VILLEGGIATURA.

È inutile contrastarlo: ai periodi bisogna crederci. Prima nemmeno io

poteva ammetterli, ripugnando istintivamente da tutto quello che è

monotono, cadenzato, convenzionale, rivoltandomi contro i partiti

presi e le opinioni collettive. Confesso l'errore: il periodo esiste.

Noi viviamo, soffriamo, ci divertiamo, amiamo per periodi che si

seguono e si rassomigliano con ordine meraviglioso; noi, dimenticando

facilmente, non ci accorgiamo che una cosa che eseguiamo e ci sembra

nuova, è quella di tutti gli anni, della stessa epoca. Ci illudiamo,

credendo avere impressioni nuove, sensazioni insolite; non è che una

ripetizione continua e regolare di altre impressioni, di sensazioni

obbliate. Vi sono due grandi fatti ad esempio: il carnevale e la

villeggiatura.

Non vi pare che il desiderio di divertirsi ci abbia ad essere tutto

l'anno? Nossignore, lo si raccoglie in un solo mese, sempre il

medesimo--sempre il peggiore dell'anno. È allora che abbiamo l'obbligo

di commettere tutte le follie che hanno fermentato nel cervello per

undici mesi, è allora che si ha il dovere di ridere, di fare le più

strane mattezze. Dopo, non più--il periodo è passato, la serietà

ritorna. Fate il medesimo ragionamento per la villeggiatura.

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* *

Viene un'epoca dell'anno in cui la città, che pure abbiamo sopportata

pazientemente per tanto tempo, comincia a diventare insoffribile; la

polvere delle strade che abbiamo inghiottita senza mormorare, ci

affoga; il rumore delle carrozze di cui non ci accorgevamo, ci

assorda; i volti abituali ci diventano noiosi ed antipatici. Tutto è

stupido, tutto è pesante, senza gusto e senza sapore--non si respira

non si dorme, non si mangia più. Vi è bisogno di aria, di luce, di

sole, di verde: cose di cui non si era mai sentita la mancanza; ora si

cercano dovunque. Allora tutti sembrano invasati da un timor

panico--bagagli, partenze, fughe su tutte le linee... ferroviarie. Si

vuole la villa, gli alberi e si va a cercarli con premura, con

ansia--due sono gli scopi: fuggire la città abbominata e ritrovare il

sogno dei poeti, dei pensatori, dei filosofi: la campagna. Pare un

impeto, un furore, una frenesia: la campagna o la morte. È lecito non

accorgersi che essa esista nei lunghi mesi d'inverno, la si dimentica

nella ridente primavera e nel principio dell'estate; ma giunto

l'agosto, l'amore campestre arriva come una palla di cannone, e via!

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Dopo tutto, questa di cambiar posto, di passeggiare sulla terra fresca

invece che sulle lastre infuocate, di respirare una maggior quantità

di ossigeno, è necessità reale della vita. È un diversivo, è una

varietà, un mutamento, un abbandono della vecchia forma per la nuova,

una rivolta a quello che abbiamo amato, un'aspirazione a quello che

possiamo amare. Lo spirito nostro si compiace di queste innovazioni,

si diletta allo stesso spettacolo della sua incostanza, ammira la

propria potenza nel passare rapidamente da un estremo all'altro,

bruscamente e senza intervalli. Tutto questo lavoro interno ed esterno

sarebbe bellissimo, straordinario, se non fosse perfettamente regolare

e perfettamente periodico.

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Dunque villeggiature per tutti, e quindi molteplici e svariate specie

di esse per contentare tutti i gusti. Ma oramai non vi restano che due

o tre tipi spiccati e tutte le altre rientrano nella categoria di

queste principali. Vien prima la villa mobigliata con costosa

eleganza, dipinta a colori gai, con un giardinetto, la vasca, il

tavolino di legno rustico--qualche volta un piccolo tentativo di

parco. Di alberi..... qualcuno; aria..... si dice e si sostiene che ve

ne sia; passeggiate..... sul lastrico di una via perfettamente

selciata e nella propria vettura. Si fa..... lo stesso che si faceva

in città. Si balla, si rappresenta la commedia, si dice male del

prossimo, si prendono gelati e si vestono abiti di squisito gusto. Vi

è l'etichetta stretta, formale: fissate le ore del pranzo, le giornate

di ricevimento, il termine delle serate: tutto è registrato. Però si

sta in campagna--si ha il diritto di crederlo almeno: è vero che la

città è vicina e che le visite non mancano, è vero che al corso si

vede la stessa gente che si vedeva prima, è vero che il verde si

scopre col cannocchiale: ma tutto questo si fa in campagna, fra un

vaso dove cresce un limone un poco etico, fra una brezza che passando

per le vie troppo popolate non porta più nè il profumo dei fiori e

molto meno quello del mare; si vede il cielo azzurro, si tratta di un

palmo e mezzo, ma è il cielo. E chi non si contenta, si stia. Questa è

la campagna aristocratica, fina, la campagna della gente _distinta_

che sa divertirsi a tempo ed a luogo, come si deve e senza infrangere

le regole del _bon ton_. Una campagna convenzionale, artificiale,

falsa, che porta il rossetto ed è capace di mettere il _frac_. Per noi

è rappresentata da Portici, da Castellammare ed altri simili:

sobborghi, succursali di Napoli.

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* *

Viene la cittaduzza di provincia, dove tante volte si ha una casa, parenti,

amici, dove si vanno a passare venti giorni per amore o per forza. La città

di provincia! roba oscura, grigia, pesante--pretensione di imitare la

capitale senza arrivarci: quindi un tentativo di corso, un tentativo di

banda ed un caffè dalla dubbia eleganza, in cui si prendono dei miscugli

orribili. Nessun giardino, qualche orto molto lontano e anche piantato a

cavoli e insalata, piante per nulla ombrifere. Si passano giornate lunghe,

eterne, leggendo qualche volume disparato di un antico romanzo, sorbendo a

centellini una noia che viene dal cielo, che emana dalla terra, che piove

dalle vecchie e tristi mura. Qualche volta si esce per andare a camminare

lungo la stazione, a veder passare quel grosso mostro sbuffante che

trasporta tanti volti pallidi e melanconici. E si ha l'obbligo di andar

vestiti per bene, di dover dare tutte le notizie, di sopportare cento

domande insulse sulla città donde venite. E la sera l'oca, il giuoco di

penitenza _et similia_; e non avete nemmeno il dritto di lagnarvi. Siete in

villeggiatura, siete venuto a svagarvi! Dopo quindici giorni avete lo

_spleen_, la nostalgia, e l'idea del suicidio si presenta con molta

insistenza.

*

* *

Resta il villaggio, perduto in una vallata o inerpicato sulla collina:

il villaggio in cui ancora fortunatamente non è pervenuta la civiltà;

il villaggio che ha le sue larghe strade maestre che si prolungano a

vista d'occhio tra i filari degli alberi, che ha le sue viottole

strette, intersecate, cinte dalle siepi di biancospino. Attorno ad

esso è la campagna vera, vasta, sconfinata--prima la pianura, poi il

bosco, la collina, la montagna; tutto fiorito, vegeto, sorridente,

silenzioso; in esso le case modeste, umili, raccolte intorno alla

chiesa e poi una più grandetta: è la vostra. Forme antiche e severe di

mobili, finestre larghissime, stanze vuote di arredi e intanto piene

di vita. Dappertutto regna la libertà: dormite pranzate, studiate

quando volete, nessuno vi dirà nulla; quei contadini hanno poche

curiosità: ignorano, ecco tutto. Che se andate a far visita, trovate

la porta aperta ed i visi allegri, vi offrono dei frutti e dei fiori,

i ragazzi vi parlano guardandovi in viso, talvolta mettono un dito in

bocca: è sconveniente, ma è ingenuo. Le fanciulle portano il fiore

alla camicia, la brocca in testa e vi salutano amichevolmente passando

sotto la finestra--se andate alla sorgente le troverete lavando e

accompagnando con la voce, lo sgorgo e la caduta lenta dell'acqua che

nessuno ha pensato ad incanalare e che se ne va tranquilla per le sue

faccende. La sera vedrete il tramonto sulla piazzuola e il crepuscolo

vi sembrerà sempre meno triste che altrove; rientrerete contento in

casa e là potrete leggere, scrivere, inabissarvi nella riflessione,

nella _rêverie_: lo strido del grillo e le ultime voci della notte non

potranno disturbarvi. Passerete un mese distratto, allegro, contento,

felice. Poichè tutto questo rappresenta la pace, la serenità, il

riposo, il lavoro proficuo, perchè fatto nella solitudine, la salute

aiutata dall'aria pura, dal lungo esercizio del cammino--poichè tutto

questo è bello buono, onesto--e poichè è la natura.

* *

*

Eppure ciò malgrado, anche nel villaggio, dopo un certo termine, vi

incomincia a serpeggiare nelle ossa un qualche brivido di freddo,

negli occhi avete un'ombra. Principiate a sentire quel desiderio vago,

indefinito, indeterminato, ma fitto, assiduo, continuo, di qualche

cosa che non sapete, che non trovate; e v'infastidite, v'irritate di

non potervi sottrarre a questo stato dell'animo vostro. Ma che cosa è?

Non è forse più così bella la campagna, così cara la pace che vi si

gode? Siete voi che vi mutate, è l'antico uomo che fa capolino, è

l'intelligenza che si sveglia come prima, è la memoria che si ridesta

e con essa i soavi volti lasciati e i dolci amici e le gioconde

abitudini ritornano alla mente. La città vi attrae, vi chiama, vi

conquista. È un periodo che passa, un altro che ricomincia.

Dal vero · 第 34 / 67 题