Il duca è partito.
Un mio compagno di università, da molti anni assessore delle scuole, gli
recò al Quirinale il saluto di Roma distratta da una delle solite crisi
ministeriali: qualche giornale aggiunse un augurio, poi null'altro. A
quest'ora egli è già sulla via di Torino, domani o posdomani passerà le
Alpi affrettando nell'impaziente pensiero la corsa del treno attraverso
le campagne francesi, verdeggianti in questi primi giorni di maggio; la
sua prima meta è in un porto della Scandinavia, l'ultima al polo non
anco violato da alcuno.
Tornerà egli?
Non importa. Il suo cuore deve essere ancora gonfio di una emozione
senza nome, ripensando a tutta la gente lasciata nella vita ordinaria;
al re, ai fratelli, alle amiche, le quali tentarono per rattenerlo il
dolce sorriso: a suo padre, a sua madre morti, che non possono più
tremare segretamente della sua partenza. Egli ha voluto. Passeranno
forse trenta o quaranta giorni prima che la sua _Stella polare_ possa
salpare l'àncora, ma l'impresa irrevocabile ha sollevata già la sua
anima nella gloria fredda della morte. Che egli soccomba lassù, nel
deserto del ghiaccio, forse solo dopo l'ultimo cane e l'ultimo compagno,
o ritorni colla fronte radiosa del grande segreto vinto, la sua vita di
giovane duca nelle più belle capitali d'Italia è già morta.
Nel nostro spirito vi sono frontiere, oltre le quali diventiamo
stranieri a noi stessi, perchè non potremmo più rivarcarle per
riprendere ciò che vi abbandonammo; che cosa significherebbe infatti un
ritorno? La religione e l'amore, l'arte e la scienza, non si rivelano
che al di là di esse e, come la morte, concedendo a qualcuno di
ritornare, non gli consentono più l'esistenza di prima.
Così coloro, che la nostalgia del mistero attrasse nell'infinito, ne
rimangono il segno, e i loro occhi guardano sempre lontano, e una
distrazione di sogno li rende egualmente riconoscibili ed incompresi: si
chinarono sull'abisso e l'abisso soffiò loro sulla faccia. Incontrandosi
a caso, s'intendono come i barcaioli di Venezia con una sillaba
inintelligibile: talvolta la folla li segue, ma un'arcana distanza li
isola fra la moltitudine, alla quale appartengono solamente come i
fanali alla notte. Comunque si allontani Colombo verso l'America o
Galileo nel cielo, entrambi al ritorno saranno del pari disconosciuti;
che Empedocle sparisca dentro l'Etna o Andrée al polo, la loro passione
serba alla gente il medesimo segreto: altri li seguiranno per cammini
diversi, ad altri più infelici ogni cammino sarà precluso senza che la
tragedia umana muti per oscurità di silenzi o per splendori di gloria.
Adesso che egli è partito, il cuore di molti lo insegue nella rapida
corsa verso quella spiaggia scandinava, alla quale si dondola il
vascello dell'eroica scoperta. Già l'estate ed il giorno cominciarono
anche al polo; i cani esquimesi sono in viaggio verso il convegno, il
mare di Kara aperto come quello delle altre terre, e i suoi venti e le
sue acque, che sanno il segreto tremendo, mormorano misteriosamente.
Bisogna affrettare la partenza. Quei pochi, i quali chiesero indarno o
solamente desiderarono di partecipare all'impresa, si aggirano col
pensiero intorno alla nave, guardando, sospingendola come i prigionieri
fanno intorno alla carrozza, che li sottrarrà agli occhi insolenti della
folla; anch'essi hanno fretta che la _Stella polare_ si perda nella
lontananza del mare col loro sogno, perchè a loro soltanto è dato sapere
quale dolore possa venire da un rifiuto, e quanta nuova solitudine cada
sopra un'anima, che non potè partire per un viaggio senza ritorno.
Il duca non lo sa.
Il suo spirito sentirà tuttora i fremiti tormentosi dell'orgoglio come
in un mattino di battaglia, quando il calpestìo dei soldati pare già un
murmure di applausi, e le bandiere fluttuano, i cavalli nitriscono,
l'aria vibra, il sole splende. Dietro di lui i monti scandinavi
nereggiano nelle verdi profondità; dinanzi il mare ha un azzurro diverso
dall'azzurro italiano, mentre le sue piccole onde rompendosi susurrano
altre parole, e gli uccelli vi battono l'ali con dissimile volo. Intorno
a lui la vita dei pochi compagni ferve intensamente; già fra essi
scemarono le differenze di grado: una secreta fraternità, quasi una
prima ebbrezza, mutò qualche cosa nei loro modi e nei loro accenti. I
giorni e le notti si fanno più brevi al lavoro e lunghe all'attesa;
un'attenzione di pericolo vigila ogni preparativo; ciascuno scruta ed
avvisa; il duca ascolta e ordina; tutte le volontà sono tese nella
battaglia già incominciata, nell'orgasmo della sfida, che si rinnova ad
ogni minuto. L'Italia, il mondo, sono lontani: forse qualche ricordo
ritorna sui cuori come una nuvola sul mare; ma subito una voce di
appello, un gesto frettoloso di comando, un urto improvviso di
difficoltà sospendono o precipitano tutte le forze ad un intento,
restringendo quasi in una sola le loro vite. Come saprebbero essi quella
di coloro, ai quali nessun viaggio sorride più? Forse qualcuno aveva
voluto andare al polo per uscire dal mondo attraverso una solitudine
vuota come il proprio cuore, immutabilmente silenziosa. La morte non è
spesso abbastanza diversa dalla vita per potervisi rifugiare. Talvolta
prima di arrivare ad essa bisogna sopportare l'ultima degradazione,
sentendosi intorno nel disprezzo, forse nel trionfo degli altri,
l'intollerabile caparbietà di una ingiustizia, che ci provoca a nuove
rivolte e profana il nostro coraggio. Nella suprema vittoria della morte
si mescola quindi una ignominia di sconfitta: ascoltiamo anticipatamente
i giudizi di coloro, che crederanno di aver saputo abbastanza di noi per
fare il processo alla nostra agonia colla superbia di uno spettatore, al
quale ogni tragedia non offre che un nuovo tema di conversazione, perchè
il suicida ha quasi sempre torto per tutti, anche se la sua morte fu un
delitto di altri. E allora diventa troppo triste sapere prima che il
nostro cadavere resterà in ostaggio alla volgarità degli amici e dei
nemici!
Così qualcuno non osa più morire.
Meglio partire per una guerra, quando le piazze tumultuano di
entusiasmo, e mascherato da fantaccino cadere fra lo schianto di una
battaglia; o uscire silenziosamente una notte dalla propria casa,
attraversando la piccola città oscura, e salire sul primo treno senza
rivolgere la testa. Perchè rivolgerla? Chi salutare? Coloro, che sono
amati, non partono per la morte: coloro invece, che partono per la
gloria, sanno di essere attesi. Tanto meglio per loro. Ma vi è qualcuno,
il quale da tempo non crede e non spera più.
Anch'egli aveva pregato un amico di ottenergli dal duca un invito,
sapendo di meritarlo e che nullameno gli sarebbe negato. Invece fu
peggio. L'amico ed altri, deputati e senatori, che credevano di
conoscerlo per aver letto i suoi libri, giudicando impossibile tale
domanda, lo sconsigliarono dal viaggio troppo pericoloso perchè l'onore
di scriverne i commentari fosse una scusa sufficiente. A che cercare
infatti un motivo letterario al polo? Essi non avevano capito. Lo
scrittore aveva già mandato alla Nuova Antologia un articolo sopra
Andrée, colla fanciullesca lusinga che il duca nel leggerlo potesse
intenderne l'appello supremo: ma invece l'articolo non era stato ancora
stampato.
Bisognava tacere e restare.
Mentre il duca partiva da Roma, lo scrittore tornava in bicicletta alla
propria villa, sotto un crepuscolo piovigginoso. La stretta valle,
asserragliata nel fondo da un ciclopico muraglione di gessi, pareva
singhiozzare nella sera: gli alberi ancora stillanti lasciavano cadere
lagrime sonore ad ogni soffio di vento sulla strada deserta e fangosa.
Poi l'ombra crebbe sospendendo lunghe gramaglie a tutti i rami; alcuni
uccelli si richiamavano fra le siepi con brevi strida trepidanti. Egli
non veniva da lontano, ma era stanco: vide dallo scorcio del ponte, sul
fianco della propria villa, il profilo squallido della torre, e il nero
antico cipresso solitario, quasi più alto di questa. Quando giunse sul
prato, un fanciullo, solitario anch'esso, guardava coi grandi occhi
pensosi la sera dallo scalino della porta. La tenebra era già nella casa
silenziosa: lo scrittore appoggiò la bicicletta al muro, e tornò
indietro. Il suo pensiero era invecchiato sotto quella torre, nella
quale i topi famelici avevano più di una volta distrutti i piccioni, che
vi nidificavano: adesso qualcuno di questi, uscendo da minuscole casette
incastrate nella facciata, volava ancora per l'aria grigia fra le
rondini delle grondaie: le galline si erano rifuggite nel pollaio: solo
il grande anitrone muto, rimasto vedovo nell'inverno, stava immobile fra
l'erba alta del prato. La sua testa, diventata quasi bianca su tutto il
corpo nero, si scosse appena, mentre la bocca gli si apriva ad un rauco
soffio di saluto; poi, dondolandosi pesantemente sulle palme, rientrò
nella stalla vuota.
La casa era anche più triste della sera: lunghi brividi passavano per la
campagna.
Non vi è ora più mesta del tramonto per coloro che non sanno ove andare.
Il pensiero dello scrittore fuggiva lontano per quell'ombra verso la
spiaggia oscura, alla quale correva in quell'ora il duca degli Abruzzi.
Perchè questo principe giovane, quasi bello, aveva voluto esulare dal
mondo, mentre la primavera raggiava tutta intorno di sorrisi, e le donne
gli apparivano ancora dentro l'incanto del desiderio? Quale profondo
dolore, quale eccelsa gioia gli aveva detto la propria irresistibile
parola? Era partito per tornare, o come Andrée cercava al polo la
bellezza segreta di una morte lungi da ogni volgo? Certamente per i suoi
compagni l'avventura non aveva altra seduzione che l'originalità dei
rischi e l'ammirazione della gente, alla quale ogni grandezza diventa
spettacolo ed ogni grand'uomo un attore; ma difficilmente la vanità
dell'applauso basta a destare in un'anima la passione di Prometeo. I
capitani delle inverosimili conquiste, gli argonauti dei mari
misteriosi, tutti i profanatori del secreto, che ricinge la nostra vita,
si sentirono nelle lunghe ore della preparazione sospingere dal soffio
gelato della morte; l'amore stesso l'invoca nel delirio supremo e,
mentre le fiamme dissolvono la sua ultima impurità, vorrebbe vanire
nella pura luce bianca dell'empireo.
Ma forse il duca non volle salpare che verso la gloria più lontanamente
difficile agli occhi di tutto il mondo.
Nel suo cuore di soldato ferveano profonde ed eroiche le memorie degli
avi discesi come uno stormo di falchi dalle torri di Morienna su le
valli alpine a ghermirvi ferocemente corone marchionali e principesche:
e poichè nella prosaica vita moderna nessuna bella avventura è concessa
alla fantasia di un principe, cercò al di là di ogni confine, nel
mistero del polo, la più intrepida ed inutile delle umane conquiste. Già
con pochi compagni un anno prima aveva valicato l'Atlantico per salire
la cima dell'Alaska, un immenso cono di pietra e di ghiaccio, indarno
tentato dalle più temerarie superbie di America, senza altro scopo che
di respirare lassù, dove nessun uomo aveva ancora respirato,
piantandovi, simbolo effimero di trionfo, la bandiera antica dei Savoia.
Ma il polo l'affascinò. L'esploratore Nansen, reduce dal più ostinato e
fortunoso dei viaggi verso l'irraggiungibile meta, gli apprese in lunghi
racconti tutte le meraviglie di quel mondo, nel quale la notte è così
simile al giorno, e il silenzio così puro sull'immacolato candore del
ghiaccio.
Tutta la nostra vita finisce lassù: nessuna traccia vi significa
l'immensa tragedia del nostro pensiero; la natura stessa vi si nascose
dentro una armatura di cristallo, sulla quale la luce si rompe in baleni
silenziosi.
Tratto tratto l'armatura si fende e un'acqua scorre fra vitree pareti,
che tosto un soffio più gelato rinsalda con un fracasso di macigni
lanciati da una catapulta su muraglioni frananti. Qualche orso più
bianco di quella solitudine vi erra come un fantasma dentro un sogno,
raddoppiandone il mistero. Come vivono gli orsi lassù? La loro fame per
quanti di quei crepuscoli senza giorno e senza notte si allunga? Che
cosa cercano sulla immensa lastra di quel deserto? Talvolta fra le
spaccature dell'immenso specchio appare una foca dalla faccia rotonda di
donna, battendosi con ingenua civetteria le larghe e brevi mani sul
ventre, mentre guarda coi grandi occhi buoni, che sanno anche piangere.
Tal'altra una procellaria, messaggiera misteriosa, passa come un soffio
e dilegua. Dove? Che cosa vi è al polo? Lo ha essa attraversato? Il polo
non è una tentazione che per noi, e, come tutti i misteri, rivelandosi
non ci toglierà che una illusione: non importa. Meglio lassù a fianco
dei cani, che tirano le slitte cariche delle ultime provvigioni per
quella landa rotta da canali, sbarrata da trincee di ghiaccio,
respirando un'aria a cinquanta gradi sotto zero, colle lagrime
incastrate dal gelo negli occhi come i dannati della Caina, che qui nel
verde insopportabile di questa valle, senza amore, senza gloria,
nell'ozio del pensiero, nel deserto della propria anima!
Io pure sognavo, mio principe, di venire con voi.
Tutta una notte di questo inverno il mio spirito aveva gridato dietro
Andrée, l'eroe bello, volato a quel medesimo polo, cui vorreste giungere
coll'industre coraggio e colla instancabile pazienza del pellegrino; ma
scrivendo pensavo a voi, come all'amico atteso tutta la vita per
compierne finalmente l'ultima solenne giornata. Prima di voi, meglio di
voi, avevo rifatta col pensiero la strada di tutti coloro, che vi si
erano perduti o n'erano ritornati: sempre, ne' miei giorni più vuoti e
nelle mie notti più lunghe, erravo per quella solitudine senza cercarvi
una meta. Se per la fede di quelle pagine, che non leggerete, mi aveste
detto: — Venite, siate l'aedo della mia nave — forse nel tremito della
riconoscenza vi avrei confessato la menzogna. Non ho saputo essere il
poeta di Andrée, non potevo diventare il vostro: bisogna credere alla
bellezza della vita perchè l'amore ci ascolti, o almeno a quella della
morte perchè la gloria ci risponda. Io non sono un poeta, non ho più
nell'animale speranze che cantano, non mi veggo più dinanzi i fantasmi
che insegnano la strada.
Nullameno vi avrei seguito lassù inutilmente: che cosa avrei infatti
potuto trovarvi? La mia gloria era altrove, e l'ho vista sparire adagio,
per sempre, in una lontananza ben più incerta, in un crepuscolo ben più
triste di tutte le aurore boreali. La verginità del polo non vale per me
più che una verginità di donna o di casa; comprendo la compiacenza di
entrare primo per incidervi il proprio nome, ma il mio orgoglio non ne
palpita più dopo l'ultima abdicazione. Come quei pellegrini, che durano
a camminare, giacchè, fermandosi, non vorrebbero più alzarsi, vi avrei
accompagnato fedelmente per aiutare la vostra costanza colla mia
indifferenza, o per aprirvi la solitudine del mio cuore il giorno che
quell'altra vi avesse fatto paura.
Forse voi non sapete ancora che cosa sia il deserto.
Se quell'illustre deputato, vostro amico, avesse osato parlarvi di me
prima che i modi statuiti all'impresa vietassero di aggiungervi un
inutile scrittore, ieri sera sarei balzato in sella verso la città ove
nacqui, e nella quale non abito quasi più. L'anno passato vi era ancora
un buon ragazzo, il mio maestro di bicicletta, che morì anche col dolore
di non averne mai potuto possedere una. Non so perchè, ma sento che
sarei andato a deporre la mia sotto la sua finestra, in quel giardinetto
presso l'antica stazione della ferrovia. Il villino, non più suo, adesso
è vuoto, riverniciato, azzimato quasi per la festa di un nuovo effimero
lusso; ma veggo ancora all'ultima finestra del pianterreno, a sinistra,
quel povero ragazzo scarno, coi grandi occhi infossati, il giorno che
andai a mostrargli la mia nuova _Prinetti_. Nelle sue pupille bruciò un
lampo di desiderio, ma il suo sorriso fu senza invidia. Poco dopo morì
come un uccello: egli era il mio piccolo compagno, l'ultima innocenza
della mia vita. Quante volte non sono partito dalla città col cuore
superbamente chiuso, perchè non v'entrasse l'umiliazione di essere così
solo! Allora credevo che alla mia anima basterebbe la gloria come un
altro amore più vasto e più luminoso, con le medesime tenerezze e i
profondi abbandoni. Ma nemmeno questo fu vero. Sarei quindi partito col
primo treno, nascondendo la testa nell'angolo di qualche compartimento
vuoto per non riaffacciarmi allo sportello, quando il sibilo della
vaporiera mi avrebbe sferzato l'orecchio come un supremo sarcasmo.
Che importa, purchè l'ultimo?
Anche questa mattina piovigginava. I primi colli dell'Appennino, dietro
i quali è passata quasi tutta la mia vita, sarebbero fuggiti nella luce
crepuscolare davanti al finestrino del vagone come per una incertezza di
sogno; avrei sentito coll'instintivo terrore di una novissima sensazione
l'anelito violento della locomotiva, i suoi crolli cupi sui ponti, lo
scricchiolìo de' suoi ondeggiamenti nelle curve, tutto l'impeto della
sua forza costretta dalle rotaie e che rugge per la caminiera, ansa e
trema, fuma e fischia. Lungi, lungi è la meta, più lungi ancora dilegua
il passato. I campi verdi, i colli violacei, le stazioni, le città
vaniscono nella corsa davanti al pensiero fiso sull'immenso deserto
polare: lassù è la meta, lassù il silenzio, lassù la solitudine, che gli
uomini non potranno mai profanare. Voi non riuscirete, mio principe, a
segnarvi una strada: la vostra idea non vi passerà che come la
procellaria sopra una linea invisibile, il vostro piede non vi lascerà
un'orma più precisa che il piede di una volpe bianca. Se qualcuno dei
vostri compagni morrà, gli taglierete nel cristallo una tomba diafana,
dentro la quale dormirà incorruttibile nei secoli: v'inginocchierete a
pregare; poi i cani si rialzeranno per tirare le slitte, e che il vostro
Dio vi accompagni! L'inverno è pronto e lungo lassù: raddoppiate il
coraggio, non abbiate pietà dei cani nè di voi stesso, perchè i giorni
dell'ultima spedizione vi saranno contati come a Nansen. Come a lui, gli
abiti vi diventeranno di vetro nel giorno, e quel vetro ridiventerà
acqua dentro il sacco di pelle, nel quale vi caccerete la notte per
dormire: i vostri cronometri si guasteranno, vi mancheranno le
provviste, dovrete nutrire i cani vivi coi cani moribondi, nutrirvene
voi stesso; vi si romperanno la tenda e il canotto, e, come a Nansen,
non vi resterà che un compagno, una carabina, qualche cartuccia e la
lampada del fornello. Andate, andate, la meta è ancora lontana: forse
Dio, che vi aspetta lassù, disse misericordiosamente alla Morte di
venirvi incontro.
Dove è morto Andrée?
Nessuno lo sa.
Ma allora imparerete perchè volle morire, non lasciandosi dietro, fra
noi, che uno stupore di sogno.
Forse io non avrei potuto seguirvi fino là: non sono più giovane, non so
nuotare, pattinare, remare, tiro male di fucile, non ho provato che un
freddo di diciotto gradi, l'anno nel quale morì la pineta di Ravenna.
Hanno avuto ragione coloro che non vollero chiedervi per me un invito:
per accompagnarvi lassù bisognava meritarlo altrimenti che per qualche
libro stampato o per non sapere più dove andare. Si può soffrire anche
qui al cuore un freddo più intenso che al polo; vi è anche qui un
deserto nel quale si è sicuri di rimanere soli; si può anche qui
camminare verso una meta irraggiungibile.
Vincitore o vinto, voi potete tornare, mio principe: io invece avrei
dovuto restare lassù, e probabilmente voi solo vi sareste qualche volta
ricordato di me.