_. La guida ed i

miei domestici gridano ad una voce: _è musulmano, è fedele credente_. Io

non sapeva che farmi perchè ignorava le loro intenzioni, ed altronde

pareva stravagante il loro procedere. Il primo vecchio ricomincia, e mi

dice: _per Dio tu sei cristiano_. Io gli rispondo: _buon uomo io sono

musulmano, chiamato Sceriffo Abbassi, e vengo dal pellegrinaggio della

Mecca_. Allora il vecchio mi chiese la mia professione di fede, ch'io

gli feci per compiacerlo; ed egli ci lasciò in libertà di continuare il

cammino. Ma per quale ragione ostinavasi questo vecchio a credere ch'io

fossi cristiano, senza avermi mai veduto, e senza avermi udito

parlare?... perchè io aveva un _bournous_ turchino, colore in particolar

modo usato dagli abitanti cristiani. Finalmente perchè questo attacco in

tal luogo ed in ora così indebita? Perchè i cristiani e gli ebrei che

vanno in Gerusalemme, pagano in questo luogo il tributo di quindici

piastre a testa a profitto del sultano di Costantinopoli, e i due vecchi

hanno l'appalto di questo tributo.

Arrivai a _Kariet el-Aameb_ alle quattr'ore del mattino, piccolo

villaggio posto sulla cima delle montagne, circondato da belle vigne.

Dopo una mezz'ora di riposo proseguii il cammino scendendo per una lunga

costa rigida e pericolosa. Giunto in sul piano della valle dovetti

risalire altre più elevate montagne, dalla cui sommità vedesi la santa

città di Gerusalemme, in cui entrai alle sette ore e tre quarti del

mattino il giovedì 23 luglio 1807.

Mi fu dato per alloggio la moschea di un santo detto _Sidi Abdelkader_

posta a lato del tempio Musulmano. Dormii fino alle tre ore dopo

mezzogiorno: indi fui condotto al tempio.

FINE DEL TOMO TERZO.

INDICE DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO TERZO TOMO.

CAP. XXVIII.

_Alessandria. — Antichità_ Pag. 5

CAP. XXIX.

_Abitanti d'Alessandria. — Corrispondenza. —

Clima. — Notizie storiche_ » 18

CAP. XXX.

_Tragitto a Rosetta. — Bocche del Nilo. —

Rosetta. — Viaggio al Cairo pel Nilo_ » 31

CAP. XXXI.

_Sbarco. — Stato politico del Cairo e

dell'Egitto. — Le piramidi. — Djizè. — Il

Mikkias. — Il vecchio Cairo. — Commercio_ » 42

CAP. XXXII.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3 · 第 12 / 13 段