I Teatri. — L’Anfiteatro.

Introduzione in Italia dei giochi circensi — Giochi trojani —

_Panem et circenses_ — Un circo romano — Origine romana degli

Anfiteatri — Cajo Curione fabbrica il primo in legno — Altro

di Giulio Cesare — Statilio Tauro erige il primo di pietra — Il

Colosseo — Data dell’Anfiteatro pompejano — Architettura sua — I

Pansa — Criptoportico — Arena — Eco — Le iscrizioni del Podio —

Prima Cavea — I _locarii_ — Seconda Cavea — Somma Cavea — Cattedre

femminili — I Velarii — Porta Libitinense — Lo Spoliario — I

cataboli — Il triclinio e il banchetto _libero_ — Corse di cocchi

e di cavalli — Giuochi olimpici in Grecia — Quando introdotti in

Roma — Le fazioni degli Auriganti — Giuochi Gladiatorj — Ludo

Gladiatorio in Pompei — Ludi gladiatorj in Roma — Origine dei

Gladiatori — Impiegati nei funerali — Estesi a divertimento —

I Gladiatori al Lago Fùcino — Gladiatori forzati — Gladiatori

volontarj — Giuramento de’ gladiatori _auctorati_ — _Lorarii_ —

Classi gladiatorie: _secutores, retiarii, myrmillones, thraces,

samnites, hoplomachi, essedarii, andabati, dimachari, laquearii,

supposititii, pegmares, meridiani_ — Gladiatori Cavalieri e

Senatori, nani e pigmei, donne e matrone — _Il Gladiatore di

Ravenna_ di Halm — Il polpo e il diritto di grazia — _Deludia_

— Il Gladiatore morente di Ctesilao e Byron — Lo Spoliario e la

Porta Libitinense — Premj ai Gladiatori — Le ambubaje — Le Ludie

— I giuochi Floreali e Catone — Naumachie — Le _Venationes_ o

caccie — Di quante sorta fossero — Caccia data da Pompeo — Caccie

di leoni ed elefanti — Proteste degli elefanti contro la mancata

fede — Caccia data da Giulio Cesare — Un elefante funambolo —

L’Aquila e il fanciullo — I _Bestiarii_ e le donne bestiariæ —

La legge Petronia — Il supplizio di Laureolo — Prostituzione

negli anfiteatri — Meretrici appaltatrici di spettacoli — Il

Cristianesimo abolisce i ludi gladiatorj — Telemaco monaco —

_Missilia_ e _Sparsiones_.

Io credo avesse ragione davvero il grande Oratore Romano, quando,

scrivendo ad Attico, gli dicesse che delle ventiquattro ville che

possedeva quelle di Tusculo e di Pompei, gli andassero meglio a genio:

_Tusculanum et Pompejanum valde me delectant_; e l’avesse Fedro, lo

scrittor di favole, di rifugiarsi in Pompei dalle ire e persecuzioni di

Tiberio e di Sejano; e Seneca di rammentare a Lucilio, come una delle

più care e sorridenti reminiscenze della sua vita il soggiorno fatto

nella sua giovinezza, in questa bella ed allegra città campana.

Che avreste voluto infatti di più? qui alla salubrità ed alla purezza

dell’aere, alla mitezza e mollezza del clima, alla feracità della

terra, alla verzura dei monti, al bell’azzurro del cielo e del mare,

si aggiungevano ricreazioni e diletti d’ogni maniera, sì che nulla si

avesse a invidiare per ciò alle delizie dell’Urbe, senza per avventura

contare gli inconvenienti di essa. Noi vi abbiam trovato un _Odeum_ o

teatro per la commedia e per i musicali concerti; vi abbiam visitato

il teatro maggiore per la tragedia: meco invito ora il lettore ad

ammirarvi l’anfiteatro destinato a que’ giorni ai ludi gladiatorii ed

alle cacce delle belve feroci.

Gli è uno de’ più bei monumenti antichi del genere e se per vastità

non da mettersi in concorrenza coll’anfiteatro Flavio o Colosseo di

Roma, nè con quelli di Verona e di Pola nell’Istria che ci rimangono;

poteva tuttavia ben esser capace di ventimila spettatori, considerevole

ampiezza certamente, se non si perda di vista ch’esso servisse ad

una città che sappiam di terz’ordine e la cui popolazione non poteva

eccedere il numero de’ trentamila abitanti.

Prima d’entrarvi meco, investighiamo, amico lettore, insieme le origini

di siffatti pubblici e grandiosi ritrovi e dei ludi a cui giovavano

essi: è così buona la storia alla tua lodevole curiosità e all’indole

degli studj nostri!

Io già avvertii, sulla fede dello storico padovano, del come seguisse

l’introduzione in Roma dei ludi scenici: i circensi erano già allora

in uso; eranvi anzi venuti co’ fondatori della città stessa, portati

da Enea e da’ suoi compagni, o se si vuol questa una favola, da que’

guerrieri che, superstiti dall’eccidio di Troja, navigarono ai lidi

tirreni.

Romolo infatti eresse pei medesimi un circo presso al foro; Tarquinio

Prisco murò il Circo Massimo sul Palatino, lungo tre stadj e mezzo,

largo quattro jugeri e capace di cencinquantamila persone.

Ne è altro documento e prova il fatto che pur a’ tempi di Augusto e

di Claudio si celebrassero giuochi in Roma che venivan detti trojani.

Virgilio così li ricorda, dopo aver descritto ad imitazione d’Omero per

la morte di Patroclo[112], quelli celebrati in onore di Palinuro, il

timoniero della nave d’Enea caduto dormendo in mare:

_Hunc morem cursus, atque hæc certamina primus_

_Ascanius, longam muris cum cingeret Albam,_

_Retulit, et priscos docuit celebrare Latinos._

_Quo puer ipse modo, secum quo Troja pubes,_

_Albani docuere suos; hinc maxima porro_

_Accepit Roma, et patrium servavit honorem;_

_Trojaque nunc, pueri, Trojanum dicitur agmen_[113].

E Tacito, ne’ tempi appunto di Claudio, fa egli pure menzione, negli

_Annali_, del _Giuoco di Troja_, equestre giostra che _rappresentavano

nobili donzelli a cavallo_[114], come traduce il Davanzati.

Questi giuochi del circo, essendo altresì parte di cerimonie religiose,

attecchir dovevano nelle popolari abitudini di Roma e la vita guerresca

de’ suoi cittadini e l’animo temprato a spettacoli efferati, avevano

agevolmente que’ giuochi posti in cima d’ogni altro divertimento; sì

che si suolesse, come ho rammentato nel duodecimo capitolo, dir che

la plebe romana si pascesse di pane e di ludi circensi: _panem et

circenses_.

Per circo, secondo l’uso romano, intendevasi quello spazio di terreno

destinato alla corsa. Ne’ primissimi tempi consisteva esso in una

spianata aperta, intorno alla quale si erigevano de’ palchi provvisori

in legno per commodo degli spettatori, a un di presso come possono

essere que’ tratti di pianura ne’ parchi, nei giardini, in altre vaste

campagne che in Inghilterra, in Francia e pure in Italia, su cui si

fanno oggidì le corse de’ cavalli. Non si tardò guari a costruire

un edificio permanente su d’una pianta acconcia, che però assunse la

forma oblunga, da una parte chiusa da un semicircolo e dall’altra da

una costruzione detto _oppidum_, o castelletto, sotto cui erano le

_carceri_, pel servizio de’ cavalli e de’ cocchi, nome serbato tuttavia

nelle congeneri costruzioni odierne degli anfiteatri, che si aprirono

eziandio a quegli ippici divertimenti.

Rich così descrive quello tuttavia superstite vicino a Roma, assai ben

conservato, sulla via Appia e comunemente conosciuto sotto il nome di

Circo di Caracalla.

«Un lungo muro basso (_spina_) era costruito in senso longitudinale per

mezzo al campo della corsa, così da dividerlo come una barriera, in due

parti separate, ed a ciascheduna delle due estremità era posta una meta

(_meta_), intorno a cui i carri giravano; quella più vicina alla stalla

pigliando nome di _meta prima_, la più lontana di _meta secunda_. I

due lati del circo non sono affatto paralleli l’uno all’altro e la

_spina_ non è esattamente equidistante da’ due lati. Forse questo è

un caso eccezionale: ed una tale norma di costruzione era seguita solo

quando s’aveva un terreno, come questo, limitato ad oggetto di fornire

il maggiore spazio ai carri a principio della corsa, quando pigliavano

le mosse tutti in riga; ma quando la meta in fondo era stata girata,

si dovevano trovare schierati piuttosto in colonna che in riga; e

quindi una minore larghezza bastava lungo questo lato del terreno di

corsa. Per una simile ragione l’ala destra del circo è più lunga della

sinistra, e le stalle sono disposte su un segmento di circolo, di cui

il centro cade esattamente al punto intermedio fra la _prima meta_ e

il lato dell’edificio da cui la corsa principiava. L’oggetto di ciò era

che tutti i carri, secondo uscivano dalle loro stalle, potessero avere

la stessa distanza da percorrere prima di raggiungere il posto di dove

aveva luogo la mossa, ch’era all’entrata del terreno della corsa, dove

una corda imbiancata (_alba linea_) era tesa a traverso raccomandata

a due piccoli pilastri di marmo (_hermulae_), e poi lasciata libera

da un lato, appena i cavalli vi si erano tutti egualmente accostati,

ed il segnale della partenza era stato spiegato. Eravi il palco

dell’imperatore (_pulvinar_) e quello dal lato opposto si suppone

che fosse stato destinato al magistrato (_editor spectaculorum_),

a cui spesa i giuochi si davano. Nel centro dell’estremità occupata

dalle stalle vi era una grande porta, chiamata _porta pompæ_, per la

quale la processione circense entrava nel circo prima che le corse

principiassero, un’altra era costruita all’estremità circolare chiamata

_porta triumphalis_, per la quale i vincitori escivano dal circo in

una specie di trionfo; una terza è situata sul lato destro chiamata

_porta libitinensis_, e per essa i cadaveri degli _auriga_ uccisi o

feriti erano portati via e due altre erano lasciate proprio vicino ai

_carceres_, che davano l’ingresso nel circo ai carri.»

Tutti i circhi erano modellati su questo e fu per l’appunto la ragione

per la quale ne riportai la descrizione particolareggiata, perchè se ne

potesse avere l’idea precisa.

Quanto all’elevazione interna ed esterna dell’edificio, un circo

nell’esterno era costruito sopra un disegno simile a un di presso a

quello de’ teatri, a gradinate di sedili, divisi in file separate da

scale e da pianerottoli.

Quando si immaginarono gli Anfiteatri, de’ quali or vado a dire, i

circhi si compenetrarono per lo più in essi: corse, cacce e giuochi

gladiatorj vi si trasportarono, trovandosi più proprio ed opportuno

arringo, come più sopra dissi, tal che si scambiassero quasi sinonimi

i rispettivi nomi. Ecco perchè io pure li verrò quind’innanzi

promiscuamente adoperando.

Entrati i ludi circensi, siccome ebbi del pari a notare diggià, nelle

abitudini e nei gusti della vita romana, è meraviglia perfino come

pel migliore servizio dei medesimi non avessero gli Anfiteatri a

sorgere che negli ultimi tempi della Repubblica e fossero anche questi

dapprincipio temporanei e costruiti di legno come erano stati prima

i circhi, venendo cioè eretti solo all’evenienza di straordinarie

solennità per vittorie riportate, o trionfi di capitani, le quali

festeggiate, si disfacevano incontanente.

L’origine ad ogni modo, ad onta del greco nome che esprime l’idea di

due teatri riuniti aventi quindi gradinate e sedili disposti tutti

all’intorno[115], vuol essere attribuita a Roma, e Plinio, comunque

additi il fatto a ragione di biasimo, così lo narra:

«Io passo, scrive egli, a trattare del lusso degli edifici di legno,

lo che porge esempio della più completa demenza. Cajo Curione, che

morì nella guerra civile, seguendo la fazione di Cesare, in occasione

dei funerali del padre, volle dare al popolo uno spettacolo così

straordinario, da lasciarsi addietro Scauro e di far ciò che questi

fatto non avesse. Ma come avrebbe egli potuto per opulenza misurarsi

col genero di Silla e col figlio d’una Metella, il qual s’era fatto

aggiudicare a vil prezzo i beni de’ proscritti, e aveva avuto a padre

quel Marco Scauro, tante volte a capo della città e che pel sodalizio

suo con Mario aveva potuto rapinar le provincie? Scauro stesso s’era

già sorpassato, traendo partito dall’incendio della sua casa, per

riunire in un sol luogo le più peregrine cose dell’universo, sì che

nessuno potesse in demenza sopravvanzarlo. Fu dunque a Curione mestieri

di dar le spese al proprio ingegno; ed è prezzo dell’opera esporre

quanto ebbe a immaginare, onde felicitarci de’ costumi presenti e

chiamarci, come usiamo di fronte agli andati, noi piuttosto che essi di

tempra antica.

«Fece egli costruire in legno due eguali e grandissimi teatri, girevoli

entrambi su pernii, così che nelle ore antimeridiane si trovassero a

dosso rivolti in modo che l’uno non nuocesse alla schiena dell’altro,

poi d’un tratto i teatri girando sovra sè stessi, si volgevan di

fronte, congiungendosene le estremità e fornivano un anfiteatro per gli

spettacoli de’ gladiatori, movendo con esso il popolo romano che vi si

trovava.

«Ma che è più a maravigliarsi in tutto ciò? dell’inventore, o del

trovato, dell’artefice o dell’autore, di chi questo escogitò, o di chi

l’accolse, di chi comandò, o di chi obbedì? ecc.»[116]

In Dione poi leggesi altro anfiteatro essere stato fabbricato di legno;

ma essendosi sfasciato e rovinato, aver tratto con sè molta uccisione

di gente. Giulio Cesare stesso, già dittatore, ne eresse alla sua

volta uno in campo di Marte; onde chiaro si vede che molti e frequenti

fossero tali costruzioni in legno, come frequenti erano gli spettacoli

gladiatorii o di fiere, che per feste religiose, per gloriosi politici

avvenimenti, ed anco per elezioni di magistrati o di capitani si

venivano offerendo.

Ma sotto Augusto la smania dei ludi circensi e massime delle

caccie, _venationes_, venne fuor misura aumentando, ed importanza

pur s’accrebbe alla loro degnità. Fosse eccesso di ricchezza, o

inclinazione di principe, a istigazione d’Augusto, nell’anno 725 di

Roma, Statilio Tauro, amico di lui, costruì a propria spesa il primo

anfiteatro di pietra, i cui ruderi, nella sua distruzione, hanno poscia

formata quella piccola eminenza, su cui poggia di presente la piazza di

Monte Citorio, ove fu eretta adesso la Camera dei Deputati.

In molta fama ed in uso durò tale anfiteatro, finchè sotto Nerone

divampò in fiamme e sebbene si fosse procacciato di ristaurarlo; così

non lo fu che non venisse a Vespasiano in pensiero d’altro erigerne più

degno. E vi pose mano infatti nell’ottavo suo consolato; nondimeno solo

compiuto da Tito figliuol suo e da lui dedicato. Venne la ingente mole

denominata Flavia, perchè della famiglia Flavia questi due imperatori:

ma più comunemente è noto sotto il nome di Colosseo o di Coliseo, a

cagione d’una statua colossale, che la volgar diceria esagerò di certo

dicendola dell’altezza di cento venti piedi, la quale fu ritrovata

nelle vicinanze e per alcun tempo stata nella casa aurea di Nerone. E

dura esso tuttavia ne’ pur suoi maestosi avanzi, avendo resistito alle

ingiurie del tempo e degli uomini; abbenchè, rispettato da’ Barbari

che invasero l’Italia e devastarono più volte l’immortale città,

patisse gli oltraggi d’un cardinal Barberini, che, a sfruttarne il

molto bronzo che ne teneva unita la gigante costruzione, contribuì alla

demolizione di tanta parte, sì che avesse a meritare che del vandalismo

suo si dicesse: _Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini_[117].

— Ma corre antico il vaticinio, riferito da Vida, che finchè duri il

Colosseo, abbia a durare anche Roma.

Dell’altezza di questo gigantesco monumento, scrisse Ammiano

Marcellino, essere stata tanta che l’occhio umano vi giungesse a

mala pena alla sommità; e circa la vastità, Publio Vittore afferma

contenesse commodamente seduti ottantasette mila spettatori, e

nell’àmbito superiore, e sotto i portici altri dieci o dodici mila

ancora.

Ma prima assai dell’Anfiteatro Flavio di Roma, esisteva quello di

Pozzuoli, dove già riferii aver Augusto trovata occasione di far

leggi per distinzioni delle classi nei teatri, per irriverenza usata

a un Senatore, e dove Nerone festeggiò Tiridate, re dell’Armenia,

con giuochi gladiatorj, ed apparato grandissimo[118]; ed esisteva pur

quello di Pompei, edificato in pietra.

Il lettore che mi ha seguito ne’ capitoli della storia deve rammentare

come io abbia coll’autorità di Tacito narrato della festa degli

accoltellanti datasi da Livinejo Regolo a quest’ultimo anfiteatro,

e nella quale Pompejani e Nocerini vennero fieramente alle mani,

nè avrà dimenticato allora che ciò avvenisse a’ tempi di Nerone, il

quale a punir quel sanguinoso fatto ebbe ad inibir per dieci anni gli

spettacoli dell’anfiteatro in quella città. Ciò accadde nell’anno 812

di Roma e 59 dell’era cristiana; ma le due lapidi rinvenute, l’una

presso la principal porta meridionale dell’anfiteatro, e l’altra presso

l’uno de’ vomitori respicienti la città dal lato occidentale e recanti

una medesima iscrizione, forniscono i dati per farne rimontare la

fabbrica ad assai tempo anteriore.

Ecco l’iscrizione:

C . QVINCTIVS . C . F. VALGVS

M. PORCIVS . M. F. DVO VIR .

QUINQ . COLONIÆ HONORIS

CASSA SPECTACVLA DE SVA

PEQ. AG. COER . ET COLONEIS

LOCVM IN PERPETVVM DEDER[119].

Questa iscrizione attribuisce la fondazione dell’anfiteatro a Cajo

Quinzio Valgo e Marco Porcio; gli stessi che avevano fatto edificar

e collaudato l’Odeum e i quali necessariamente non potevano aver

concesso il luogo alla stessa che dopo l’invio della colonia per parte

di Silla; ma dove poi si ponga mente alle altre iscrizioni rinvenute

nell’anfiteatro stesso e che più innanzi riferirò, e per le quali si

veggono costruiti de’ nuovi cunei o scomparti di gradinate da altri

magistrati e da maestri, _magistri_, del sobborgo, _pagus_, Augusto

Felice e una contribuzione per parte di costoro alle spese, è allora

concesso d’inferirne che la completa costruzione dell’anfiteatro

pompeiano seguisse intorno al tempo in cui venne mandata da Augusto

una compagnia di Veterani, che vi costruì appunto il _Pagus Augustus

Felix_, cioè verso l’anno 747 di Roma, e il P. Garrucci infatti nelle

sue _Questioni Pompejane_ stabilì con irrecusabili argomenti che essa

fu di poco posteriore ad un tal tempo.

L’anfiteatro fu costruito nella parte meridionale della città presso le

mura che guardavano a Stabia, ed anche oggidì, appare meglio conservato

che tutti gli anfiteatri che ho superiormente ricordati, quelli

di Roma, cioè, di Verona, e di Pola; tanto esso venne solidamente

fabbricato, che neppure il tremuoto e gli altri cataclismi, onde

fu desolata Pompei, non poterono nuocerne le fondamenta, poco la

muraglia che lo recingono, poco la gradinata della cavea, e solo vedesi

danneggiato nella parte superiore; conservate per altro la prima e la

seconda precinzione, benchè spogliate de’ marmi ond’erano rivestite.

L’architettura esteriore, semplice e senza alcun ornamento, non

presentando che più ordini d’arcate l’una all’altra sovrapposte, come

si vede praticato negli altri congeneri edificj, e non senza un certo

effetto nel suo complesso, è di pietra vesuviana.

Pur esternamente si osservano cinque grandi scalinate, per le quali

si ascendeva ad un _deambulacrum_, o gran terrazza scoperta, che

corrisponde al giro esterno della seconda _cavea_, donde si saliva alle

logge superiori di archi laterizii, destinate per le donne e per la

plebe. Da questo _deambulacrum_, non è superfluo al visitatore delle

rovine di Pompei il sapere come si goda del più delizioso orizzonte,

poichè rimpetto si abbia il Vesuvio, a settentrione i monti Irpini,

ad oriente i monti Lattarj, sulla china dei quali posa Sorrento,

e a mezzodì Napoli e le sue isole avvolte come da una rosea nebbia

trasparente.

Forse a diminuzione di spesa, e forse anche a renderlo proprio agli

spettacoli di naumachia, se si avessero voluti offrire, ma che però

il fatto d’essere città marittima esclude che vi si avessero a dare,

perchè certo sarebbero riusciti inferiori ad ogni aspettazione ed a

quelli che offerir si potevano sul mare stesso, l’edificio era stato

costruito in una specie di bacino, scavato in parte artificialmente,

per modo che l’arena si trovasse tanto al di sotto del livello del

suolo per quanto le mura si elevavano al disopra.

Vien misurato il più gran diametro dell’anfiteatro di 130 metri,

il più piccolo di 102. La direzione dell’ovale è da N. a S.: alle

sue estremità si trovano i due principali ingressi, i quali mettono

all’arena di forma elittica.

Appunto per la suindicata ragione, che l’arena era incavata nella

terra, l’ingresso settentrionale che riesce a quella e che forma un

breve porticato a vôlta, ha il pavimento lastricato di pietra vulcanica

in declivio, ed ha nei lati l’incanalatura per ricevere le acque.

Due grandi nicchie sono a destra ed a sinistra di tale ingresso, le

quali dovevano contenere le statue di due benemeriti cittadini, e di

chi fossero ce lo rivelano le opportune iscrizioni che sotto di esse si

leggono.

Quella a destra è così concepita:

C . CVSPIVS C . F . PANSA PONTIF

D . VIR . I . D .[120]

Quella a sinistra, così:

C. CVSPIVS . C . F . PANSA PATER D . V . I . D .

IIII QVINQ . PRAEF ID . EX D . D . LEGE PETRON .[121]

Più avanti fornirò gli schiarimenti intorno a questa legge Petronia,

della quale si fa nella iscrizione cenno, riservandoli essi

all’argomento degli spettacoli gladiatorii.

Il marchese Arditi, nel trattare della legge Petronia, saviamente opina

che l’iscrizione e la statua del prefetto Cuspio Pansa siano state

collocate nell’anfiteatro prima del tremuoto dell’anno 63, ed anche

prima della sospensione degli spettacoli ordinata da Nerone nel 59.

Avanti d’entrare nell’arena, o sia nella gran piazza de’ combattimenti

e delle caccie, detta appunto arena, dalla sabbia che vi era sempre

sparsa, onde il sangue che si versava dagli uomini e dalle fiere, a

scanso di ribrezzo, avesse presto a iscomparire, trovasi a destra

e a manca l’entrata in un criptoportico, o corridojo circolare

sotterraneo rischiarato da numerosi spiragli, da cui per diversi

vomitorj si ascendeva a’ gradini della prima e seconda cavea, dove

sedevano i magistrati e i più cospicui cittadini e i collegi. Questo

sotterraneo, che girava tutt’all’intorno dell’anfiteatro, è degno di

considerazione per la sua forma intatta e per non riscontrarsi in alcun

altro anfiteatro. Le pareti di questo portico hanno tuttavia iscrizioni

scritte in rosso ed in nero, che accennano a nomi de’ magistrati, forse

benemeriti dei ludi al circo, e leggonsene altre contenenti officiosità

pel loro indirizzo e tal altra eziandio che suona ingiuria, o lode

a talun combattente. Ho già notato come fosse insito nel costume de’

Pompejani di dare sfogo ai sentimenti proprj, esprimendoli sui muri

delle case o di qualunque altro edificio.

Ma eccoci nell’elissi dell’anfiteatro. Appena entrato, io sperimentai,

alzando la voce, l’eco che vi regna, e che già rammentai al lettore

quando dipingendogli l’estrema catastrofe, affermai, come essa avesse

contribuito a rendere maggiore l’orrore della situazione. L’arena,

tutta recinta d’un parapetto, o podio dell’altezza di circa due metri,

sul quale alzavasi eziandio un graticcio di ferro, per tutelare gli

spettatori dal furore delle fiere che, istigate dal combattimento,

avrebbero potuto gittarsi su di essi. Siffatto parapetto era tutto

dipinto a soggetti convenienti al luogo; ma l’azione dell’aria ve li

ha fatti tutti sparire. Si rammenta da chi si trovò all’epoca della

scoperta di questo monumento, che fu il 16 novembre 1748[122], che fra

tali dipinture una vi fosse che raffigurava un lanista o maestro de’

gladiatori, che in mezzo a questi, armato di bacchetta (_rudis_) era in

atto di giudicare cui spettasse colla vittoria nella lotta il premio

del vincitore, sul quale svolazzavano due genii alati recanti corone

nelle mani.

Ma non si smarrirono le iscrizioni, che nel parapetto stesso si

lessero, dedicate a memorare i nomi di que’ magistrati che meglio

avevano contribuito alla restaurazione dell’anfiteatro, rifacendo

i cunei e riparando le altre rovine, che erano stati altresì i

sovrintendenti, o prefetti degli spettacoli.

Eccole, quali sono riferite dalle Guide e dagli illustratori di Pompei.

MAG . PAG . AVG . F . S . PRO . LVD . EX . D . D .

T . ATVLLIVS . C . F . CELER . II . VIR . PRO . LVD . LV . CVN

C . F . C . EX . D . D

L . SAGINIVS . II . VIR . I . D . PRO . LV . LV . EX . D . D . CVN

N . ISTACIDIVS . N . F . CILIX . II . VIR . PRO . LVD. LVM

A . AVDIVS A . F . . RVFVS . II . VIR . PRO . LVD .

P . CAESETIVS . SEX . F . CAPITO . II . VIR . PRO . LVD . LVM

M. CANTRIVS. M F. MARCELLVS. II. VIR. LVD LVM CVNEOS. III F. C.

EX. D D.[123]

Importa che io qui traduca una nota che Bréton appone a queste

interessanti iscrizioni.

«Queste iscrizioni, scrive egli, presentano un enigma assai difficile

a sciogliere. Che vogliono esse dire queste parole PRO LVD, _pro

ludis_? Si è creduto dover tradurre per i giuochi, e scorgere quindi

nell’iscrizione la menzione dei giuochi che venivan celebrati

nell’anfiteatro[124] da certi magistrati. Questa interpretazione

sarebbe stata accettabile, se nella terza iscrizione non si trovassero

le parole PRO LVD . LVM . che il P. Garrucci legge _pro ludorum

luminatione_, per l’illuminazione dei giuochi, e Mommsen _pro ludorum

luminibus_; per i lumi dei giuochi. Questa spiegazione non essendoci

sembrata in tutto soddisfacente noi abbiamo consultato uno de’ nostri

dotti colleghi, il signor Léon Rénier, noto per gli studj speciali

che ha fatti dell’epigrafia antica. I nostri lettori saran lieti di

trovar qui le sue risposte, delle quali abbiamo creduto adottare le

conclusioni così ben motivate.

«L’interpretazione del P. Garrucci, e quella di Mommsen, dice Léon

Rénier, proverebbero, se si fosse costretti d’attenervisi, che si davan

dei giuochi con illuminazione nell’anfiteatro di Pompei, ciò che non mi

pare da ammettere. Ecco come io interpreto il passo dell’iscrizione:

M_arcus_ CANTRIVS, M_arci_ F_ilius_ MARCELLVS _duum_ VIR PRO

LVD_is_ LVM_inatione_, CVNEOS III F_aciendos_ C_uravit_ EX D_ecreto_

D_ecurionum_. PRO LUD_is_, LVM_inatione_, cioè _in luogo dei giuochi

e dell’illuminazione_, ch’ei doveva dare nell’occasione della sua

elezione alle funzioni di Duumviro. L’elissi della congiunzione _et_

non ha nulla che debba sorprenderci: era essa di regola nello stile

epigrafico. (Ved. Morcelli, _De Stylo inscr._ p. 4486 ed. Rom.) Gli

onori municipali si pagavano ordinariamente con giuochi, spettacoli,

distribuzioni di sparsioni, ecc.: spese improduttive che si scontravano

talvolta come qui, con altre spese equivalenti il cui effetto era

più durevole. In una iscrizione di Djemilah (l’antica _Colonia

Cuiculitanorum_), che io ho pubblicato in una memoria che fa parte

dell’ultimo volume della Società degli Antiquari di Francia, si vede

un magistrato di questa città erigere una basilica, _in luogo_ d’uno

spettacolo di gladiatori ch’ei doveva dare. Si potrebbero citare molti

esempi analoghi.

«Le interpretazioni del P. Garrucci e di Mommsen sono affatto

congetturali; la mia si appoggia sopra esempj che mi sembrano

concludenti. Il primo ne è fornito da un’iscrizione di Roma edita

dal Fabretti _Inscript. Domestic._ p. 243 n. 556, e da Orelli p.

3324, la quale termina così: POPVLO VISCERATI_onem_ GLADIATORES DEDIT

LVMINA_tionem_ LVDOS _Junoni_ S_ospitæ_ M_agnæ_ R_eginæ_ SOLIS FECIT.

«Il secondo si trova in un’iscrizione della raccolta di Muratori pl.

652. n. 6, nella quale si legge:

..... VS . SPORTVLAS ITEM FIERI ET

..... PVERIS NVCES SPARGI DIE _Suprascripto_ ET

LVMINATIONE

«Quest’ultima iscrizione è un’iscrizione funeraria, nella quale non

v’ha questione nè di giuochi nè di spettacoli, ciò che mi fa pensare

che in quella dell’anfiteatro di Pompei non vi sia connessità fra le

parole LVD e LUM; queste parole designano due spettacoli differenti,

che i nuovi magistrati dovevano dare al popolo e da cui un decreto dei

decurioni gli aveva dispensati, loro imponendo l’obbligo di applicare

alla costruzione dell’anfiteatro una somma almeno equivalente a quella

ch’essi avevano così economizzata»[125].

Per quanto ragionate codeste conclusioni, non mi so risolvere ad

accettarle; perocchè fin quando io trovi, come in questa iscrizione di

Marco Cantrio, che _cuneos tres faciendos curavit_, che, cioè, veggo

menzionata un’opera, allora ben posso spiegarmi il _pro ludis_ del

modo che interpretò Rénier, vale a dire in sostituzione dei giuochi; ma

quando trovo il _pro ludis_ come nell’iscrizione

Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3) · 第 8 / 37 题