CAPITOLO LIV.

_Origine, e dottrina dei Paoliziani. Persecuzioni che soffersero

dagli imperatori greci. Loro ribellione in Armenia ec.

Migrazione nella Tracia. Dottrina de' medesimi propagata in

Occidente. Germi, caratteri e conseguenza della Riforma._

Il Cristianesimo avea presa l'indole delle nazioni presso le quali a

mano a mano allignò. I nativi della Sorìa e dell'Egitto all'indolenza di

una divozione contemplativa si abbandonavano: Roma cristiana volea

tuttavia governar l'Universo; mentre, discussioni di teologia

metafisica, occupavano lo spirito e la loquacità de' popoli della

Grecia. In vece di adorar silenziosi gl'incomprensibili misteri della

Trinità, o della Incarnazione, si diedero ad agitare con calore sottili

controversie che dilatarono la loro Fede, a scapito forse della carità,

e della ragione[1]. Incominciando dai giorni del Concilio di Nicea, e

venendo sino alla fine del settimo secolo, le guerre spirituali

turbarono la pace e l'unità della Chiesa; e tanto operarono sulla

decadenza, e la rovina dell'Impero che tale circostanza mi ha anche

troppo spesso costretto a tener dietro ai Concilj, ad esaminare i

simboli, ad enumerare le Sette di questo burrascoso periodo degli

ecclesiastici Annali. Dopo lo incominciamento dell'ottavo secolo, e fino

agli ultimi giorni dell'Impero di Costantinopoli, il rumore delle

controversie si fece udir più di rado. Sazia era la curiosità, stanco lo

zelo, e i decreti di sei Concilj aveano immutabilmente determinati gli

articoli del Simbolo cattolico. Lo spirito della disputa, comunque

frivolo e pernicioso esser si possa, abbisogna almeno di una certa

energia, e tiene operose alcune facoltà intellettuali; ma i Greci

avviliti si contentavano, in que' giorni, di digiunare, di orare, e di

obbedir ciecamente al loro Patriarca, e al loro clero. La Vergine, e i

Santi, le reliquie e le immagini, i miracoli e le visioni, divennero il

solo argomento delle prediche de' frati e della divozione del popolo; e

sotto nome di popolo possiamo qui senza ingiustizia comprendere le

classi primarie della società. Gl'Imperatori della Isaurica dinastia che

si accinsero a scotere da questo letargo i loro sudditi, scelsero

cattivo istante, e temperamenti aspri anzi che no; e se anche la ragione

fece in quel tempo alcuni proseliti[2], molto maggior numero

l'interesse, o il timore ne soggiogò: ma l'Oriente difese, o sospirò le

sue Immagini un'altra volta, e la loro restaurazione, qual festa

trionfale, dell'Ortodossia fu celebrata: in tai giorni di sommessione

passiva e uniforme, i Capi della Chiesa si trovarono sciolti dalle

molestie, o vogliam dire, privi dei diletti della superstizione. Spariti

erano i Pagani; nel silenzio e nella oscurità giaceansi gli Ebrei: le

dispute coi Latini, divenute meno frequenti, si riduceano a lontane

ostilità contra un nazionale nemico, intanto che le Sette dell'Egitto, e

della Sorìa godevano i vantaggi della tolleranza all'ombra dell'arabo

califfato[3]. Verso la metà del settimo secolo, la tirannide spirituale

elesse a vittime i Paoliziani[4], la dottrina de' quali è un ramo di

Manicheismo; e ridotta a stremo la loro pazienza, e spinti alla

disperazione che li fece ribelli, si sparsero nell'Occidente, ove per

ogni banda i germi della Riforma diffusero. Siami permesso, attesa

l'importanza di tali avvenimenti, l'entrare in alcune particolarità

sulle dottrine e la storia de' Paoliziani[5]; e poichè questi non sono

in istato più di difendersi, mi sia parimente lecito, per servire alla

imparzialità, e alla buona fede, il mettere in aperto tutto il bene,

l'attenuare il male che gli avversarj loro ne dissero.

I Gnostici che turbata aveano l'infanzia del Cristianesimo, soggiacquero

finalmente al peso della potenza e della autorità della Chiesa. Lungi

dal pareggiare, o superare i cattolici in ricchezze, sapere, e numero, i

deboli partigiani che conservava ancor questa Setta, scacciati dalle

Capitali dell'Oriente, e dell'Occidente, confinati vennero ne' villaggi

e per mezzo ai monti situati presso l'Eufrate. Il quinto secolo ne offre

alcune vestigia di Marcioniti[6], ma tutti i settarj furono compresi per

ultimo sotto la sola denominazione di Manichei; eretici che essendosi

attentati a voler conciliare le dottrine di Zoroastro, e di Cristo, da

entrambe le Religioni una persecuzione del pari accanita patirono.

Durante il regno del pronipote di Eraclio, ne' dintorni di Samosato, più

celebre per essere stata patria di Luciano, che per l'onore di aver dato

il suo nome ad un regno della Sorìa, apparve un riformatore, che i suoi

discepoli, i Paoliziani, considerarono bentosto qual missionario eletto

dal cielo per annunziare la verità, e degno della confidenza degli

uomini. Cotesto riformatore, di nome Costantino, avea ricettato nella

sua modesta abitazione di Mananali un diacono che ritornava dalla Sorìa,

ov'era stato prigioniero; e ne ebbe in dono il Nuovo Testamento, dono

tanto più da apprezzarsi che riguardi prudenziali del clero greco, e

forse anche de' gnostici Sacerdoti, già nascondeano con grande cura agli

occhi de' volgari questi volumi[7]. A tale lettura si limitarono gli

studj di Costantino che ne fece regola di sua credenza; e gli stessi

Cattolici, comunque impugnino le interpretazioni da esso date alle sacre

carte, non gli negano di avere citati i testi nella loro purezza ed

autenticità. Ma le cose, alle quali in siffatto studio volse l'animo più

intensamente, furono gli scritti, e gli atti della vita di S. Paolo. I

nemici della setta de' Paoliziani fondata dal ridetto Costantino, fanno

derivare il nome della medesima, da qualcuno degli oscuri uomini che la

predicarono; ma ho per fermo che tal nome i Paoliziani assumessero, come

gloriosa testimonianza della loro divozione all'Appostolo dei Gentili.

Costantino e i suoi alunni rappresentavano, diceano essi, Tito, Timoteo,

Silvano, Tichico, primi discepoli di S. Paolo, e imposero alle

Congregazioni che nell'Armenia, e nella Cappadocia instituirono, i nomi

delle chiese edificate dagli Appostoli; innocente allusione che riaccese

la ricordanza e l'esempio delle prime età della Chiesa. Questo fedele

discepolo di S. Paolo, così nelle Epistole di esso come nell'Evangelio,

si fe' a rintracciare il Simbolo de' primi cristiani; e qualunque sia

stato il frutto di tali indagini, ogni protestante applaudirà, se non

altro, alla intenzione che le suggerì. Ma se il testo delle Scritture

seguìto dai Paoliziani avea il pregio di essere puro, altrettanto intero

non potea dirsi. I lor primi dottori non ammettevano le due Epistole di

S. Pietro, riguardandolo come l'appostolo della Circoncisione[8], e

accusandolo di avere difesa contra il loro appostolo favorito

l'osservanza della legge mosaica.[9] Pari ai Gnostici disprezzavano

tutti i libri dell'Antico Testamento, senza por mente che quelli di Mosè

e de' Profeti erano stati consacrati dai decreti della Chiesa cattolica.

Con non minore ardimento, e senza dubbio, con maggior ragione,

Costantino, il nuovo Silvano, rigettava quelle visioni cui pubblicarono

in sì pomposi, ed enormi volumi le Sette orientali; que' favolosi

componimenti[10] de' Patriarchi ebrei, e de' saggi dell'oriente, quegli

Evangelj, quelle epistole, e quegli atti supposti, sotto de' quali nel

primo secolo della chiesa, il codice ortodosso andava sepolto; nè facea

grazia alla teologia di Manete, nè alle eresie che a questa si

riferivano, nè alle trenta classi di Eoni, dalla fertile immaginazione

di Valentino creati. I Paoliziani riprovavano con tutta sincerità la

memoria, e le opinioni de' Manichei: onde doleansi della ingiustizia de'

loro avversarj, nell'attribuire una sì lodevole denominazione ai

discepoli di S. Paolo, e di Gesù Cristo.

I Capi de' Paoliziani rompendo molte anella della catena ecclesiastica,

si erano fatti più liberi col ridurre a meno il numero de' padroni che

la profana ragione alla voce de' misteri e de' miracoli sottomettevano.

La setta de' Gnostici era nata prima che si professasse pubblicamente il

culto cattolico, e, oltre al silenzio di S. Paolo, e degli Evangelisti,

la consuetudine e l'odio preservarono i Paoliziani dalle innovazioni,

che, a poco a poco, nella disciplina, e nella dottrina della Chiesa

allignarono[11]. Essi pensavano veder sotto forma verace quegli oggetti,

che, in lor sentenza, la sola superstizione aveva disfigurati. In una

immagine che diceasi scesa dal cielo, essi non iscorgeano se non se il

lavoro di un uomo, il cui solo ingegno potea dar valore al legno, o alla

tela che egli avea posta in opera; nelle reliquie miracolose, ossa e

ceneri inanimate, prive di virtù, e forse non mai appartenute alla

persona cui venivano attribuite; la vera croce, l'albero della vita, non

era, ad avviso loro, che un pezzo, o sano, o guasto, di legno; il corpo,

e il sangue di Gesù Cristo, un minuzzolo di pane, e una tazza di

vino[12], dono della natura, e simbolo della Grazia. Essi toglievano

alla madre di Dio i suoi celesti onori, la sua immacolata verginità[13],

nè davano ai Santi, o agli angeli l'incarico di farsi mediatori per essi

nel cielo, o di soccorrerli sulla Terra. Nella amministrazione de'

Sacramenti voleano aboliti gli oggetti visibili di culto, e le parole

del Vangelo, secondo essi, non additavano che il battesimo e la

comunione de' fedeli. Liberissimi nell'interpretare le scritture, ogni

qualvolta il significato letterale impacciavali, si rifuggivano ne'

labirinti delle figure e dell'allegoria. Molta cura dimostrarono di

infrangere i vincoli posti fra l'Antico, e il Nuovo Testamento[14], e

riguardando il secondo come la raccolta degli oracoli di Dio,

abborrivano il primo, divulgandolo invenzion favolosa ed assurda degli

uomini, o dei demonj. Non può recarne maraviglia che essi scorgessero

nel Vangelo, il mistero ortodosso della Trinità; ma invece di confessare

la natura umana, e i patimenti reali di Gesù Cristo, la costoro

immaginazione si dilettava creargli un corpo celeste che si fosse fatto

strada per quel della Vergine, siccome l'acqua attraversa un condotto.

Un fantoccio sostituito al Redentore sopra una croce, giusta l'opinione

di questi settarj, mandò a vuoto il furor degli Ebrei. Un simbolo di tal

natura non conveniva nè meno allo spirito ne' tempi d'allora[15], e que'

medesimi fra i Cristiani che lamentavano non essere le dottrine

religiose ristrette al mite giogo imposto da Gesù Cristo e da' suoi

Appostoli, giustamente si offesero che i Paoliziani osassero violare

l'unità di Dio, primo articolo della Religion naturale e della Religion

rivelata. Perchè comunque i Paoliziani credessero con fiducia e speranza

il Padre, il Cristo, l'anima umana e il mondo invisibile, supponeano ad

un tempo l'eternità della materia, sostanza ostinata e ribelle, origine

di un secondo Principio, di un ente operante, creatore del mondo

visibile, e che userà della sua possanza temporale, fino alla

consumazione definitiva della morte e del peccato[16]. L'esistenza del

mal morale, e del male fisico, avea introdotti questi due principj nella

filosofia, e nelle religioni antiche dell'Oriente, d'onde una tale

dottrina fra le varie Sette de' Gnostici s'era diffusa. Vennero intorno

ad Arimane ideate tante opinioni diverse, quante gradazioni è lecito il

fantasticare, fra la natura di un dio rivale dell'altro, e quella di un

demonio subordinato; fra l'indole di un ente vinto dalla passione, o

dalla fragilità, e quella di un ente per propria essenza malvagio; ma a

malgrado d'ogni umano sforzo, la bontà e la potenza di Ormuzd,

trovavansi alla contraria estremità della linea, e quanto avvicinavasi

all'uno de' due enti, dovea scostarsi dall'altro nelle proporzioni

medesime[17].

Le fatiche appostoliche[18] di Costantino Silvano gli moltiplicarono ben

tosto i discepoli, segreto compenso alla sua spirituale ambizione. Sotto

lo stendardo di lui si raccolsero gli avanzi delle Sette gnostiche, e

principalmente i Manichei dell'Armenia. Convertì, o sedusse co' suoi

argomenti molti Cattolici, e predicò con buon successo nelle contrade

del Ponto[19] e della Cappadocia, da lungo tempo imbevutesi della

religione di Zoroastro. I dottori Paoliziani, paghi di un soprannome

tratto dalle Scritture, e del titolo modesto di compagni di

pellegrinaggio, distinti per austerità di costumi, per zelo o sapere, ed

anche per la fama che godevano di avere ricevuti i doni dello Spirito

Santo, ma incapaci di desiderare e di ottenere le ricchezze e gli onori

dei prelati ortodossi, ne censuravano amaramente le anticristiane

vanità, riprovando persino la denominazione di anziani, o di sacerdoti,

come istituzione della Sinagoga. La nuova Setta si dilatò grandemente

nelle province dell'Asia Minore, situate al levante dell'Eufrate. Sei

principali Congregazioni della medesima rappresentavano le chiese alle

quali S. Paolo indiritte avea le sue epistole. Silvano pose la sua

dimora nei dintorni di Colonia[20], in quella parte del Ponto che

rendettero parimente famosa gli altari di Bellona[21] e i miracoli di S.

Gregorio[22][23]. Qui venne fuggendo il governo tollerante degli Arabi e

qui, dopo ventisette anni di predicazione, perì vittima della

persecuzione de' Romani. Que' devoti imperatori, che di rado aveano

proscritte le vite d'altri eretici meno odiosi di questi, condannarono

senza misericordia la dottrina, gli scritti e le persone dei Montanisti

e de' Manichei. Consegnati alle fiamme i lor libri, chiunque osò

conservarne o professare le opinioni che vi si racchiudevano, a

ignominiosa morte fu condannato[24]. Simeone, inviato dall'Imperator

greco a Colonia, vi si mostrò armato del poter delle leggi e della forza

militare, per atterrare il Pastore, e ricondurre, se possibile era, lo

smarrito gregge in seno della Chiesa. Con atto di raffinata crudeltà,

dopo aver fatto collocare l'infelice Silvano a capo de' suoi schierati

discepoli, comandò a questi di meritarsi il perdono, e di dar prove di

pentimento, col trucidare il loro padre spirituale. Non sapendo eglino

risolversi a tanta empietà cadeano i sassi dalle lor mani, nè in tutta

quella banda vi fu che un solo carnefice, o secondo il dire de'

fanatici, un nuovo David che rovesciò il gigante dell'eresia. Questo

apostata nomavasi Giusto, il quale ingannò una seconda volta, e tradì i

suoi malaccorti fratelli. L'inviato dell'Imperatore diè a divedere nella

propria persona una nuova conformità cogli atti di S. Paolo: simile

all'Appostolo abbracciò la dottrina della quale chiarito erasi

persecutore, e, rassegnate dignità e ricchezze, acquistò nella setta de'

Paoliziani la gloria di un missionario e di un martire. Generalmente

però, i ridetti Settarj non correvano in traccia della corona del

martirio[25]: ma durante un secolo e mezzo di patimenti, soffersero con

rassegnazione tutto quanto lo zelo de' lor persecutori seppe immaginare

contr'essi; nè gli sforzi della costanza pervennero ad estirpare i

germi, difficilissimi entrambi ad essere spenti, i germi del fanatismo,

e quelli della ragione. E predicanti, e congregazioni, uscirono per più

riprese dal sangue, e dalle ceneri delle prime vittime. Pure in mezzo

alle ostilità esterne cui soggiacevano i Paoliziani, trovarono il tempo

per abbandonarsi a querele domestiche. Predicarono, disputarono,

soffersero; e sin gli storici del Cattolicismo son costretti a far

testimonianza sulle virtù, certamente apparenti, che in un intervallo di

trentatre anni Sergio diè a divedere[26]. Un pretesto di religione

spronò la crudeltà ingenita di Giustiniano, trattosi nella vana speranza

di estinguere con una sola persecuzione il nome e la memoria dei

Paoliziani. La semplicità della Fede che professavano i principi

Iconoclasti, e la loro avversione alle superstizioni popolari, avrebbero

potuto per vero dire renderli più indulgenti sugli errori di alcune

dottrine: ma divenuti più indulgenti alle calunnie de' Monaci[27] si

fecero i tiranni de' Manichei, per tema di venire accusati lor complici.

È questa la taccia da cui fu invilita la clemenza di Niceforo nel

mitigare a favor de' suddetti eretici il rigore delle leggi penali; nè

l'indole conosciuta di questo principe, permette attribuirgli un motivo

più generoso. Ardentissimi nel perseguire i Paoliziani mostraronsi e il

debole Michele I, e il severo Leone l'Armeno; ma si meritò palma di

divozion sanguinaria l'imperatrice Teodora, quella medesima che restituì

alle Chiese d'Oriente le Immagini. I suoi messi trascorreano furibondi

le città e le montagne dell'Asia Minore, e al dir persin di coloro che

adularono questa femmina, durante un brevissimo regno, centomila

Paoliziani perirono, quali sotto la mannaia del carnefice, quali

strozzati, quali arsi vivi. Forse i delitti e i pregi di questa Sovrana,

vennero esagerati del pari; e se il calcolo fosse esatto, vi sarebbe

luogo a presumere che molti, unicamente Iconoclasti, segnalati con più

odioso nome, fossero stati avvolti nel crudele bando, o che altri de'

medesimi, scacciati dalla Chiesa, avessero contro lor voglia cercato un

asilo nel seno dell'eresia.

[A. D. 845-880]

I Settarj di una Religione perseguitata da lungo tempo, se giungono a

ribellarsi, sono i più tremendi, e i più pericolosi di tutti i ribelli.

Animati da una causa che riguardano come sacra, non danno luogo nè a

timor nè a rimorso; il sentimento di una creduta giustizia, indurisce i

lor cuori sin contro i moti dell'umanità; pronti a vendicare sui figli

de' loro tiranni le ingiurie che i loro padri soffersero. Tali abbiam

veduti gli Hussiti della Boemia, e i Calvinisti della Francia, e tali

furono nel nono secolo i Paoliziani dell'Armenia, e delle vicine

province[28]. L'uccisione di un Governatore e d'un vescovo, iti fra

quelle genti con ordine di convertire o sterminare i ribelli, fu il

primo segno della sommossa, e i più interni gioghi del monte Argeo alla

libertà e all'odio de' ribellanti offersero asilo. Incendio più vasto e

fatale accesero la persecuzione di Teodora, e la diffalta di Carbeas,

valoroso Paoliziano che comandava le guardie del general d'Oriente. Il

padre di questo Carbeas era stato impalato per ordine degl'inquisitori

cattolici: onde la religione, o almen la natura, sembravano autorizzarlo

a fuggir lunge da' suoi persecutori, e a voler farne vendetta. Per non

dissimili motivi, cinquemila confratelli di Carbeas brandirono l'armi

abbiurando ogni spezie di sommissione verso Roma, che chiamavano

l'anticristiana; un emiro saracino condusse lo stesso Carbeas dinanzi al

Califfo, e il Commendator de' credenti stese lo scettro proteggitore

all'implacabile nemico de' Greci; il quale o costrusse, o affortificò

nelle montagne situate fra Sivas e Trebisonda, la città di Tefrica[29],

abitata anche oggi giorno da un popolo feroce e sfrenato; e le colline

di que' dintorni, coperte vidersi di fuggiaschi Paoliziani, che in

allora si credettero lecito il conciliare l'uso delle armi coi precetti

dell'Evangelo. Disastrata l'Asia per ben trent'anni dai flagelli delle

guerre esterna ed interna, i discepoli di S. Paolo, si unirono nelle

loro correrie a quelli di Maometto; onde tanti pacifici Cristiani, tanti

vecchi padri che insieme alle giovinette loro figlie a crudele cattività

tratti si videro, dovettero darne fatale merito alla intolleranza de'

lor sovrani. Cresciuti a dismisura e i mali, e la vergogna de' Cristiani

greci, il figlio di Teodora, il dissoluto Michele si trovò alla

necessità di marciare in persona contra i Paoliziani, e sconfitto sotto

le mura di Samosato, accadde il vedere l'Imperator de' Romani fuggitivo

dinanzi a quegli eretici che la madre di esso al fuoco avea condannati.

Comunque i Saracini combattessero coi Paoliziani, l'onore della vittoria

fu aggiudicato a Carbeas, nelle cui mani caddero parecchi generali

nemici, e più di cento tribuni; parte de' quali fece liberi per

avarizia, e un'altra parte, secondando il suo fanatismo, a crudeli

tormenti dannò. A Crisocario, successore di Carbeas, il valore e

l'ambizione un più vasto campo di rapine e di vendette dischiusero[30].

Non mai disgiunto dai suoi fedeli confederati i Musulmani, penetrò nel

centro dell'Asia, e rotte in più occasioni le truppe poste alle

frontiere, e le guardie di palagio, rispose ai bandi di persecuzione

promulgati contro di lui, saccheggiando Nicea e Nicomedia, Ancira ed

Efeso; nè l'invocato Appostolo S. Giovanni impedì che la città e il

sepolcro del Signore[31] non fossero profanati. Convertita ad uso di

scuderia la Cattedrale di Efeso, i Paoliziani fecero a prova coi

Saracini nel mostrare avversione e dileggio alle Immagini, e alle

reliquie. Non duole il vedere la ribellione trionfante sul

dispotismo[32] che disdegnò le querele di un popolo oppresso. Basilio il

Macedone fu costretto ad implorare la pace, ad offrire riscatto pei

prigionieri, ad usare i termini della moderazione, e della carità, nel

pregar Crisocario a risparmiare i Cristiani suoi confratelli, e

contentarsi di un sontuoso donativo in oro, argento, e drappi di seta.

«Se l'Imperatore brama la pace, rispose questo audace fanatico, rinunzii

all'Oriente, e sia pago di regnare in pace sull'Occidente: se a ciò non

si presta, verrà balzato dal trono per la mano de' servi di Dio». Contro

sua voglia, Basilio sospese ogni negoziazione, e accettata la disfida,

condusse l'esercito nelle terre de' Paoliziani mettendole a fuoco e

sangue. E per vero dire, finchè si stette nelle pianure, questi eretici

soggiacquero ai medesimi mali che aveano fatto soffrire ai sudditi

dell'Impero; ma quando l'Imperatore non potè più dubitare della forza di

Tefrica, della moltitudine di que' Barbari, d'armi e d'ogni genere di

munizioni fornitissimi, rinunziò con dolore ad una parte d'Impero, che

non poteva più sostenere. Di ritorno a Costantinopoli, col fondar chiese

e conventi, cercò assicurarsi la protezione di S. Michele arcangelo, e

del Profeta Elia; nè passava giorno che ei non pregasse il cielo di

vivere assai lungamente per _trafiggere con tre freccie_ il capo d'un

empio nemico. Fu esaudito anche al di là della espettazione: perchè dopo

una correria, incominciata per vero con felici auspizj, Crisocario venne

sorpreso ed ucciso nella sua tenda, e il capo di lui fu portato in

trionfo a' piedi del trono. Ricevuto appena un sì gradito donativo,

Basilio chiese il suo arco, e contro quella testa vibrò tre frecce, in

mezzo agli applausi de' cortigiani, che la costui vittoria esaltavano.

Con Crisocario si dileguò e perì la gloria dei Paoliziani. Onde nella

seconda spedizione che Basilio mosse contra cotesti eretici,

abbandonarono l'insuperabile loro Fortezza di Tefrica[33]; alcuni di

essi implorando il perdono del vincitore, altri rifuggendosi agli

estremi confini dell'Oriente. La ridetta città non fu d'allora in poi

che un mucchio di rovine; ma lo spirito d'independenza si resse per più

d'un secolo fra quelle montagne. I Settarj difesero la loro religione e

la lor libertà, spesse volte invasero le romane frontiere, e si

mantennero in lega co' nemici dell'Impero, e dell'Evangelo.

Costantino, che i partigiani delle Immagini soprannomarono Copronimo,

condusse, verso la metà dell'ottavo secolo, le sue soldatesche in

Armenia; e nella città di Melitene e di Teodosiopoli trovò molta mano di

Paoliziani, seguaci di una dottrina poco diversa da quella ch'ei

professava. Laonde rimane indeciso, se per punirli, o per conceder loro

un distintivo d'imperiale favore, li trasportasse dalle rive

dell'Eufrate a Costantinopoli e nella Tracia, migrazione che introdusse

e diffuse la dottrina de' Paoliziani in Europa[34]. Se quelli fra essi

che si stanziarono nella Metropoli non tardarono a confondersi e

mansuefarsi col rimanente degli abitanti, gli altri si radicarono co'

loro dogmi sui territorj della nuova lor migrazione. I Paoliziani della

Tracia, fattisi forti contra le tempeste della persecuzione, apersero

segreta corrispondenza coi lor fratelli di Armenia, e largheggiarono di

soccorsi agli appostoli della Setta, i quali si condussero, e non

indarno, a tentar la fede de' Bulgari, ancora mal salda[35]. Li crebbe

di forza e di numero una poderosa colonia che Giovanni Zimiscè[36], nel

decimo secolo, dai colli Calibj alle valli del monte Emo fe'

trasmigrare; poichè il clero d'Oriente che vedeva vani i suoi voti per

una compiuta distruzione de' Manichei, supplicava almeno che costoro

venissero allontanati. Il valoroso Zimiscè tenendo in pregio questa

popolazione, le cui armi avea già sperimentate, comprese che non potea,

senza proprio danno, lasciarla confinante coi Saracini alla medesima

collegati, la che col farla cambiare in tale guisa di patria, o gli

sarebbe stata utile contro i Barbari della Scizia, o questi Barbari

finalmente l'avrebbero annichilata. Ei procurò nullameno di temperare

l'asprezza d'un esiglio in terra lontana, concedendole tolleranza di

religiose opinioni. Le ridette genti tenendo Filippopoli, la chiave

della Tracia, ridussero in lor soggezione i Cattolici di quel paese, e

coi migrati Giacobiti serbaronsi in lega. Occupata inoltre una linea di

villaggi e castella nella Macedonia e nell'Epiro, trassero nella lor

comunione, e sotto le lor bandiere arrolarono una mano di Bulgari

ragguardevole. Fin tanto che le tenne in dovere la forza, e vennero non

pertanto trattate con moderazione, le loro soldatesche negli eserciti

dell'Impero si segnalarono: onde i pussillanimi Greci parlarono con

maraviglia, e quasi in tuon di rimprovero del coraggio di questi _cani_,

sempre ardentissimi per la guerra, e avidi d'umano sangue. Tal coraggio

medesimo li rendea talvolta ostinati e arroganti, facili a lasciarsi

condurre dal capriccio, o dal risentimento, intanto che i loro privilegi

venivano di frequente infranti dalle pietose slealtà del clero e

dell'imperiale Governo. Fervendo la guerra coi Normanni, duemila e

cinquecento di questi Manichei, abbandonate le bandiere di Alessio

Comneno[37], cercarono di bel nuovo l'antica patria. Altamente

sdegnatone l'Imperatore, dissimulò finchè gli venisse il destro della

vendetta, poi chiamati ad amichevole parlamento i Capi di questa

popolazione, nè sceverando i colpevoli dagli innocenti, la punì tutta

quanta con prigionie, confiscazione di beni e battesimo. Questo

principe, chiamato dalla devota sua figlia il tredicesimo Appostolo,

concepì durante un intervallo di pace il pio divisamento di riconciliare

i Manichei colla Chiesa e collo Stato, e posti i campi del verno a

Filippopoli, trascorse giornate, e notti intere in teologiche

controversie. Per dar forza alle sue ragioni, e vincere l'ostinatezza

de' Settarj, compartì onori e ricompense ai più chiari fra suoi

proseliti, e quanto ai convertiti di minore importanza assegnò ad essi

una nuova città che circondò di giardini, e alla quale impose il proprio

nome ornandola di privilegi; e con questa leggiadria li privò della

rilevante Fortezza di Filippopoli. I recalcitranti poi vennero confinati

nelle carceri, o banditi, e se non perderono la vita, il dovettero alla

scaltrezza anzichè alla clemenza d'un Imperatore che avea fatto arder

vivo, rimpetto al tempio di S. Sofia, un misero eretico, le cui parti

nessuno assumeva[38]. Ma non andò guari che l'orgogliosa speranza di

sradicare le opinioni pregiudicate di un popolo, fu mandata a vuoto

dall'invincibile fanatismo de' Paoliziani, stanchi ben presto di

fingere, e all'obbedire restii. Poco dopo la partenza e la morte di

Alessio, abbracciarono nuovamente le antiche leggi civili, e religiose.

Nell'incominciare del secolo decimoterzo, il loro papa e primate

occupava le frontiere della Bulgaria, della Croazia e della Dalmazia,

governando per via di vicarj le Congregazioni che la Setta avea

istituite nella Francia, e nella Italia[39]. D'indi in poi non sarebbe

difficile, a chi vi ponesse attento studio, il seguire fino ai dì nostri

la catena non interrotta delle loro tradizioni. Verso il finire

dell'ultimo secolo, questa Setta o Colonia abitava tuttavia le valli

dell'Emo, vivendo quivi nella ignoranza e nella povertà, e più spesso

per parte del Clero greco che dal governo turco soffrendo tribolazioni.

I Paoliziani de' giorni nostri hanno perduta ogni ricordanza dell'antica

origine e mentre hanno introdotta nel loro culto l'adorazione della

Croce, trovasi questo contaminato da diversi sagrifizj di sangue, l'uso

de' quali fu portato ai medesimi da alcuni prigionieri venuti dai

deserti della Tartaria[40].

In Occidente le voci de' primi predicatori manichei, oltre all'essere

mal ascoltate dai popoli, vennero soffocate dai principi. Il favore e i

buoni successi che i Paoliziani ottennero nell'undicesimo, e nel

duodicesimo secolo, vogliono soltanto essere attribuiti ai motivi di

scontento segreto, ma non men vigoroso, onde anche diversi fra i

migliori Cristiani sentironsi accesi contro la Chiesa di Roma. Tirannica

erane[41] l'avarizia, odioso il dispotismo; men forse invilita dei Greci

da un superstizioso culto attribuito ai Santi e alle Immagini, più

rapide e scandalose che non fra questi scorgeansi le innovazioni da essa

introdotte. Posta in dogma la transustanziazione[42], la credenza ne

divenne una rigorosissima legge; più corrotti essendo i costumi de'

Preti latini, avrebbe potuto dirsi che i Vescovi dell'Oriente erano i

primi successori degli Appostoli a petto di questi poderosi prelati, usi

a maneggiare e pastorale e scettro e spada ad un tempo. Tre diverse vie

possono avere introdotti i Paoliziani in Europa. Avvi motivo di credere

che dopo la conversione dell'Ungheria, que' pellegrini i quali da questo

paese a Gerusalemme si conducevano, potessero seguire senza rischio il

corso del Danubio: il che essendo, e nella andata, e nel ritorno,

toccata avrebbero Filippopoli; e diveniva facile a molti Settarj,

ascondendo nome e credenza, il mescolarsi alle carovane francesi e

alemanne, e ne' paesi di questo seco loro introdursi. — Venezia

estendeva il commercio e la sua dominazione su tutta la costa

dell'Adriatico, ed è noto come questa Repubblica ospitaliera ricettasse

gli stranieri di qualsisia clima, di qualsisia religione. — I Paoliziani

che militavano sotto le bandiere di Bisanzio, ebbero sovente occasione

di accampare nelle Province che i Greci Imperatori possedevano nella

Sicilia, e poichè, così in tempo di pace come di guerra, conversavano

liberamente cogli estranei, e coi nativi del paese, le loro opinioni

ebbero campo di tacitamente diffondersi e a mano a mano di pervenire

sino a Roma, e a Milano e ne' regni posti di là dall'Alpi[43]. — Non si

tardò molto a scoprire che migliaia di Cattolici d'entrambi i sessi, e

di ogni ordine, il Manicheismo aveano abbracciato, e dodici canonici di

Orleans condannati alle fiamme, contrassegnarono il primo atto di

persecuzione. I Bulgari[44] il cui nome, così innocente in origine, è

divenuto tanto odioso nelle applicazioni che se ne sono fatte, si

dilatarono per tutta l'Europa. Congiunti per comune odio contro

l'idolatria e la Corte di Roma, obbedivano ad una specie di Governo

episcopale, o presbiteriano; la diversità delle varie Sette consisteva

in alcuni punti, più o meno discordanti, della loro scolastica Teologia;

ma tutte generalmente convenivano nello ammettere i due Principj, nel

disprezzare l'Antico Testamento, nel negare la presenza reale del corpo

di Gesù Cristo, sia sulla Croce, sia nel mistero Eucaristico. Gli stessi

nemici de' Bulgari confessavano semplice il costoro culto, nè potersi

rimproverare ad essi alcuna cosa quanto a purezza di costumi: si

proponeano un modello di perfezione tanto sublime, che le loro

Congregazioni, il cui numero aumentava ogni giorno, in due classi si

dividevano, in quelle che a tal perfezione si conformavano, e in quelle

che solamente aspiravano alla medesima. Il Paolizianismo avea poste

principalmente profonde radici nel territorio degli Albigesi[45],

situato nelle province meridionali della Francia; laonde nel secolo

XIII, si rinovarono sulle rive del Rodano quelle vicende di

persecuzioni, e vendette che dianzi le terre dell'Eufrate avevano

offerte. Fattesi rivivere da Federico II le leggi degl'Imperatori di

Oriente, i Baroni, e le città della Linguadoca raffigurarono i ribelli

di Tefrica; ma la gloria sanguinolenta di Papa Innocenzo III, superò

quella della medesima Teodora; e se vi fu perfetta eguaglianza di

crudeltà fra i soldati di questa Imperatrice, e gli eroi delle Crociate,

la barbarie de' sacerdoti greci venne superata di gran lunga dai

fondatori della Inquisizione[46], Ordine ben più atto a confermare che a

confutar la opinione dell'esistenza di un cattivo Principio.

Perseguitate dal ferro e dal fuoco le assemblee pubbliche de'

Paoliziani, e degli Albigesi, cessarono affatto, e i miseri resti di

queste fazioni si videro costretti a fuggire, a nascondersi, o a

procacciarsi una sicurezza col fingere di abbracciare la Fede cattolica.

Ma l'invincibile spirito di setta non quindi sparve dall'Occidente: ed

una segreta lega di discepoli di S. Paolo, che, protestando contro la

tirannide di Roma, prendeano la Bibbia per regola di loro credenza, e

dalle visioni della gnostica Teologia aveano liberato il loro simbolo,

si perpetuò nello Stato, nella Chiesa, e persino ne' chiostri. Gli

sforzi di Wiclef nell'Inghilterra, e di Hus nella Boemia, immaturi

furono e scevri di frutto; ma i nomi di Zuinglio, di Lutero e di Calvino

vengono pronunziati colla gratitudine dovuta ai liberatori delle

nazioni[47].

Il filosofo che ha dovere di calcolare il grado di merito di cotesti

uomini, e della riforma che le lor fatiche operarono, chiederà

saggiamente quai sieno gli articoli di Fede[48] superiori o contrarj

alla ragione dal cui giogo sciolsero i Cristiani, perchè una tale

libertà è senza dubbio un inestimabile vantaggio, ogni qualvolta colla

pietà e colla verità sia conciliabile. Chi si accinge a ventilare,

scevro d'imparzialità, un tale soggetto, dee piuttosto sorprendersi

della timidezza dei riformatori, che scandalezzarsi del lor

ardimento[49]. Non men degli Ebrei ammettevano tutti i lor libri, e

tutte le lor maraviglie, incominciando dal giardino di Eden, fino alle

visioni del profeta Daniele; si credettero obbligati insieme a'

Cattolici, a giustificare contro gli Ebrei l'abolizione d'una legge

emanata da Dio[50]. Era, oltre ogni dire, rigorosa l'ortodossia dei

riformatori, sui grandi misteri della Trinità, e della Incarnazione;

niun dubbio metteano sulla dottrina de' quattro o sei primi Concilj, e

fedeli al simbolo di S. Atanasio, bandivano dannazione eterna a tutti

coloro che al simbolo della Chiesa cattolica non si uniformavano. Il

dogma della transustanziazione, o trasformazione invisibile del pane e

del vino, in corpo e sangue di Gesù Cristo[51], mal può sostenersi

contro l'armi e dello scherzo e del raziocinio. Ma in vece di consultare

la semplice testimonianza de' loro sensi, della vista, del tatto e del

palato, i primi protestanti si avvolsero ne' proprj loro scrupoli, e

abbagliò le loro menti il prestigio delle parole che profferì Gesù

Cristo nell'atto di istituire il Sacramento Eucaristico. Lutero sostenea

la presenza corporale di Gesù Cristo nel pane consacrato; Calvino la

reale, e solo lentamente prese radice nelle Chiese riformate l'opinione

di Zuinglio, che null'altro vide nella Eucaristia, fuor d'una comunione

spirituale, d'una semplice ricordanza[52]. Ma la perdita di un mistero

fu largamente compensata da sorprendenti dottrine[53] sul Peccato

Originale, sulla Redenzione, sulla Fede, sulla Grazia, e sulla

Predestinazione che tolte vennero dalle Epistole di S. Paolo. Certamente

i Padri e gli scolastici, aveano preparate queste sottili quistioni[54];

ma il merito di averle condotte a definitiva perfezione e ad uso del

popolo, è tutto de' Capi della Riforma, che inoltre le divulgarono come

articoli di Fede indispensabile alla umana salvezza. E fin qui

veramente, e sotto l'aspetto di asserir cose difficili a credersi, lo

svantaggio rimane affatto dal lato de' Protestanti, perchè molti

Cristiani meglio si adatterebbero a sottomettere la loro ragione

all'idea d'un'ostia trasformata in Dio, che a conoscere per loro Dio un

tiranno capriccioso e crudele.

Ciò nullameno e Lutero, e i suoi rivali rendettero servigi durevoli e

rilevanti alla umanità, e la Filosofia non può negare a questi intrepidi

entusiasti,[55][56] un tributo di gratitudine.

I. Eglino tolsero al gigantesco edifizio della superstizione[57] molta

parte di assurdità, incominciando dall'abuso delle Indulgenze, e venendo

sino alla intercessione di Maria Vergine. Tante miriadi di frati e di

monaci, alla libertà ed ai lavori della vita sociale restituirono; per

opera dei riformatori, una immensa schiera di Santi, e d'Angeli, spezie

di Divinità imperfette, e subalterne, spogliate vennero del lor potere

temporale e ridotte a contentarsi dalla sola celeste beatitudine;

sbandite le immagini e le reliquie di questi dai tempj, la credulità del

popolo, più non si vide di miracoli e giornaliere apparizioni nudrita.

Ad un culto che a quello dei Pagani si avvicinava[58], sostituirono un

culto spirituale di preghiere, e rendimenti di grazie, più degno

dell'uomo, e meno sproporzionato alla Divinità. Rimane però sempre a

sapersi, se questa sublime semplicità alla popolare divozione si adatti;

e se l'uom del volgo, al quale ogni oggetto visibile di venerazione sia

tolto, sentirà più il religioso entusiasmo, o anzi non cadrà a poco a

poco nel languore, e nella indifferenza.

II. La Riforma ha rotta quella catena di autorità[59], che impediscono

al timorato divoto il pensare da sè medesimo, e allo schiavo il dir quel

che pensa: all'atto della Riforma, i Papi, i Padri della Chiesa, e i

Concilj non vennero più riguardati come giudici supremi e infallibili

della Terra; ed imparò ogni Cristiano a non avere altra legge che la

Scrittura, altro interprete che la propria coscienza[60]. Non dee

nondimeno tacersi, essere stata questa libertà piuttosto conseguenza che

scopo della Riforma. I nostri patriottici riformatori, intendevano a

succedere ai tiranni che aveano atterrati, e, non meno imperiosamente di

essi, pretendendo che ciascuno al lor Simbolo si sommettesse, sosteneano

nei Magistrati il diritto di punir di morte gli eretici. Calvino

trascinato da fanatismo, o da astio, punì in Servet[61] una ribellione

della quale era egli stesso colpevole[62]. E Cranmer aveva accese per

gli Anabattisti, in Smithfield, quelle fiamme che poscia lui medesimo

consumarono[63]. Le tigri non avean dunque cambiata natura; ma i

principj della Riforma lor limarono gradatamente le unghie e le zanne.

Il Pontefice romano possedea un regno spirituale, e temporale ad un

tempo; i dottori protestanti non erano che umili sudditi privi di

giurisdizione, e di rendite. L'antichità della Chiesa cattolica facea

sacri i decreti del Papa; i Riformatori sottomettevano al popolo le

proprie ragioni e dispute, appellazione al giudizio di ognuno, che la

curiosità e l'entusiasmo ricevettero con più ardore di quanto gli stessi

riformatori desiderassero. Dopo i giorni di Lutero, e di Calvino,

un'altra riforma si è andata operando tacitamente in seno delle Chiese

protestanti, ed ha distrutto immenso numero di errori; sicchè i

discepoli di Erasmo[64] diffusero estesamente lo spirito di independenza

e di moderazione. La libertà di coscienza[65] venne invocata siccome

patrimonio che a tutti gli uomini pertenea, siccome inalienabile

diritto[66]. I Governi liberi dell'Olanda[67] e della Inghilterra[68]

introdussero in pratica la tolleranza; e la prudenza, e l'umanità del

secolo ampliarono i troppo limitati concedimenti della legge. Lo spirito

dell'uomo ha ricuperata coll'uso la naturale estensione delle sue

facoltà, nè la sua ragione continua ad appagarsi di parole, e di chimere

fatte soltanto per intertenere i fanciulli. La polve copre le opere di

controversia, e v'è gran distanza fra la dottrina della Chiesa

riformata, e la credenza di coloro che ne son membri; sol quindi, o

sorridendo, o sospirando, il moderno clero alle forme dell'Ortodossia, e

ai simboli già abbracciati si adatta. Ciò nullameno gli amici del

Cristianesimo si spaventano[69] di tali illimitati progressi dello

spirito di ricerca e dello scetticismo, e avverate veggonsi le

predizioni de' Cattolici. Gli Arminiani, gli Ariani, i Sociniani, de'

quali non dobbiam calcolare il numero su quello delle loro

Congregazioni, hanno abbiurati apertamente tutti i misteri; e vediamo i

fondamenti della rivelazione smossi da uomini, che usano il linguaggio

della religione senza averne i sentimenti[70], e si fanno lecita una

libertà di idee filosofiche, senza avere quella moderazione che alla

filosofia va congiunta.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11 · 第 7 / 22 题