Noi entriamo nella vita, pallidi e febbricitanti pellegrini, con
l'ardente desiderio delle grandi azioni, delle grandi passioni, dei
grandi orizzonti; vogliamo, spiriti insaziati, toccare il culmine
d'ogni cosa, dovessimo pure da quella vertiginosa altezza scoprire
abissi paurosi; il nostro pensiero impone alla nostra volontà
ardimenti inauditi: abbiamo in noi una fretta affannosa, che ci fa
sentire sempre l'imperioso bisogno del fatto compiuto. E trabalzati,
scossi, sospinti, urtati nella lotta perenne fra l'idea e la parola,
scomponendo vecchi ideali per formarne di nuovi, calpestando quello
che fu oggi la nostra gioia per crearne il dolore dell'indomani,
consumati da credenze incomplete e da dubbi che non osano affermarsi,
noi siamo intimamente infelici. Perchè noi trascuriamo nella nostra
via tutto quello che è piccolo, che è soave, che è benigno; lasciamo
da banda un corteo di impressioni leggiadre; disdegniamo le idee
troppo vaghe o troppo minute; ci sentiamo pieni di disprezzo per i
ricordi infantili, per le ore di tenerezza che assalgono lo spirito
stanco dalla soverchia tensione, per il diletto di una bella
apparenza; noi perdiamo, noncuranti, una parte di vita, senza volontà
di conoscerla, senza volontà di apprezzarla. O fugaci e dolci
impressioni, pensieri indistinti e sfumati, sorrisi lievi della
natura, pause dell'anima, apparizioni momentanee, angoli freschi e
riposati dove si cheta la fantasia; sentirvi, godervi è forse la
felicità!
*
* *
È una campagna di Caserta; sorge il sole; una striscia rossa è
all'orizzonte, si diffonde in un pallido giallo e finisce in un bianco
smorto; i monti lontani sono azzurrini, quelli più vicini di un
violetto stinto. Sulla via maestra, bianca, polverosa, dove ad ogni
quindici passi sorgono mucchi di brecciame bianco, cammina un
lavoratore, scalzo, con le grosse scarpe sospese alla cintura, la
zappa sulla spalla e la giacchetta infilata ad un sol braccio; un
muricciuolo impedisce la vista dei campi lontani, dove il grano
attende il venticello di luglio--solo un pino sorge come un uomo
tronfio e superbo di sè. Par di sentire il fruscio dei faggi che
cominciano ad agitarsi, par di sentire il concerto trillato degli
uccelli, pare di veder schizzare le vivaci lucertoline, tanto nervose
e simpatiche. Dico, pare; perchè tutto questo è in un acquerello, un
gentile acquerello, che mette una nota soave in una orribile camera di
città, dove non si vede cielo, dove giungono grida feroci di
venditori, fragore di carrozze e fumo di pesce fritto; un acquerello,
con un'alba tranquilla ed immobile.
Il palazzo di fronte, di un bel giallo-croma, si cosparge di larghe
macchie brune sotto la pioggia, poi si cambia in color legno; le
lunghe stille d'acqua, ferite di traverso da un raggio di sole,
diventano lucide e sembrano le pagliuche inargentate dell'abito di un
allegro saltimbanco. Un fanciullo lacero, in maniche di camicia, con
un fazzolettino a scacchi sulla testa, corre sotto la pioggia,
cantando con voce acutissima un ritornello popolare, interrompendosi
ogni tanto per gittare con un grido un'ardita disfida alla tempesta:
il bambino, figlio di nobili signori, è presso il balcone, pallido,
ammalato, vestito di pelliccie, solo; e stanco si abbandona a pensare
sul ricco libro di immagini che non lo divertono più.
Sul caminetto, nell'anfora di terso cristallo, s'illanguidiscono le
rose. Le bianche dal seno lievemente roseo somigliano ad anime candide
il cui cuore si apre all'amicizia; quelle color di rosa, dai petali
incappucciati, esalano il profumo irresistibile dei cuori segretamente
innamorati; quelle _thè_ rassomigliano a damine schifiltose ed
aristocratiche; le rosse, quasi sanguigne, hanno l'aspetto tragico; e
la nebbia leggiera della brughiera che si eleva su di esse, tempera
appena il vigore dei colori forti e sfuma le gradazioni. Ma le rose
languiscono, le cime dei petali sono bruciate, tutte hanno in qualche
parte un punto nero, una traccia bruna, un'ombra; gli steli sono
curvati. Pure il profumo raddoppia, diventa più acuto; lo specchio del
caminetto riflette il gruppo delle rose, quello di fronte lo torna a
riflettere e lontano, lontano, quasi all'infinito, si ripete senza
numero la passione di quei fiori morenti.
Ride e canta sotto il sole di settembre il piccolo porto; i facchini,
figure brune ed atletiche, trasportano dalla piatta barcaccia a terra,
il carico di carbone; un pescatore dorme raggricchiato nella sua nassa
inoperosa; alcuni fanciulli seminudi guazzano presso la riva, poi si
rotolano nell'arena calda e fine per asciugarsi e spiccano da capo un
grande salto nel mare. Sulla strada, in alto, quasi a picco si ferma
il vapore; visi affaticati respirano alla portiera il venticello di
ponente; la venditrice di acqua e di aranci va su e giù lungo i
binarii: un velo azzurro di viaggiatrice svolazza; il povero cieco
appoggiato al braccio di suo figlio augura il buon viaggio a tutti;
una bambina, dal vetro sollevato, gitta ai fanciulli che si bagnano,
un grappolo di uva nera. Riparte il treno; sotto il sole di settembre
ride e canta il piccolo porto.
*
* *
Sulla tovaglia damascata di Fiandra, la colazione attende; ma dallo
spiraglio della porta non se ne vede che un angolo. Ma nell'aria si
aspira un lieve odore di limone fresco; una gamba di pollo arrosto,
con la delicata pelle del corpo crogiolata, fa supporre il resto;
un'ostrica bruna, rugosa e scabrosa di fuori, bianco-lattea, morbida e
lucida di dentro, respira lentamente; in tre dita di Xeres biondo,
trasparente, limpidissimo, sono immersi i pezzetti gialli e succosi di
una pesca duracina. O ricchi vigneti della Spagna, ardenti come la
terra e come lo sguardo delle donne, o freschi ed ombrosi giardini
d'Italia, o immenso e benefico Oceano, o gioconda e magnifica Natura,
salute!
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* *
Il salotto rotondo, piccolo è tutto foderato di seta rosa pallida,
imbottita e fermata da bottoncini come l'interno di una bombonierina
di cristallo; sulle pareti morbide, piccoli specchi ovali con la
cornice semplice di argento, lucido e terso, come l'acciaio; grandi
giardiniere di argento, lavorato con un cesello così artistico da
ricordare la mano di Benvenuto Cellini, sopportano gardenie, camelie
bianche, rose bianche, garofani bianchi, mughetti, fiori di neve.
Tutto d'intorno ha dei riflessi rosei ed argentei, il bianco vi sembra
latteo, la linea vi si annulla e diventa una dolce curva; la vita vi
deve essere buona. Ed il zuccherino di questa scatola di confetti deve
essere una donnina graziosa, rotondetta, una gattina piena di vezzi,
una personcina svelta sui tacchetti alti, palliduccia, con i capelli
castani, gli occhi castani, le braccia tornite sotto i merletti, le
mani piccole e piene di fossetti, una marchesina Pompadour senza
cipria e senza nei.
*
* *
Le quattro grandi finestre della sala terrena proiettano sulla larga
ed oscura via quattro rettangoli di luce: è sera, i forestieri
pranzano senza soggezione della gente che li può guardare, le signore
sono vestite con eleganza, i camerieri in marsina circolano silenziosi
e prodigando inchini. Nella via un suonatore di ghitarra accompagna la
voce aspra e stonata del suo collega; un omnibus con un fanale rosso
ed un altro verde che sembrano i due occhi strani di una bestia nera,
passa lentamente; un giovanotto azzimato, arricciato, col fiore
all'occhiello e col cervello in tumulto, corre ad un convegno; un
poeta appoggiato al muricciuolo guarda le onde brune e fosforescenti,
prestando orecchio al misterioso ritmo del più giovane poeta: il mare.
Cade il giorno in Pompei; ma ad onta della sua solitudine, delle sue
rovine, della sua morte, la città non è triste. La giovane coppia
passeggia ancora, ma la signora lascia trascinare sulle pietre di lava
il suo lungo abito, la persona stanca si lascia un po' portare dal
braccio del giovanotto; egli si china ogni tanto a parlarle, sotto
voce, sorridendo, guardandola negli occhi--perchè si amano. La guida
spiega con voce monotona le antichità; ma dalla persona gentile della
donna si stacca un sottile odore di violetta, i cappelli biondi si
disfanno nella grossa treccia, l'ombrellino sfiora le pareti dipinte
ad affresco, una mano inguantata, lunga, leggiera si è poggiata sul
simulacro d'Iside, e _lui_ preferisce quella manina a mille volanti
danzatrici greche. Partono; cade il giorno--e Pompei, la città delle
belle donne, dei profumi, dei giocondi amori, si fa triste.