Savio Meng-pen, discepolo mio prediletto, fin da quel giorno in cui la
paralisi m'irrigidì la lingua (e fu in sul principio di questa luna),
tu mi sei stato sempre vicino, hai soccorso ai bisogni del mutolo ora
indagando il mio cenno, or seguendo con l'occhio, e come anche ora
fai, la traccia del mio calamo su questo papiro. Operando così tu
mostri di possedere la più nobile fra le virtù, quella che Kong-tseu
chiamava _virtù d'umanità_, e perciò ti lodo. E lodo Iddio che largì
agli uomini tre possenti mezzi d'eloquenza nel gesto, nella penna e
nella lingua, per modo che, grazie alla tua fedeltà, s'anco mi sia
tolto il conversar delle labbra, mi sembra, scrivendo ciò che tu
leggi, di non esser mutolo, giacché mi valgo d'una manifestazione
dell'animo assai più lenta ma molto meno infedele che non sia la
parola parlata. Afferrando la penna mi pare di stringere la mia lingua
nel mio pugno e di assoggettarla meglio alla volontà e al pensiero.
Tu vedi adunque, savio Meng-pen, come codesto morbo, il quale non è
altro che un mio placido silenzio, e non paralizza menomamente la
sensazione dell'orecchio né i movimenti della mano, e annoda soltanto
il volubile organo della pronunzia, possa essere considerato come un
bene piuttosto che come un male, giacché molti danni intravvengono
agli uomini dalla parola ed io sono ora salvo da tali danni e perciò
più perfetto nella mia persona che tant'altra gente ciarliera.
Rammentati del saggio Wen-Wang di cui è scritto nel Lun-yu, che rimase
rinchiuso nell'eremo suo per tre anni senza profferire vocabolo. Pur
ch'io m'illuda d'imitare quell'antico re e filosofo, mi troverò una
volta di più contento nel mio silenzio.
Tu sai, per quella dimestichezza che avemmo insieme, come io sia stato
sempre eccessivamente propenso per mia indole al tacere.
Sai come in tutte le speculazioni del mio ingegno, e in forza della
sublime scienza che professo, io abbia prediletta sempre la forma
grafica del pensiero e anteposto la linea che io geometra stendo sulla
tavola d'avorio, ad ogni altra dimostrazione di verità. Se la linea
dunque è superiore alla parola, il carattere figurativo della nostra
gloriosa patria chinese è più atto d'ogni altro a rappresentare
l'idea. Ciò che non è scritto, non è dimostrato che in parte. Felice
me dunque che obbligato per esprimermi a mover la penna anzi che le
labbra, sono così miglior interprete del vero.
Già da parecchi giorni volevo tracciare queste righe per farti sapere
che la mia calma, ammirata da te fin dalle prime ore del morbo, non è
soltanto rassegnazione serena, ma sincero accontentamento dell'animo;
e tu che m'ami, acquetati filosoficamente in questa certezza.
Non ti rivolsi mai tante parole di seguito negli anni della mia
completa salute ed ecco che, essendo ora mutolo, incomincio a
diventare loquace.
Sorridi pure senza temere d'offendermi; coll'orlo della pupilla, vedo
l'onesto riso del tuo occhio intento a dicifrare l'orma tranquilla
della mia scrittura. Sorridi pure delle contraddizioni umane, le
troverai nei più saggi; ma non tralasciare di cercare il punto
d'intersecazione in cui i due moti contraddittorii s'uniscono, perché
colà troverai la sintesi dell'uomo e la spiegazione d'ogni sua
apparente stranezza, e il tuo labbro si farà serio tosto.
Certo, sono diventato loquace per ciò solo che non diffido più della
mia lingua. Se quando potevo parlare non osavo intrattenermi teco
d'altra materia meno esatta che non fosse la nostra scienza, credi che
la ragione di ciò non è da ricercarsi in nessuna titubanza o in nessun
disdegno ch'io m'avessi di confidarmi teco, anzi la mia natura mi ha
sempre spinto all'espansione fino dagli anni più teneri. Mi astenevo
solo perché m'è sempre parso che la parola dovesse molto o poco
travisare l'intenzione dell'affetto, e per omaggio all'affetto stesso
frenavo lo slancio interno che mi trascinava ad espandermi. La
vergogna dell'arrischiare, parlando, di commovermi più che non
s'addicesse a filosofo, mi tratteneva anche. Fin da quando compresi
d'esser uomo, mi studiai di raggiungere quella forza morale che
Confucio chiama l'_irremovibilità del cuore_, e in parte, a prezzo
d'angoscia, la conquistai. Fin da quando lessi in Mencio che Kao-tse
non si lasciava scuotere da emozione alcuna, mi studiai di possedere
così solenne impassibilità. Io so fin dove posso paragonarmi a
Kao-tse.
Molte, anche fortissime azioni so di potere pacificamente compiere;
altre poche e in apparenza semplici, no. Pure fin che avrò vita
lotterò contro me stesso come un ginnasta e trionferò di codeste
ultime fiacchezze per le quali a volte mi giaccio.
Fu una di queste fiacchezze la fatale occasione della vertigine che mi
colse il dì della nuova luna, mentre stavo calcolando sulla tavola
d'avorio, in presenza tua e d'altri miei colleghi e discepoli e del
venerabile Kung-sie, l'altezza dell'obelisco di Wei. Ti rammenti che in
quel calcolo vi fu un punto in cui io volli generalizzare le mie
dimostrazioni a tutte le forme trapezoidali? Ti rammenterai anche, o
Meng-pen, che dopo aver disegnato col carbone tre lati d'un trapezio,
mentre stavo tracciandone la base, dicendo queste parole:--_il trapezio,
come sapete, è una figura piana di quattro lati ineguali, due dei quali
sono paralleli..._--mi turbai un poco, e quando soggiunsi:--_benché lo
trapezoide differisca dal trapezio..._,--svenni; poi mi ridestasti
mutolo.
I medici hanno ricercata la causa della mia malattia nel sangue, e
credo che abbiano ragione; e so anche di certo che questa infermità mi
sarebbe un dì o l'altro capitata per la gravezza dei miei anni; ma so
pure che non la causa, ma l'occasione per la quale mi accadde ciò, fu
il trapezio.
Sappi dunque, mio dilettissimo Meng-pen, che in mezzo secolo ch'io
ammaestro le generazioni nelle matematiche, non ho mai potuto
descrivere un trapezio senza confusione dei miei spiriti vitali.
Se alzo gli occhi dalla carta vedo che Meng-pen mi osserva con
meraviglia e quasi con incredulità e alterna lo sguardo or sulla mia
scrittura or sul mio volto per tema ch'io vaneggi. Onesto Meng-pen,
rassicurati. Se ti fosse noto un segreto della mia giovinezza, ti
sarebbe manifesta l'origine di quella ubbia strana del trapezio, ubbia
che ora soltanto incomincio a domare appunto perché provocò in me una
crisi violenta.
Tranquillizzati, amico; penetro nel desiderio che mi nascondi e lo
trovo concorde al mio. Nessuno è degno più di te di fiducia. Ti ho
insegnato tutte le scienze che possiedo. Sei giunto alla maturità
della ragione, sai osservare, discutere, ascoltare, entrare ed uscire
secondo il _libro dei riti_. Tu sacrifichi la tua giovinezza alla mia
vecchiaia, la tua salute alla mia infermità; è troppo giusto che tu
sappi una avventura che a questa infermità pare strettamente legata.
Quante ore mancano alla cena?
Sta bene. Chiudi l'uscio a chiave. Riaccendi la lampada del thè.
Porgimi la cartella di lacca. Avvicina lo scranno di bambù che sta
davanti il terrazzo. Siedi. Io scriverò sulle mie ginocchia; ti
permetto di appoggiare la testa sul dorso del mio seggiolone; potrai
scorgere così più agevolmente i caratteri.
Leggi attento. Incomincio.
L'anno della grande carestia io era, nella provincia di Tsing, un
fanciulletto di sette palmi d'altezza. Mio padre era morto e la mia
brava madre s'affaticava, colla coltivazione di tre camperelli, a
sostentarmi. Ma la crudeltà della terra infieriva e il governo, più
crudele ancora, esigeva dall'affamato agricoltore l'integralità del
tributo. Il popolo precipitava ogni giorno in miseria più cupa. I
figli adulti non potevano più mantenere i loro vecchi padri, le madri
dovevano abbandonare alla fame i loro piccoli bimbi; le famiglie
disperse migravano per le quattro parti dell'impero in cerca di vita.
Ogni germinazione pareva spenta, isterilivano i semi e le corolle.
Nulla più nasceva, tutto moriva. Il mercante di bare, che specula
sulla morte, ammassava tesori, ma un sacco d'oncie d'oro valeva meno
d'un sacco di riso. E vi fu un giorno che anche i funerali parvero
superflue cerimonie. I mesti riti sacri a Confucio ed a Mencio
stettero negletti per lunghi mesi. Nella città di Tsing più di mille
tra vecchi ed infermi si precipitarono dalle mura per sottrarsi alla
fame. L'inverno s'avanzava. Io intanto saltavo attraverso i campi,
m'arrampicavo sulle piante ischeletrite senza foglie e senza nidi,
m'esercitavo al bersaglio colle pietre, colle freccie, colle frombole.
Mangiavo tutte le mattine un _ping_ di riso bollito e tutte le sere un
pezzo di pasticcio di miglio. Ma un giorno vidi, attraverso l'uscio
socchiuso che metteva nel granaio, vidi mia madre curva su d'un sacco
mezzo vuoto. Essa teneva nella mano destra una piccola misura di
quelle che chiamiamo _chao_, la immerse quattro volte nel sacco e tre
la estrasse piena di grano, la quarta non raccolse che poca polvere.
Quando la buona donna si voltò, vidi che piangeva; fuggii senza
ch'essa si fosse avvista della mia presenza. Per tutto quel giorno e
il giorno appresso, mia madre, muta, pareva occultasse un orribile
dolore. Il terzo dì, dopo essersi assentata per qualche ora da casa,
rientrò in compagnia d'un uomo vestito da marinaio europeo. Mi chiamò;
poi, mostrandomi allo straniero, disse:--Ecco il mio unico figliuolo;
ha nome Yao; gli ho insegnato a leggere e a scrivere; è snello e
robusto come un leopardo, ed ha anche l'appetito d'una piccola fiera,
ma d'una fiera buona, paziente e saggia.--C'erano nelle parole della
mia povera madre certe interruzioni, certi brevi silenzi angosciosi.
Poi, rivolta a me, disse:--Yao, questo _Koo_, questo mercante, ha un
bastimento pieno di biscotti e di miele, un grande bastimento che
viaggia sul mare. Tu lo seguirai,--soggiunse,--diventerai un valoroso
navigatore, mentre io mangerò sola i tuoi _ping_ di riso e i tuoi
pasticci di miglio.
Poi, rivolta al mercante, gli disse col più tenero accento della
supplicazione:--E perché non mi sarebbe concesso di accompagnare mio
figlio? potrei rattoppare le vele della nave, medicare i malati; sarei
utile, paziente e coraggiosa.
Il _Koo_ rispose scandendo le sillabe in modo bizzarro ed aspro:--Non
voglio donne a bordo.
Mia madre, rassegnata, tolse allora da un armadio, che rivedo ancora
nella memoria tal quale, tolse una borsa di pelle e la consegnò al
mercante con queste parole:--Ecco la somma pattuita: cinquanta oncie
d'oro. Intendo comperare con questo denaro una fibra viva del vostro
cuore pel mio piccolo Yao. Ho messo dieci anni ad ammassare le
cinquanta monete che state contando.
Poi dallo stesso armadio quasi vuoto (e alcuni mesi prima era pieno di
molti cibi buoni e dolci) tolse un libro legato in seta (il libro che
in questo momento giace sul mio scrittoio, nel secondo scaffale) e me
lo diede e disse:--A te, figlio mio; in questo volume ho raccolti e
cuciti colle mie proprie mani il _Lun-yu_, il _Ta-hio_ e il
_Tsiung-yung_. Ti ho insegnato a dicifrare i nostri antichi caratteri
a ciò tu potessi un giorno leggere questo sacro libro, la cui sapienza
profonda ambivo spiegarti io stessa verso a verso; ma le calamità
della terra mi vietarono una tal gioia. Poiché tu possa continuare a
vivere, è necessario che tu ti separi da me. Tutte le volte che
leggerai qua entro, fa di rammentarti di tua madre.
Io piangevo, essa piangeva; eravamo avvinti in un bacio.
A un tratto il _Koo_ guardò l'orologio, mi afferrò la mano, mi strappò
dalle braccia materne gridando:--È tardi.--Mi trascinò seco. Giunti al
limitare dello squallido orto, scendemmo giù per la vallata finché
giungemmo alle sponde del _Fiume Giallo_. Avevamo corso ben mezza lega
quando salimmo in un _sam-pan_ a sei remi. Io mi accasciai sotto la
prua con minore coscienza di me medesimo che se fossi stato una
pietra. I remiganti batterono le onde. Il sonno pesante dell'angoscia
piombò sulle mie palpebre. Quando mi destai ero a bordo d'un immenso
vascello galleggiante su d'una immensa pianura immensurabile che mi
pareva un universo d'acque, e mirai per la prima volta, esterrefatto,
il mare.
Il mio stupore fu sì forte che dimenticai mia madre finché il sole
s'ascose sotto all'orizzonte.
L'infanzia, savio Meng-pen, è un canto vago, incompreso mentre vibra,
che diventa chiaro più tardi nella memoria.
Le soluzioni di molti oscuri problemi della mia fanciullezza non mi si
rivelarono evidenti che quando divenni adulto.
Nei primi giorni ch'io navigai sul vascello di quell'uomo crudele che
mi strappò dal bacio materno, non pensai di esser vittima d'un
_gin-mù_, d'un mercante di schiavi, d'uno di quelli che la timida
ironia del popolo cinese chiama _pastori d'uomini_.
Vissi fidente fra le mani di colui, perché mia madre mi ci aveva
posto. Ma una idea mi preoccupava: non avevo ancora gustato né visto i
biscotti ed il miele, di cui, come mi aveva detto la madre, doveva
esser carico il bastimento.
Un giorno, mentre la maggior parte dei marinai erano immersi nel sonno
delle ore meridiane, fui tentato d'andare a scoprire il sito ove
dovevano essere nascoste le dolcissime ghiottonerie che mi erano state
promesse. Il denaro che mia madre aveva dato per me al capitano, mi
costituiva nella mia coscienza il diritto di una tale esplorazione.
Scesi quatto quatto la ripida scaletta che metteva capo alla stiva
della nave. Giunto al fondo, mi trovai in mezzo ad una folta penombra,
che più avanzavo e più l'oscurità si faceva cieca. Mi posi carpone per
non incespicare fra le gomene che ingombravano il pavimento. Camminavo
così, timido e cauto come un gatto che intraprende qualche pericolosa
avventura.
La tolda sul mio capo era muta, indizio che nessuno si moveva sul
ponte. Mi feci coraggio e spinsi la mia esplorazione in dritta linea
fin che m'arrestò una parete. Palpai davanti a me fra le tenebre, e
indovinai una porta. Il mio dito mignolo s'incastrò in una fessura, lo
estrassi e in sua vece posi l'occhio. Attraverso quello spiraglio non
vidi che ombra. Pure sapevo che in quell'ombra doveva celarsi il dolce
carico del bastimento.
Sperai che a forza d'aguzzare lo sguardo la pupilla dovesse abituarsi
a quell'ombra e diradarla. Infatti, dopo qualche minuto un torbido
barlume mi rissensò l'occhio. Con l'avida curiosità di un fanciullo
goloso che sta spiando un mondo di ghiottonerie, stetti immobile a
contemplare ciò che non discernevo ancora. Tutto il silenzio ch'è
possibile in mare regnava in quella stiva.
Più guardavo attraverso lo spiraglio e più il barlume aumentava. Poco
a poco mi parve che l'ombra quasi vinta si condensasse tutta da un
lato in istrati orizzontali e, condensata, assumesse corpo, ma corpo
vero e quasi profilo, anzi vero profilo e forma d'uomo.
Prima vidi una testa negra come la caligine, una testa dai capelli
lanosi e dalle grosse labbra, poi un torso che respirava
affannosamente, poi due ginocchia tremanti; le braccia non vidi;
parevano legate sotto la schiena. Quel corpo era disteso sul suolo.
La curiosità della gola aveva fatto posto nel mio animo ad un'altra
curiosità assai violenta, quella della paura.
Spesse volte il vero piglia gli aspetti dell'allucinazione. Mi sembrò
repente che quel corpo legato e disteso si riflettesse dieci o dodici
volte collo stesso profilo e collo stesso atteggiamento, quasi
ripercosso nei cristalli di due specchi neri.
Il mio sguardo fuggì atterrito all'opposto lato della stiva. Lì
altrettanti corpi di color giallo giacevano stesi in senso inverso,
con le piante contro le piante dei primi. Senza l'anelito dei petti li
avrei creduti cadaveri.
Ma una fulminea staffilata che piombò sulle mie spalle, mi strappò
subitamente al mio terrore e mi rinfrancò lo spirito inorridito.
Dietro di me stava una irosa figura che teneva una lanterna accesa con
una mano e una scuriada con l'altra. Riconobbi il _pastore d'uomini_.
Quando, come adesso, rievoco nella memoria quell'attimo feroce in cui
sentii piombare sulla mia schiena la sferza del _gin-mù_, penso che
quello fu l'attimo decisivo e capitale del mio destino, l'impulso
primo che inflisse al mio spirito quel moto particolare del pensiero
che vien detto, fra gli uomini, _carattere_, e che è quasi uno stile
dell'anima.
Da quel momento la mia vita s'è divisa in due epoche, dirò più, in due
ere morali: prima della staffilata del _gin-mù_; dopo la staffilata
del _gin-mù_. Ma qui permetti che ricorra ad un'immagine. Sai che per
le salme degli _Tsing_ si estrae dal più ardente veleno una goccia di
balsamo che, appena infiltrata nel cuore del floscio cadavere
imperiale, lo irrigidisce, lo trasforma in macigno incorruttibile.
Alla stessa guisa mi parve d'essere stato, io vivente, tramutato dallo
staffile del _pastore d'uomini_.
Pure il minuto che seguì immediatamente il colpo non te lo saprei
descrivere; lì c'è una lacuna nella mia memoria.
Dopo il momento ch'io rimasi rattrappito nel più profondo della stiva,
sulla soglia tragica che ti scrissi, con due violenti fulgori sul
volto, la luce della lanterna e lo sguardo del _gin-mù_, la mia
rimembranza s'estingue. Mi ritrovo poi immobile, placido, imperterrito
a cavalcioni della più eccelsa antenna d'artimone, dominante il mare.
Come io fossi saltato sulla tolda e arrampicato sull'albero maestro,
non lo rammento. Ma so che il piccolo Yao, che prima se ne stava
accovacciato fra le tenebre, non era più quello stesso che s'ergeva
librato fra le sartie della nave, col sole nelle pupille e colla
fronte al vento. La mia mente pareva essersi sollevata col mio corpo
fra quelle libere altezze, sentivo trabalzar il mio cuore con rapidi e
fierissimi slanci, come se la sferzata di quel manigoldo avesse mosso
nel mio petto un meraviglioso palèo. Il senso della dignità offesa è
più delicato e più puro nel fanciullo che nell'uomo, perché in quello
il risentimento è più ingenuo e lo sdegno prodotto dalle tracotanze
umane più nuovo. Aggiungi a ciò che fin dalla tenerissima infanzia
ebbi la coscienza di possedere un sentimento di giustizia
irresistibile, sentimento che m'accompagnò per tutta la vita.
La giustizia apparve sempre nel mio pensiero esatta, evidente come una
verità tutta fisica. Quando nella mia età matura incominciai a
studiare le matematiche, un diritto leso ripugnò alla mia coscienza
nello stesso modo che un calcolo errato al mio intelletto.
Riabilitare il diritto o correggere il calcolo, era per me tutt'uno e
mi trovavo formidabilmente spinto verso le vendette da un chiaro e
calmo principio scientifico. Attacco e difesa, azione, reazione,
angolo percosso, angolo riflesso, identici assiomi che dimostravano lo
stesso vero sotto vari aspetti. Il dubbio, il mistero, tutto ciò che è
vago e indefinito, fu sempre contrario all'indole mia; non ho mai
potuto sopportare a lungo un aspetto, un problema insoluto, una
menzogna; s'agita in me un vasto bisogno di constatazione. Ho sempre
odiato le tenebre e le fantasie dei romanzi; ho avuto sempre paura
dell'ignoto, del noto mai. Ecco perché spiante nell'ombra allo
spiraglio della stiva, intravvedendo la bieca fantasmagoria di
martirii che ti accennai, tremavo; quello era l'ignoto. Ecco perché la
sferzata precisa ed evidente del _pastore d'uomini_ mi aveva ridonata
la calma e colla calma la forza.
Placido sull'antenna, pensavo; pensavo che quella mia discesa nella
stiva era stata giusta e saggia, perché ne avevo dedotto la certezza
che quel _gin-mù_ ingannava mia madre. Il carico di schiavi l'avevo
visto co' miei occhi; nessun'altra mercanzia apparve né sotto né sopra
il ponte. Sentivo d'essere caduto in potere di un feroce nemico, e
fanciulletto e solo, provavo il bisogno di difendermi, di armarmi, di
conquistare le nobili forze del corpo e della mente, tanto più che
difendendomi mi pareva di vendicare mia madre. Sotto i miei piedi
penzolanti nel vuoto vedevo l'equipaggio della nave muoversi,
affaccendarsi; tutta quella folla mi sembrava ostile. Compivo in quel
giorno undici anni; mi rammento di aver fatto questo computo.--Undici
anni!--pensai con orgoglio, e levando il mio berretto marinaresco dal
capo, mormorai gravemente come compiendo un voto sacro:--Sii tu il mio
_Kuan_, il mio berretto di virilità; sono uomo!--E mi ricoprii
fieramente la testa. Anticipavo così di nove anni la tradizionale
imposizione del _Kuan_ e m'ero consacrato uomo da me stesso.
La luna spuntava sull'orizzonte e l'aura del giorno non era ancora
scomparsa. Io rimanevo sulla mia antenna, immerso nelle brezze marine
co' miei pensieri. A un tratto, nel torcere gli occhi in giù, vidi un
non so che di bruno che s'arrampicava sull'albero maestro con maggior
sveltezza e rapidità che una scimmia. Un attimo dopo riconobbi un
fanciullo bizzarrissimo nel volto e nelle movenze, il quale cavalcava
già l'antenna accanto a me.
Appena ch'egli ebbe inforcata l'antenna di fronte a me, quel fanciullo
ed io ci guatammo come due esseri di razza contraria che si vedono per
la prima volta; attoniti, serii, faccia a faccia e muti.
Per un istinto tutto bambinesco di vanità e di difesa misurai collo
sguardo le nostre due stature. Le punte de' suoi piedi, penzolanti nel
vuoto, giungevano al malleolo de' miei ed i suoi occhi non arrivavano
al mio mento. Arguii, dunque, con tacita compiacenza, che sul suolo io
sarei stato d'un palmo e mezzo più grande del mio aereo compagno. Il
suo corpicino snellissimo s'agitava tutto senza posa, come uno di que'
vibrioni d'acqua che vivono in una oscillazione perenne, e la mobilità
del suo volto era anche più rapida che quella delle sue membra. Le sue
chiome apparivano più nere e più lucide di questo inchiostro col quale
scrivo, e prolisse e pendenti e attortigliate come le corde che
sopravvanzano dalla testa delle nostre citàre. Di quei capelli
foltissimi nessuna parte era rasa; il vento li scuoteva dolcemente di
qua e di là, come una pianta di zonarie marine dondolante nell'onda.
La sua pelle aveva il colore dell'oliva acerba e sotto i pori sembrava
gli traspirasse anche l'untume dolce di quel frutto. Quella testina
livida e ardente pareva impregnata d'un balsamo oleoso; il mio sguardo
scivolava su di essa senza potersi arrestare a nessun punto, tanta era
la instabilità del fanciullo. Fra un guizzo e l'altro del suo volto,
lo potei mirare negli occhi, neri così che mettevano raggi come due
carboni elettrici, raggi intermittenti ed acuti. Tutto quel corpo era
un magnete. Si pensava, a vederlo, che una elettricità più che
un'anima lo vivificava. Benché io, giovanetto, a quell'epoca non
conoscessi ancora le leggi di certi fenomeni fisici, presentivo che se
avessi avvicinato un mio dito alla fronte di quel fanciullo, ne
sarebbe scaturita una scintilla. Non credevo allora, come non credo
oggi, alle cose soprannaturali; pure una strana inquietudine m'agitava
accanto a quella bizzarra creatura d'aspetto fantastico. Oltre gli
occhi, altri due punti su quella figura brillavano: i denti
fulgidissimi e una piccola moneta d'oro che gli penzolava sul petto
nudo. Vestiva una zimarra bruna e sdruscita e squarciata in mille modi
e ridevolmente amplia che, sbattuta dal vento, gli svolazzava
d'intorno, spandendo al cielo un'allegria di brandelli scossi.
A un tratto egli scoppiò in una sonora risata e con intensa curiosità
indicò la mia coda, che fin da quegli anni avevo bellissima, e che
dalla sommità del cocuzzolo sfuggendo di sotto al berretto, pendeva
lunga lunga e solenne.
Io, a quello scroscio di risa, rimasi muto, immobile e un poco offeso.
L'altro allora incominciò a parlarmi un idioma armonico e strano che
non avevo inteso mai; il suo accento terminava come interrogandomi.
Quella voce mi penetrava nell'udito così soave che il mio sdegno
nascente scomparve e fece luogo a un moto primo di simpatia.
Le cose ch'egli mi chiedeva pensai che dovessero essere, senza dubbio,
argomenti di affettuosa inchiesta. Mi immaginai ch'egli mi domandasse,
non so perché, di mia madre. E fermo in questa supposizione, risposi
con tutta semplicità nel mio linguaggio:--Mia madre è una povera
_Kùa_! (vedova).
A quelle parole il fanciullo fu colto da una frenetica ilarità. Strillò
sghignazzando:--Ah! _Kùa! Kùa! Kùa!_ Ah! _Kùa! Kùa!_--capitombolando
sull'antenna più svelto d'una girandola. Poi fra le vociferazioni e le
risate si lasciò piombare colla testa all'ingiù, si abbrancò ad una
fune, e scivolò così capovolto fin sul ponte, più ratto di una pietra e
più leggiero d'una piuma; e scomparve.
Io rimasi ancora sull'antenna, sorpreso, meditabondo. L'apparizione di
quel fanciullo, là sulle alture dell'albero maestro, fra il cielo ed
il mare, mi aveva scosso, né arrivavo a immaginarmi da dove poteva
essere sbucata quella pazza creatura che non avevo veduta mai prima
d'allora sul vascello.
Intanto il vascello correva gagliardo, la vela sotto di me si gonfiava
maestosamente piena d'aria. S'era fatto notte. Lungo il mio corpo vidi
repente scorrere un lume che si fermò alla cima dell'albero; era la
lanterna del bastimento. Il rintocco d'una campana annunciò la cena
della ciurma e discesi sul ponte.
Diletto Meng-pen, l'occhio tuo diligentissimo ha seguito fin qui i
preliminari del mio racconto, troppo, forse, lentamente svolti dalla
mia penna. Perdona all'involontaria prolissità d'un vecchio che
ritorna col pensiero sui più giovani anni della sua vita. Mille
particolari del passato si presentano alla mia mente che li coglie
come se ti favellassi, e dimentico che scrivo e che tu leggi accanto a
me le diffuse parole che vado delineando. Ma di questa prolissità
minuziosa esiste (lo temo e lo sento confusamente), esiste anche una
causa volontaria in parte.
Questa causa sta nel ribrezzo che provo d'avvicinarmi a quella stessa
catastrofe la di cui narrazione è lo scopo di questo racconto. Mentre
mi soffermo qua e là nello scrivere, osservando e dissertando
allontano dalla mia penna e dal mio pensiero l'incontro dell'ultimo
avvenimento verso cui fatalmente s'avvia questa mia storia. E appunto
nella esposizione di quella catastrofe, più assai che altrove, mi
converrà adoperare tutta l'arte della più minuta e scrupolosa analisi.
Ma il tuo volto atteggiato ad espressione di nobile pazienza mi
conforta a ripigliare il mio tema.
Dopo ch'io m'imbattei sull'antenna con quel fanciullo bizzarro che ti
descrissi, non passò ora che non fossimo insieme. Egli, nei dì
anteriori era stato rinchiuso dal suo padrone in una cabina del
bastimento per castigo di non so più quale colpa.
Ecco perché non l'avevo mai scontrato sul ponte nei primi giorni della
navigazione. Quel fanciullo esprimeva colle riflessioni della
fisionomia, colla vivacità dei gesti e col modular dell'accento tutto
ciò che, in sulle prime, il suo barbarico gergo aveva d'incompreso per
me. Egli parlava un misto di latino e d'orientale, e la sua
nazionalità era ibrida più che il suo idioma. Apparteneva a una
schiatta di popoli errabondi, senza patria e senza nome, o, per dir
meglio, di più patrie e di più nomi. Sul ponte egli esilarava la
ciurma che si componeva di marinai di vari paesi; alcuni lo
chiamavano, sorridendo, _Tartaro_, altri _Pharaòhnepek_; gli americani
lo battezzavano per _indiano nero_, _Hind-Kales_; gli olandesi lo
qualificavano _Heidene_ (idolatra); parecchi gli dicevano sorridendo
_gypsi_, parecchi altri _gitano_ o _zingaro_.
A tutti questi appellativi diversi egli rispondeva indifferentemente.
Ma quando alcuno lo richiedeva del suo vero nome indicante la sua
propria personalità, il piccolo _zingaro_ denudava il suo braccio
sinistro e con un gesto grazioso e solenne poneva l'indice della mano
destra su d'un tatuaggio che ornava la gagliarda curva del suo
bicipite, e pronunciava la parola _Ramàr_, secca, sonora come due
colpi di tamburo. Ramàr ed io diventammo amici prestissimo. Io capivo
i suoi gesti, egli arrivò in poco tempo a intendere le mie parole.
Gl'insegnavo la lingua chinese con un sistema assai semplice. Mettevo,
per esempio, la mano al posto del cuore e articolavo la parola _sin_
(cuore), ch'egli ripeteva ridendo; oppure allungavo le palme e dicevo
_tsci_, oppure additavo l'azzurro e dicevo _lì_ (cielo). Questi
ammaestramenti pareva lo dilettassero assai, perché sghignazzava ad
ogni urto un poco aspro di consonanti come d'un effetto fonico
ridevolissimo. La sua sfrenata gaiezza, ch'ei non sapeva contenere
neanche in presenza delle cose più serie, mi era qualche volta
uggiosa, forse perché contrastava fin d'allora coll'indole mia.
L'instabilità di Ramàr m'indispettiva anche un poco e l'impeto delle
sue parole, delle sue azioni e de' suoi sguardi. Ramàr sconcertava la
mia individualità nascente, e questa era senza dubbio la causa
dell'uggia. Io, là, solo, senza soccorsi, migrante su d'un vascello
che viaggiava per un paese a me ignoto; io disamato da tutti,
disarmato contro tutti, stavo appunto in quei giorni raccogliendo i
miei istinti per cingermi di forza e di difesa. S'operava entro me un
lavorio morale simile in tutto a quello del baco da seta che fila il
robusto suo bozzolo, ed ecco che quello _zingaro_ spensierato,
irriverente, leggiadro, confondeva l'opera mia.
Non mi perdonavo il fascino di curiosità ch'egli m'imponeva e dal
quale non potevo sciogliermi.
Ricorrevo spesso alla lettura di Confucio per rassodarmi nelle mie
aspirazioni, intuivo più che non capissi letteralmente le profonde
massime dell'_Invariabilità nel centro_; l'anima di quel libro passava
nella mia, quasi attratta da un elemento omogeneo. Dopo quelle letture
sentivo la coscienza della mia superiorità e contemplavo Ramàr con
affettuoso disprezzo. Quel povero fanciullo ignorava perfino il vero
senso dei nomi di _madre_ e di _padre_. Un giorno che io gli chiesi
chi era suo padre, Ramàr mi mostrò un signore gigantesco, coi capelli
rossi, cogli occhi celesti, un americano del Nord puro sangue, che
passeggiava sul ponte. Compresi che Ramàr confondeva il nome di
_padre_ con quello _padrone_. Fin che fui sul vascello non potei
raccapezzare nessun altro dato intorno alla condizione sociale del mio
piccolo amico.
Quando io gli domandavo:--sai leggere? sai scrivere?--o qualche altra
consimile domanda, egli mi rispondeva invariabilmente con uno
stranissimo accento di convinzione:--Io so volare.
La stagione, che era piuttosto fredda al principio del viaggio, andava
mano mano temperandosi. Mi pareva di essere balzato dall'autunno alla
primavera. Ripensavo alle lune che avevano brillato sul mare durante
la nostra navigazione e non riuscivo a computarne più di tre. Secondo
i miei calcoli, dovevamo esser vicini al solstizio d'inverno, e il
caldo aumentava. Questo fenomeno atmosferico m'inspirava meraviglia e
turbamento. Tutto era enigmatico intorno a me, il vascello in cui
viaggiavo, il _gin-mù_ che lo guidava, il piccolo Ramàr, e l'aria
stessa che respiravo e la meta verso cui ero rivolto. Il mio istinto
di esattezza s'angosciava in mezzo tutta questa incertezza strana che
componeva la mia vita, e mi ribellavo contro il mare, contro l'aria,
contro gli uomini, tacitamente, ma con un gran tumulto di pensieri.
Nessuno mi parlava tranne Ramàr, il quale pareva abbandonarsi
spensierato su tutto ciò che gli sembrava ignoto o misterioso. Io
avevo un solenne disdegno d'interrogare gli altri su tutte le cose
gravi che non capivo; volevo indagare, indurre, dedurre, scoprire
tutto da me. Questo sistema era senza dubbio il più dignitoso per non
intender nulla, ma non il più spiccio per arrivare al fondo degli
arcani che mi agitavano.
Pure sentivo che quella vita di mare non poteva essere che passeggiera
per me, e benché mi rammentassi quelle parole di mia madre:--_Diventerai
un grande navigatore_,--pensavo che l'arte marinaresca non sarebbe stata
il mio destino, dacché nessuno s'occupava ad istruirmi in quella, né il
_gin-mù_ esigeva da me fatica di sorta sul vascello, e da ciò mi
risultava ancora più evidente l'inganno in cui doveva esser caduta la
madre. La madre! ed allora mille incertezze assai più crudeli mi
assalivano e pensavo:--Quella affettuosa donna mi allontanò dalle sue
braccia per causa della carestia che infieriva; mi salvò così dalla
fame; diede il suo oro per salvarmi, quel poco d'oro che essa aveva
raccolto con tanto sacrificio di lavoro e di astinenze: il pericolo
dunque doveva essere estremo, la necessità ineluttabile. Dunque, se mia
madre sofferse ch'io mi distaccassi da lei, è segno che vivere in due
non si poteva; fuggire in due, neanche; ma essa?--E mi si parava davanti
alla memoria, terribile, il granaio deserto e quegli ultimi _ping_ di
riso misurati dalla povera donna piangente. Una deduzione orrenda
sorgeva sempre alla fine di questi pensieri. Allora, per isfuggire dallo
sguardo degli uomini, salivo al mio rifugio, l'albero maestro, e mi
sedevo non più sull'antenna, bensì sulla cima stessa dell'immenso pino,
come un augello che più sale volando e più si salva. Quando l'angoscia
persisteva, quando quella immersione nell'azzurro non bastava a
calmarmi, afferravo colle mani la punta dell'albero e mi abbandonavo con
tutto il corpo penzolante a seconda del vento e rimanevo così finché le
forze me lo permettevano. Quella stiracchiatura di muscoli violenta
distraeva l'ansia del pensiero.
Spesso Ramàr, che mi vedeva dal ponte e che credeva ch'io facessi per
giocare, mi raggiungeva. Allora s'incominciava una sequela di
evoluzioni ginnastiche stranissime, portentose, egli ridente, io
piangente quasi ed in preda ad una specie d'esasperazione nervosa. Ciò
che mi affascinava in quelle evoluzioni altissime e pazze era
l'imminenza del pericolo. I marinai sul ponte ci ammiravano
beffandoci. Un giorno m'accadde di compiere una prodezza che mi valse,
per così dire, il loro rispetto.
Quel giorno io me stavo accovacciato presso la bussola, studiando le
oscillazioni dell'ago magnetico, quando mi scosse un gaio vociar della
ciurma. Mi avvicinai ad un crocchio di mozzi; costoro guardavano in
alto qualcosa che destava la loro curiosità. Era uno di quegli uccelli
gialli di montagna che noi chiamiamo _mièn-man_, smarrito non so come
nei deserti del mare; s'era posato sull'albero di prora, stanco,
sfinito, immobile. La ciurma proponeva un premio a chi avrebbe
atterrato quell'uccello. Il _gin-mù_, a cui, in quel dì, sorrideva
l'umore, permise la gara. Si caricarono i fucili, la mira appariva
difficilissima per la piccolezza del _mièn-man_ e per l'altezza ove
posava. Tutti tirarono e sbagliarono il loro colpo. Ad ogni fucilata
il _mièn-man_ fuggiva dall'albero con ala incerta, girovagava per
l'aria, poi, spossato, si riduceva sul primo appoggio. Dopo l'ultimo
colpo io corsi a cercare la mia frombola che avevo portato meco, la
armai d'una grossa palla di piombo e mi posi nell'atteggiamento di chi
compie un calcolo mentale, fisso coll'occhio al mio bersaglio. I
marinai, il _gin-mù_ e il padrone di Ramàr mi contemplavano
ironicamente. Convien qui notare che il colpire colla frombola un
bersaglio piccolo, alto e lontano è ardua impresa per i più esperti,
giacché la parabola del proiettile varia secondo il peso e lo slancio.
Pure, dopo due giri di corda, feci scattare la palla ed il _mièn-man_
cadde morto in mare. Un applauso scoppiò dalla ciurma. Io vinsi il
premio, che era una moneta d'argento.
Il padrone di Ramàr mi pose la sua poderosa palma sulla spalla in
segno di approvazione; poi s'allontanò sollecito col _gin-mù_ a
fianco.
Il giorno dopo di quel fatto, all'alba, vidi una linea biancastra
all'estremo dell'orizzonte sul mare, lontanissima, immobile. Vidi poi
a poco a poco questa linea ingrossare da un lato, diminuire
dall'altro. Percepii alcuni vaghi contorni di montagna. Era la terra,
e quale terra? Lo ignoravo; pure m'invase una gran gioia. La terra mi
rappresentava una meta qualunque e ciò mi bastava per rasserenarmi. In
quella meta io costruivo già le mie speranze, i miei progetti.
Il vento ci spingeva verso la costa con una rapidità prodigiosa. Un
paese incantevole s'offerse ai miei occhi verdeggiante, luminoso. Una
piccola città appariva sulla spiaggia; i marinai la segnavano col dito
dicendo la parola _Callao_. Poco dopo ci trovammo alla foce di un gran
fiume che si chiamava Rimàc. Questi nomi risuonavano stranamente al
mio orecchio. Ci mettemmo nel fiume a vele sciolte, navigando fra due
spalliere di colli meravigliosi. Verso il cader del sole apparve sulla
spiaggia immensa del fiume una strana città, rosseggiante come le nubi
del tramonto che infocavano l'orizzonte. Le sue case parevano tinte di
sangue. Era Lima. Quel paese si chiamava Perù.
Nella confusione dei marinai e dei mozzi che preparavano il vascello
per lo sbarco, il _gin-mù_ mi chiamò, mi prese per mano, poi mi
condusse davanti al padrone di Ramàr dicendogli:--Sir William Wood,
ecco Yao.
Un'ora dopo percorrevo le contrade di Lima col piccolo Ramàr, condotti
entrambi per mano del gigantesco sir Wood.
Attraversammo un largo viale costeggiato da salici e da aranci; poi ci
mettemmo per una immensa piazza nel cui mezzo appariva una colonna di
bronzo; su questa colonna s'ergeva una statua mirabile per la
solennità del suo atteggiamento. Non potei trattenermi dal dire a
Ramàr, sottovoce, accennando alla colonna:--Ventidue piedi di
altezza.--Sir William che m'aveva udito, mi chiese:--Come fai a
saperlo?--Io risposi:--Gli occhi sono le due punte del compasso
mentale.--Poi drizzando il gesto alla statua, esclamai:--La
Gloria.---Quella statua impugnava una immensa tromba e dalle fiere
gote pareva che vi soffiasse dentro uno spiro possente. Dal padiglione
della tuba sgorgava una cascata d'acqua perpendicolare, che si
raccoglieva in una vasca, a' piedi della colonna. Io, pur camminando,
non istaccavo gli occhi da quel bronzo effigiato e lo ammiravo e
m'aggiravo già col pensiero nei forti sogni dell'orgoglio. Lo scroscio
di quella fontana percoteva l'aria come un grido incessante di
trionfo; io pensavo:--Se quella fontana non inaridisce mai, l'artefice
che la ideò conobbe realmente il concetto della vera gloria.--Sentivo
il bisogno di dare al mio nome il rimbombo continuo di quell'acqua.
Interrogavo l'animo mio: la nuova terra che calpestavo, aveva
ridestato in me quella _personalità_ che s'era un poco assopita in
mezzo alla vaga immensità del mare. Il mio _individuo_ intellettuale e
morale ringagliardiva tutto al contatto del suolo, come una fronda.
Stringevo sotto l'ascella, gelosamente, Mencio e Confucio. Mi passava
per la memoria un capitolo del _Lun-yu_, dove è scritto:--Convien por
mente alla professione che si vuole abbracciare; tutta la nostra
esistenza s'informerà da quella. Lo scopo dell'uomo che fa delle
freccie, è di ferire gli uomini; lo scopo di quello che fabbrica delle
corazze e degli scudi, è d'impedire che gli uomini siano
feriti.--Questo versetto, che ricordavo, mi dimostrava come lo scopo
di tutte le opere umane sia beneficamente o maleficamente fatale.
Sentivo la gravità di questa sentenza piuttosto dal punto di vista
filosofico che dal punto di vista umanitario. Ferire gli uomini o
impedire che sieno feriti, pensavo che erano due scopi opposti, ma non
concedevo a questi due scopi una grave importanza per ciò ch'essi
riguardassero gli uomini, ma per ciò ch'essi mi rappresentavano due
moti elementari e contrarii delle facoltà umane.
Interpretato a questo modo, il versetto di Confucio mi appariva in
tutta la sua chiara maestà, ed io già mi schieravo tra i _feritori_
della parabola. Sì, ferire, cogliere nel centro con una freccia o con
un'idea, una cosa o un problema, o un'occasione o un bersaglio, un
astro, un cerchio, o il cuore di un _mièn-man_ o il cuore di un uomo,
era per me, fin d'allora, un solo fatto fisico, un solo fatto
intellettuale. Il _Centro_ (_to tschiung_): in questa parola sentivo
spuntare la vocazione della mia esistenza. Ripetevo mentalmente queste
parole del libro sacro:--Il giusto mezzo non è colto: il dotto lo
oltrepassa, l'ignorante nol giunge. Oltrepassare il segno non è
coglierlo.--Ma io lo coglierò,--soggiungevo entro me, e i miei
pensieri affluivano tutti a questo ideale di giustizia e di
moderazione con accanimento feroce.
Lima si avvolgeva già nella penombra della sera; io, Ramàr e sir
William, dopo aver lasciato dietro le spalle la _plaza mayor_ e
quattro o cinque contrade, ci trovammo in una grande spianata. In
fondo a questa ergevasi un immenso edificio circolare. Sir William
Wood dirigeva i nostri passi verso quell'edifizio. Io continuavo il
corso delle mie meditazioni. Ignoravo perché la mia piccola mano era
congiunta al pugno colossale dello strano personaggio che mi guidava,
e dov'egli mi guidasse ignoravo anche, né mi degnavo di chiedergli
com'egli fosse subentrato al _gin-mù_ ne' miei destini. Sentivo che il
mio passo era schiavo del suo, ma l'ardita indipendenza delle mie
aspirazioni mi rassicurava. Il mio piede correva ad una meta ignota,
ma nell'anima mia si precisava sempre più la meta dei miei pensieri.
Il progetto della mia esistenza si disegnava esatto, saldo, nel mio
cervello, e lo formulavo già in quattro parole:--_Sarò un grande
geometra._--Ma ci eravamo arrestati davanti al vastissimo ingresso
dell'edifizio che stava in fondo della spianata. Parecchi immensi
cartelli variopinti stavano appesi alle pareti. William Wood, che
parlava un poco il chinese, mi disse allora (proprio mentre stavo
pensando:--_Sarò un grande geometra_):--Ecco il mio circo e tu, Yao,
sarai il mio giocoliere. Entriamo.
E qui, diletto Meng-pen, soffri che interrompa un poco la scrittura.
Ho sete, porgimi una tazza di thè; piglia anche tu la tua, e supponi
che mentre noi stiamo qui bevendo passino dieci anni sulla mia storia.
Il recinto nel quale io vissi dai dieci anni ai venti dell'età mia, è
(dico "è" perché esiste ancora) un circolo perfetto, scoperto sotto la
luce del cielo. Il suo diametro consta di 855 _tsci_; sulla sua
circonferenza s'ergono alte mura, lungo le quali ricirculano tre
ordini di scaglioni giganteschi, occupanti un punto del diametro,
cerchi minori, concentrici, inchiusi nel circolo massimo. Il punto
dove l'infimo scaglione degrada, dista dal centro 255 tsci e questo
spazio, tutto libero e piano, è coperto da una certa rena, proveniente
dalle sponde del Rimàc, fulgida e rossa perché mista alle scorie
dell'oro e a molta parte di ferro. Ogni quarto di cerchio del semplice
edificio che descrivo, era, a' miei tempi, segnato da una immensa
lettera dell'alfabeto latino, la quale serviva a contraddistinguere il
sottostante ingresso, e quelle quattro cifre, A B C D, cooperavano non
poco a rendere il maestoso circo simigliante a una figura geometrica,
tracciata sull'altipiano di Lima come per un prodigioso teorema.
Parecchie corde tese dall'uno all'altro emiciclo ne frazionavano
l'area in guisa di tangenti, e da queste pendevano tre trapezi e sei
parallele.
Quante volte, aggrappato ad uno di quei trapezi, alti 215 piedi dal
suolo, stetti a meditare sull'enigma insolubile che ogni circolo
rinserra, fin che mi coglieva la vertigine, non già dell'abisso
materiale, ma dell'abisso scientifico, assai più profondo.
Tanto andavo compenetrandomi nel cerchio in cui vivevo, e da dove in
dieci anni non escii neppur per un attimo, che mi pareva d'essere
diventato un punto mobile di quello, agitantevisi entro e delineante
coi passi mille angoli e mille curve matematiche. I principali assiomi
della geometria mi si rivelarono allo spirito giovanetto solo nel
percorrere quel ricinto immenso ch'era il _Circo dei tori_ della città
di Lima.
William Wood lo aveva preso ad appalto per un decennio, promettendo al
pubblico peruviano una _caccia di tori_ ogni quindici giorni e nei
rimanenti dì del mese molte altre rappresentazioni minori. Egli aveva
percorso la Spagna, l'Inghilterra, la Boemia, l'Africa, la China allo
scopo di raccogliere i tori, i cavalli, gli uomini, le donne, le
scimie che gli abbisognavano per la sua intrapresa, ed era riuscito a
radunare una popolosa carovana di persone e di animali. Quand'egli,
giunto a Lima, si trovò in possesso di tutta la sua baraonda, aperse
il circo che prese la denominazione di _Circo Wood_, e divise i suoi
spettacoli in _grandi e piccole rappresentazioni_. Le _grandi
rappresentazioni_ erano diurne, incominciavano prima del cader del
sole, sotto la luce dello splendido cielo americano, ed erano caccie
di tori, corse di barberi, assalti di fiere, _fantasie_ orientali e
incendi pirotecnici quando calava la notte. Le _rappresentazioni
piccole_ avevano luogo di sera, al coperto, in un padiglione
provvisorio che si poteva erigere ed abbattere in poche ore, nel mezzo
del circo ed ivi s'ammirava dal pubblico le pantomime, le prodezze dei
volteggiatori, dei ginnasti, i lazzi dei _clowns_ e cento altri minori
trastulli.
O paziente Meng-pen, ti sarai già meravigliato indovinando ciò che ora
sto per affermarti.
Sì, varie e spesso bizzarre sono le vie del destino. Io _Yao-sse_ o
_Dottor Yao_, come mi chiamano gli scienziati europei, io che ora
scrivo e che porto il bottone di corallo sul berretto e sulla toga,
presi parte alle piccole ed alle grandi rappresentazioni di William
Wood nel circo di Lima.
In molte esatte piacevolezze ero destro. Alcune te ne citerò, se non
t'annoio.
Solevo spesso comparire davanti al pubblico con sette campanelli di
legno di sandalo fra le mani (di quelli che noi chiamiamo _mu-to_),
intuonati variamente tra loro secondo le leggi musicali. Incominciavo
il mio esercizio facendo balzare uno di questi campanelli in aria, per
modo che giunto al sommo della sua parabola, col suo battocchio
squillasse e ricadesse lieve nell'altra mano. Poscia ad uno ad uno
rapidissimamente li facevo tutti girare, avendo cura di così
avvicendarne il turno che insieme componessero il suono d'una vera
melodia leggiadra. La cantilena che intercalavo più sovente nel mio
artificio era quella nostra: