del _Libro de' versi_, nobile tanto. Pure al pubblico molto non
garbava, e se volevo finire il mio esperimento in mezzo ai più
entusiastici applausi, dovevo ritornar sempre ad una volgarissima
canzone spagnuola: la _jotta aragonese_.
Alle volte, invece del _mu-to_, erano cinque palle di spingarda che
scattavano dalle mie mani come uno zampillo di fonte, mentre con una
sfera di piombo assai grave, attaccata per mezzo d'un gancio alla mia
tenacissima coda, descrivevo nel vuoto, dondolando placidamente la
testa, un moto rotatorio orizzontale come un'immensa aureola che
tagliava nelle sue intermittenze, il giro delle cinque palle,
esattissimamente, senza mai trovare un inciampo. Più ancora che la
precisione dei miei movimenti pareva al pubblico, la di cui
maggioranza era composta di teste calve, meravigliosa la robustezza
della mia chioma che roteava con tanta facilità un peso già forte da
sollevarsi colle mani.
Intanto la mia celebrità s'aumentava di giorno in giorno e sui
cartelloni del _Circo Wood_ si leggeva scritto in lettere rosse, d'un
cubito l'una, il nome di _Yao_ che adescava la folla.
L'uomo s'acconcia presto alla propria gloria da qualunque parte essa
gli venga, ed io mi stimavo già lieto d'essere lo scopo di tanta
curiosità, il centro di tanti sguardi, la causa di tanta meraviglia e
di tanto diletto.
Mi confortavo nella massima di Mencio che dice: "_weï-kueï_", massima
che un latino plagiò quando scrisse: "_populus est prae omnibus
mobilis_". Mi confortavo anche ripensando a ciò che Confucio racconta
dei savi dell'antichità, "i quali mettevano la loro gioia nella gioia
del popolo", e non disperavo di far apprezzare un dì o l'altro ai miei
spettatori la cantilena