Nessuno de' miei lettori avrà il cattivo gusto di esigere che io
descriva la chiesa di Mirlovia. Chi desidera vederla si rechi sul
luogo; il viaggio non è lungo, e la spesa in proporzione. D'altra
parte, i fatti che io vo narrando sono abbastanza interessanti e
straordinarî perchè io sia dispensato dallo adornarli di frangie
rettoriche.
La contessa non indugiò molto a recarsi sul luogo del convegno, dove
il visconte lo aveva preceduta.
La chiesa era quasi deserta, debolmente rischiarata dalla luce funerea
che traspariva dai finestroni colorati.
--Innanzi tutto, cominciò la contessa, io debbo chiedervi mille
scuse... La sorpresa del rivedervi così inaspettatamente, e sotto
quelle vesti, mi ha impedito poco dianzi di esprimervi con parole
adeguate la mia riconoscenza. Voi mi salvaste la vita; avete fatto di
più, mi avete sottratta al peggiore dei supplizi, quello di ricadere
negli artigli di un marito che abbomino. Il caso mi porge i mezzi di
offrirvi un compenso.... Sareste voi tanto gentile da accettare la
tenue somma di cinque milioni di ducati che io metto a vostra
disposizione?
---Avete... detto...?
--Cinque milioni di ducati, nè più, nè meno.
--La somma è rotonda, ed io l'accetto.
--Sta bene. Ma v'è una condizione...
--Indovino. I cinque milioni di ducati, se è vero ciò che mi dicevate
ora è poco delle vostre momentanee strettezze, non esistono che nella
vostra fantasia,
--No, vi ingannate. I milioni esistono, i milioni son là, accatastati
in uno scrigno, del quale io tengo la chiave. Ora, questa chiave, o
visconte, io l'offro a voi... Ve la offro a patto di un ultimo favore,
di un ultimo sacrifizio.
--Contessa! la mia vita... il mio sangue....
--No, non si esige tanto, mio bel cavaliere--Ciò che io vi domando è
di darmi una mano a salire il primo gradino di un trono.
--(È pazza!) Se ho ben compreso, o signora, il modesto titolo di
contessa vi è venuto a noia, e voi aspirate a mutarlo in quello di
regina.
--Per lo appunto; ammiro il vostro acume. Ma voi comprenderete
parimenti che, per diventare regina, è necessario ch'io sposi un re...
--Lo troveremo.... Converrà affrettarsi a cercarlo, prima che i
nichilisti se li mangino tutti.
--Il re è trovato.
--Dunque... che si aspetta?
--Posso io sposare un re, se prima non rimango vedova?
--Avete ragione, non ci avevo pensato.
--Come vedete... è necessario che l'_altro_ muoia...
--Ciò potrebbe accadere... Quasi tutti siamo mortali...
--Ciò deve... accadere, mi capite? E questo è appunto il favore....
Su questa reticenza, la contessa proiettò dai suoi occhioni neri e
fosforescenti una scarica di elettricità che trapassò il visconte dal
petto alla schiena.
--Ciò che voi mi chiedete, o signora, disse egli con una vibrazione di
accento che esprimeva l'indignazione e l'orrore del delitto; ciò che
voi mi chiedete, o signora, sarebbe dunque un... assassinio?
La contessa impallidì, e sommessamente, nel timore di avergli recata
offesa:
--Signore, disse al visconte, ciò che io intenderei di proporvi non
sarebbe un delitto... a meno che voi non giudichiate delitto una
provocazione seguita da uno scontro ad armi uguali, in presenza di
testimoni, con tutte le regole della più perfetta cavalleria.
--Il duello non rappresenta in molti casi che un surrogato
dell'assassinio, rispose il visconte con una intonazione di mestizia
che rivelava il pensatore umanitario sotto la scorza del gentiluomo.
Pure, o contessa, trattandosi di favorire i vostri alti disegni, io
non esiterei ad assumermi il mandato di trapassare con una buona lama
di fioretto l'addome dell'importuno compagno de' vostri giorni, se una
tale cerimonia non mi apparisse superflua. Per diventare regina, per
sposarvi ad un re, non vi occorrono, o signora, dei fatti di sangue.
Narrandovi la scena accaduta a Borgoflores fra me ed il conte, vi ho
detto che questi è rimasto nelle grinfe degli aguzzini del
manicomio... Al momento in cui stiamo parlando, egli è forse là.... ad
ululare disperatamente nelle strettoie di una camicia di forza... Ora,
voi sapete, o contessa, che il nostro codice accorda piena facoltà di
divorzio nel caso in cui uno dei coniugi sia affetto da pazzia
incurabile. Il manicomio e la camicia di forza, non dubitatene,
contessa, in meno di due giorni condurranno vostro marito al delirio
furioso. Il sistema di cura è infallibile, nè farà eccezione in questo
caso. Io riparto oggi stesso per Borgoflores, fo constatare dai medici
la pazzia del conte, vi riporto il documento; voi presentate subito la
vostra domanda di divorzio e fra dieci o quindici giorni...
--Libera! libera! libera! esclama la contessa, battendo le palme. E
obliando di trovarsi in una chiesa, in presenza di un uomo che aveva
tutte le apparenze di un sacerdote, spiccava dei salti da capriola in
amore.
Ahimè! come brevi e fallaci sono le gioie umane! (Frase vecchia, ma
sempre opportuna, sempre efficace nelle transazioni del sentimento).
Ed ora--come preparare il lettore alla nuova sorpresa?
La contessa, che stava quasi, nell'impeto della riconoscenza e della
gioia, per slanciarsi al collo del visconte, arretrò improvvisamente
mettendo un grido di terrore.
--Guardate là... là!
Il visconte corse coll'occhio ad una delle porte laterali della chiesa
e vide... non vide soltanto... ma riconobbe il conte Bradamano di
Karolystria, grande elettore dell'impero e arcidiacono della
Massoneria della Cervia, che a passo lento si dirigeva alla sua volta.
--Come salvar la contessa? pensò il giovane rabbrividendo.
Ma la contessa era già in salvo. Prima che egli si volgesse a cercarla
collo sguardo, ella si era involata per una porticiuola bassa, che
metteva al campanile. Imaginate con quanta lestezza si slanciò sulla
scaletta e raggiunse la cima della torre quella donna energica e
leggera, creata per salire!
Come avviene, chiederà qualcuno, che il conte Bradamano apparisca ora
nella chiesa di Mirlovia, mentre la sera innanzi, a Borgoflores, il
commissario superiore di polizia aveva dato ordine di tradurlo al
manicomio?
Nulla di più naturale. Si è forse detto che gli ordini venissero
eseguiti? Non è più verosimile che il conte, vedendosi al mal partito,
abbia dato tali prove di assennatezza e di calma, da indurre il
commissario a lasciarlo andar libero, fors'anche a chiedergli scusa
dei rigori inconsulti?
Quanto al fatto della venuta a Mirlovia, basti sapere che il conte,
appena uscito a Borgoflores dalla caserma dei poliziotti, si era
abboccato con quel medesimo doganiere che aveva poco prima recati al
visconte i messaggi della contessa. Quel mascalzone, poco soddisfatto
delle laute rimunerazioni a lui promesse, per un bicchiere di
_rataffià_ aveva tradito il segreto, rivelando l'itinerario e il punto
di convegno stabilito fra i due fuggiaschi.
Dopo queste spiegazioni franche e leali, io vi prego quanto so e
posso, miei buoni lettori, di non volermi più oltre interrompere.
Quella ch'io vo narrando non è storia verista, è semplicemente storia
vera: e il vero sfida ogni obiezione, si impone ad ogni criterio.
Dunque... come si è detto...
Ci siamo... Il conte Bradamano si avanzava a passo misurato, guardando
a destra ed a manca, esplorando gli intercolonî e le nicchie.
I suoi occhi bigi nuotavano entro due solchi azzurrognoli. Il suo
volto pallido, quasi terreo, da marito vilipeso, non rivelava
turbamenti profondi, non esprimeva sinistri disegni.
Appressandosi al falso prete, fece un inchino da borghese credente, e
a voce bassa, con accento mansueto gli disse:
--Se non vi recasse troppo disturbo, io vi pregherei, monsignore, di
voler ascoltare la mia confessione.
Il visconte, per darsi tempo di riflettere, non proferse parola.
--Avete inteso, monsignore? replicò l'altro con una intonazione di
voce più vibrata--vorrei mettermi in grazia di Dio, e imploro a tal
uopo l'assistenza di un ministro del culto.
Il visconte, che aveva riflettuto, senza venir a capo di indovinare
dove si fosse nascosta la contessa, assentì con un cenno del capo, e
veduto a poca distanza un confessionale, a quello si diresse,
invitando l'altro a seguirlo.
Destino! Destino! Chi oserà più mai in presenza degli avvenimenti che
qui si narrano, chi oserà, ripeto, negare la tua potenza, tanto più
terribile, quanto più occulta? Io so che di questa apostrofe al fato
(da taluni chiamato anche dito di Dio) non va esente verun romanzo
dell'epoca antica e moderna; ma, qual sarebbe, senza il fato o il
dito, la logica dei romanzi?
Non sa di miracolo ciò che noi vediamo? Quei che la sera innanzi se ne
stava prostrato in atteggiamento di vittima, ora siede da giudice
sulla cattedra del tribunale di Dio, mirando a' suoi piedi genuflesso
colui che poche ore prima avea minacciato di schiantarlo. Imponiamo
alla nostra meraviglia, e porgiamo orecchio alla confessione del
conte.
--Dall'ultima volta ch'io mi accostai al tribunale di penitenza,
cominciò il penitente con voce contrita, io non credo aver commesso
verun di quei peccati che la chiesa dichiara _mortali_ ma, in seguito
ad alcune recenti peripezie, io mi sento oggi trascinato, ed ho anzi
deliberato di compiere un enorme delitto.
--Vuol uccidere la moglie, pensò il visconte; è bene ch'io ne sia
prevenuto.
--Uno di quei delitti, proseguì l'altro, che tanto più sgomentano le
timide coscienze, in quanto non vi abbia speranza, una volta che sieno
consumati, di ottenere l'assoluzione di Dio. In una parola, io avrei
deliberato di togliermi la vita.
--Meno male! esclamò il visconte--ciò calzerebbe a meraviglia....
--Ho io ben inteso?... Padre: voi.... dicevate?...
--Ho detto: meno male; poiché vi è grande differenza di colpabilità
fra chi toglie la vita ad altri e quegli che con rara abnegazione
preferisce di sacrificare la propria.
--Voi mi consolate, buon padre. Ma.... dite un po'... Non avreste voi
autorità, in certi casi, nel mio caso per esempio, di assolvere in
anticipazione colui che schiettamente si confessa del suo colpevole
disegno, col ferino proposito di non più mai rinnovarlo dopo il primo
attentato?
--Voi mi proponete, disse il visconte con gravità caricata, una
questione che ha fatto perdere il cervello ai più insigni casisti.
Converrà, perché io mi metta in grado di giudicare rettamente, che voi
mi informiate del _cur, quomodo, quando, quibus auxiliis, eccetera,
eccetera _. Cominciamo, se vi piace, dal _cur_, ovverosia dalle cause
impellenti.
--Ohimè! sclamò il conte, traendo un sospiro dagli stivali, voi dovete
sapere ch'io m'ebbi la mala ventura di unirmi in matrimonio ad una di
quelle figlie di Satana che l'inferno vomita sulla terra per la
disperazione dei mariti.... Non vi dirò quale sia stata la mia
esistenza nei due anni che ho vissuti con lei... Ho vegliato sotto
un'incudine, ho dormito sovra una graticola rovente.
--L'espiazione ha preceduto la colpa, interruppe il confessore, come
se parlasse a sè stesso.
--Ieri... non più tardi di ieri... la sciagurata si avvisa di mettere
il colmo alle sue scelleraggini, abbandonando furtivamente il castello
coniugale. Un domestico l'aveva spiata.... io fui avvertito.... Su una
trentina di fili elettrici corse il mandato di arrestarla, ed io
stesso, subodorando le sue orme, mi diedi ad inseguirla...
--Imbecillità manifesta! mormorò il confessore.
--Voi osate trattarmi da imbecille! esclamò il conte con qualche
risentimento.
--Io noto e aduno le attenuanti; e voi, figliuol caro, fate di
sovvenirvi che l'umile mortale a cui state dinanzi, rappresenta in
questo momento il vostro giudice supremo.
Il conte, giungendo le mani, balbettò qualche parola di scusa, e
proseguì di tal guisa:
«Sì, ne convengo, fu un atto di imbecillità.... Inseguendo quella
donna, io correva dietro alla sciagura, al disonore, al ridicolo...
Non vi parlerò dell'infame tranello che mi attendeva a Borgoflores
dove l'indegna si era rifugiata.... Vi basti sapere che, arrivato
colà, io fui insultato, preso a schiaffi, trattato da demente. Eppure
quando seppi che colei era partita dalla città coll'intendimento di
pernottare a Mirlovia, io mi gettai ancora come un forsennato sul suo
cammino.... Avevo giurato di raggiungerla, di sorprenderla nel sonno e
trucidarla colle mie mani. Arrivai a Mirlovia al sorgere dell'alba. E
già, coll'atroce proposito in cuore, io dirigeva i miei passi
all'albergo del _Pappagallo_ dove sapevo che la turpe donna era
alloggiata, quando lo squillo delle campane, quello squillo
melanconico e solenne che ha sempre esercitato un gran fascino sul mio
spirito, mi arrestò sul cammino.... Al furore subentrò nel mio animo
una cupa melanconia. Perchè avrei ucciso quella donna? Con qual
frutto? Al ridicolo che già mi copriva, all'ignominia, al dissesto,
avrei aggiunto il supplizio dei rimorsi.
»Ecco, buon padre, per qual rapida transazione di sentimenti e di
idee, volendo sciogliermi ad ogni costo da questa camicia di Nesso in
cui mi trovo da due anni avviluppato, deliberai di troncar il filo dei
miei giorni.
--Avete ben riflettuto? chiese il visconte con voce severa. Non nego
che la vostra posizione sociale sia pregiudicata... Ma, infine...
credete voi che non vi abbia altra via per uscirne, fuori quella
disperatissima e peccaminosa del suicidio?
--Nessun'altra, rispose il conte.
--Siete dunque risoluto?...
--Lo sono.
--E se io vi pregassi in nome di Dio?...
--Sarebbe vano. Io vado soggetto, fin dalla mia più tenera infanzia, a
fierissimi attacchi di forza irresistibile, e in questo momento mi
sento preso più che mai. Credete voi che al tribunale celeste si tenga
conto dei casi di forza irresistibile?
--Ne sono convinto.
--Negherete dunque ancora di assolvermi in anticipazione?
--Questo non è permesso dai canoni. Ma, poichè non è dato alla mia
eloquenza di arrestarvi sull'orlo dell'abisso, ed io voglio d'altra
parte provvedere per quanto da me si possa alla vostra salute eterna,
ascoltate bene quanto sono per dirvi. Vi ha un solo modo di suicidio,
che, praticato colle debite cautele, può offrire all'anima del
delinquente qualche probabilità di salvezza; è il suicidio che si
compie precipitando da una altura. In tali casi, la consumazione del
peccato ha luogo immediatamente all'atto di spiccare il salto. Se,
durante l'intervallo che separa l'atto dall'effetto, vale a dire nel
brevissimo tempo che impiega a rotolare nello spazio, il disgraziato
suicida si avvisa di recitare un semplice atto di pentimento, non vi è
più dubbio che allo sfracellarsi delle membra, l'anima del misero
contrito non si elevi perdonata e redenta alle sfere celesti.
--Oh! grazie! grazie, sacerdote!... esclamò il conte in un impeto di
gioia--Ora non temo più nulla... Fra dieci minuti tutto sarà
finito.... Io vado a precipitarmi dal campanile...
Il conte si era alzato.
--Fermate! è una follia! gridò, alzandosi a sua volta il visconte, nel
cui animo era subentrata alla spensieratezza dell'avventuriero la
pietà generosa dell'uomo di cuore; io non posso.... io non debbo
permettere...
Ma l'altro sì era già discostato dal confessionale, avea trovata la
porta del campanile, ed era sparito.
--Non vi è che un mezzo per salvarlo, esclamò il visconte balzando dal
confessionale e correndogli dietro; egli è tanto sensibile al suono
delle campane.... Dio voglia che queste gli tocchino il cuore!
Ed ora, lettori, ponete ben mente alla situazione dei singoli
personaggi.
La contessa di Karolystria, per dar tempo al suo cavalleresco alleato
di sbarazzarla dal marito, si trattiene sulla cima della torre,
fumando deliziosamente un _manilla_ e conversando colle rondini.
Al pian terreno, un visconte in abito da prete attende che uno
scaccino curioso si allontani, per dare una strappata alla corda delle
campane....
Frattanto, ansante, sbuffante, il conte Bradamano ha raggiunto la
sommità del campanile...
Un urlo baritonale di gioia e uno strillo acutissimo di terrore
mandano in fuga le rondini...
--Tuoni e lampi!... tu qui, scellerata!... Era dunque la voce di Dio
quella che mi chiamava quassù! Recita la tua ultima preghiera, o donna
indegna! Fra un minuto secondo--e tratto di tasca l'orologio lo posava
sulla balaustrata--noi giaceremo informi cadaveri al piede di questa
torre. Ero venuto per precipitarmi da solo--ti ho trovata--giustizia
vuole che tu mi segua...
--Pietà! pietà!
La contessa si era lasciata cadere sul mattonato, afferrando colle
mani una colonnetta,
--Io avrò ben forza di strapparti di là! ruggì il conte,
precipitandosi sulla sua vittima come un orso inferocito...
Ma al momento in cui il vindice marito, descrivendo colla persona una
curva grottesca, si abbassava per afferrare la preda, le ruote delle
campane cigolarono, il campanone maggiore si sollevò poderosamente con
impeto inusitato; e il conte Bradamano di Karolystria, elettore
dell'impero, ecc., ecc., ricevette sulla estremità della schiena un
tale spintone, da mandarlo capovolto a rompersi il naso contro il
parapetto.
--Maledizione! Maledizione!
La contessa si trascinò carpone fino allo sbocco della scaletta e
scivolò lestamente dai gradini col suo piedino elegante e nervoso da
pattinatrice.
Negli squilli reboanti dei bronzi si perdevano gli ululati del
consorte ferito.
Se il lettore ha provato, nell'assistere a questa tragica scena, una
millesima parte del raccapriccio che ci investì nel descriverla, non
dubitiamo ch'egli dovrà ora gustare un immenso sollievo rientrando con
noi nell'ambiente sereno della casa parrocchiale, dove vedremo
svolgersi degli avvenimenti meno tetri, ma per avventura più
meravigliosi.