X. — =Osservazioni generali intorno allo stile italico.=

Se i monumenti della Certosa, insieme con quelli di Marzabotto, sono

indubbiamente etruschi, essi rivelano però una civiltà meno ricca

e meno sviluppata di quella dell'Etruria propria, o, a dire più

esattamente, una civiltà che non potè conseguire lo sviluppo suo pieno

come nell'Etruria al di là dell'Appennino, per esser stata arrestata

o tronca a mezzo dall'invasione e dal dominio gallico; questo fatto,

e insieme con esso certi altri elementi, quali i vasi dipinti e i

caratteri del loro stile, sono argomento a determinare che i monumenti

etrusco-felsinei possono avanzarsi fino al V e al principio del IV

secolo av. C.. Questi monumenti, e specialmente le stele e i bronzi,

sono le testimonianze dell'antichissima arte etrusca, o meglio

dicasi arte italica, in quanto che gli Etruschi meglio che sviluppare

un'indole propria, forse presero ad esercitare un'industria ed un'arte

già in svolgimento presso i popoli italici, in mezzo ai quali poi si

stabilirono; arte ch'essi più tardi portarono a matura perfezione, ma

non per isvolgimento di proprie ed intime forze, bensì per effetto di

straniere influenze, e più propriamente di influenze greche.

I più antichi gradi di sviluppo di quest'industria italica, da cui

l'arte poi nasce, si possono seguire con lo studio degli oggetti delle

terremare per l'età del bronzo; con quello dei primi strati delle

necropoli umbro-felsinee, laziali ed euganee, nelle tombe di Poggio

Renzo, Sarteano e Villanova, e con lo studio delle arcaiche Cornetane

per la più antica età del ferro; infine con quello della Certosa e

di Marzabotto per l'età che deve dirsi propriamente storica; onde

è in questi punti che il nesso fra l'età preistorica e la storica

classica può essere cercato e studiato. Nè a questo punto s'arrestano

i documenti dell'antichissima storia della regione felsinea, giacchè

ai monumenti della civiltà etrusca seguono le tombe dei Galli Boi, che

in quella regione posero loro stanza, ed infine, come conclusione dei

rivolgimenti etnici e storici di questa parte d'Italia nell'evo antico,

sopra si stendono le reliquie della dominazione romana.

In quegli antichi monumenti, che finora siamo venuti descrivendo, si

possono studiare i rudimenti dell'arte, cioè i principî del disegno e

i primi inizî dello stile. Parlando delle terremare, s'è detto che i

vasi portano i primi indizî di disegno con linee graffite o impresse;

poi più volte si è ricordata la ornamentazione geometrica degli

oggetti delle arcaiche necropoli, in cui quei primitivi segni grafici

si compongono in un sistema decorativo regolare, con combinazioni di

linee, di punti, di circoli, di meandri, di croci gammate, di spirali,

ossia di elementi geometrici, a cui si frammescolano figure di uccelli

acquatici e di serpentelli. Questi elementi ornamentali non sono

proprî soltanto dei fittili e dei bronzi italici; essi corrispondono

all'ornamentazione di vasi antichissimi greci trovati a Melos, Thera,

Camiros, Atene, Micene, i quali si ascrivono ad un primitivo periodo

greco, anteriore a quello dell'industria che già sente l'influenza

dell'arte orientale (ved. =vol. I, pag. 13=); e si riscontrano anche

in oggetti del centro d'Europa, trovati nella Stiria, nella Carinzia,

nella Boemia, e più a settentrione fino nella Scandinavia. Ora questa

conformità, ed anzi comunione di sistema di elementi geometrici

decorativi è lo sviluppo d'un principio originario comune a varî popoli

di una medesima stirpe; è il primo germe del disegno già posseduto

dalle stirpi indo-europee od arie.

I popoli presso i quali quelle analogie e conformità s'incontrano sono

geograficamente disgiunti, ma etnograficamente affini ed uniti; come

essi hanno in comune gli elementi costitutivi della lingua, delle

istituzioni sociali, così hanno pure in comune gli elementi e gli

intuiti dell'arte, o almeno il sentimento artistico. Gli studi intorno

alla civiltà ariana a cui appartiene il gruppo italo-greco, nel tempo

che, per immigrazione, dall'Oriente diramaronsi nell'Europa, portano

a stabilire che già fossero conosciute le arti tessili, l'industria

ceramica e la fusoria dei metalli. Sarebbe appunto nelle arti tessili

da cercare la prima manifestazione del disegno, la prima applicazione

d'un concetto ornamentale, che poi si trasportò alla ceramica ed

alla metallotecnica, producendo quello stile, che dal Conze è detto

tessile-empestico[35]. Si concluderebbe adunque che di quelle analogie

delle prime forme ornamentali, ossia degli elementi dell'arte, così

largamente diffuse in Europa, la spiegazione sia nella comune origine

dei popoli arii, e nel propagamento di una loro primitiva coltura

industriale ed artistica identica nel concetto e nella forma. I

monumenti in cui si addimostra l'arte in questo periodo potrebbero

chiamarsi arii, o con più comune denominazione pelasgici, se si vuole

determinare più propriamente i monumenti simili di Grecia e d'Italia,

da attribuire a quel popolo pelasgico, che la tradizione mostra

diffuso nell'una e nell'altra penisola, e che probabilmente è un nome

complessivo dato alle immigrazioni italo-greche.

Vi sarebbe adunque un periodo primitivo, rudimentale dell'arte italica,

che si stende nell'età del bronzo e che è, se vuolsi cercare una

determinazione cronologica, anteriore forse all'XI secolo av. C.; al

quale periodo succede poi quello di un'arte di maggiore sviluppo,

quando il disegno di semplice decorazione geometrica dà luogo alle

forme vegetali, animali ed umane, con mescolanza di elementi e

d'influenze orientali; in questo periodo appunto sorgono gli albori

dell'arte etrusca.

Si avrebbero così nell'arte italica, come nella greca, due distinti

periodi:

I. — Il periodo dell'arte italica primitiva, derivata dallo sviluppo

di concetti comuni a popoli di stirpe aria, che può dirsi periodo di

arte pelasgica, cioè, secondo il Conestabile, di arte preetrusca. Lo

stile tessile-empestico di questo periodo si estese in Italia e in

altre parti dell'Europa, ma, mentre in Italia scompare nel successivo

sviluppo dell'arte, nelle regioni europee settentrionali, chiuse in sè

e lungi da contatti coi popoli civili, si continuò fino ai tempi del

cristianesimo.

II. — Il periodo dello stile orientalizzante, che alla semplice

decorazione geometrica sostituisce un'ornamentazione di tipo asiatico,

con elementi vegetali, figure animali di lioni, pantere, sfingi. È

questo lo stile che si manifesta per influenza dei commerci orientali,

per importazione di prodotti assiri, egizî, specialmente mediante il

commercio dei Fenici; questo stile orientalizzante nell'epica greca

serve di base alla descrizione di oggetti d'arte figurata; ed è il

periodo iniziale dell'arte etrusca.

In questa distinzione di due periodi sembra non cader dubbio; ma invece

s'incontra dissenso d'opinioni nella spiegazione del primo periodo.

Che i popoli di stirpe aria al tempo di loro immigrazione verso

occidente possedessero in comune le arti tessili e la fusoria, e con

esse i primi elementi di disegno, non tutti riconoscono[36]. Quel

primo periodo, determinato dallo stile tessile-empestico, è bensì

proprio degli Italo-greci, ma anch'esso presenta accenni d'importazione

orientale[37] nei prodotti delle industrie asiatiche; in Italia

vedesi predominare in oggetti raccolti con altri oggetti propriamente

orientali, conchiglie come la _cypraea isabella_ del Mar Indico, e

scarabei incisi. Si vorrebbe adunque concludere da qualche dotto che

i due primi periodi siano tutti d'origine orientale; mentre altri,

abbandonando il concetto di uno stile delle stirpi indo-europee,

ravviserebbero nel tessile empestico la maniera d'ogni gente nel primo

stadio d'uno sviluppo artistico, specialmente in Europa, nella gran

massa della popolazione indoeuropea[38].

A questo primo periodo succede il secondo, che concordemente è

riconosciuto d'influenza orientale.

In ogni modo, qualunque sia la pertinenza etnografica del primo periodo

artistico dei popoli italici, siccome l'arte si svolge spesso intorno

ai sepolcri ed ai riti relativi di umazione e di cremazione, studieremo

brevemente qualche particolare intorno a questo argomento del rito

funebre.

Nell'età della pietra fu usata dai cavernicoli la sola umazione dei

cadaveri; ma, al passaggio nell'età del bronzo, subentrò e si fece

generale l'uso della cremazione durante anche l'età del ferro, che già

si rivela presso gli abitanti delle palafitte e delle terremare del

Veronese, del Mantovano, del Modenese e del Bolognese.

Le tombe quivi consistono di rozzi vasi di terracotta, disposti

a fianco gli uni degli altri, con entro ceneri ed ossa combuste.

Contemporaneamente, però, durano in altre tombe traccie di umazione.

Si deve dunque supporre che le popolazioni immigrate dall'Oriente in

Europa, e quindi con esse quelle genti italiche che prime vennero dal

Nord ad occupare la penisola, avessero il rito della cremazione in

comune con quelle genti affini, di stirpe aria, che stettero nell'Asia

ed occuparono la penisola dell'Indostan, cioè gli Arii-indiani, ai

quali l'incenerimento fu sempre il modo preferito di sepoltura; modo

naturale per pastori erranti e guerrieri conquistatori, ai quali era

così permesso di portar seco le reliquie dei padri. E di questo darebbe

conferma la linguistica[39].

Il rito della cremazione è, del resto, quasi esclusivo nelle tombe

laziali, nelle arcaiche felsinee (dei predî Benacci), nelle euganee, in

quelle di Villanova, nelle tombe a pozzo di Poggio-Renzo, di Sarteano,

di Corneto-Tarquinia, nei quali luoghi tutti, se pur s'incontrano

cadaveri umati, essi sono in minima e veramente insignificante

proporzione in rispetto a quelli combusti[40].

Nella più avanzata età del ferro, invece, che è l'età etrusca,

i due riti si trovano coesistenti e usati promiscuamente, ma

forse con qualche prevalenza dell'umazione, almeno per le tombe

etrusche-felsinee, dove due terzi dei sepolcri contengono scheletri,

ed un terzo residui combusti. Questa commescolanza di riti vedesi anche

nelle tombe dell'Etruria propria nei periodi seguenti.

Mentre, però, le scoperte mostrano il rito della cremazione come

proprio dei più antichi stanziamenti italici, la tradizione mostrerebbe

invece che, almeno nel Lazio e in Roma, l'uso primitivo fosse

dell'umazione, a cui solo posteriormente seguì, facendosi generale,

quello della cremazione[41].

Virgilio accenna adunque all'esistenza d'un periodo di sistema misto,

il quale appare anche dalla tradizione dei primi tempi di Roma. Secondo

Plutarco, il re Numa fu sotterrato presso il Gianicolo, avendo egli

stesso proibito d'essere arso; e questo implica che già allora, nel

primo cinquantennio di Roma, la cremazione fosse in uso, secondo è

confermato anche dalla notizia di Plinio (_h. n._, XIV, 14), che lo

stesso re Numa avesse proibito lo spargere il vino sui roghi, e dalla

citazione della legge delle XII tavole (tab. X, _hominem mortuum in

urbe ne sepelito neve urito_), che ammette la contemporaneità dei due

riti.

Siccome però le memorie della tradizione non risalgono al più lontano

periodo, ma arrivano all'età etrusca, che è il principio dell'età

storica, quando è in uso la promiscuità presentata da Virgilio,

e implicita nelle tradizioni riferite da Cicerone, da Plinio e da

Plutarco, non si può inferirne contraddizione fra questa tradizione

storica e le scoperte archeologiche, che, in questo modo, ci

dànno il rito antichissimo preesistente, la cremazione, a cui si

svolge collaterale, forse per distinzione di usi d'altre genti, la

umazione[42].

Ma, se lo studio dei prodotti delle industrie e degli oggetti, la

maggior parte del rito funebre, rinvenuti negli scavi, ci dà notizia

delle stirpi e dei costumi dei popoli preistorici del periodo arcaico,

però nulla ancòra ci dà l'indirizzo e l'intuito dell'arte di quel

periodo, o per lo meno del senso estetico nell'arte dei nostri

antenati. E per ciò è più profittevole lo studio delle costruzioni

architettoniche. Se non che questo ci implica in un'altra grossa

questione ancòra discussa, quella dei monumenti pelasgici, poichè con

questo nome si designano le costruzioni più antiche degli Italici,

quelle anteriori ad ogni influenza orientale.

Monumenti designati col nome di pelasgici, o attribuiti ai Pelasgi, si

hanno ancòra in più luoghi d'Italia.

Chi sono questi Pelasgi? In un luogo di Dionigi D'Alicarnasso (I, 13)

abbiamo conservata la tradizione di un antico storico greco, Ferecide,

secondo il quale i Pelasgi sarebbero genti venute di Grecia in Italia,

in quella parte estrema della penisola dov'era l'Enotria; e poi, in

altro passo (I, 28), troviamo la tradizione d'altro storico, Ellanico,

secondo il quale i Pelasgi dalla Tessaglia passarono in Epiro, e di

qui, attraversando l'Adriatico, approdarono a Spina, presso le foci

del Po, da dove poi si distesero verso il centro e verso il mezzodì

d'Italia, fin oltre il Tevere, nel territorio di Rieti; guerreggiarono

coi Siculi e cogli Umbri, e, fusi coi Tirreni, fondarono città, e

si dissero Pelasgi Tirreni. Tale è pur la tradizione di Plinio (_h.

n._, III, 8, cfr. anche Dionisio, I, 17). I Pelasgi, poi, per cause

soprannaturali, per ira divina (cioè per isconvolgimenti e fenomeni

tellurici), perirono, e scomparvero senza lasciar traccia di sè, senza

nemmeno lasciar col loro nome designata una regione alcuna.

Questi popoli, ai quali vorrebbesi connettere le colonie di Evandro

Arcade e di Ercole Argivo, stanziate dove poi fu Roma, apparirebbero,

secondo la tradizione, ampiamente distesi in Italia intorno al XV

secolo av. C. Ma questo popolo che, dopo esser stato tanto diffuso in

Italia, scompare al tutto, esistette realmente, ha esso un vero valore

storico? O piuttosto non è esso (come ormai si ammette per i Pelasgi di

Grecia), altro che una complessiva designazione data ai più antichi, ai

primi immigrati nella penisola italica? Essi sarebbero “gli antichi,

i vecchi„, secondo una delle meno improbabili etimologie dello stesso

nome greco Πελασγοί (cioè οί πάρος γεγαῶτες, _prisci_, da un tema che

è in παλαιός; etimologia che troverebbe riscontro in quella del nome

Greci, Γραϊκοί, da γεραιός, γραῖος, che pur direbbe “gli antichi„).

Questi Pelasgi sarebbero forse prodotti dalla supposizione d'un tal

popolo primitivo da parte dei primi storici e logografi, per spiegarsi

le molte affinità greco-italiche.

I monumenti così detti Pelasgici sono gigantesche e rozze mura,

appartenenti a città scomparse, o fortificazioni, o recinti sacri

eretti sulle alture; costruzioni di grandi massi di pietre a poligoni

irregolari, senza lavoro di scalpello, connessi senza opera di cemento,

ma per sola sovrapposizione; opere di gigantesca semplicità e di

solidità portentosa, che trovano analogia in numerose costruzioni

di Grecia e delle isole, di luoghi dell'Asia Minore, e perfin della

Spagna, e che, appunto per conformità alle greche costruzioni, che

presentano quei caratteri di struttura, si denominano anche ciclopiche

(ved. =Atlante di arte greca=. Milano, Hoepli, =tav. I=).

Sorgono esse in Italia nel paese degli Aborigeni e dei Casci, cioè

nella Sabina, nelle regioni degli Ernici e dei Volsci, avanzandosi

a settentrione fino a Cortona, e a mezzodì fino al paese dei Marsi,

alla Campania ed al Sannio. Esse sono opera degli Italici primitivi;

e assai probabilmente furono i luoghi di riunione, sia per il culto

della divinità sia per la difesa, che in comune avevano gli abitanti di

parecchi villaggi, o cantoni sparsi nel dintorno; erano le cittadelle

(_arces_), centro di riunione di genti sparse in singole stazioni

della regione circostante. Grandi vestigia di questi recinti si trovano

ancòra presso Rieti, sul Promontorio Circello, a Terracina, a Fondi,

a Setia, ad Atina dei Volsci, ad Arpino, dov'è una cinta murale di

acropoli con indizî di grossolane sagomature; ancor più grandi sono le

mura di Alatri negli Ernici, dove sono traccie di rozzi bassirilievi;

a Ferentino, che ha mura con due porte; a Signa, che pure ha porta con

stipiti inclinati sormontati da architrave monolitico (cfr. la porta

di Micene); a Cora, a Norba, a Tuscolo, ad Alba Fucense, a Spoleto, a

Cortona. Non mancano vestigia di tali mura in Sicilia, dove la favola

dice che Dedalo, venutovi fuggendo da Creta, fu architetto di opere

colossali[43].

=APPENDICE VII.=

=Della decorazione geometrica, degli altri motivi e delle varie

tecniche artistiche importate in Italia nel periodo proto-italico.=

Si possono ridurre a tre le varie opinioni sull'origine della

decorazione geometrica e sulla sua diffusione in Italia nella civiltà

italica:

1.ª La decorazione geometrica è un trovato proprio delle stirpi

ariane, che ne portarono i germi nella loro emigrazione in Europa,

e li svilupparono poi nelle rispettive sedi. La tesi è sostenuta dal

SEMPER nel suo lavoro _Der Stil_, dal CONZE nel suo _Zur Geschichte der

Anfänge griech. Kunst_, e dal CONESTABILE nella dissertazione: _Sopra

due dischi di bronzo antico italici del Museo di Perugia_, già altrove

citata.

Quest'opinione è insostenibile, essendo la decorazione geometrica

estranea precisamente al periodo più arcaico della civiltà italica

indigena.

2.ª La decorazione geometrica, sorta e sviluppatasi in Grecia, fu

poi di là trasportata in Italia. La tesi è rappresentata dal RAYET

(_Histoire de la céramique grecque_), dal LOESCHCKE e dal FURTWÄNGLER

(_Mykenische Vasen_), dal BÖHLAU (_Zur Ornamentik der Villanova

Periode_), nonchè recentemente dal COLLIGNON nella sua bella _Histoire

de la sculpture grecque_. Il MARTHA nella sua _Art etrusque_, e lo

stesso Böhlau citato cercano poi di dimostrare la diffusione in Italia

di questa decorazione greca, e ciò che noi riferiamo a tal genere di

decorazione possiamo estenderlo in genere a tutte le opere d'arte

del periodo italico, riconosciute come indigene. Quest'opinione,

però, per la decorazione geometrica non è accettata dal ch. profess.

Ghirardini (_Monumenti antichi_, VII, col. 62-63 e segg.), perchè

nell'Etruria Marittima, ove si trovano i primi saggi della decorazione

geometrica, manca qualsiasi prodotto di suppellettile, cui si possa

attribuire origine greca, cosa provata anche dallo Helbig, che dimostra

impossibile l'ammettere rapporti dei Greci con l'Italia nell'età delle

tombe a pozzo tarquiniesi, ove sono pure bronzi lavorati a sbalzo e

fittili con ornati geometrici, mentre vi appaiono chiari gli indizî del

commercio fenicio.

3.ª Esclusa l'opinione di una provenienza greca della decorazione

geometrica, rimane l'altra che questa sia sorta tanto in Grecia,

quanto in Italia per efficacia dell'arte e dell'industria orientale,

come dimostrano lo HELBIG negli _Annali_ (1875), e nel _Das Homerische

Epos_, 2ª ediz., nonchè il DUMONT e il CHAPLAIN (_Les céramiques de la

Grèce propre_), il PIGORINI (_Bull. di paletn. ital._, XIII, 1887), lo

GSELL nei suoi _Fouilles dans la nécropole de Vulci_, e il Ghirardini

che l'accetta, fatte le debite restrizioni, per gli oggetti di lamina

battuta e per altri prodotti dell'arte e dell'industria, poichè si

trovano indubbiamente insieme con oggetti d'origine orientale importati

dai Fenici.

Rimane la questione intorno al passaggio seguìto dall'arte orientale

per venire in Italia. L'ipotesi dello Helbig (_Das homerische Epos_,

2ª ediz., pag. 83), propugnata anche dallo Schumacher (nel suo lavoro

_Eine praenestinische Cista im Museum zu Karlsruhe_), di relazioni

fra l'Italia e la Penisola Balcanica per via di terra attorno al

Golfo dell'Istria, per spiegare la presenza nella civiltà italica

della prima età del ferro di certi tipi d'utensili corrispondenti ad

esemplari scoperti in Grecia, non è pienamente condivisa dal Ghirardini

(_Monumenti ant._, vol. II, col. 225 e segg.). Poichè questi, trovando

che, quanto più dal centro d'Italia si sale al settentrione e nelle

regioni alpine e austriache, dove, per es., la situla istoriata e

la cista sono diffuse, tanto più tardi si presentano le situle e le

ciste del tempo in cui appaiono nei più arcaici cimiteri bolognesi,

conclude di dover ammettere un viaggio dal Sud al Nord, non dal Nord

al Sud, e che la situla e la cista, giunte nel gruppo bolognese di

Villanova dall'Etruria Marittima, si siano diffuse poi nella vallata

del Po e nel paese dei Veneti e degli Illirici in un periodo più tardo

delle necropoli bolognesi, e quando si era già svolta nelle regioni

settentrionali la prima civiltà italica.

Questo è confermato dal Ghirardini col fatto che “abbondano nella zona

austriaca gli esemplari delle situle figurate, appartenenti ad un tempo

in cui si era svolta questa maniera di decorazione, che nel fiorire

della pura civiltà di Villanova è sempre ignota„ (op. cit., col.

227-228). Il primo grande centro di produzione delle situle fu Bologna,

il secondo Este, il terzo più specialmente Santa Lucia nell'Istria.

Il Ghirardini però non vuole assolutamente escludere la possibilità di

un primitivo contatto per via di terra fra Greci e Italici nel periodo

anteriore al definitivo stabilirsi d'entrambi i popoli nelle loro sedi

rispettive, ma, per lo meno per la propagazione della situla, egli non

crede finora di poter ammettere questa opinione, che forse per altri

oggetti in parte non è del tutto da escludere, o per lo meno non è

da tener collaterale e contemporanea alle altre, che sostengono le

relazioni fra i popoli per via di mare.

=APPENDICE VIII.=

=Osservazioni intorno ai Pelasgi e ai loro monumenti.=

Recentemente si riaccese la disputa sulla provenienza e sulla

diffusione dell'elemento pelasgico nell'Italia preistorica e

protostorica, e si interessò vivamente il Ministero dell'Istruzione

perchè si facessero ricerche e si stabilissero scavi sistematici

nelle regioni che dai ruderi rimasti si arguisse fossero occupate dai

Pelasgi.

Il ch. Brizio, nel suo riassunto etnografico intorno ai popoli

dell'Italia antichissima, intitolato _Epoca preistorica_ della Storia

d'Italia (edita dal Vallardi, p. IV), sobriamente così riassume il

risultato delle indagini intorno ai Pelasgi:

“Opere architettoniche, le quali presentano taluni punti di contatto

con quelle etrusche, ma serbano una impronta anche più arcaica, sono le

mura poligonali esistenti nelle parti montuose e meridionali del Lazio,

occupate poscia dalle forti popolazioni degli Ernici e dei Volsci.

“Una tradizione antica le attribuiva ai Pelasgi d'Italia, respingendone

la costruzione ad un millennio circa avanti Cristo. Alcuni critici

moderni, rifiutando un'antichità così veneranda, le giudicarono

posteriori, e di più secoli, alla fondazione di Roma.

“Quantunque i dotti non siano ancòra d'accordo, neppure sul nome del

popolo a cui riferire quelle costruzioni, pure esse meritano per

la loro antichità di essere incluse in una rassegna dei monumenti

primitivi italici, perchè certo sono dovute ad una delle genti più

civili che abbiano abitato la nostra penisola, approdatevi anch'esse,

con molta probabilità, dal Tirreno.

“Perchè quelle mura poligonali, fitte e numerosissime sul versante

appenninico centrale, che prospetta il Tirreno, mancano sull'opposto

versante adriatico, il quale era stato occupato, dai tempi più remoti,

fino quasi all'epoca storica, dalle popolazioni picene„.

Si comprende, pertanto, come sia interessante ed utile la ricerca e lo

studio di questi testimonî antichissimi delle remote età. L'illustre

Pigorini, a questo proposito, ripetendo nel suo _Bullettino di

paletnologia italiana_ (serie III, anno XXV, n. 7-9, pag. 201, nota)

ciò che aveva già stampato nel _Bullettino_ medesimo, anno XXII, pag.

71, rammenta che il Ministero dell'Istruzione aveva stabilito delle

esplorazioni sistematiche nelle città dette pelasgiche del Lazio,

incominciando da Norba. Rileva poi giustamente ciò che Salomone Reinach

nell'_Anthropologie_ (X, pag. 313-14) aveva esposto, citando a sua

volta l'opinione di Petit Radel sull'opportunità di tali ricerche

per rischiarare il periodo delle origini di molte antichissime

città italiche. Il Pigorini si associa al voto del Reinach, che

lodava l'iniziativa del Ministero italiano, conferma che si debbano

fare finalmente degli scavi sistematici nel territorio delle varie

città dette pelasgiche, poichè se ne attendono grandi risultati, ma

conclude che, per riuscire a qualche buon esito, è indispensabile che

i dotti abbiano libertà d'azione, per volgerla dove e come occorre

nell'interesse stesso della scienza.

Trattato generale di Archeologia e Storia dell'Arte: Italica, Etrusca e Romana · 第 56 / 148 题