Vi erano delle ore in cui Flavia si sentiva penetrata, circonfusa da
una grande soavità, come se voci alte e lontane le cantassero una
dolce canzone, come se mani di fanciulli facessero piovere sul suo
capo foglie di fiori. Le si risvegliavano istinti vaghi, aspirazioni
fluttuanti, indecise; desiderava i colori molli, temperati, dove le
mezze tinte si sfumano come una carezza; le piccole stanze dove la
temperatura è tiepida come soffio umano, dove i rumori vanno a
spegnersi nella lana morbida dei tappeti; le stoffe calde e profumate,
dal leggero fruscìo, che circondano il corpo come se lo amassero e
palpitassero con esso; gli effluvî sottili che cullano i nervi in un
dormiveglia delizioso. E sul fondo roseo-azzurro di questi sogni
compariva un'ombra leggiera, che poi si disegnava più corretta, si
distingueva: era Leone. Bello, nobile, ricco, gentiluomo, innamorato,
stirpe di principi: con lui la vita doveva essere una lunga ed
inesauribile festa, una serie di giorni felici, sorridenti, senza mai
l'amarezza del domani, senza un cruccio, senza un punto nero, Flavia
l'amava; quando dalla sua carrozza ella lo vedeva passare sul cavallo
inglese dalla testa svelta e dai garretti di acciaio, il cuore le si
sollevava verso il bello ed elegante cavaliere: quando vedeva lo
sguardo altiero di lui diventare amoroso mirandola, quando egli le
parlava a voce sommessa, ella provava un fascino irresistibile, Leone
era per lei tutto un mondo, un mondo elevato, superiore anche alla
sventura, dove fossero la soddisfazione dei gusti più raffinati, la
calma profonda e sicura della ricchezza, l'infinita e varia lusinga
del lusso. Leone era la pace, la gioia tranquilla, la vita quieta. E
nella certezza dell'amore di Leone essa cullava, addormentava il suo
cuore.
Ad un tratto veniva rapidissimo il risveglio: tutto il suo essere dava
in un grande sbalzo, scosso da una forza interna; si alzava,
camminava, avrebbe voluto spezzare qualche cosa fra le mani, si
sentiva la testa troppo piccola. Sorgevano pensieri tumultuosi e
cozzanti fra loro, idee vaste ed ardite, un bisogno chiarissimo di
agitazione, di attività, di combattimento. Allora intendeva quanto di
sublime ha il silenzioso lavoro del poeta e del pensatore; comprendeva
come l'arte possa essere l'unico supremo desiderio di un uomo,
intendeva la sfrenata ambizione di gloria: essere in basso, essere
povero, sconosciuto, perduto nella folla, atomo ignoto di una massa
enorme, ed intanto guardare in alto, elevarsi. salire, sfolgorare,
essere il solo, l'individuo: Everardo. Con lui la passione energica,
onnipossente; un amore che sia l'amore unico, che domini tutto, che
vinca ogni ostacolo, che consoli ogni sconfitta, che ingrandisca ogni
vittoria. L'oscuro poeta adorava la nobile fanciulla che discendeva
dalla sua altezza a bearlo del suo affetto; ed ella era conscia,
superba di questo amore cieco, animato dalla più fiera gelosia. Quando
Flavia era al ballo, sapeva che nella strada buia e solitaria vi era
un uomo che fremeva d'impazienza, che invidiava anche l'ultimo servo
di quella casa inondata di luce. E nelle sale dorate, fra gli
ondeggiamenti delle stoffe ed i sorrisi delle donne, essa era presa da
una folle idea: avrebbe voluto lasciar tutto, fuggire per le scale,
gettarglisi al collo e dirgli: Ti amo; portami via.
Quando pensava alla vita stentata e meschina di Everardo, alla piccola
e bassa camera dove l'inverno si moriva di freddo, alle privazioni
continue cui andava soggetto, a tutti quei particolari spaventosi
della miseria, provava per quel giovane una grande ammirazione, perchè
in mezzo a quell'ambiente egli rimaneva poeta, pieno di fede,
carezzando sempre le sue speranze, sognando ancora il suo caro ideale.
Flavia si sentiva molto umiliata davanti a quel coraggio, essa che non
poteva rinunziare al fastoso e vuoto lusso, ai giojelli inutili, alle
mode costose: come le odiava tutte queste cose, come le odiava!
Avrebbe voluto rinunciarci, castigare il suo corpo che viveva in
quelle mollezze, esporsi al freddo, alla fame, e portare anche lei nel
cuore quel tesoro di forza e di gioventù. Sposare il poeta, essere la
vita della sua vita, passare per tutte le sue agitazioni, dividere la
sua esistenza piena di fremiti, di battaglie e di dolori!
Così si svolgeva in quella fanciulla noncurante ed allegra il dramma
meraviglioso del dualismo. Si erano manifestate due potenze,
ugualmente forti, opposte; le inclinazioni, sin allora indistinte e
confuse, si staccarono, prendendo vie contrarie. Visse passando per
questi periodi consecutivi, l'uno negazione dell'altro, che si
distruggevano volta a volta per rinascere più vigorosi e combattere da
capo. Eppure essa non ne soffriva; anzi in questo fenomeno strano del
suo spirito si sentiva completa e soddisfatta, quasi avesse ritrovato
il suo equilibrio. Quell'ondeggiamento perenne la lasciava calma, era
il suo stato naturale, era spiegabile.
Flavia nasceva da un matrimonio misto: suo padre molto in alto, sua
madre molto in basso, ed ognuno dei due le aveva data una natura.
Aveva con sè la tempra robusta della madre, i gusti semplici e grandi,
il desio di lotta, il palpito onesto e vivace, il soffio sano e
gagliardo del popolo. Del padre aveva lo squisito sentire: la
delicatezza dei nervi, le aspirazioni gentili. Insomma due coscienze;
ma queste due coscienze si confondevano, si univano, ne formavano una
sola, gli amori si riducevano in un solo e Flavia era felice, molto
felice, avendo ritrovato nel modo più assurdo l'unità del suo spirito.