CAPITOLO IX.

I fatti ch'io vado esponendo non sono che il prologo di un grandioso

romanzo intitolato: _Il Re Barile_, che verrà in luce Dio sa quando;

romanzo che, in seguito agli ultimi avvenimenti militari, quali

l'occupazione della Tunisia, il bombardamento di Alessandria,

l'invasione dell'Egitto, ecc., ecc., e in presenza di quel nuovo e

formidabile elemento della dinamite oggimai felicemente introdotto nei

congegni della politica europea; stante la complicazione sempre più

arruffata delle alleanze fra i Gabinetti, ecc., ecc., è destinato ad

ottenere un tal successo di stupefazione generale, da schiacciare e

seppellire tutto quanto si è fin qui perpetrato in tal genere per

allettare e inebetire le masse.

Premesso questo briciolo di fervorino, riprendiamo il filo della

nostra narrazione che ormai volge allo scioglimento. Sono trascorse

quattro ore dacchè il conte Bradamano è rimasto solo ad attendere in

cima del campanile i benefici effetti della reazione.

La popolazione di Mirlovia (ottima gente, ne converrete), dopo aver

pranzato come non si pranza che alle feste centenarie, si è di nuovo

riversata nella chiesa per assistere ai Vespri.

Frattanto, all'albergo del _Pappagallo_, la contessa di Karolystria ed

il visconte Daguilar hanno finito di consumare il loro pranzerello in

un gabinetto riservato.

La contessa è radiante, il visconte le ha recato il documento che

attesta la demenza del diletto consorte, e la prospettiva del prossimo

divorzio la riempie di giubilo. Fra pochi istanti, ella partirà per

Rosinburgo in compagnia del simpatico gentiluomo, che l'ha sì

validamente protetta ed assistita. Che più le rimane a desiderare?...

Mentre la bella e avventurosa donna sta assaporando la sua felicità

leggermente ingrossata di una polpa di costoletta, il visconte si

intrattiene coll'albergatore.

--Possibile che in Mirlovia non vi sia riescito di trovare un cavallo

di puro sangue, da appaiare alla bella e vigorosa puledra della

signora?

--Tutte le mie ricerche furono vane. Quando si dice: destino!

Figuratevi che appunto questa mattina, uno dei più stupendi cavalli di

razza che io m'abbia veduti, è proprio andato a fratturarsi le gambe

in un burrone a dieci passi dal paese! Io l'ho comprato da un villano

pel valore della pelle e della carne.

--Fosse il mio morello! esclamò il visconte vivamente commosso.

--Mantello bruno...

--Una stella bianca sulla fronte...

--Una ciocca parimenti bianca nella coda...

--Era lui! era lui! gridò il visconte battendo il pugno sulla tavola;

il mio buon morello!... ma dov'è? che avete fatto di quell'eccellente

animale, a me più caro di un fratello?...

--In verità, rispose l'albergatore colla sua falsa tenerezza da

_brugnone_ saldato, doveva essere un animale eccellentissimo, se tale

altresì vi è sembrato quel frammento delle sue carni che ora avete

finito di consumare. Dopo la corpacciata che se n'è data stamane quel

grosso ippopotamo di Boom-bom-bom, non ci rimanevano in cucina altre

reliquie del vostro disgraziato corridore.

Il visconte lasciò cadere una lacrima sull'osso della costoletta; ma,

ripreso bentosto il suo fare da zerbinotto spensierato, balzò in

piedi, porse il braccio alla contessa e uscì con quella nel cortile,

dove lo attendeva il convoglio che doveva trasportarli a Rosinburgo.

Strano convoglio davvero, per una contessa ed un visconte, nati

entrambi e vissuti nell'ambiente più aristocratico della più

aristocratica provincia d'Europa! Era uno di quei grandi baracconi

mobili, quali ne vediamo sulle piazze ai tempi di fiera, che servono

ai cerretani da veicolo, da casa di abitazione e da teatro. Era diviso

in tre compartimenti, dei quali il più spazioso, quello del centro,

veniva ad essere esclusivamente occupato dal fenomenale Boom-bom-bom,

altrimenti denominato: l'uomo più grasso del mondo. L'altro

compartimento era formato dalla serpa, larga, comoda, ombreggiata da

una gigantesca calotta e adorna di emblemi zingareschi. Su questa era

già salito Zaccometto, quello stesso garzone della _Maga rossa_ che la

sera innanzi, dietro ordine della contessa, era andato alla foresta di

Bathelmatt per riportare gli abiti al visconte. Non avendolo ivi

rinvenuto, il bravo garzone era ritornato a Borgoflores, e di là si

era rimesso in marcia per Mirlovia, dove finalmente gli veniva fatto

di consegnare il fardello. Il visconte, ricuperati sì opportunamente i

suoi abiti e il suo denaro, aveva elevato il buon Zaccometto alla

carica di suo domestico, assegnandogli lo stipendio annuo di cento

lire, più i mozziconi degli zigari. La virtù è tosto o tardi premiata,

nei romanzi.

Poichè tutto fa pronto per la partenza, la contessa ed il visconte

montarono in una specie di cabina, situata alla estremità posteriore

del baraccone. Era il più angusto, ma il più pulito dei tre

compartimenti, e due viaggiatori di sesso differente potevano

acconciarvisi a meraviglia.

Tutti erano al loro posto; si parte? Zaccometto agitò allegramente la

frusta, e il convoglio uscì dall'albergo tra le riverenze dei

camerieri, che lo guardavano come si guarda dagli idioti ogni oggetto

grosso e misterioso.

Le vie di Mirlovia erano deserte; la gente, uscita dai vespri, si

intratteneva sulla piazza a godere lo spettacolo della cuccagna. Il

visconte e la contessa, seduti di fronte e irradiati da uno di quegli

splendidi tramonti autunnali, così rossi, quando son rossi, parevano

assorti in un'estasi di silenzio. Quando si ha molto da dire, tra le

idee e le parole succede un ingorgo.

Alla fine, quando il convoglio fu uscito dall'abitato, la contessa

prese a parlare di tal guisa:

--Visconte: io vi debbo la vita, più della vita vi debbo la libertà;

la mercé vostra io mi sento sciolta da un vincolo pel quale ero

costretta di rasentare la terra mentre ero nata pei voli eccelsi.

Ignoro se davvero possano sussistere gli amori platonici, ma questo so

di certo, che la riconoscenza platonica non è riconoscenza. Ho forse

commesso una indelicatezza imponendo un patto al compenso che mi

piacque di offrirvi, ma voi avete adempiuto quel patto, è tempo che io

vi dica: signore, i cinque milioni di ducati vi appartengono.

--Via! non occupiamoci di tali miserie, disse il visconte sorridendo;

cinque milioni di ducati non valgono la soddisfazione che ho provata

nel rendervi un lieve servigio.

--Debbo io rammentarvi, o signore, che la somma venne da voi

accettata, e che io, contessa di Karolystria, ci tengo un poco a

soddisfare i miei debiti?

--Ebbene, sia pure! Ammettiamo che io abbia intascato il denaro...

--Ve ne prego, visconte; smettete quel tono di ironia, e ascoltatemi

seriamente, poiché io vi parlo colla maggiore serietà. No, non è più

tempo di esitazioni e di reticenze. Dopo le prove di lealtà che mi

avete dato, io debbo essere altrettanto leale con voi; dunque, vi dirò

tutto. Immagino che a voi sia noto il funesto caso, che ora fanno

diciott'anni all'incirca, venne a contristare la nostra casa reale,

portando un sì fiero colpo nell'animo già profondamente turbato del

nostro buon re Finimondo...

--A quell'epoca io aveva appena compiuti i cinque anni, ma leggevo

assiduamente i giornali del mio partito, e ricordo tutti i particolari

di quell'infausto avvenimento.

--Un ignoto, probabilmente affigliato alla abbominevole setta dei

nihilisti, trafugò col favor delle tenebre l'unico rampollo, l'unico

ed ultimo rampollo della stirpe reale, un caro bambinello di due anni,

sul quale si appoggiavano tutte le speranze della corona. Colla morte

di quell'infante, l'antica dinastia dei Finimondo minacciava di

estinguersi.

--Il mondo non sarebbe finito per questo; ma un tale avvenimento, ne

convengo, poteva produrre delle conseguenze assai gravi. È noto, che

in seguito alla disparizione dell'augusto bimbo, lo sventurato

Finimondo prese a dimagrare sifattamente, da meritarsi il soprannome

di _Re-Scheletro_.

--Strane contraddizioni della sorte! esclamò la contessa con aria di

mistero; qualche volta si diventa scheletri sul trono, e si esubera di

pinguedine dentro una tana da zingaro! Se io vi dicessi, proseguì la

contessa dopo breve pausa e abbassando di tre toni la voce; se io vi

dicessi che Boom-bom-bom, l'uom più grasso del mondo, È figliuolo dal

Re Finimondo?...

--Vi farei osservare, rispose il visconte col suo risolino da

scettico, che una rima sonora non può sempre valere come argomento di

prova per convalidare l'asserzione di un fatto inverosimile.

--Se aggiungessi che il sicario incaricato di uccidere l'infante,

avendo riscontrato in esso dei tratti di somiglianza con una sua

bambina morta due anni prima, preso da tenerezza irresistibile, si

trattenne dal vibrare il colpo?

--Siffatti episodii di tenerezza estemporanea, prodotta dalla

somiglianza dei volti, so che fecero ottima prova in parecchie

centinaia di romanzi e di drammi, ma non trovano riscontro nella

storia.

--Ciò che noi vediamo coi nostri occhi, ciò che noi raccogliamo colle

nostre orecchie, sarebbe dunque, domandò la contessa con dispetto,

meno attendibile delle grosse panzane spacciate dai così detti libri

storici? Quando io vi abbia rivelato che il sicario stipendiato dai

nihilisti era quello stesso Zabakadak che spirava la scorsa notte

nelle mie braccia all'albergo del _Papagallo_.

--Zabakadak! lo zingaro! colui che vi nominò erede di tutte le sue

sostanze morte e da morire! esclamò il visconte, passando dalla

incredulità assoluta alla sorpresa di chi intravvede il probabile

nell'assurdo.

--Sul limitare della tomba, disse la contessa coll'enfasi della

convinzione, un uomo non può mentire. Tra gli spasimi di una agonia

resa più atroce dai rimorsi, Zabakadak mi ha tutto rivelato. Unica

depositarla di un segreto, che senza il mio intervento, poteva

scendere nella tomba con quello sciagurato di zingaro, io sono in

grado di fornire tali prove sull'identità del regio infante, che il

re, la corte, la nazione, l'Europa intera dovranno arrendersi

all'evidenza del fatto.

--E queste prove, se è lecito?...

--Un amuleto con impronta dello stemma reale, che il bambino portava

al collo il giorno in cui venne rapito.

--Buono, l'amuleto!

--Una crocetta in brillanti, dono della regina madre...

--Buonissima la crocetta.

--Una protuberanza ossea cartilaginosa al garretto destro, somigliante

allo sperone di un gallo....

--Stupendo, lo sperone! Vengano ora a negarmi le influenze

dell'atavismo! Tutti sanno che l'augusta bisavola dell'infante non

smetteva mai gli speroni, né anche nelle sue rare ascensioni sul

talamo reale.

--Tanto meglio! Vedo che vi arrendete all'evidenza delle prove, e

questo mi rassicura sulla riuscita de' miei disegni. Dovrò io ancora,

dopo quanto vi ho esposto, nominarvi il banchiere, al quale dovrete

presentarvi per riscuotere la somma che ho messo a vostra

disposizione?

--Ah! è vero... è vero!... esclamò il visconte risovvenendosi: sono

appunto cinque milioni di ducati il premio stabilito dal re Finimondo

per colui che riuscisse a rendergli il figlio. Tutti gli anni la

Gazzetta Ufficiale riproduce il bando del generoso monarca... Ma,

credete voi, contessa, ch'io possa mai consentire ad appropriarmi una

somma... ad usurpare un premio che spetta a voi sola?...

--Fanciullo! interruppe la contessa col più amabile sorriso; ci vuol

tanto a comprendere che le mie aspirazioni mirano ben più alto, e che

io riserbo a me stessa la più lauta parte del compenso? Prima di

stendere la mano ai cinque milioni, non mi userete voi la gentilezza

di attendere che sieno compiute tutte le formalità relative al mio

matrimonio coll'erede della corona, e ch'io mi sia per tal modo

accaparrata la mia parte di scettro?

--Voi... avreste... il coraggio... di sposare Bom-bom-bom!!! esclamò

il visconte, sbarrando gli occhi dallo stupore.

--Io sposerò Bom-bom-bom, rispose la contessa arrossendo leggermente.

--Un uomo, che pesa duecentoventi kili!!!

--Ha venti anni ed una fisonomia non spiacente.. Le cure del

matrimonio, e più tardi le cure del regno ridurranno quel grosso

volume di marito in un formato tascabile.

--O mia regina! esclamò il visconte, coprendo di baci la mano della

contessa, mentre questa, con voce languida da sovrana indulgente, gli

ripeteva all'orecchio:

--Calmatevi, Gran cancelliere!

Frattanto, il convoglio roteava senza scosse sulla strada umidiccia;

Zaccometto cantarellava dalla serpa uno stornello libertino;

Bom-bom-bom russava maestosamente nella sua ampia cabina come un

principe ignaro: in lontananza, dolcemente cullato dagli zeffiri,

penzolava dal campanile il conte Bradamano di Karolystria; il

commissario di Borgoflores arrestava un nihilista, e monsignore di

Guttinga vescovo di Bosinburgo, presso la cappella di santa Dorotea,

battezzava solennemente il bambino, raccolto la notte precedente dal

visconte sulla porta della casa parrocchiale...

Un romanziere che si rispetta deve render conto di tutti i suoi

personaggi, anche accessorii: e qualche lettore vorrà appunto sapere

da qual parte sia scaturito quel bambino, venuto ad introdursi così

enigmaticamente nel mio racconto...

In verità... sarei alquanto imbarazzato.... a spiegare...

Ma via!... volete proprio saper tutto?

Ebbene: quel bambino... (sacrifichiamoci alle esigenze dell'arte) quel

bambino era... mio figlio.

La contessa di Karolystria: Storia tragicomica · 第 18 / 20 题