PROLOGO

Signora,

Casolavalsenio, 23 ottobre 1900.

Chiunque voi siate, straniera per sangue e per lingua, lontana al di là

dell'Alpi e del mare, o vicina in qualche città o campagna d'Italia, non

vi ho mai veduta e non vi vedrò. Non so nemmeno se siate bella, ma io

non lo sono più da quando le rughe si ammassarono sulla mia fronte, e i

capelli ne caddero lentamente come le foglie in autunno, quando l'aria

si raffredda e le notti allungano la tenebra triste.

Perchè dunque vi scrivo?

Anche questa è una contraddizione del nostro spirito, che nei troppo

lunghi soliloqui finisce col rivolgersi ad un fantasma pel bisogno

supremo di non essere solo, e di sentirsi almeno dinanzi il silenzio di

qualcuno, che ascoltando gli rattenga il pensiero nei limiti della

parola. Solamente coloro che sono soli, possono comprendere la necessità

di parlare e di scrivere ad un fantasma senza nemmeno fingersi il suo

aspetto.

Siete voi bionda o siete bruna? Nei vostri occhi la luce ride come

sull'azzurro dei laghi o lampeggia come dalle tenebre di una notte? La

vostra bellezza si manifesta col ritmo delle forme o erompe come un

comando da qualche loro dissonanza? Il vostro pensiero è di quelli, nei

quali si entra a riposare come in uno ospizio, o somiglia al muro alto e

inviolabile dell'ultimo confine, che arresta finalmente i pellegrini?

Nessuna immagine femminile mi risorge adesso nella memoria delle sue più

oscure lontananze, quando le carezze al bambino sono come l'ombra e la

rugiada che salvano i fiori troppo teneri: tutte le altre donne, che

conobbi più tardi, passarono invece senza avermi conosciuto per non

tornare mai più. Comunque ad altri apparissero belle, i miei occhi

sentirono allora così vivamente i difetti della loro bellezza che oggi

ancora per quelli soltanto potrei riconoscerle, mentre la mia anima ha

dimenticato per sempre i loro amori indarno caldi del raggio o frizzanti

dell'aroma primaverile. Che cosa avrei potuto chiedere loro, che non

chiedevano nulla credendo di concedere tutto in una breve ebbrezza,

sulla quale il pensiero s'innalzava come un vapore tosto disciolto dal

sole o disperso dal vento?

Il sogno rinnovato dai poeti nelle generazioni invocando la donna bella

ed amante alla quale tutto il cuore possa aprirsi e la mente piegare

nella stanchezza delle visioni troppo remote, non si formò mai nel mio

spirito. Forse questo sogno comincia nella culla coi sorrisi che la

circondano, forse si ripete nel primo aprile della giovinezza

dall'adorazione di quelle stesse donne ancora vigilanti sopra di noi, e

già gelose di altre donne; ma il sogno infiammandosi ascende allora per

un altro cielo pieno di stelle che cantano, di trasparenze che

abbagliano, sereno come la fede e tuttavia mutevole come la speranza,

che sorvola tutte le nuvole ed insegue in ogni fruscio un'altra ala

fuggente di sogno.

Per credere alla donna bisogna averle sempre creduto: quindi coloro, che

dovettero dubitare troppo presto, dubiteranno sempre, e gli altri, che

non credettero subito, non crederanno mai.

Che importa? La vita deve provare a se stessa di sapere resistere alla

propria contemplazione senza alcuno dei veli, nei quali si desta o si

corca; come la mente non soccombe al doppio mistero dell'origine e della

fine, così il cuore resiste al vuoto della culla e della tomba; mentre

il pensiero distende fra l'inconoscibile con superbo eroismo il proprio

impero, l'amore invece s'innalza dalla caduca miseria di tutti gli

affetti sino alla prodigalità del sole, che non chiese mai risposta di

altre fiamme alle sue, ma riscalda ed illumina inesausto ed imparziale.

Dalla sua amara domanda a Maria: — Donna, che cosa vi è di comune fra me

e te? — alla pietà dell'ultimo saluto additandole dalla croce Giovanni:

— Donna, ecco tuo figlio! — non una parola di amore verso una donna esce

dalla bocca di Gesù. Egli sa di essere solo. Marta e Maddalena lo

seguono e lo servono indarno; egli accetta l'offerta colla divina

condiscendenza di colui, che non accorda valore ad alcuna cosa;

accoglie, trae seco le loro anime femminili come le matrici di tutta la

vita umana, ma vi resta nel mezzo alto ed intangibile. La sua idea,

trionfatrice di ogni sapienza, sa che nelle donne i capelli sono più

lunghi dei pensieri, e il cuore troppo piccolo per capire la tragedia

dello spirito. Il loro amore ha bisogno di diminuire l'uomo, o almeno

non sente di lui se non quanto lo rende simile alla folla, e mentre

questa colla umiltà di una dedizione suprema può talvolta indovinare in

lui un Dio, le donne invece non sanno piangerlo che morto e, vivo, non

si sarebbero credute amate se non dopo averlo fatto piangere.

Che avviene di Maria dopo la morte di Cristo?

Che fu di Maddalena?

Le leggende evangeliche obliano madre ed innamorata; questa, avvolta di

così ineffabile poesia dall'annunciazione dell'angelo, dal matrimonio

spirituale di Giuseppe, dalle miserie del parto, dai terrori della fuga,

appena dal bambino spunta l'uomo e dall'uomo si annuncia il messia,

appare solamente come ogni altra madre, che vorrebbe padroneggiare

l'opera del figlio! Ma egli si allontana, evita d'incontrarla, indurisce

con lei la parola, non la rammenta mai nella breve atroce passione, sino

a quell'ultimo saluto dalla croce, a quella sostituzione con Giovanni,

il più femmineo dei propri discepoli: — Donna, ecco il tuo figlio. —

E dopo la morte di Cristo nessuno fra gli apostoli si preoccupa di lei:

Giovanni, che vecchio si vanterà di averla accolta nella propria casa,

non racconta altro; Matteo e Luca tacciono, eppure quale tragedia in

quella madre di un Dio morto per la umanità! Quale adorazione doveva

salire dalle loro anime verso questa donna! Cristo non tornerebbe, come

aveva promesso, e non visiterebbe per la prima sua madre?

Invece ella è dimenticata: poi una voce l'annunzia trasportata in cielo

dagli angeli, e così la leggenda si libera di questa madre rimasta un

imbarazzo nell'opera del figlio.

La fine di Maddalena è anche più oscura; ella, che aveva amato, dubita

della resurrezione come gli apostoli e non sa mescolarsi alla loro

predicazione affermando l'avvento della donna nella buona novella.

Cristo non fu veramente amato, Paolo non volle esserlo, Socrate non

aveva avuto che la moglie come i gladiatori avevano il lanista,

Napoleone non l'ebbe malgrado il doppio matrimonio, perchè la creola e

l'austriaca rimasero per lui e per la storia solamente due femmine.

Quella principessa Walesky, che il vecchio marito in un impeto di

passione polacca gli gettò lacrimosa ai piedi come una rosa umida di

rugiada, non lo amò: la fanciulla, che a Sant'Elena parve innamorarsi di

lui, e dovette subito andare lungi dall'isola, avrebbe potuto in quel

prigioniero vigilato dall'Oceano riconoscere il vinto, che aveva

conquistato l'Europa seminandola di vittorie, e da quello scoglio faceva

ancora tremare l'anima dei re e delle moltitudini? Su quella fronte

lucida, in quel volto pallido e levigato come il marmo di una statua

antica, che cosa avrebbe saputo ella leggere?

Quel prigioniero era infelice, ed ella ne sentì una pietà di amore, ma

un altro prigioniero più giovane e più bello le avrebbe indubbiamente

acceso nel cuore più intensa fiamma di passione: però il grande vinto

palpitò quando la seppe lontana come tutto quanto restava della sua vita

nel mondo.

Le sue ultime carezze furono per una bambina, alla quale insegnava la

geografia non mutata da tutte le vittorie di quegli ultimi anni. Quando

fu morto, i suoi invalidi non vollero crederlo; l'austriaca invece ne

profittò per sposare l'amante, conte di Neipperg.

L'amore che la donna sente, non somiglia a quello che inspira.

Dal lamento di Salomone al gemito di Heine, dalle Cantiche di Dante ai

sonetti di Shakespeare, dai ruggiti di Byron ai sospiri del Petrarca,

dal grido di Leopardi al singhiozzo di Musset, i poeti espressero sempre

l'amore indarno chiesto, offerto, accettato, grondante di lacrime e di

sangue, trasfigurato sino a non essere più che l'amore di Dio,

contaminato anche nella sua sincerità animale, senza che la donna ne

sospendesse mai il trastullo micidiale, o ne sentisse il soffio

creatore. Saffo, morta di amore, non amò che un imbecille; George Sand,

che non amò alcuno, salì a molti cuori illustri, come i monelli sulle

fontane monumentali ad insudiciare le acque.

Oggi il vanto femminile è mutato: invece che all'amore la donna pretende

alla stima dell'uomo vantandosi sua rivale nel pensiero e nell'opera:

proclama diritti e doveri uguali, indipendenza di figlia, di sposa, di

madre; libere tutte le carriere, aperti tutti gli agoni. E non lo furono

in ogni tempo? Come l'amore, il genio ruppe sempre ogni freno; torme di

anacoreti invasero provincie chiuse alle più invitte legioni, Cesare e

san Francesco compirono la stessa conquista. La mente dell'uno, il cuore

dell'altro ascrissero al mondo un'orbita, della quale resta ancora la

traccia. Cesare trafitto sotto la statua del rivale morto, al momento di

perdere tutto il mondo, nel dubbio forse di lasciarvi mal sicura l'opera

propria, non compiange che l'errore del figlio: — _Tu quoque, Brute,

fili mi._ — San Francesco, morente sulla barella, è vinto ancora una

volta dalla pietà del mondo, e si alza in un ultimo sforzo a benedirlo.

Ecco l'atto supremo del genio e dell'amore, un perdono superbo e

melanconico, che ricorda tutto senza offesa e senza rimpianto, perchè la

rivelazione comincia forse all'ultimo momento della vita. La morte

perdona.

Il genio e l'amore attingono soltanto da essa la forza irresistibile

della loro sovranità.

Chiunque teme la morte non giungerà all'amore o alla gloria, ma non

quella morte, che sorprende tutti i corpi e li trasforma, bensì l'altra

che uccide nello spirito ogni compagnia per lasciarlo solitario dinanzi

a se stesso e all'infinito. La gloria è la più alta delle solitudini;

Dante vi sta come Cesare, entrambi dovettero superare l'umanità per

dominarla dalla medesima altezza, incompresi ed incomprensibili senza il

commento dei secoli. L'amore è il più infocato dei deserti; Leopardi vi

arse come san Francesco, entrambi oltrepassarono l'umanità senza poter

sostare in alcun cuore, ma illuminano e riscaldano ancora le anime colla

propria fiamma.

La vera gloria non avrà conforto di amore, l'amore grande resterà senza

ristoro di altro amore, mentre la vita gioconda nel mistero della

propria bellezza canta, sorride, splende, innamora tutti i viventi, ai

quali il suo stesso tumulto impedisce d'interrogarla travolti dall'ora

fuggente, risollevati sempre dalla speranza, trasportati lontanamente

dalla morte che raccoglie tutti i feriti.

La morte si avanza adesso coll'autunno per la campagna.

Dalla mia finestra veggo la nebbia pascolare sulla cima dei monti, e le

foglie ingiallite staccarsi adagio dai rami. I canti dell'autunno sono

cessati. Il sole appare ad intervalli come un pellegrino stanco della

via troppo lunga, che si rialzi a fornirla e ricada tosto nell'ombra del

fossato; nubi nere spenzolano pigramente nell'aria umida e caldiccia,

che si rapprende a tutti gli oggetti come un triste sudore di malattia,

ma il pettirosso già arrivato canta ballonzolando sulla siepe. Ancora

pochi giorni, e questa squallida vecchiezza dell'anno si ravvolgerà

morta nel molle sudario della neve sotto il bianco silenzio

dell'inverno. Adesso i contadini arano taciturni gettando il grano nei

solchi, che il rastrello uguaglia e riga come un pettine. Tutto è stanco

in questa prima preparazione della semina per l'anno venturo, perchè la

speranza è ancora lontana, al di là dell'inverno, la stagione delle

lunghe veglie e dei lunghi dolori.

Il vento passando la notte sui campi brontola fra i rami sfogliati;

talvolta la bestemmia dei carrettieri, che il fango attarda per la

strada, batte alla mia finestra mentre scrivo. E pare anche a me di

essere in una via fangosa sotto un cielo nero, ma non ho come essi una

meta e un cavallo per compagno. I tordi zirlano rapidi ed invisibili

nella notte per arrestarsi forse nelle panie ai primi raggi del giorno,

se prima non si acquattino vinti all'incanto di un qualche fanale, come

nella memoria i ricordi s'incantano talora ad una lucida imagine.

Questa lettera oramai troppo lunga diventa ai miei occhi uno di quei

raggi, dai quali le pupille non sanno staccarsi: il mio pensiero lo

solca verso di voi dentro un abbarbaglio, mentre le parole mi echeggiano

lungamente nell'anima stanca del proprio silenzio. Ho aperto la

finestra: il cielo è tornato sereno, la luna brilla sulla cima di Monte

Mauro, illuminando di un tacito chiarore la collina gessosa allo sbocco

della valle: laggiù il fiume borbotta malcontento, ma un sogno di pace è

già entrato nel sonno della campagna.

Quante anime innamorate si levano a volo nel lume di questa notte

autunnale dalla terra assopita nella lunga fatica dei frutti?

Fra poco il vento ricomincerà a soffiare, perchè lassù in cima della

valle, ove i colli dell'Appennino si addossano come un muraglione,

alcuni crocchi di nuvole sono rimaste in vedetta.

Adesso, nel silenzio, s'intendono dei murmuri: sono forse i pipistrelli

che incontrandosi scambiano un avviso, forse gli ultimi saluti delle

foglie che si staccano dagli alberi, forse i fremiti delle gramigne

sradicate dai campi, gettate a mucchi, non morte ancora. Molte anime

attendono i messaggi dalla notte e le rivelazioni dal silenzio:

ascoltate, signora, le confidenze che esalano dai solchi inargentati

dalla rugiada, il dialogo sommesso degli insetti svegliati dalla luna:

qualcuno luccica come una gemma o vola lieve come un sogno. Che cosa

dicono gli alberi, i quali serberanno il verde mantello nell'inverno,

agli altri già nudi in una miseria di scheletri? Che cosa ne pensa la

luna uscita senza il solito zendado dell'alone, essa che guarda tutta

bianca e pare stupefatta?

I suoi raggi pendono a gocce dai ragnateli sospesi tra albero e albero,

perchè i silfi possano berle nel loro volo, sono piuttosto i lampadari

di una festa, che piccoli, invisibili, felici, si danno questa notte nel

mio orto?

Ecco che il vento ricomincia soffiandosi innanzi le nubi come cenci.

Fra cinque o sei ore l'alba dovrà passare certamente sotto la pioggia

come la diligenza, che ogni mattina scende sotto la mia finestra sino a

Riolo: un viaggio di spola, breve e monotono, eppure il vetturino è

sempre allegro.

Ogni qualvolta m'incontra, agita la frusta e con un largo sorriso mi

grida inevitabilmente:

— Arrivederci! —

Vi saluto anch'io così.

Ombre di occaso · 第 6 / 30 题