I grandi poeti non amano la musica.

Essi pensano inconsciamente per imagini, e l'eccellenza deriva in loro

dal vedere ciò che gli altri non veggono dal vederlo più intensamente.

Tutto si personifica nella loro fantasia, le idee più astratte e le cose

più morte: prestano un'anima alla materia, i caratteri umani a tutte le

anime, quindi cercando l'essenza s'indugiano nella scoperta e

nell'adorazione di ogni forma. La musica non è per loro che una

vibrazione della parola, come pei pittori l'ombra è un prolungamento dei

corpi. La musica vera, che canta sopra sillabe slegate, effondendosi in

un infinito vuoto e palpitante, finisce per irritarli: il loro occhio

cerca involontariamente i contorni di una figura, la loro passione si

condensa in un carattere, le loro idee si atteggiano in una scena.

I grandi poeti hanno la precisione dei grandi scultori; i grandi retori

invece prediligono le apparenze capziose del colore nel labile incanto

della visione: ecco la prima differenza fra Dante e Victor Hugo. Per i

poeti il canto non può oltrepassare mai la parola: essi vivono nel

verbo, e gli chiedono ad ogni istante una resurrezione.

Non credete quindi, signora, ai poeti che vi dicono di amare la musica,

e sopratutto guardatevi dallo stimare Wagner un poeta per avere

raffazzonato nei propri libretti alcune vecchie saghe.

Un poeta vero sentirà sempre che un melodramma non può essere un dramma:

avvolgere questo nella musica sarà per lui come immergere un quadro

nell'acqua: i colori si squagliano e le figure si confondono. L'anima

nel canto si abbandona ad una esultanza di liberazione da tutti i

vincoli della vita reale; nel dramma invece i caratteri debbono

irrigidirsi disciplinando le forze nella necessità della lotta, e poichè

la morte vi diviene la prova suprema della vita collo spezzare coloro

che questa non sa mutare, uno spietato egoismo di naufragio rivela dalla

scena l'ultima verità delle anime.

Se il canto sale spesso dal dramma, non può esserne il linguaggio

continuo: qualcuno avrà forse cantato anche nelle mischie più atroci, ma

nessuna musica espresse mai il tumulto della loro strage. Leggete una

battaglia di Erodoto o di Tolstoi, e confrontatene in voi stessa le

sensazioni con quelle del famoso coro delle Walkirie; dalle pagine dei

due grandi scrittori vi verrà il freddo della morte, nelle voci delle

nordiche amazzoni non sentirete che una minaccia festante e spavalda.

Ma il pubblico, dimentico di ogni altra arte, diserta tutti i teatri per

quello dell'opera.

Nel nostro tempo la poesia e la scultura non sono più intelligibili che

a pochi iniziati, la pittura non lusinga in noi che un bisogno di

decorazione: le esposizioni si ripetono come mercati di privilegi e

privilegiati, pellegrinaggi di piacere, un affare politico o

industriale, quasi sempre losco, raramente fortunato. Il lusso effimero

e volgare della nostra vita non ci consente la passione dei capolavori;

il nostro spirito, saturo di scienza, d'incredulità, di noia, di vizi e

di dolori, non si contempla più che nella prosa, e non chiede alla

musica che una distrazione. Quella vera, che canta sul confine della

poesia, sarà sempre solitaria ed individuale: sul teatro invece diventa

come la folla, si confonde colla pittura e col ballo, rende

inintelligibile la parola sopraffacendo la voce del cantore cogli

istrumenti dell'orchestra, mentre il pubblico, sedotto dalla verità dei

costumi, crede di riconoscere i personaggi ed applaude a se stesso per

aver saputo riunire così facilmente la magìa dell'indefinito alla

bellezza plastica del verso e alle evocazioni del dramma.

L'opera condensa oggi tutte le arti nel teatro come il romanzo riassume

tutta la letteratura; ma se il romanzo può essere talvolta vero, nessuna

sua falsità di fatto o di scuola uguaglierà mai quella di un melodramma.

Beethoven non scrisse che il _Fidelio_, e prima e poi non mise che un

numero per titolo alle proprie opere: Wagner invece pretese di rinnovare

tutta l'arte moderna col più mostruoso adulterio della poesia colla

musica, immolando questa ultima alla tortura di significare resurrezioni

storiche e mitiche, dogmi di teologia e di morale, espiazioni di re e di

penitenti, eroismi pagani e cristiani, passioni di bruti e di arcangeli,

bufere di oceani e catastrofi di paradisi, olocausti di eroi e suicidii

di dèi. Evidentemente era troppo. Il suo teatro per vivere avrà, come

certi alberi, bisogno di una scapezzatura; ma poichè in lui il musicista

riscattava le follie del drammaturgo e le insensatezze del critico,

resterà grande fra i più grandi nella memoria della moltitudine per le

ineffabili canzoni salienti dall'intrico della sua coreografia.

Mentre il dramma, così vivo nel romanzo, non ha saputo ancora rioccupare

la scena, l'opera invece potrà per il diletto del pubblico restarvi

eternamente. Oggi la musica è quasi sempre la poesia di chi non ne ha

altra: sono poche le signore che non suonino il pianoforte, credendo

così di avere nell'anima qualche cosa d'indicibile da esprimere. In

fondo al gusto musicale del pubblico non vi è che un pianoforte, e

questo insopportabile strumento è nullameno quanto di più spirituale si

è potuto persuadere alla volgarità della gente. Peggio quindi se non vi

fosse.

La musica vera si è fatta più rara.

Nemmeno le anime capaci di sentirla arrivano spesso ad indovinare quelle

capaci di esprimerla. Parrebbe quasi che queste vivano dentro un vapore,

ascoltando al di là dei sogni, al disopra di ogni parola, le lunghe

sillabe di un'altra rivelazione: ma se intendono e ripetono, non sanno.

Qui comincia l'espiazione della loro superiorità. Trovano una bellezza

pura dei suoni come già lo scultore trovò quella delle forme, e mettono

una spiegazione nell'accento di una vocale come egli pose lo sguardo

nell'occhio vuoto e bianco della propria statua. Talvolta invece

esprimono cogli acuti e coi bassi le contradizioni della nostra

sensibilità come il pittore imprigiona nei colori e nelle ombre la

mobilità di tutte le apparenze; raggruppando le note nella frase, come

il poeta fa colle parole nel verso, dominano la nostra memoria col

fremito di sonorità simile all'abbarbaglio di una visione.

La poesia declama quanto il suo occhio temerario ha potuto vedere nel

mistero, la musica canta tutto ciò che il suo orecchio indiscreto è

riuscito a sorprendervi; ma le indiscrezioni dell'una turbano spesso più

che le temerità dell'altra.

E tuttavia la musica non sa quello che dice.

Le sue frasi più cupe possono diventare allegre solamente allargandone o

stringendone il tempo, i suoi impeti più diritti piegarsi a qualunque

ritornello, perchè nella musica l'efficacia consolatrice deriva appunto

dalla sua facilità a subire qualunque alterazione. I suoi motivi nella

nostra memoria, come le ombre nel sole, si fanno gravi o leggieri,

mentre le figure di un quadro o le parole di una scena resistono invece

nella immutabilità della loro espressione. La musica contenta tutti

perchè ognuno la riempie di se stesso: non vi è quindi vera differenza

fra quella profana e quella sacra. Tutti gli oratorii sulla morte di

Cristo sembrerebbero egualmente belli per la morte di Adone, i canti

famosi di certi salmi biblici commetterebbero non meno bene molte strofe

del _Ramayana_ o altri versetti del Corano: siamo noi, sono le nostre

idee poetiche e filosofiche che fanno il loro contenuto. Certamente uno

spirito arido di scienziato come il Lalande non avrebbe nella

_Creazione_ di Haydn saputo trovare le idee religiose, che questi

credeva di avervi messo, mentre uno spirito panteista come Hugo vi

avrebbe udito le voci di tutte le mitologie, e un'anima mistica come

Gerson non vi avrebbe sentito che l'estasi di una unica adorazione.

Ma se la musica è uno dei bisogni più insaziabili dell'anima, alla quale

toglie colla ondulazione dei ritmi e l'indistinto significato delle

voci, la coscienza dei limiti, quando l'idea fiammeggia e la passione

scoppia, questa brama si muta quasi in ripugnanza. Nelle grandi tragedie

la rivelazione è al tempo stesso così profonda e precisa che ogni musica

la falserebbe, giacchè, nel momento di spezzarsi la vita, condensa tutti

i ricordi in una visione, mentre il cuore si restringe nello sforzo di

riunire le speranze dinanzi alla suprema interrogazione del pensiero.

Allora la musica non basta più.

Quali note potrebbero davvero esprimere le ultime due parole di Gesù:

_Consummatum est?_

Quale romanza significare il dolore di Napoleone immobile colle braccia

conserte guardando dal lido di Sant'Elena oltre l'Oceano?

E poichè si volle trascinare sul teatro la _Bohème_ di Murger, come

avrebbero potuto Puccini e Leoncavallo tradurre quel ritratto così breve

e così vivo di Musette: «Ella appena nata domandò certamente uno

specchio»? Come pretendere ad una nuova commedia musicale dopo il

_Barbiere di Siviglia_, che nemmeno esso è una commedia, se la musica

non può nè ridere nè piangere? Come ridere delle sue figure fatalmente

indistinte, mentre il riso non erompe che dalla evidenza di un difetto

senza dolore? Nel _Barbiere di Siviglia_ il riso scatta dai lazzi della

favola non dai motivi del canto, che vi passa attraverso con una

andatura da ballo e la solita prosodia dei recitativi.

Che cosa vi è da capire nella musica? Nulla.

Da sentire? Tutto.

E voi, signora, che ne pensate?

Le donne amano quasi sempre nella musica una poesia, che dispensa dalla

azione, una raffinatezza ottenuta senza nè disciplina nè epurazione del

pensiero: e così possono credersi superiori alla gente, che si dibatte

nella vita come in una tragedia grondante di lagrime e di sangue.

Conosceste mai qualche illustre maestro o suonatore? Studiaste mai il

loro carattere? Una sensibilità pronta e labile, una inconsistenza

timida ed inetta. La poesia ebbe dei forti, la musica non avrà mai che

dei delicati.

Nella nostra vita moderna essa rappresenta quindi un ideale di sensi e

di fantasia, senza efficacia sul carattere e senza attrazione sul

pensiero. I teatri lirici hanno oramai esaurito i temi di tutti gli

altri teatri, senza che l'arte drammatica abbia potuto arrestarsi sulla

lubrica parabola della propria decadenza; la musica popolare invece non

ha trovato per la grande rivoluzione francese e per la bella rivoluzione

italiana che la Marsigliese e l'inno di Garibaldi, due marcie da

saltimbanchi.

Oggi la originalità della musica pare esausta come quella della

architettura. Verdi, ingegno dispari, grossolano e malinconico, violento

e monotono, promosso dalla vecchiaia agli onori del genio, ha voluto

mostrarsi anch'egli capace di significare tutta la vita, e si è

attaccato a Falstaff, uno dei tipi più bassamente comici, perchè di una

comicità tutta istintiva e sensuale. Mancava la commedia al suo

repertorio, ma troppo altro mancava alla sua arte. Quindi ne uscì una

musica scolastica fra una resurrezione di vecchie forme, senza fremito

di riso, senza freschezza e senza colore. Per essere felice a Falstaff

bastava di accarezzare il contorno di un'anca femminile o di una mezzina

da bettola; ma se la sua giocondità di bruto sarebbe rimasta un mistero

per Verdi giovane, più elegiaco che tragico come tutti i romantici, a

Verdi vecchio doveva parere una mostruosità ripugnante. E così, nel suo

spartito, Falstaff non è più che uno sciocco noioso, tuffato in una

favola opaca come una nebbia, fra personaggi che sembrano cantando

assoggettarsi ad un saggio di concorso.

Tutte le aristocrazie d'Europa sursero ad applaudire l'ultima opera del

vecchio grande maestro, mentre il popolo, più sincero, non ne imparò

invece alcun motivo, e seguita a cantare le proprie canzoni anonime.

_Qu'est ce que ça prouve?_

Ombre di occaso · 第 8 / 30 题