CHECCO

Erano venuti a chiamarmi nel piccolo caffè.

— Checco, il suo falegname, si è ammazzato bevendo un bicchiere di

vetriolo!

Corremmo fuori nella notte oscura e piovigginosa. Parecchi capannelli si

erano già formati nel breve viale delle acacie e parlavano

sommessamente; alcune donne erravano di gruppo in gruppo; laggiù dinanzi

alla casetta illuminata dal raggio obliquo dell'ultimo fanale la gente

si addensava.

Per la scala dritta ed angusta uomini, donne, fanciulli si strinsero al

muro silenziosamente per lasciarmi passare, mentre dall'uscio aperto

della cucina usciva un confuso rumore di voci e di passi.

Egli stava nell'altra stanza rattrappito sopra una cassa nera, col volto

schiacciato quasi nel muro per sottrarsi alle insistenze del medico e

della vecchia madre, che volevano fargli trangugiare un bicchiere tutto

bianco di una spuma vischiosa. Vidi subito che si teneva strette

convulsamente le mani sullo stomaco.

— Ah! lei, — esclamò il dottore, levandosi il capello, per venirmi

incontro colla solita rispettosa cortesia.

Lo guardai negli occhi: egli ammiccò come per dire:

— Spacciato! —

Intanto la vecchia, quasi distesa sul figlio, guaiva sottilmente,

tirandolo per le spalle perchè si voltasse.

— Prendilo, prendilo!

— Provi lei, — mi disse il dottore.

— Ma se è inutile! — risposi con un gesto.

— Lo so, tuttavia.....

— Checco! — chiamai, mettendogli una mano sulla spalla.

Egli mi riconobbe alla voce e si voltò. Il suo volto triste e grinzoso

era senza dolore, ma ne' suoi occhi mi parve già di vedere un'altra

luce.

— Lasciatemi stare, — mormorò con una strana dolcezza nella voce,

facendo uno sforzo visibile per rimettersi seduto sulla cassa; ma

dovette portare vivamente la mano sinistra sul ventre, come per frenarvi

la contorsione di uno spasimo.

Intanto nella cucina la folla seguitava a crescere, si udiva il suo

scalpiccio e le voci si alzavano tratto tratto per ricadere

improvvisamente in un silenzio pieno di soffi. Due o tre teste

spuntarono curiose dallo spigolo dell'uscio.

Senza parlare gli misi il bicchiere sulla bocca, egli la spalancò come

un bambino e si lasciò ingollare tutta quella miscela, tenendo gli occhi

chiusi: poi con un cencio di fazzoletto cercò di pulirsi i baffi, mentre

la vecchia gli asciugava col grembiule le bolle di schiuma cadute sui

calzoni.

— Prendine un altro bicchiere, — insistè il medico.

— È tardi.

— Che t'importa allora? puoi contentarci, vado a prepararlo.

Anche la mamma gli andò dietro con quel tremito di paralisi, che rendeva

più doloroso il suo piccolo corpo contorto dalla vecchiaia come uno di

quegli sterpi senza foglie, dalla buccia screpolata: pareva camminare

senza vedere alcuno.

Rimanemmo soli.

— Ma perchè, Checco, perchè? — proruppi, quantunque avessi già capito

tutto.

— Non c'era più strada, padrone!

— Perchè?

— Quando non c'è più strada.....

— Ti puoi essere ingannato. —

Si contentò di stringersi nelle spalle.

— Quanto vetriolo hai bevuto?

— Abbastanza.

— Quanto?

— Quattro dita, perchè non andava giù: mi ha bruciato subito. —

Lo sentii fare uno sforzo colla lingua.

In quel momento rientrava il medico con un altro bicchiere egualmente

pieno e spumante.

— Via, ancora questo: che cosa credi che sia? C'è qui il signor Alfredo,

il quale lo sa anche lui: è magnesia usta, sbattuta nell'albume di uovo:

non c'è altro per neutralizzare gli effetti dell'acido sullo stomaco.

Devi soffrire come un cane: non soffri? —

Infatti non pareva.

— Eppure ne hai bevuto parecchio! —

Così dicendo, depose il bicchiere sulla cassa e andò a prenderne un

altro dall'unico povero canterano a fianco del letto.

— È solfato di rame, — seguitava accalorandosi nella dimostrazione con

una cadenza sempre più marcata nel suo accento napoletano, mentre dalla

fronte calva gli colavano grosse righe di sudore. — È quel medesimo

solfato, che si usa per le viti e per pulire le botti; forse non è molto

puro, ma guardi. —

Ne versò sopra un mattone del pavimento poche gocce, che vi fecero

subito una larga chiazza nera.

— S'immagini poi nello stomaco; egli ha bevuto da quasi tre quarti

d'ora.

— È tardi, — ripetè ancora Checco.

— A ogni modo bevi questo secondo bicchiere di magnesia.

— Perchè? —

La sua indifferenza finì coll'impressionare anche il dottore: io

guardavo ed ascoltavo, sentendomi tremare dentro.

— È finita, lo sa anche lei, mi lascino stare.

— Allora ti ordino un po' di ghiaccio: devi bruciare.

— Ho le fiamme.

— Còricati.

— Mi lascino qui sulla cassa.

— Vuoi che ti mandi via tutta la gente? — gli dimandai.

— Sì, padrone, grazie. —

Uscii col dottore, traendomi l'uscio dietro: la gente tacque.

— Fatemi il piacere di andarvene tutti: il caso è grave, restiamo qui io

e il dottore: uno solo vada a prendere del ghiaccio.

— Io! — gridò la più grandicella delle nipoti, una fanciulletta alta,

secca, snella, scalza, con due grandi occhi luminosi.

— Va' — le insegnò il medico, — a nome mio da Barabba e digli che domani

mattina gli consegnerò io stesso il biglietto. —

Costui aveva in affitto anche la ghiacciaia del comune, e doveva dare

gratuitamente il ghiaccio ai malati su ogni richiesta del medico.

La cucina cominciava a vuotarsi.

— Morirà? — mi chiese a bassa voce Tonio, un altro falegname.

— Certo, — rispose seccamente il dottore.

Ma sul pianerottolo un gruppo di ragazzi si ostinava curiosamente senza

nè sentire, nè capire nulla nel triste dramma di quella casa anche più

triste. Le loro facce giovanili e brutte tradivano anzi quella

inconsapevole compiacenza di essere vivo e sano, che quasi tutti provano

davanti alla morte di un altro, specialmente se egli stesso volle

morire. Infatti nessuno fra la gente, che un momento prima riempiva la

cucina, aveva espresso un sentimento di rammarico: erano stupiti del

caso e se lo spiegavano reciprocamente con qualche parola e con gesti

vaghi di condanna.

— E poi? Che cosa ha fatto? Perchè farlo? —

Una irritazione quasi di collera metteva tratto tratto uno stridore

nelle loro domande: quindi se ne andarono per rispetto mio; altrimenti

sarebbero rimasti come in piazza, con quella curiosità che il rischio o

il dolore dello spettacolo sembrano rendere a mano a mano più cattiva.

Quando chiusi l'uscio, le ragazze precipitarono sgattaiolando per le

scale.

Il dottore guardò l'orologio.

— Che ora è?

— Le nove: io non ho più nulla da fare qui. Veda lei di persuaderlo a

bere questo secondo bicchiere, forse a lei non osa dire di no; ma in

ogni caso, anche se lo beva, la cosa non muterà. Come vuole mai che la

magnesia possa impedire gli effetti dell'acido dopo mezza ora? Adesso

metà, dello stomaco deve essere già bruciata, distrutta: poi avremo il

vomito.

— Dovete cenare ancora?

— Sì.

— Andate, dottore, resto io.

— Vado e torno subito: se sopraggiunge un qualche fenomeno, mi faccia

chiamare. —

Ma la vecchia, rimasta immobile sopra una sedia tutto quel tempo, scattò

subitamente e venne ad afferrarlo per il pastrano.

— Non morirà eh!? — gridò agitando la povera testina rugosa di scimmia:

— che cosa ha poi bevuto?

— Lo sapete pure, me lo avete detto voi stessa, — rispose con un sorriso

il dottore.

L'altra rimase interdetta, e il dottore ne profittò per uscire. Io la

guardavo. Quel tremito nervoso, quasi di paralisi, le dava una certa

vita, mentre negli altri giorni la si vedeva passare come un'ombra lenta

e silenziosa, con due occhi opachi nel viso sucido e sgualcito.

Bisognava fissarla attentamente per riconoscerle una faccia.

Nella piccola cucina, appena illuminata da un mozzicone di candela

dentro un candeliere di legno, v'era un lettuccio, sul quale doveva

dormire lui, una tavola sgangherata nel mezzo, uno sgabello da bambino

sul focolare spento, e alcuni piatti e dei bicchieri sopra un asse nel

muro. Riconobbi per terra la grande sporta rotta delle sue armi da

falegname quando andava a giornata: un tegame di fagioli, con dentro un

cucchiaio dritto nel mezzo stava sul cammino accanto al candeliere di

legno.

La vecchia si tastava le saccocce.

Credetti di capire, e siccome avevo dei soldi nella tasca dei calzoni,

gli diedi tutti, poco più di una lira: ella accettò senza rispondere, ma

seguitava a frugarsi.

— Ecco — esclamò abbassando paurosamente la voce: — mi ha detto di

portarla domani mattina all'esattore; ci guardi lei. Checco è sempre

stato un galantuomo. —

Era una lettera scritta a matita sopra un pezzo di carta turchina

piegato alla meglio.

— Vi sono i suoi debiti, e poi tutti quelli, che ha dovuto fare per le

tasse della casa: sono sei mesi che non paghiamo più le tasse, ci

porteranno via la casa. —

Non sapevo che rispondere: quelle poche righe tracciate da una mano

tremante ed inesperta non spiegavano nulla. Vi potei appena leggere

qualche cifra e qualche nome.

— Vedrà, vedrà che ci porteranno via la casa, adesso. —

Egli medesimo infatti mi aveva più volte parlato di questa paura, la più

crudele di tutta la sua vita dopo che la dote data alla prima sorella lo

aveva costretto a mettere una ipoteca su quel tugurio: poi i debiti

erano naturalmente cresciuti sino a rendergli impossibile di pagare

anche la piccolissima tassa. Benchè sapessi tutto questo da gran tempo,

n'ebbi una nuova dolorosa impressione.

— Intanto Checco morirà!

— Speriamo di no — risposi senza un motivo.

— Chi lo sa!? Gli altri otto sono morti uno per uno — seguitava con voce

fischiante, mentre una smorfia simile ad un riso pazzo e silenzioso le

stirava il viso: — noi poveretti dobbiamo morire come le mosche dal

freddo; anche il mio uomo è morto così, poi Natalino, Palita... Che cosa

è stato? Se Checco non beveva quel mezzo bicchiere, poteva stare qui in

casa sua: invece ci porteranno via la casa, ugualmente. —

Uno scoppio di pianto senza lacrime l'arrestò, ma in quel medesimo

istante udimmo Checco scendere dalla cassa e camminare.

— Nasconda, nasconda, l'altra susurrò precipitosamente correndo

all'uscio.

Egli parve contento che la cucina fosse vuota; ma era orribilmente

pallido.

— Vado a letto.

— Aspetta che ti aiuto.

— No, se ne vada anche lei, la ringrazio tanto, signor Alfredo. —

Capivo che si vergognava di lasciarmi vedere le lenzuola e tutta quella

miseria del letto; però finsi di non accorgermene. Era quasi caduto sul

cuscino sotto la violenza di uno spasimo, che gli torceva le viscere: lo

aiutai a trarsi la giacca, i calzoni, e stavo per inginocchiarmi, quando

s'intenerì ritraendo i piedi perchè non gli slacciassi le scarpe.

— Eh! via, sciocco, non lo faresti tu per me? —

Ma colle mani tremanti vi misi troppo tempo: poi, adagiandolo sul letto,

ricopersi il lenzuolo con quel cencio di coperta e un altro cencio di

mantello ammucchiato sopra una sedia. La notte diventava fredda; la

vecchia, per fare qualche cosa, tentò di rimboccare la coperta meno

larga del letto.

— Hanno portato il ghiaccio? — egli chiese.

— Non ancora: forse la bambina non ha trovato subito Barabba: vuoi

dell'acqua?

— Sì: mi pare di avere nello stomaco un gatto vivo che graffii. —

Bevve, chiuse gli occhi e si calmò.

La vecchia era andata a rincantucciarsi dietro il letto sopra un sedile

così basso che quasi non la vedevo più: qualche goccia batteva ancora

contro le imposte della finestra, e dal mozzicone della candela un filo

lungo di fumo saliva per la parete sucida. Egli tremava: gli misi una

mano sulla fronte sempre così umida e lo sentii rannicchiarsi come se un

freddo gli passasse sotto le carni malgrado la fiamma, che lo bruciava.

Cercava di stringersi quelle poche coperte addosso.

— Hai freddo?

— Bisogna che abbia freddo, se ho da morire.

— Aspetta, cercheremo qualche cosa da metterti sopra.

— No: che ora è?

— Saranno le nove e mezzo.

— Nove, dieci, undici... sarà per le due o le tre. Perchè non fuma? Si

metta almeno a sedere, se non vuole andare via. —

Appena fui seduto, si rattrappì e volgendosi dal mio lato con quel

sorriso inesprimibile tornò a dire, ma la lingua gli si impastoiava:

— Non m'importa più di nulla, purchè muoia! Ma tutta quella gente mi

dava un gran fastidio. Meno male che sono andati via! Se avessi potuto

pensarci, mi sarei ingegnato in un'altra maniera.

— Dimmi la verità, lo hai fatto perchè il conte ti ha cacciato dal

paretaio?

— No. Lo hanno raccontato anche a lei? Sono stato io, che ho voluto

venir via; egli invece mi trattava bene: su questo non mi posso lagnare,

ma la cosa non andava più avanti. Lei mi capisce, — proseguì,

scrutandomi negli occhi per sorprendervi un segreto non meno doloroso

del suo: — erano dei mesi che avevo deciso, poi martedì mattina alle

dieci, quando il conte è entrato nel casotto del paretaio, ho sentito

che dovevo finirla. Non dormivo più, benchè nella casa potessi bere

quanto volevo: mi davano anche del vino buono. —

Le ultime parole si perdettero in un borbottio quasi rantoloso.

— Poi a casa hai sentito di non essere più a casa tua.

— Proprio così. —

Fece ancora uno sforzo colla lingua come se vi avesse qualche cosa, che

non andava giù.

— Potevo farlo subito: invece l'ho fatto questa sera dopo le otto.

— Disgraziato!

— È stato così.

— E non pensavi alla tua vecchia, alle tue nipoti? —

Egli non parve turbarsi.

— Qualcuno aiuta sempre sino a quel certo punto: dopo non c'è più

strada, e addio! —

Ma pronunciò questa suprema parola come le altre. Un'ammirazione lucida

e fredda mi veniva dalla sua indifferenza. Capivo che egli doveva essere

passato per tutti i gradi del dubbio e della resistenza prima di

arrivare a quella calma estranea alla vita. Tutto quanto vi aveva

sofferto, si era già allontanato da lui: adesso nella morte non provava

che l'ultimo imbarazzo della partenza, mentre gli spasimi stessi

scemavano, e nel pallore della faccia tranquilla la sua fisonomia

mutava.

Le due fanciulle entrarono precipitosamente colla sporta.

— Ecco, zio, — disse la maggiore, salendo sopra una sedia a prendere un

piatto, e mettendovi dentro due o tre pezzi di ghiaccio.

Piangeva ancora; egli sorrise, e se li cacciò avidamente in bocca.

— Zio, come stai?

— Bene, andatevi a letto, anche tu, mamma: ci vedremo domani mattina.

Non ho più nulla, è passata. —

Invece la lingua sempre più enfiata dalle bruciature gli si muoveva a

stento dentro la bocca: la vecchia e le due piccine, sospese per non

sapere cosa fare, mi guardavano con soggezione.

— Ti chiami Lisa? — domandai alla maggiore: — va' subito nella bottega

del bolognese a prendere due candele: a momenti sarà qui il pretore.

— Il pretore! — egli ripetè sussultando: — e perchè?

— Non te lo immagini? Verranno a fare il processo verbale: il brigadiere

non è già venuto?

— Sì, quasi subito, — rispose Lisa dall'uscio.

Avrei voluto gridarle di mettersi le scarpe, ma temevo che non le

avesse: l'altra piccina si era cacciata sotto il camino, guardando da

quell'ombra con due grandi occhi lucidi. Anch'essa era scalza, colle

sottanine in brandelli, ma non piangeva.

— Tarderà molto il pretore? —

Udimmo parlare sotto la finestra.

— Eccoli che salgono! —

Infatti entrò col suo passo rigido, il cappello in testa, tutto chiuso

nel pastrano: il dottore, il cancelliere, il brigadiere. Lisa lo

seguivano. Forse non mi riconobbe subito e, venendo dritto a Checco, gli

chiese con voce dura:

— Ah! vi siete ammazzato?

— Sissignore. —

Poi mi riconobbe e salutò:

— Mille scuse, anche lei qui: che cosa è dunque accaduto? —

Non ebbi tempo di rispondere, perchè interrogò subito il brigadiere

seccamente, con tono quasi militare. La sua figura alta e sottile di bel

giovane in quel momento appariva sdegnosa.

— Lei era qui prima del signor avvocato?

— Sì.

— E ha potuto raccogliere che si tratta veramente di un suicidio?

— Lo ha confessato lui stesso.

— Vi siete voluto ammazzare, ne convenite? — si voltò di nuovo a Checco

con frase ed accento più marcatamente napoletano.

— Sissignore. —

Parvero tutti più tranquilli.

Intanto Lisa aveva messa la nuova candela nel candeliere, accendendola

al mozzicone: allora ci sedemmo. Il dottore, che si era accostato a

Checco, notò la sua spaventevole pallidezza e si volse al pretore per

dirgli:

— Eh! la cosa va innanzi.

— Bisogna spazzare qui, non vedi come tutto è sporco? — gridò quasi la

voce grossa del cancelliere a Lisa, mostrandole la tavola e i fogli

bianchi, che si disponeva a stendervi per scrivere. Tutti avevano il

cappello in testa meno io e il brigadiere: mi accorsi subito che il

cancelliere era mezzo ubbriaco secondo il solito, e che il pretore, un

novizio, sentiva crescere il proprio disagio in quella casa così

tetramente povera. Per fortuna il caso era tanto semplice che il

processo verbale ne sarebbe breve.

— Ostrega! — esclamò il cancelliere, veneto di Rovigo, corto e grosso,

che non riusciva a spianarsi sulla sedia spagliata: — scappo giuso per

il buco. —

Anche il pretore ebbe un breve sorriso.

Io ero tornato vicino a Checco. Lo vedevo rabbrividire sotto le coperte

con ambo le mani sullo stomaco, mentre gli occhi umidi di lagrime gli si

sbarravano in un ultimo sforzo. Egli non aveva previsto questa suprema

tortura della legge, che verrebbe ad interrogarlo e a fargli firmare il

verbale della propria morte: quindi tremava di dover rispondere a nuove

domande sul perchè di una simile risoluzione, e sopra i suoi rapporti

colla mamma e le due nipoti. Nella diffidenza dei poveri verso la legge

e i suoi rappresentanti, si figurava che volessero accusarle di

complicità in quel suicidio.

Mi strinse la mano borbottando:

— Glielo dica lei che sono stato io solo.

— Vi chiamate — cominciò il pretore: — scriva cancelliere: vi chiamate

Francesco Landi, non è vero?

— Sissignore.

— Anni?

— Quarantanove, del fu Leonardo.

— Avete la madre?

— Sissignore, Maria Bassi.

— Siete scapolo?

— Sissignore.

— Fate il falegname. Avete voluto ammazzarvi bevendo un bicchiere di

vetriolo comprato nella bottega del signor Roberto Altini colla scusa

che ve ne sareste servito per pulire una botte: avete detto questo al

brigadiere?

— È vero.

— Perchè vi siete voluto ammazzare? —

Egli, mi teneva ancora la mano sotto il lenzuolo, la strinse

convulsamente senza rispondere. Seguì un silenzio; si udiva tremare la

sedia, sulla quale la vecchia si era rannicchiata dietro il letto,

mentre Lisa, sfuggita nell'altra stanza, tornava a guardare dallo

spigolo dell'uscio.

— Metteremo miseria, si capisce, — disse il cancelliere bonariamente,

stringendosi il grosso naso nella mano sinistra, un gesto che gli era

abituale.

Tutti si guardarono: allora il medico si mise a spiegare la patologia

del caso, aiutando il cancelliere, che s'interrompeva spesso nello

scrivere per la difficoltà di stendere quel periodo, il più importante

del processo verbale. Ci vollero almeno cinque minuti: poi il pretore

chiese:

— E la prognosi, dottore?

— Non posso precisare, perchè sintomi di morte immediata non ci sono; ma

il caso non ammette dubbio. Non hai vomitato ancora? — si voltò a

Checco. — Questo sarà il sintomo decisivo della erosione e della

distruzione dei tessuti nello stomaco; se non accadono altre

complicazioni, probabilmente morirà per collapso.

— Potrà vivere qualche giorno?

— Non crederei: c'è da scommettere per domani mattina: però non posso

affermarlo.

— Scriva, cancelliere. —

Parlavano come se nessuno li ascoltasse.

La pioggia ricominciava a battere sulla finestra a piccole percosse come

di dita, che la tentassero, mentre il suo rombo discendeva col vento pel

camino: vidi la piccina raggricchiarsi sullo sgabello, chiudendo con

ambe le mani gli orecchi.

Finalmente avevano finito; anche il cancelliere si era alzato, tutti si

volsero per avvicinarsi al letto.

— Sapete firmare?

— No.

— Come! non sapete firmare voi?

— Non sa firmare, — risposi io seccamente.

— Faremo la croce. —

Era l'ultima parola.

Ma non partirono subito. Dovetti accostarmi; il pretore mi domandò

qualche altra notizia sul caso e sull'individuo; il brigadiere affermò

che era un buon diavolo, il quale si ubbriacava appena ne aveva i soldi,

e che la miseria doveva essere stata la causa del suicidio; il dottore

tornò ancora a spiegare il rimedio della magnesia usta e le probabilità

della morte, alla quale l'alcoolismo non era estraneo.

— Non si muore per bere, — affermò il cancelliere.

— Badate, — ribattè il pretore scherzando.

— La mi creda, sior pretore, non si muore per bevere. Vuole che andiamo?

— Ella resta, avvocato?

— Sì.

— Buona notte!

— Buona notte anche a voi, fatevi coraggio! —

Appena furono usciti, Checco schiacciò il volto nel cuscino per

soffocarvi un singhiozzo; ascoltammo il rumore delle loro parole e dei

loro passi giù per le scale, ma qualcuno risaliva. Era il dottore con

don Giovannino, il cappellano della parrocchia.

— Aspetterò ancora qui per vedere il vomito, — disse il dottore, mentre

don Giovannino colla faccia lunga e sparuta, restava nel mezzo della

cucina; poi mi sorrise timidamente.

— Chi è venuto a chiamarla lei? — domandò Checco borbottando con uno

sforzo penoso.

— Nessuno, sono venuto io stesso a vedere. —

Infatti non aveva preso nè la cotta, nè la stola, nè il mantello. Doveva

averlo mandato l'arciprete, trattandosi di un povero, dal quale non

c'era nulla da guadagnare, o forse anche era venuto spontaneamente come

un vecchio amico di Checco. Tutti gli volevano bene. Don Giovannino era

povero anche lui, non molto intelligente, più timido che sensibile; ma a

forza di stare frammezzo alla gente dolorosa finiva a recarle qualche

sollievo colla sua presenza così poco imbarazzante e la sua volontà

sempre passiva. Non aveva che il vizio del vino se qualcuno gliene

offriva, perchè tutti i suoi quattrini li dava alla vedova del fratello

suicidatosi cinque anni prima.

— Un po' di ghiaccio! — rantolò Checco scosso da una improvvisa

convulsione di vomito; si dibattè indarno e ripiombò colla testa sul

cuscino.

— Ci siamo. —

Don Giovannino rispose a questa parola del dottore con un gesto

d'interrogazione.

— C'è tempo: crede lei che si confesserà?

— Senza dubbio: Checco veniva sempre a messa la domenica.

— Bene! — concluse il dottore.

Invece Checco agitò la testa ad un cenno di diniego. Capii che, malgrado

la sua ingenua bontà, don Giovannino temeva che io potessi influire in

quel rifiuto: quindi lo rassicurai con un gesto. Allora si accostò.

— Vuoi che vada a prenderti il sacramento? Lo vuoi, Checco?

— Non importa. —

L'altro rimase interdetto.

Ricademmo in silenzio, il moribondo si era messo il piatto del ghiaccio

a fianco del cuscino e ogni tanto se ne cacciava un pezzetto in bocca

tenendo sempre gli occhi socchiusi. Doveva soffrire orribilmente, ma

resisteva. A un tratto sporse la testa dal letto fra uno schianto di

tosse simile ad un urlo, e vomitò finalmente una bava nera lunga, che

non gli si poteva staccare dalle labbra e colava adagio verso terra.

— È lo stomaco, — mormorò il dottore.

Io mi ero alzato per sorreggere quella testa diventata fredda quanto il

ghiaccio: poi tutta la pelle gli si cosparse come di una rugiada, mentre

colle mani seguitava a raspare sulla coperta. Ansò lungamente.

Quando si riebbe, la sua fisonomia era nuovamente mutata dentro un

pallore di vetro sporco: mi riaccostai per pulirgli il mento col

fazzoletto.

— Si è tutto sporcato, badi, — mi disse poco dopo con una tenerezza

nell'accento, che mi fece male, perchè la sua faccia rimaneva immobile

come una maschera.

La vecchia e le bambine circondavano il letto, don Giovannino era uscito

in punta di piedi, mentre il dottore sembrava aspettare un altro sforzo

di vomito.

Invece Checco si riadagiò sul cuscino, cercando di spianarvi la testa

per dormire. Mi pareva una cosa impossibile, ma credetti d'indovinare il

perchè di quel tentativo.

— Lasciamolo riposare: voi potete andarvene a casa, dottore: resterò qui

io.

— Perchè vuol rimanere solamente lei?

— Andate, fra pochi minuti tornerà don Giovannino; allora me ne andrò io

pure.

— Non c'è più niente da fare. —

Checco riaprì gli occhi.

— Andate, — ripetei quasi con tono di comando: — vi manderò a chiamare

se ne torni il bisogno. —

Egli, rimasto sino allora coll'intenzione di farmi un piacere, capì

forse qualche altra cosa nel mio accento ed uscì.

— Adesso a voi altre, — mi volsi: che cosa volete far qui? È tardi,

andate a letto. —

Lisa lasciò sfuggire un singhiozzo. Mi affrettai a troncare la scena,

spinsi le fanciulle e la vecchia verso il capezzale. Checco fece uno

sforzo per baciare l'una e le altre, poi richiamò la più piccina per

accarezzarla ancora sulla testa. Una fiamma gli si era accesa negli

occhi.

— A letto, a letto, come dice il signor Alfredo: ci vedremo domani

mattina, non ho più niente. —

Malgrado lo stento delle parole, che parevano un gorgoglio, si sarebbe

potuto crederlo persuaso della loro verità, tanto la sua faccia ed il

suo gesto erano sicuri, ma le donne rimanevano ancora lì nel mezzo, non

avendo forse capito quelle spiegazioni del medico e del processo

verbale. Poi Lisa scappò nell'altra camera a prendere il candeliere, e

si mandò innanzi la nonna coll'altra piccina.

Checco sospirò.

— Tutti quei signori ti hanno fatto soffrire, — dissi per deviargli il

pensiero.

— Coi poveri fanno sempre così; ma è finita.

— Vuoi che vada via?

— Lei, padrone!

— Don Giovannino tornerà a momenti: se hai bisogno di restare solo con

lui... —

Egli scosse la testa:

— Don Giovannino non capisce; ma anche lei sarà stanco.

— Sai pure che non mi corico mai che a giorno.

— Anche lei non dorme! —

Tornai a sedere accanto a lui.

Adesso non poteva quasi più parlare, e il suo volto ridiventato di un

pallore cinereo aveva già l'opaca fisonomia della morte: la fronte

pareva più alta, le guance gli si erano scavate, mentre i baffi fra i

grumi del vetriolo e della magnesia gli si arruffavano dritti ed

ineguali come peli di una vecchia spazzola. Eppure una volta era stato

un bel giovane. Me ne ricordavo ancora perchè aveva fatto per qualche

autunno l'uccellatore meco in un paretaio che non ho più; nelle altre

stagioni stava col babbo falegname, lavorava forse meno di lui, ma

capiva di più e beveva altrettanto. Era questo il vizio di tutta la casa

e che ne aveva fatalmente determinata la rovina: bevevano tutti,

campando come gli uccelli con una allegria negligente e trionfatrice

finchè la gioventù potè aiutarli. Checco il primogenito esercitava una

certa autorità, gli altri fratelli non avevano nè la sua intelligenza,

nè quel suo corpo robusto e ben fatto: sembravano anzi malaticci,

specialmente l'ultimo, che fu il primo a morire. Lo chiamavano anche in

casa «l'antico», triste nomignolo affibbiatogli dai compagni a scuola.

Infatti era come uno di quei vecchi senza barba e senza età.

A poco a poco la casa si era vuotata: la sorella maggiore se ne andò,

esigendo quella dote, che li costrinse a subire il primo debito e la

prima ipoteca; un secondo fratello aveva preso moglie, oziato,

mercanteggiato, bevuto, ed era morto lasciando agli altri la vedova e

tre bambine: un altro era finito nella Svizzera, un altro in America,

poi il babbo, una sorellina, una nipotina, tutti, meno Checco, che

rimaneva colla vecchia e quelle due fanciulle.

Egli aveva allora mutato: mentre prima andava a giornata nelle case dei

contadini e dei signori, per sorvegliare le piccine e guadagnare di più,

tentò di aprire bottega, e fu peggio. Perdette gli antichi avventori

senza acquistarne dei nuovi, la miseria gli crebbe intorno, lottò

indarno, a lungo, senza lavoro, quando non aveva più un soldo,

chiudendosi in quella cucina a piangere colla vecchia e le due bambine.

Quindi la sua fede e il suo amore si disfecero nella prova atroce.

Gli ultimi mesi, prima di mettersi come uccellatore col conte, aveva

cominciato a vendere le proprie armi da falegname per bere, ma andava

sempre nella stessa osteria della _Margheritona_, uno stambugio lercio

ed oscuro, a rincantucciarsi nell'angolo del camino senza parlare.

Un nuovo singhiozzo di vomito gli squassò la testa sul cuscino.

Don Giovannino era già rientrato, fermandosi quasi sull'uscio ad un mio

cenno. Passò ancora del tempo, non parlavamo. A poco a poco don

Giovannino si era seduto sopra una scranna vicino alla porta,

distendendosi sulle ginocchia la cotta e la stola, sopra la quale teneva

ritto il barattolo dell'olio santo.

L'orologio della piazza suonò le undici. Nell'altra stanza si udivano

russare tutte e tre, la vecchia e le piccine. Forse la stanchezza,

l'emozione, le avevano vinte, e il dolore della crisi era già passato,

oltre quella certezza che non c'era più niente da fare per Checco, il

quale, anche vivendo, non avrebbe alla propria volta fatto più nulla per

loro.

— Poverette! — egli mormorò avvicinandomisi colla testa.

Io solo stavo ancora con lui, mentre don Giovannino non aspettava che il

momento estremo per alzarsi e cominciare le preghiere della morte. Ma

Checco se l'era sentita venire incontro dal sonno di quelle tre

creature, per le quali aveva tentato invano di vivere gli ultimi anni:

anch'esse lo avevano già abbandonato.

Gli posi una mano sulla fronte.

— Debbo andarmene?

— Lei è l'ultimo: senta. —

Ascoltavo fremendo.

— È passato tutto! quando sarò morto, non vi deve essere altro, ecco!

— Vuoi che provi a mandar via don Giovannino? — dissi piano.

Evidentemente questi non poteva intenderci: io stesso stentavo a capire

il borbottamento doloroso di quelle parole.

Checco si portò una mano alla gola.

— Che cosa m'importa: sarà come quando andavo a messa... invece non c'è

niente. Se egli vuole, mi confesserò anche. —

Era un fremito della prima fede o l'ultima superiorità della sua

indifferenza dinanzi alla morte?

Fece ancora un gesto vago.

Nella cucina il freddo e il silenzio avevano mutato. La candela bruciava

sul camino, agitando lunghe ombre per la parete; la pioggia non batteva

più alla finestra, ma si udivano piangere le grondaie tristamente. Egli

moriva come aveva vissuto quegli ultimi anni, lottando contro un dolore

accanito, senza che un'anima rispondesse mai alle grida, che gli

salivano dal cuore e gli si arrestavano sulle labbra. Come quei nomadi

che si sdraiano per morire in qualche luogo sconosciuto senza la

speranza di riconoscervi alcuno, egli era già solo prima di essere

morto. Domani mattina la gente alzandosi chiederebbe curiosamente di

lui, a che ora era spirato, se si era confessato, e discuterebbe ancora

disapprovando; poi qualcheduno, forse un amico della giovinezza, si

darebbe dattorno per mettere insieme il danaro della cassa. Vi è sempre

chi si impressiona di questa estrema miseria: è più facile trovare dieci

soldi per seppellire un morto che cinque per curare un malato. La

vecchia e le piccine s'ingegnerebbero a cavare qualche profitto da

quella morte senza intendere la profonda tragedia. Egli le aveva amate

nell'ultimo tempo col fervore di quelli che, essendo soli, si attaccano

ad un altro magari più debole per non sentirsi abbandonati: se aveva

bevuto, aveva pure pianto rimproverandoselo mutamente, ma le resistenze

dell'anima sono anch'esse limitate, e spesso bisogna bere per non

piangere.

Mi ricordai l'ultima volta che lo avevo visto ubbriaco alla festa di San

Matteo, piccola fiera campestre per le aste da abbacchiare i marroni e

pei richiami da paretaio. Egli stava seduto sul parapetto del ponte in

mezzo alla gente, cogli occhi imbambolati: non vedeva alcuno, il suo

volto era di una tristezza insopportabile.

Mi fermai per offrirgli un sigaro toscano.

— Hai bevuto?

— Non basta più, padrone. —

Infatti aveva bisogno di morire.

Improvvisamente si contrasse sotto una più fiera violenza di vomito:

questa volta un fiotto nero gli eruppe impetuosamente dalla bocca; si

dibattè e qualche grido rauco gli sfuggì fra quei crolli, che parevano

spezzarlo. Anche don Giovannino accorse per sostenerlo; poi, vedendolo

disteso sul letto quasi cadavere, si mise con mani tremanti la cotta, vi

pose sopra la stola e cominciò le preghiere.

Nè la sua voce, nè la sua faccia esprimevano nulla: diceva quel latino

come avrebbe detto qualunque altra parola senza intenderla, come

l'indomani verso sera ripeterebbe altri versetti sulla bara. La sua

faccia era stanca, l'occhio assonnato.

Ma l'altro si rialzò ancora per cercare nel piatto un pezzo di ghiaccio.

Quanto avrebbe potuto durare in quella lotta? Perchè certe agonie sono

così inutilmente lunghe?

Mi stese la mano:

— Addio, padrone. —

Compresi. Mi chinai, gli presi con ambo le mani la fronte e vi deposi un

bacio.

Fuori nella notte buia ricominciava una pioggia minuta e silenziosa: un

cane tutto bagnato venne adagio ad annusarmi, e tornò indietro a testa

bassa. Il paese dormiva nell'ombra, rotta lontanamente dalla luce dei

due fanali a fianco del mercato, perchè l'altro, lì presso, sull'angolo

della casa, si era spento. Andai dietro la rimessa della corriera, in un

cortiletto, a battere sulla finestra di una stalla: un altro disgraziato

vi si è potuto finalmente ricoverare da qualche giorno per carità del

padrone, che non riuscì in questo semestre ad affittarla.

— Virgilio! —

Era desto, venne ad aprirmi nudo.

— Vuoi farmi il piacere di andare da Checco, il falegname: sai tutto eh!

È rimasto solo, non c'è più nessuno che gli badi.

— Poveraccio! Quanto camperà?

— Qualche ora forse. —

Questa mattina mi ha raccontato la sua morte.

— Ne ha vomitato, ne ha vomitato di quella roba nera! Ma non si

lamentava, ha capito sino all'ultimo.

— Che cosa diceva?

— Niente..... poi si è voltato verso il muro, e ha finito. —

Ombre di occaso · 第 19 / 30 题