M . OCULATIUS M . F . VERVS II VIR PRO LUDIS

che ho riferita nel Capitolo precedente del Teatro Comico e che stava

sulla soglia del medesimo in lettere di bronzo, senz’altra indicazione

che m’additi cosa siasi dato o fatto _in luogo dei giuochi_, allora mi

è permesso di dubitare che l’interpretazione di Rénier abbia sciolto

l’enigma e di credere piuttosto che possa intendersi il _pro ludis_,

come magistrato sopra i giuochi, cioè sovrintendente degli spettacoli.

E tanto più mi confermo in ciò, in quanto io non abbia rinvenuto

autorità che mi convinca che gli spettacoli dati dai nuovi magistrati,

fossero un verace obbligo inerente alla loro nomina; anzi che una

liberalità, quantunque forzata, e che però potesse intervenire decreto

di decurioni a sostituire ad una spesa obbligatoria un’altra spesa.

Ritornando ora alla difesa del podio, vuolsi osservare come anche un

canal d’acqua vi corresse lungh’esso; onde così non fosse permesso alle

fiere di accostarvisi di troppo.

La cavea era regolata e distribuita del modo stesso che accennai,

parlando de’ teatri, nei capitoli antecedenti, partita cioè in tre zone

col mezzo di due gallerie. La più bassa riserbata, come pur testè ho

detto, ai principali magistrati, ai capi della colonia, a’ sacerdoti e

sacerdotesse ed il posto che ognun d’essi occupava sopra i gradini era

circoscritto in due linee col corrispondente numero distinto in rosso;

e quel numero doveva corrispondere alla tessera che si presentava

entrando all’impiegato denominato _Locarius_, o pigionante di sedili.

Il quale occupava prima i posti negli spettacoli, o li accaparrava per

cederli poi a chi giungesse tardi, contro determinato prezzo.

L’affaccendarsi di costui era singolarmente per le dame, imitate pur

dalle moderne, che ultime sempre giungevano allo spettacolo, trattenute

dalle lunghe e studiate toelette; onde il nostro Savioli, facendo

allusione nella sua Ode _Il Teatro_ a siffatta consuetudine, cantava:

Tardi ai roman’ spettacoli

L’altera Giulia venne,

Ma i primi onor del Lazio

Su l’altre belle ottenne.

Marziale, ne’ suoi epigrammi, parla di questi locarii nel verso:

_Hermes divitiæ locariorum_[126];

ed io, tenendo conto di tali inservienti de’ pubblici trattenimenti,

addito origini di pratiche pur oggidì sussistenti, e riconfermo il

concetto del Savio, che disse nulla essere nuovo sotto il sole.

Questa prima cavea dell’anfiteatro era divisa da una precinzione

di pietre di tufo dall’altra cavea superiore e conteneva diversi

muri traversali che ripartivano il podio stesso. Così aveva quattro

ripartimenti, due verso le porte di cinque gradini, e due altri nel

mezzo del giro di quattro gradini assai più larghi e spaziosi, aventi

poi ognuno le proprie porte separate.

La media, o seconda cavea era assegnata ai cittadini distinti, e più

agiati, ai diversi collegi e ai militari ed aveva trenta gradini.

Termina finalmente colla _summa cavea_ costituita di diciotto fila di

gradini ed era riserbata al popolo e dietro di esso si collocava la

plebe, dopo la quale, in bell’ordine di archi sorgevano le logge per

le donne, che si formavano degli archi stessi sorretti da colonne,

alle quali logge, per essere coperte, Calpurnio chiamò col nome di

cattedre ne’ versi in cui rammenta di aver dovuto ascendere fin su su

nell’ultima fila dell’Anfiteatro, per essere la infima e media cavea

occupate da magistrati e cavalieri:

_Venimus ad sedes, ubi pulla sordida veste_

_Inter femineas spectabat turba cathedras,_

_Nam quæcumque patent sub aperta libera cœlo,_

_Aut eques aut nivei loca densavere tribuni_[127].

Tutta la cavea ha quaranta scaglioni con altrettanti vomitorj per i

quali gli spettatori entravano ed uscivano ordinatamente; solo le

donne avevano una separata gradinata onde accedere ai loro posti;

lo che dinota ancora un riguardo che a’ dì nostri non si serba al

gentil sesso ne’ teatri, e ciò malgrado che allora fosse dal diritto

romano considerata la donna poco più di cosa, e adesso si pretenda

che i costumi illeggiadriti ne abbiano senza confronti migliorate le

condizioni.

Abbiamo già veduto nel precedente capitolo, come a temprare agli

spettatori del Teatro Tragico gli ardori canicolari, fosse stato

in Pompei e nelle altre città della Campania, prima che altrove,

immaginato il velario, cagione di tanto scandalo a’ puritani scrittori

di allora: or bene l’Anfiteatro pompeiano usava esso pure il più

sovente di questa salutare costumanza. Dirò di più: la distesa del

velario era tanto desiderata e voluta, che il _Theatropola_, od

impresario di teatro, o chi dava le feste, si affrettava, nel pubblico

annunzio che scrivevasi sui muri delle principali vie o de’ luoghi

più affluiti di gente ad indicare che le vele e le tende non sarebbero

mancate. Ho già recato nel capitolo nel quale parlai delle vie e degli

affissi, quello in cui Valente Flamine perpetuo di Nerone, avvertendo

che ai 28 marzo (V. _Kal. aprilis_) si darebbe una caccia, si dà

premura di soggiungere che vi sarebbero i velarii, _et vela erunt_:

ora, a meglio constatare la buona usanza, ne recherò due altri.

Un _Ottavio_, od un _Onesimo_, procuratore, poichè gli scrittori non

sanno leggere che questi due nomi sotto la lettera _O_ della seguente

iscrizione, così annunzia una caccia, _venatio_, che darebbe a’ 29

di ottobre la famiglia gladiatoria di Numerio Popidio Rufo, che a’

20 Aprile si alzerebbero le antenne, _mala_, ed i velarii, _vela_,

nell’anfiteatro.

N . POPIDI

RVFI . FAM . GLAD . IV . K . NOV . POMPEIS

VENATIONE ET . XII . K . MAI

MALA . ET . VELA . ERVNT

Q . PROCVRATOR . FELICITAS .[128]

Si argomenta da tale avviso che i velarii si rizzassero nell’anfiteatro

appena che il caldo incominciasse vivamente a farsi sentire e a dar

fastidio la sferza del sole e che, se si credeva avvertire una caccia

gladiatoria, ancorchè lontana, perchè più spettacolosa, non toglieva

che prima si facessero altri minori divertimenti nell’anfiteatro; senza

di che non avrebbe senso il dirsi che si rizzerebbero antenne a vele

nell’aprile, per una caccia che dovesse seguire sei mesi nell’ottobre.

L’altro manifesto che si lesse su d’un muro della Basilica si esprime

così:

N . FESTI AMPLIATI

FAMILIA . GLADIATORIA . PVGNA . ITERVM

PUGNA . XVI . X IVN VENAT . VELA.[129]

Or bene, nel cornicione dell’anfiteatro sì avvisano ancora alcune

pietre aventi dei fori, ne’ quali si infliggevano le aste od antenne

(_mali_, o _mala_ come è scritto nella surriferita iscrizione) a cui

venivano raccomandati i capi del velario e le funi che lo sostenevano.

Abbiam veduto superiormente come alle due estremità della elissi

dell’anfiteatro vi fossero due porte: noterò ora che un’altra più

piccola ve ne fosse, la quale era detta _Libitinense_, il cui scopo

avverrà di conoscere più avanti, parlando de’ gladiatori.

Per questa porticina entravano poi le bestie feroci, le quali, per

l’angustia di essa, non avrebbero potuto ritornare indietro o volgersi

dai lati. Una cameretta vi è presso, forse lo _spoliario_, luogo nel

quale i gladiatori uccisi venivano spogliati delle loro armi e delle

loro vestimenta, come troviam ricordato in Seneca ed in Lampridio[130]:

in essa si trovarono le ossa d’un leone. Questa circostanza e l’altra

che già ricordai di eguali avanzi di leoni rinvenuti nelle vicinanze

avvalorano l’affermazione di chi scrisse che il cataclisma sorprendesse

i Pompejani intenti ai giuochi dell’anfiteatro. Per lo meno ci provano

che recenti ne dovessero essere stati i divertimenti.

In quanto a me, non sono alieno del dividere l’opinione di coloro che

osservarono che il novissimo giorno fosse pure un dì a’ ludi circensi

destinato, confermandone altresì il fatto d’essersi trovati verso

l’ingresso e ne’ corridoi dell’anfiteatro sei scheletri, a fianco di

essi due braccialetti, due anelli, una moneta ed altri frammenti d’oro,

quattro belle monete di bronzo, un involto di drappi ed una lampada.

Perchè avrebbero dovuto rinvenirsi questi scheletri e questi oggetti

in luogo ordinariamente chiuso, oltre che all’estremità della città, se

non per essere stato in quel giorno aperto a pubblico divertimento? Non

si potranno ad ogni modo per questi dati abbastanza significanti, avere

per sognatori coloro che la detta opinione sostennero.

Altre piccole camere vi sono ai lati delle due porte principali ed

erano i _cataboli_, o stalle in cui le belve attendevano d’essere

lanciate nell’anfiteatro.

Finalmente chiuderò la descrizione dell’anfiteatro pompejano col far

cenno del _triclinio_, che di contro al principale ingresso di esso si

vede. Era uso presso gli antichi che il giorno innanzi l’esecuzione

dei condannati a morte si imbandisse loro un publico banchetto,

chiamato _libero_. In cotale occasione si largheggiava ad essi di ogni

ricercata vivanda. Chateaubriand, che di tal costume favella ne’ suoi

_Martyrs_, non può trattenersi dallo scagliarsi contro di esso, come

di raffinamento della legge e come brutale clemenza del paganesimo;

l’una, perchè voleva rendere la vita cara a quelli che dovevano

perderla; l’altra, che non considerando l’uomo che fatto per i piaceri,

ne lo voleva colmare nel mentre che spirava. Anche i gladiatori,

devoti a morte, poichè non avvenisse mai che talun d’essi non restasse

sull’arena, avevan diritto, prima del giorno dello spettacolo, a questo

publico pasto. Era poi nella piazza cinta di muro, in prossimità al

triclinio, che i gladiatori attendevano l’ora di entrare alla lotta

nell’anfiteatro.

Ora poichè conosciamo il luogo che in Pompei serviva d’arringo a’

giuochi circensi, e coll’anfiteatro di questa città, possiam dire

di conoscere quelli pure delle altre e anche quello più famoso di

Roma; passiamo a trattare de’ ludi, che più frequentemente solevano

celebrarsi in essi, e delle persone che vi pigliavano parte.

I più consueti e desiderati spettacoli dell’Anfiteatro erano le corse,

che prima si facevano, come già vedemmo, nel Circo; i ludi gladiatorj

e le cacce, che son le _venationes_ che abbiamo in più affissi veduto

annunziate in Pompei. Le danze, le pantomime, i canti e i suoni dei

tibicini e dei fidicini erano divertimenti minori a’ quali prestavasi

bensì l’anfiteatro, ma piuttosto a riempire gli intermezzi e ad

illudere l’impazienza del publico che stava attendendo i principali

spettacoli annunziati, anzi che a costituire di per sè un vero

trattenimento.

Le Corse, o fazioni degli Auriga, il lettore s’è accorto essere state

introdotte fin dai primordj di Roma, per aver io al principio ricordato

il giuoco de’ Trojani: il qual non fosse infatti che un armeggiamento

a cavallo. Molto più in onore in Grecia erano tenute le Corse, dove

i vincitori ne’ giuochi olimpici vennero consegnati alla immortalità

dagli inni di Pindaro. Colà, per responso della Pizia, a’ siffatti

giuochi annettevasi la salute della Grecia. Furono perfino misurate le

epoche dalle olimpiadi, ogni olimpiade essendo lo spazio de’ quattro

anni che scorrevano fra due celebrazioni de’ giuochi olimpici. Dall’una

all’altra olimpiade si contavano cinque anni, benchè non fossero se

non se quattro compiuti. Presso gli storici la prima olimpiade comincia

nel 776 prima di G. C. e 24 avanti la fondazione di Roma. Dopo la 340.ª

olimpiade, che finì coll’anno 440 dell’Era Volgare, più non si trovano

gli anni calcolati per mezzo delle olimpiadi.

Or si fu nella vigesima quinta olimpiade che presso quella nazione

ebbe luogo la corsa del carro a due cavalli; nella ventottesima quella

dei cavalli da sella; nella novantottesima corse con due cavalli da

maneggio nello stadio, e nella susseguente si attaccarono ad un carro

due giovani puledri condotti a mano ed un’altra corsa di un puledro

montato a guisa d’un cavallo da sella.

In Roma e nelle città italiane, dove massime negli ultimi tempi della

republica ed in quelli dell’impero si grecizzava, era più che ovvio che

que’ giuochi si importassero con quelle discipline e seguissero nel

circo dapprima e poi nell’anfiteatro e s’introducessero le corse dei

cocchi o de’ carri, _currus_, detti anche bighe se tirate da una coppia

di cavalli, quadrighe se da quattro. Dione nel lib. XXIX, cap. 28,

parla delle corse dei cavalli che fecero parte dei giuochi famosi che

diede Pompeo e de’ quali dirò ancora più avanti.

Le fazioni degli auriganti che si vennero presto istituendo e le

quali aspiravano alla palma nei ludi circensi, erano quattro in Roma,

distinte dal vario colore delle vestimenta loro, cioè verde, ceruleo,

rosso o bianco, onde appellavansi _Prasinæ, Venetæ, Russatæ, Albatæ_.

Svetonio ne fa sapere essersene di poi aggiunte altre due, l’una di

stoffa aurata, e l’altra di panno porporino. I principi perfino si

onoravano d’esserne i capi; così Caligola della Prasina, Vitellio della

Veneta. I guidatori (_agitatores_) montarono in prezzo e i poeti li

celebrarono, come ne fanno fede, oltre que’ di Marziale, anche i vecchi

epigrammi di M. Aurelio Dione, di Diocle, di Pompeo Eusceno e di Fuseo.

Così rimasero ricordati i nomi di Incitato caro a Caligola, di Prasino

caro a Nerone, di Passerino e Tigri diletti a Domiziano e di Scorpo a

Nerva; del quale Scorpo dettò Marziale il seguente pomposo epitaffio:

_Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria Circi_

_Plausus, Roma tui deliciæque breves:_

_Invida quam Lachesis raptum trieteride nona,_

_Dum numerat palmas, credidit esse senem_[131].

L’interessamento generale, la division delle opinioni, il parteggiar

di tutti per questa o quella fazione d’auriganti, e le scommesse furon

tali e tante, che parve fino un delirio. Giovenale così della fazion

Prasina attesta la propria simpatia e predilezione:

_Totam hodie Romam circus capit et fragor aurem_

_Percutit, eventum viridis quo colligo, panni_[132];

e più tardi a’ tempi di Giustiniano, per la contenzione delle fazioni

Prasina e Veneta, tanta nacque sedizione in Bisanzio che il monaco

Zonara, nel suo libro _Degli Imperatori Greci_, scrisse essersene

occasionata la strage di quasi quarantamila uomini; d’onde poi si

avesse ad abolire la designazione delle fazioni.

I vincitori nelle corse de’ giuochi circensi, proclamati per tali dal

Pretore, come ne ammonisce Giovenale in que’ versi:

. . . . _similisque triumpho_

_Præda caballorum Prætor sedet_[133],

uscendo dalla porta trionfale del circo fra le ovazioni frenetiche del

popolo, colle palme raccolte e della corona di lentischio recinta la

fronte, spesso assisero conviva alla mensa imperiale.

Passo rapido ora da questo subbietto, perocchè fosse, a mio sentimento,

mal propria l’arena dell’anfiteatro pompeiano a siffatto genere di

ludi, e vengo invece più distesamente a dire de’ gladiatorj, che tutto

attesta essere stati assai frequenti in Pompei.

Ed è a questo punto ch’io pongo dapprima la descrizione del Ludo

Gladiatorio che esisteva e che venne discoperta dagli scavi in Pompei.

Ma non pensi il lettore ch’io m’intenda parlare di quella _taberna_,

che da parecchie Guide vien detta la Scola dei Gladiatori, la

quale fu scoperta il 12 aprile 1847 ed a cui valse un tale titolo

unicamente perchè nell’esterno di essa si trovò un’insegna dipinta

che rappresentava un combattimento di gladiatori. L’angustia di questa

esclude assolutamente ch’essa potesse servire allo scopo al quale si

vorrebbe destinata, poichè la scuola de’ gladiatori suppone che abbia

un locale atto all’esercizio della scherma e capace di contenere, oltre

i duellanti, anche il _lanista_, o loro maestro. Ora una tale taberna

non era atta a tanto. Più probabile è invece ch’essa appartenesse a

qualche _theatropola_, o impresario di pubblici spettacoli, il quale

vi tenesse ricapito per la vendita delle tessere teatrali, o per

l’allestimento dei ludi o per l’ingaggio dei gladiatori. Tale insegna,

comunque difesa da un piccolo tetto, è pressochè tutta omai cancellata:

sotto di essa vi si lesse in addietro la seguente iscrizione:

ABIAT (HABEAT) VENERE (VENEREM) POMPEIIANA (M) IRADAM (IRATA)

QVI HOC LAESERIT[134].

Queste scorrezioni di dizione ci rivelano però il linguaggio volgare e

l’approssimazione fin d’allora all’italiano.

Ma del resto farò osservare che il soggetto dell’insegna non può

in alcun modo forzarci a ritenere a qualunque costo che la taberna

dovesse aver un’attinenza coll’arte gladiatoria e con ispettacoli,

da che sembri che il combattimento di due gladiatori fosse tema assai

frequente delle insegne, se Orazio, nella satira settima del Lib. 11,

potè lasciare scritto:

. . . . . _atque ego, cum Fulvi, Rutubæque,_

_Aut Placideiani contento poplite miror_

_Prœlia, rubrica picta aut carbone: velut si_

_Re vera pugnent, ferient, vitentque moventes_

_Arma viri_[135].

Il _Ludo Gladiatorio_ piuttosto e veramente, a quante le ricerche

diligenti fatte hanno condotto a ritenere, è quell’edificio al

fianco orientale del Foro triangolare, del quale parlando, ho

già mentovato, che per tanto tempo si continuasse a designare per

quartiere di soldati. Tale designazione non era stata, siccome avvenne

di tanti altri edifici di Pompei, determinata dal capriccio, ma sì

dall’esservisi trovate alcune armature e ceppi entro i quali costrette

ancora le ossa dei piedi di varii scheletri, che s’era supposto essere

stati di soldati in punizione, i quali erano stati sorpresi dalla

estrema eruzione del Vesuvio e dalla finale catastrofe senza potersi

svincolare da essi. Questi ceppi si conservano al Museo Nazionale di

Napoli e costituisconsi di una lunga e duplice barra di ferro, avente

ad eguali intervalli venti perni rialzati che sulla cima finiscono

in anelli. Tra l’uno e l’altro di questi perni il colpevole doveva

collocare i piedi, che vi venivano serrati da un ferro traversale, che

passava per quegli anelli, ed a fianco stava la serratura a chiave che

assicurava un tal ferro.

In tutto questo edificio, scoperto nel 1766 e completamente sbarazzato

nel 1794, si contarono al momento delle prime indagini, non meno di

sessantatrè scheletri e si è questo considerevole numero di scheletri

che farebbe persistere taluno scrittore, — cui pare improbabile che

una città di non molta importanza per popolazione come Pompei potesse

contare un numero sì forte di gladiatori, — a voler ravvisare in questo

edificio una caserma di soldati; tanto più che una piazza forte come

questa dovesse invece avere una guarnigione e per conseguenza una

appropriata caserma.

Ma il P. Garrucci stabilì in una sua memoria, inserita nel tredicesimo

numero del _Bollettino Archeologico Napoletano_ del gennaio 1823,

che quest’edificio non potesse essere che un Ludo de’ gladiatori. Nè

del resto può sembrare improbabile in Pompei il numero suddetto di

gladiatori, da che si avverta, e noi l’apprendemmo dalle iscrizioni

che riprodussi, come l’epoca dell’ultima eruzione che seppellì Pompei

coincidesse colla stagione ordinaria degli spettacoli più strepitosi

dell’anfiteatro, e che doveva pur esser quella in cui i più doviziosi

romani, che possedevan ville nel delizioso golfo napolitano, solevano

ritrovarsi nelle loro villeggiature. D’altronde se la questione

numerica della popolazione dovesse essere non solo un irrecusabile

argomento, ma ben anco un semplice argomento od una seria congettura,

non si saprebbe, per egual titolo, trovar la ragione d’essere del

vasto anfiteatro. Ma ho già notato invece che agli spettacoli di Pompei

intervenissero pure dalle vicine terre e castella e, i fatti storici

alla mano, ciò si è incontrovertibilmente da me stabilito.

Questo Ludo adunque è un vasto parallelogramma, nel quale i gladiatori

venivano istruiti a combattere da un _lanista_ o maestro di scherma.

Era questi o il proprietario d’una compagnia di tali uomini, che li

locava a chi volesse offrire uno spettacolo gladiatorio; od anche solo

l’istruttore de’ gladiatori appartenenti allo stato, e perciò detti

_cæsarei_. Tale parallelogramma era tutto circondato di portici e

d’architettura dorica a due piani, sostenuti da sessantaquattro colonne

di tufo rivestite di stucco e scannellate nella parte inferiore.

Nel giro del portico terreno vi sono molte camere, ed in quelle verso

il lato occidentale si trovarono i suddetti istrumenti di punizione.

Nell’interno del portico, sulle colonne e nelle camere erano graffite

parecchie iscrizioni, fra le quali è riportata da tutti e non per anco

decifrata con soddisfazione, e per me affatto di colore oscuro, la

seguente:

VHI . K . FEBR .

TABVLAS POSITAS

IN MVSCARIO

CCC . VIIII . SS . CCCC . XXX .

Dal pianterreno si ascendeva per mezzo d’una scala in angolo presso le

camere ad uso di prigione al piano superiore. Non fa ora all’argomento

mio di tener conto degli oggetti, fra’ quali molti muliebri, qui

rinvenuti negli scavi: perocchè debba affrettarmi ad entrare più

spiccio nel tema di questi gladiatori.

Roma aveva parecchi di questi ludi, e furon noti il _Ludus Gallicus_,

il _Dacicus_, il _Magnus_, il _Mamertinus_, l’_Æmilius_. A questi

non eran preposti soltanto i lanista ma de’ _procuratores_, tratti

dalle classi cittadine più distinte, ed avevano inoltre proprj medici

e chirurghi per curarne l’esistenza e la prestanza, come farebbesi

di polli che si vengano nutricando per le delizie de’ banchetti.

Tacito però non a torto chiamò il ludo _sagina gladiatoria_[136],

_ingrassamento gladiatorio_. Nè meno celebri furono i ludi di Capua

e di Ravenna; dal primo eruppe Spartaco e sappiam com’egli fosse il

capo della rivoluzion servile: al secondo, di proprietà dello stato,

appartiene il _Gladiatore_ che è il protagonista della bella tragedia

dell’Halm, tradotta dall’egregio prof. dott. Giuseppe Rota, d’alcun

brano della quale, a chiarimento del mio soggetto, infiorerò tra poco

queste pagine.

Quale si avessero origine i Gladiatori, esporrò sotto brevità.

I funerali e la religione li produssero. Gli Etruschi gli usarono

ne’ funerali, essendo loro credenza che l’anime de’ morti coll’uman

sangue si propiziassero. Epperò i captivi di guerra, gli schiavi

tristi e colpevoli, comperati, si immolavano nelle funebri pompe. Dagli

Etruschi venne il costume a’ Romani, prima però che a questi, passò con

determinate modificazioni ne’ riti, a’ popoli della Campania.

Fu nell’anno 490 della fondazione di Roma, che Marco e Decimo

Bruto offersero pubblicamente in Roma nel Foro Boario spettacolo di

gladiatori, in occasione della morte di Giunio, loro padre: i tre figli

di Emilio Lepido, augure, ne fecero lottare undici coppie nel foro

per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino; indi

crebbero vieppiù. Già vedemmo di Lucio Silla, come i ludi gladiatorii

ordinasse per testamento nelle sue esequie. Cesare, in memoria della

figlia, ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano,

continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano, l’amico di

Plinio, per centoventitrè, offerendo duemila combattenti.

Nè fu più ragione il funerale o la religione soltanto a siffatti

spettacoli; ma i gladiatori si diedero ben anco a semplice titolo

di divertimento, e i magistrati primarj entrando in carica, a

ingrazianarsi il popolo, glieli offrivano a spettacolo; onde perfino

tale divertimento stesso gladiatorio si appellasse _munus_, sia che

intender si volesse dato gratuitamente, sia perchè dato per l’officio.

È fatto menzione da Svetonio, nella vita di Claudio, come questo

Cesare, prima di disseccare il lago Fùcino, vi volesse dare uno

spettacolo di naumachia, e che i gladiatori che vi dovevano combattere,

passando prima d’innanzi all’imperatore gridando: _Ave, Imperator,

morituri te salutant:_ — _Salve, o Imperatore, que’ che vanno a morire

ti salutano_, — Claudio lor rispondesse: _Avete vos_, — state sani;

ond’essi, il saluto interpretando come un perdono e una dispensa

dal battersi, più non volessero infatti pugnare; tal che Claudio,

indegnato, rimanesse in forse se farli tutti perire di ferro e di

fuoco; ma poi lanciandosi dal suo seggio e girando intorno il lago d’un

passo tremante e ridicolo, un po’ con minacce, un po’ con promesse, li

obbligasse a combattere.

Era dunque una vera frenesia per codesti giuochi e così fu spinta, che

tali combattimenti diventarono presto un mestiere, e il popolo sovrano

a pagarli e fin le dame a carezzarne i campioni.

Or chi erano questi sciagurati che mettevano a prezzo il loro sangue,

la loro vita?

Due specie vi avevano di gladiatori: la prima di coloro che venivano

astretti ad assumere siffatto mestiere; l’altra di coloro che

volontariamente lo esercitavano. Venivano essi, cioè, della prima

specie, trascelti fra diverse classi della società, o erano schiavi che

a tal uopo vendevansi o prigionieri di guerra, che dopo aver servito a

decorare i trionfi de’ comandanti vittoriosi, riservavansi ai pubblici

giuochi; o finalmente colpevoli di crimini o condannati per causa di

ribellione.

Tuttavia accadde, — ed ecco come avvenisse che vi fossero atleti della

seconda specie, — che si vedessero scendere ne’ circhi a combattere

co’ gladiatori anche liberi cittadini, sia che fossero spinti a così

degradarsi dall’ingordigia del danaro, ed appellavansi _auctorati_, sia

che fossero mossi da una stolta ambizione.

La degradazione era necessaria conseguenza della professione da

chiunque venisse essa abbracciata; perocchè, comunque liberi, questi

_auctorati_ erano tenuti ad un solenne giuramento, che ben valeva una

verace schiavitù. La formula di tal giuramento si può leggere nei

frammenti di Petronio Arbitro: _In verba juravimus, uri, vinciri,

verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus jussisset:

tanquam legitimi gladiatores, domino corpora animosque religiosissime

addicimus_[137]. Essere uccisi dal ferro, cioè, quando cadevano

vinti che dovevano allora sommettersi all’ultimo e mortale colpo del

vincitore; abbruciati o flagellati, quando avessero timidamente pugnato

o si fossero vilmente sottratti al ferro. A questo fine nell’arena e

sulla scena erano sempre i _Lorarii_, o _Mastigofori_ altramente detti,

schiavi destinati ad infliggere loro le summentovate pene.

Erano inoltre diverse le classi de’ gladiatori. V’erano i _secutores_,

inseguitori addestrati a combattere coi _retiarii_, prendendo il nome

dal modo onde inseguivano l’avversario, che avendo tentato di gittar

su di essi la sua rete, senza esservi riuscito, era costretto fuggire,

finchè gli fosse dato di ricuperar la rete, di cui si valeva. Così

sappiamo de’ _retiarii_, altri gladiatori che, oltre la rete colla

quale cercavano avvolgere i _secutores_, erano pure armati d’un forcone

a tre rebbi, _tridentes_. — _Myrmillones_ chiamavansi que’ gladiatori

che ponevansi a pugnare contro i _retiarii_ o contro i _Traci_,

_thraces_, gladiatori pur questi armati di coltello con arma ricurva,

come Spartaco che vuolsi appunto nativo di Tracia, che combattevano

alla foggia del loro paese. I _Myrmillones_ portavano l’elmetto gallico

con l’immagine d’un pesce per cresta. In una tomba presso la porta

Ercolano in Pompei si trovò scolpita una figura di essi. Giovenale

così delle prime tre sorta di gladiatori fa cenno, staffilando i nobili

degenerati del suo tempo, che spudoratamente a questo infame mestiere

si erano dati.

... _hæc ultra quid erit nisi ludus? Et illud_

_Dedecus Urbis habes: nec mirmillonis in armis_

_Nec clypeo Gracchum pugnantem, aut falce supina_

_(Damnat enim tales habitus; sed damnat et odit):_

_Nec galea frontem abscondit: movet ecce tridentem,_

_Postquam librata pendentia retia dextra_

_Nequidquam effudit, nudum ad spectacula vultum_

_Erigit et tota fugit agnoscendus arena._

_Credamus tunicæ, de faucibus aurea quum se_

_Porrigat, et longo jactetur spira Galero._

_Ergo ignominiam graviorem pertulit omni_

_Vulnere, cum Graccho jussus pugnare secutor_[138].

Gli scavi di Pompei offersero del pari, in un basso rilievo in istucco

su d’una tomba, la figura d’un’altra specie di gladiatori, detti

_Samnites_, la cui origine ci è svelata da Tito Livio in quel passo

cui già accennai nel capitolo della Storia: _Campani odio Samnitium

gladiatores eo ornatu armarunt, samniticumque nomina appellarunt_[139].

Questi Sanniti credesi anche si chiamassero col nome di _hoplomachi_,

se pure non fossero designati con questo nome altri differenti atleti:

ed erano essi gladiatori codesti che pugnavano armati da capo a’ piedi.

_Essedarii_ dicevansi coloro che combattevano dall’essedo, veicolo

da me già spiegato nel capitolo _Le Vie_; _Andabati_ quelli che

battevansi sui cavalli; _Dimachœri_ che usavano di due gladii, o

spade; _Laquearii_ che cercavano abbattere il proprio competitore col

laccio; _Supposititii_ o _surrogati_, che subentravano al gladiator

vinto, misurandosi col vincitore per contendergli la definitiva

vittoria; _Pegmares_ quelli che servivano nell’anfiteatro a subitanee

trasformazioni, da _pegma_ ch’erano appunto macchinismi scenici;

_Postulatitii_ coloro ch’erano dati nello spettacolo in soprappiù

del numero regolare indicato nell’annuncio, a fine di soddisfare

la richiesta (_postulata_) del publico; e _Meridiani_, finalmente,

certi gladiatori armati alla leggiera, che combattevano per modo

d’interludio, a mezzo giorno, dopo terminati i combattimenti colle

fiere.

Nè certo ho con questi menzionati i nomi tutti delle tante specie

di gladiatori, che nella frenesia di que’ spettacoli si vennero

studiosamente immaginando.

Più tardi adunque, come già ci avvertirono i succitati versi di

Giovenale, superando ogni ritegno e pregiudizio, scesero nell’arena

cavalieri perfino e senatori. Come s’è veduto avvenire che uomini

dell’ordine equestre montassero la scena sotto di Giulio Cesare; fu pur

sotto di esso che in Roma primi obliassero il decoro del loro ordine

Furio Leptino e Aulo Caleno, senatori; ma rotto il freno e precipitando

ognor più la pubblica moralità in basso, si vedevano offerirsi a

indecente e brutto spettacolo di nudità e di degradazione nel circo

nani e pigmei, donne e fra queste anche matrone.

Il perchè Giovenale così flagella l’inverecondo costume:

_Endromidas Tyrias et femineum ceroma_

_Quis nescit? vel quis non vidit vulnera pali?_

_Quem cavat assiduis sudibus scutoque lacessit,_

_Atque omnes implet numeros, dignissima prorsus_

_Florali matrona tuba; nisi si quid in illo_

_Pectore plus agitat, veræque paratur arenæ._

_Quem præstare potest mulier galeata pudorem_

_Quæ fugit a sexu? Vires amat_[140].

Pare, ed a ragione, così di troppo conculcata la dignità umana; ma

che si dirà dinanzi il fatto di Nerone che fe’ pugnare in un giorno

nell’Anfiteatro 40 senatori e 60 cavalieri? Dopo l’umiliazion della

donna, succedeva quella dell’autorità. Che rimaneva omai di venerando e

sacro?

Quelli nondimeno che fra tutti costoro destavano maggior pietà, erano

indubbiamente i prigionieri di guerra, ai quali Tertulliano concede

l’epiteto d’innocenti, per distinguerli da’ gladiatori di mestiere.

Nessuna guerra, dice Giusto Lipsio, non fu giammai più distruttiva

pel genere umano quanto i giuochi del circo. Infatti si sa da Plinio

il Giovane che fin da’ suoi tempi e da lui e da altri prestantissimi

uomini se ne gridasse all’abolizione.

L’universale delirio per questi giuochi giadiatorj, l’affluenza del

pubblico, l’intervento del principe e de’ magistrati, la descrizione

di queste pugne e l’interessamento dovunque ad esse per parte d’ogni

classe di persone, non escluso il sesso che suolsi appellare gentile,

io dirò meglio colla viva dipintura che ne fa l’illustre poeta

tedesco Federico Halm, ossia, per togliergli il velo della pseudonimia

lacerato non ha guari da morte, il barone Münch Bellinghausen, nella

sua tragedia _Il Gladiatore di Ravenna_, la quale abbiamo la fortuna

d’avere egregiamente recata in italiani versi da quel chiarissimo

letterato che è il prof. dottor Giuseppe Rota:

Allor che Roma pompeggiando lieta

Come a festivo dì tutta s’adorna,

E Cesare e il Senato e i cavalieri

In solenne corteo traggono al circo,

Onde gli spazii smisurati occupa

Di figure e di voci all’ondeggiante

Pelago fragoroso; allor che al cenno

Aspettato di Cesare le sbarre

S’aprono ai combattenti e un tal silenzio

Sorge improvviso che nessun più vedi

Trar fiato, bocca aprire, o batter occhio;

Ed ecco il segno squilla, i colpi cadono,

L’uno innanzi si fa, l’altro retrogrado

Gitta all’elmetto del rival con rapido

Moto la rete, cotestui districasi,

Poi di nuovo s’intrica, i colpi accumula,

Poi percosso egli pur vacilla e sanguina,

Presenta il petto, anche cadendo, all’emulo,

Riceve il colpo e muore; e allor che i soniti

D’immensi plausi a quella vista scoppiano

Simile a folgor che scoscende nuvola,

E par la terra vacillar dai cardini,

Sull’ebbro capo al vincitore piovono

Rose e lauri a gran nembo, accenna Cesare

Del viva il segno e mille bocche il suonano

Al vincitor sì che vi echeggia l’aere....[141]

Quando un gladiatore aveva ferito il suo avversario, gridava: _habet_,

cioè l’ha tocco. Il ferito, gettando l’arme allora, si portava presso

gli spettatori, alzando il dito per supplicare la grazia. Dov’egli

avesse ben combattuto, il popolo l’accordava premendo il pollice e lo

salvava: in caso diverso, od anche dove gli spettatori non si sentisser

disposti a di lui favore, essi abbassavano il pollice e il gladiatore

vittorioso imponeva senz’altro al vinto: _recipe ferrum, ricevi il

pugnale_, e questi veniva immolato. A tale barbarico uso del popolo

di abbassar il pollice perchè valesse d’ordine al gladiatore vincitore

di dar il colpo di grazia, segando la gola al vinto, han tratto questi

versi dello stesso Giovenale nella satira terza:

_Quondam hi cornicines et municipalis arenæ_

_Perpetui comites, notæque per oppida buccæ,_

_Munera nunc edunt, et verso pollice vulgi_

_Quem libet occidunt populariter_[142]

Questo crudel decreto di morte osava, — tanta era l’efferatezza dei

tempi — la vergine vestale stessa bene spesso pronunciarlo, come

Prudenzio, _De Vestalibus_, ce lo attesta:

. . . . . . . _pectusque jacentis_

_Virgo modesta jubet, converso pollice, rumpi_[143]

Stava tuttavia ne’ precetti dell’arte gladiatoria il saper cader bene

ed atteggiarsi pittorescamente nel presentare la gola o il petto

ond’essere trafitto dal vincitore; e cosiffatto artificio poteva

conciliar talvolta al gladiatore il perdono della vita. Nella succitata

tragedia di Halm, ecco come Glabrione, rettore della scuola gladiatoria

in Ravenna, ciò rammenti a Tumelico, il protagonista del componimento,

insieme ad altri consigli.

Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3) · 第 9 / 37 题