MARTORIUS M . L . PRIMUS ARCHITECTUS[68].

Il teatro Tragico era situato sul declivio di una collina, sulla

sommità della quale si trova il lungo e vasto portico accommodato a

ricevere gli spettatori in caso di pioggia, potendo all’uopo anche

servire di passeggio, e di lizza per gli esercizi ginnastici. A

differenza del Comico, era esso scoperto al pari dell’anfiteatro e

della più parte dei teatri d’allora, massime di Roma; onde notai come

particolarità quella dell’_Odeum_ pompejano d’essere stato coperto,

riferendo anzi a prova l’iscrizione che l’attesta, ma che d’altronde

non può dirsi che fosse l’unico nella Campania, avvertendoci Stazio

che pur in Napoli, dei due teatri, l’uno fosse coperto e l’altro no, in

quel verso:

_Et geminam molem nudi, tectique theatri_[69].

Non è però che il Teatro Tragico esponesse così gli spettatori

all’incommodo, non lieve in quella parte d’Italia, in cui l’estate è

precoce, de’ vivi raggi del sole; avvegnachè si fosse presto ricorso

alla invenzione di un mezzo per ovviare al grave inconveniente, nel

_velarium_, che vi veniva disteso al disopra; lo che praticar solevasi

anche ne’ giuochi dell’anfiteatro, come a suo luogo vedremo, riportando

anzi, come farò, il tenore di alcuni affissi che annunziando al popolo

gli spettacoli, lo avvisavano, a maggior eccitamento di concorso, che

sarebbe tirato sull’anfiteatro il velario.

Nei teatri della Campania, prima che altrove e per conseguenza pur in

questo di Pompei consacrato alla tragedia, secondo la testimonianza

di Plinio, venne introdotto l’uso del _velarium_ a coprir il teatro e

difendere per tal modo gli spettatori dagli ardori del sole; e come che

esso richiedesse servizio di cordami e si componesse di tele quali si

usavano per le vele de’ navigli, e che anzi se ne conservasse perciò

loro il nome, così a distenderlo servivansi d’ordinario di marinaj.

Questa commodità, che avrebbe dovuto essere come salutare

universalmente accolta, venne invece biasimata in Roma, chiamandola

effeminatezza campana, quando Quinto Catulo ve l’importò, siccome

leggiamo in Valerio Massimo: _Quintus Catulus imitatus lasciviam

primus spectantium concessum velorum umbraculis texit_[70], e

quello stupido mostro di Caligola, al dir di Svetonio, recavasi a

diletto di far ritirare improvvisamente il velario e costringere gli

spettatori a rimanere a capo scoperto esposti alla più cocente sferza

canicolare[71].

Ma se nella Campania s’era ritrovato questo eccellente, quantunque

calunniato, espediente contro la sferza canicolare, sappiam però da

Marziale, che assai spesso esso tornasse inutile affatto in Roma al

teatro di Pompeo, per l’imperversare del vento. Ma se così in Roma,

che sarà stato allora in Pompei? Sedendo la città in riva al mare,

era più che mai esposta alla furia di esso. Il Poeta che protestava,

nell’epigramma dal titolo _Causia_, cioè il cappellino usato nel teatro

di Pompeo, ch’ei conserverebbe il suo cappello in testa:

_In Pompejano tectus spectabo theatro_

_Nam populo ventus vela negare solet_[72],

senza volerlo, ci lasciò ricordato che a’ quei giorni anche in teatri

scoperti fosse della buona creanza lo starsene a capo nudo.

Giulio Cesare spinse la propria prodigalità fino al punto di volere

in una festa magnifica data al popolo romano, che disteso fosse il

velario di seta sull’anfiteatro e si sa che la seta si vendesse allora

a peso d’oro. Anche Nerone ordinò un velario di porpora, i cui ricami

d’oro rappresentavano il carro del Sole, circondato dalla Luna e dalle

Stelle.

Pare del resto che un certo lusso fosse entrato poi sempre ne’ teatrali

velarj, nè più si componessero, come nelle origini, di semplici e

grezze tele di navi, se Lucrezio, nel suo poema _De Rerum Natura_,

ingegnosamente descrive a lungo il giuoco dell’ombra colorata prodotta

dai variopinti velarj, così che non mi so trattenere dal qui riferirne

il brano ch’io dispicco al IV libro:

_Nam certe iaci, atque emergere multa videmus_

_Non solum ex alto, penitusque, ut diximus ante;_

_Verum de summis ipsum quoque sæpe colorem:_

_Et vulgo faciunt id lutea, russaque vela,_

_Et ferrugina, cum magnis intenta Theatris,_

_Per malos volgata, trabeisque, trementia flutant._

_Namque ibi consessum caveæ subter, et omnem_

_Scenæ speciem, Patrum, Matrumque, Deorumque_

_Inficiunt; coguntque suo fluitare colore:_

_Et quanto circum mage sunt inclusa Theatri_

_Mœnia tam magis hæc intus perfusa lepore_

_Omnia conrident, conrepta luce diei_[73].

Nè, a temprare l’ardore della stagione, usavasi nel teatro tragico di

Pompei del velario soltanto: ma ben anco d’altro curioso trovato, che

scaltrirà il lettore del quanto fossero innanzi i nostri maggiori negli

artifizj dilicati.

Nella parte superiore del teatro, oltre l’emiciclo, evvi una specie di

torre che figura tonda nel teatro e quadra al di fuori, in cui stava

un serbatojo d’acqua derivata dal Sarno, che serviva ad inaffiare e

rinfrescare teatro e spettatori, facendola scendere in minutissima

pioggerella, o spruzzaglia, a mo’ di rugiada.

Stando a Valerio Massimo che lasciò scritto: _Cnejus Pompejus ante

omnes aquæ per semitas decursu æstivum minuit fervorem_[74], sarebbe

stato questo valoroso capitano il primo che avesse ad introdurre

l’anaffiamento delle vie a diminuzion di caldura e di polverio

ed additasse così il bene dell’evaporazione: facile ne era allora

l’applicazione a’ luoghi di trattenimento, massime ne’ teatri, ne’

quali, per esservi rappresentazioni mattutine e nel pomeriggio, vi si

rimaneva tanta parte del giorno.

La ricercatezza venne spinta dipoi a mescere a quell’acqua, onde

rinfrescavansi i teatri, anche odorose essenze, e massime di zafferano

allora in voga ed a mezzo di tubi, disposti dentro de’ muri. Esse

venivano quindi sprizzate fuori, giusta quanto si legge nella

nonagesima epistola di Seneca: _Hodie utrum tandem sapientiorem putas

qui invenit quemadmodum in immensam multitudinem crocum latentibus

fistulis exprimat_[75]. Queste pioggie d’essenze, che Antonio Musa, il

celebre liberto e medico di Augusto e amico di Virgilio, presso Seneca,

appella _odoratos imbres_, pioggie odorose, e Marziale _nimbos_,

nimbi; più comunemente chiamavansi _sparsiones_, nome anche comune alle

liberalità che facevano i principi al popolo; ma come già erano stati

di molti che austeramente avevano rimproverato di mollezza campana

l’invenzion del velario, pur furono a più ragione di quelli che a

ricordo di virtù e sobrietà antica, rinfacciassero alla loro età queste

effeminate invenzioni.

E Properzio fra gli altri, nella sua _Elegia_, in cui accenna a un

grandioso tentativo poetico sui fasti di Roma antica sventato dai

consigli di un indovino forestiero, che lo ricondusse ai suoi canti

d’amore, ha questo distico:

_Nec sinuosa cavo pendebant vela theatro,_

_Pulpita solemni non oluere croco_[76].

Egual concetto modulava Ovidio nell’_Ars amandi_ in questo distico:

_Tunc neque marmoreo pondebant vela theatro,_

_Nec fuerant liquida pulpita rubra croco_[77].

Ma poichè sono a dire delle varie costumanze del teatro, non ommetterò

quella che ci rivela Marziale, nel deridere in un suo epigramma un

cotale che ei noma Orazio, solito a comparire vestito indecentemente il

giorno degli spettacoli.

Ecco l’epigramma:

_Spectabat modo solus inter omnes_

_Nigris munus Horatius lacernis,_

_Cum plebs, et minor ordo, maximusque_

_Sancto cum duce candidus sederet,_

_Toto nix cecidit repente coelo,_

_Albis spectat Horatius lacernis_[78].

Quando adunque l’inverno, o l’inclemenza della stagione lo consigliava,

essendo i teatri scoperti, non si lasciava tuttavia di andarvi, ma

s’avea cura di avvolgersi in bianchi mantelli di grossa lana denominati

_lacernæ_, e quest’Orazio il Poeta mette in canzone perchè fosse andato

al teatro con una lacerna nera; ma la neve inopinatamente fioccata in

copia aveala resa bianca siccome le altre.

Ora i bianchi mantelli di finissimo cascemiro ricoprono soltanto le

nivee spalle delle nostre eleganti signore allorchè traggono a’ teatri

principali, od anche a serate di gala.

Se non che può credersi un abuso questo di portar mantello in teatro,

se un senso lato vuolsi dare al seguente passo di Svetonio nella

_Vita d’Augusto_: _Ac visa quondam pro concione pullatorum turba,

indignabundus et clamitans: En, ait_,

_Romanos, rerum dominos, gentemque togatam?_

_Negotium ædilibus dedit, ne quem posthac paterentur in foro circove

nisi positis lacernis, togatum consistere_[79]; ma credo che il divieto

d’Augusto non riguardasse che i soli mantelli neri.

Io ho detto emiciclo, parlando del corpo dell’edificio ov’erano gli

spettatori, ossia della _cavea_, oltre la quale eravi la torre del

serbatojo d’acqua; ma più propriamente la cavea del teatro tragico non

aveva la figura d’emiciclo, ma piuttosto di ferro da cavallo ed era del

diametro di 68 metri e si calcola aver potuto contenere da cinquemila

spettatori.

Gli scaglioni della cavea, _gradus_, e che noi diremmo _gradinata_,

erano in numero di ventinove, tutti di marmo bianco divisi in tre

piani, _moeniana_, da due precinzioni o intervalli, detti anche

_baltei_ o cingoli, dal loro scopo, e questi pure divisi in cinque

scale, _scalæ, itinera_, di cui ciascuno scaglione formava due gradini,

ripartiti in cinque cunei; oltre due altre parti, le quali non sono

ordinarie ne’ teatri, ma varietà speciale di questo e che sono di forma

rettangolare, una per fianco e terminanti in due tribune riservate,

nell’una delle quali si trovarono anche gli avanzi di una sedia curule.

Queste tribune, o spartimenti, hanno ciascuna un ingresso particolare,

che mette sul portico di dietro, per una scala separata.

Il primo ordine della cavea aveva cinque scaglioni, venti ne aveva

il secondo e quattro il terzo. Sul primo scaglione del secondo ordine

eranvi incastonate lettere di bronzo formanti questa iscrizione:

M . HOLCONIO . M . F . RVFO

II . VIR . I . D . QVINQVIENS

ITER . QVINQ . TRIB . M . A . P .

FLAMINI . AVG . PATR . COL . D . D .[80]

Al medesimo personaggio, cioè a Marco Olconio Rufo figlio di Marco,

ed a Celere Olconio esiste altra iscrizione sulla scena, da cui è

manifesta come a loro spesa fossero stati eretti a decoro della colonia

una cripta, che è la summentovata torre quadrata onde conservare

l’acqua pel teatro, un tribunale, che è quello sulla via del tempio

di Iside in seguito a’ propilei del Foro Triangolare, di cui ho già

parlato a suo luogo, e questo teatro:

MM . HOLCONI RVFVS ET CELER

CRYPTAM TRIBVNAL THEATRVM

S . P .

AD DECVS COLONIÆ[81].

Benemerita la famiglia degli Olconj di Pompei e della colonia per

tante publiche opere, terrò conto pur di questa iscrizione ritrovata

in questo teatro, allo stesso M. Olconio Celere dedicata e scolpita in

marmo:

M . HOLCONIO CELERI

D . V . S . D . QVINQ . DESIGNATO

AVGVSTI SACERDOTI[82].

Sotto la seconda cavea dovevano trovarsi tre statue, delle quali due

esser dovevano indubbiamente degli Olconii, Celere e Rufo, alla cui

spesa erasi eretto il teatro.

Una particolarità poi offre l’orchestra del teatro tragico in un

piedistallo, o piuttosto altare, su cui, a norma della costumanza

greca, — e della Grecia molti usi osservavansi, più che altrove

dell’orbe romano, in Pompei, — sacrificavasi a Bacco prima di dar

principio allo spettacolo. Chiamavasi con greco vocabolo _thymele_

o _thimela_, θυμελη, e serviva altresì ad altri usi, come anche

di monumento funebre, o di qualunque altro oggetto richiesto nella

rappresentazione drammatica, nascondeva il suggeritore che stava di

dietro, mentre il suonatore di flauto (_tibicen_) e qualche volta il

capo del coro prendevan posto su quello. In un teatro strettamente

romano non v’era _thymele_, perchè ivi l’orchestra fosse interamente

destinata ad accogliere gli spettatori, al pari della nostra

platea[83].

Al sommo di ciascuna sala eranvi le porte, _vomitoria_, cui si giungeva

per mezzo di corridoi e scale praticate internamente.

Il proscenio presenta sette nicchie semicircolari per i tibicini

e nella parte anteriore corre tutto per il lungo quella cavità

dell’_hyposcenium_, da cui sorgeva l’_aulæum_, o sipario della

tragedia.

Altre particolarità non si notano che il Gran Teatro distinguano

dall’_Odeum_, ove non s’eccettui la prospettiva della scena ch’era

costituita da tre ordini di colonne, l’uno sull’altro, con eleganti

basi e capitelli di marmo e sei statue saviamente collocate. Sembra

che anche questo publico edificio fosse stato ben danneggiato dal

tremuoto del 63 e che si trovasse nel momento della catastrofe del 79

in istato di riparazione, perocchè la scena che evidentemente doveva

essere rivestita di marmi ed altre decorazioni, se ne presenti ora

affatto spoglia. Delle tre porte ordinarie che la scena si aveva, e

che qui sono maestose, aperta quella di mezzo, secondo l’uso, nel fondo

di un emiciclo, chiamavasi _regia_, perchè di là uscivano i principali

personaggi della tragedia: le due laterali appellavansi _hospitalia_.

Fiancheggiano la porta di mezzo due nicchie che contenevano le statue

di Nerone e di Agrippina.

Piacemi finalmente tener conto di ciò che afferma il Rosmini nella sua

_Dissertatio Isagogica_, altre volte da me citata, che cioè questo

teatro fosse stato aperto al publico, od almeno dedicato ad Augusto

nell’anno vigesimosecondo del tribunato di questo imperatore[84].

Frammenti di statue di marmo, lapidi con iscrizioni, tegole ed embrici,

e pezzi di legno carbonizzati si rinvennero dalla parte del Foro

Triangolare, e il complessivo giudizio che dalle interessanti reliquie

è dato di formulare, può sicuramente mettere in sodo che a questo

loro teatro avessero i Pompejani ad aggiungere grande importanza, se

gli Olconj vi credettero portare enormi dispendj; tanta vi pare la

magnificenza e la perfezione dell’arte.

Quali fossero le tragiche composizioni che a questo teatro venissero

rappresentate cerchiamo ora coll’usata rapidità d’indagare.

Se ci fosse lecito di mettere il teatro pompejano a fascio cogli altri

teatri d’Italia, mi trarrei presto e facilmente d’impegno, dicendo che

a siffatto teatro si rappresentassero, nè più nè meno che ai teatri

di Roma, le tragedie de’ latini scrittori, e mi avverrebbe allora

di ricordare i nomi de’ più celebrati poeti; ma gli scavi ed oggetti

teatrali rinvenuti mi impongono obblighi maggiori.

Sappiamo che Andronico lasciò diciannove tragedie, comunque appena

qualche frammento sia rimasto superstite e giunto fino a noi, e di

questo autore ho già parlato altrove abbastanza: egual numero ne lasciò

Marco Pacuvio, e Quintiliano le loda per profondità di sentenze, nerbo

di stile, varietà di caratteri, sebbene la critica moderna più severa,

nel poco che ci è pervenuto, giudichi non esser concesso ravvisare che

liberissime imitazioni in istile oscuro e senza armonia. Lucio Accio

alla sua volta ne compose e raffazzonò di molte, fra cui il _Bruto_

e il _Decio_, soggetti patrizi che recitavansi ancora ai tempi di

Cicerone e più volontieri venivano lette, e dell’_Atreo_, che Gellio

scrisse aver Accio, giovanetto ancora, letto in Taranto a Pacuvio,

pur lodandolo di grandiose e solenni cose scritte, non gli tacque di

altre sembrargli dure alquanto ed acerbe; al che avesse a rispondergli:

non dolere ciò a lui, e trarne anzi auspicio di buon avvenire, per

accader degli ingegni quello che delle mele, che, se nate agre e dure,

divengono poscia tenere e succose; ma se spuntino tenere e succose, col

tempo, non mature ma vizze si rendano e corrotte[85].

Di Gneo Nevio campano già dissi nel precedente capitolo del pari; ora

ricorderò Quinto Ennio Calabrese, che scrisse tragedie e commedie non

poche, che predicava di sè aver ereditato l’anima di Omero, Cassio

Severo, Varo da Cremona e C. Turrano Graecula rammentati, a cagion

d’onore, da Ovidio, come autori di buone tragedie[86]; ma più vorrei

intrattenermi di Asinio Pollione, che fu riconosciuto siccome il più

celebre tragico latino: ma che dirne, se nulla di lui, come degli altri

sunnominati, sopravisse? Istessamente della _Medea_, che si sa avere

scritto Ovidio stesso, della quale egli nel libro secondo _Dei Tristi_,

dopo avere ricordato i libri dei _Fasti_, i sei ultimi dei quali o non

iscrisse, come crede il Masson, o andarono perduti, soggiunge:

_Et dedimus tragicis scriptum regale cothurnis:_

_Quæque gravis debet verba cothurnus habet_[87].

Di questa tragedia non sussistono infatti che il seguente verso

riferito da Quintiliano:

_Servare potui, perdere num possim rogas?_[88].

e l’emistichio seguente ricordato da Seneca il Vecchio, nella terza

_Suasoria_:

_Feror huc illuc, ut plena Deo_[89].

Se non che, oltre la _Medea_, più altri lavori sembra che Ovidio abbia

scritto pel romano teatro; fra i quali certo la _Guerra de’ Giganti_,

com’ei ce ne avverte nell’elegia I degli _Amori_:

_Ausus eram, memini, cœlestia dicere bella_

_Centimanumque Gygen; et satis oris erat_[90].

Si gloria egli stesso che molte volte fossero rappresentate anche alla

presenza d’Augusto[91], e continuassero a rappresentarsi con grande

concorso anche dopo il suo bando[92].

Nè di più posso dire del _Tieste_ di Vario, che a giudizio di

Quintiliano _cuilibet Græcorum comparari potest_[93], e che Orazio

nell’_Arte Poetica_ mette con Virgilio a paro.

Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e mancanti di quel che appunto

costituisce il dramma, che è l’azione, raccolte in volume, vengono

tuttavia spacciate sotto il nome di Lucio Anneo Seneca da Cordova.

Esagerazioni, passion falsa, caratteri atroci, furori, situazioni

improbabili sono difetti comuni a queste composizioni, alle quali non

ponno tuttavia negarsi ben coloriti racconti, spesso maschii concetti

e qualche buona sentenza, laconiche e concettose parole. Nella _Medea_,

a cagion d’esempio, quando la nutrice la compiange perchè più nulla le

sia rimasto:

_Abiere Colchi; conjugis nulla est fides;_

_Nihilque superest opibus e tantis tibi,_

Medea fieramente risponde:

_Medea superest_[94].

Nell’_Ippolito_, Teseo chiede a Fedra qual delitto creda dover ella

colla morte espiare:

_Quod sit luendum morte delictum, indica._

Fedra risponde:

_Quod vivo_[95].

Curioso è poi nel Coro de’ Corintj della _Medea_ trovar vaticinata

la scoperta di un nuovo mondo, quattordici secoli, cioè, prima che

Cristoforo Colombo facesse quella dell’America:

_Venient annis_

_Sæcuta seris, quibus Oceanus_

_Vincula rerum laxet, et ingens_

_Pateat tellus, Tethysque novos_

_Delegat orbes; nec sit terris ultima Thule_[96].

Nè qui tutti furono i tragici romani, tra i quali si vuol perfino

annoverare Mecenate, l’amico e protettore di Virgilio e d’Orazio, ed

abbenchè si persista dai dotti a ritenere che Roma non abbia avuto

tragedie; pure io reputo che tale sentenza unicamente debba intendersi

nel senso che la romana storia non abbia prestato forse i subbietti

eroici come la greca, alla quale pur tolsero per la più parte i proprj

coloro che scrissero tragedie nella lingua del Lazio, e che però non

sia riuscita a lasciare, come la greca, traccie luminose. Ma io non

torrò, a tale riguardo, la mano al Nisard, che le cause ne indagò ne’

suoi _Études sur les moeurs et les poètes de la decadence_, trattando

appunto di Seneca. — I subbietti di questo poeta, noterò ad ogni modo,

ed a rincalzo di questa osservazione, che all’infuori dell’_Octavia_,

sono tutti eroici greci, che tali sono appunto la _Medea_ e

l’_Hippolitus_ succitati, l’_Hercules furens, Thiestes, Thebais,

Œdipus, Troas, Agamemnon_ ed _Hercules Œtæus_.

Ecco come il sullodato Nisard riassume le cause per le quali Roma non

ebbe tragedie:

«Nè il dramma per altro motivo è l’opera letteraria più indigena e più

originale d’esso paese, se non perchè non può essere fatto senza il

popolo, e perchè il popolo deve discuterlo in pieno teatro. Roma non

ebbe dunque drammi, perchè non ebbe vero popolo. Senza il popolò può

esser creata una bella letteratura d’imitazione, ma non il dramma, e

questo lo provò appunto la Roma aristocratica. Seminando il suo vero

popolo su tutti i campi di battaglia, essa perdette una delle più belle

glorie dello spirito umano, quella del dramma, ma ebbe in compenso la

gloria di vincere il mondo, e qui ebbe assai di che compensarsene. —

In conclusione, un dramma nazionale era impossibile a Roma; e quanto

alla bella e patetica tragedia di Atene, che sarebbe venuta a fare in

mezzo ad un popolo di usuraj e di soldati, con tutte quelle delicatezze

d’arte che inebbriavano la colta popolazione di Atene? Che interesse

potevano prendere quelle turbe ardenti, e senza gusto, per uomini

della leggenda omerica, per la caduta delle antiche monarchie, per

quegli incesti, per quegli assassinj, che eccedettero le forze umane,

delitti comuni agli Dei ed agli uomini, che le giurisdizioni della

terra non possono punire? Che pietà potevano esse sentire per que’

figli maledetti, per que’ sovrani ciechi ed erranti, per quelle vergini

sospese alle braccia de’ vecchi, o chinate come statue sull’urne

funerarie, o di loro mano componenti nel sepolcro il corpo d’un

fratello, e sempre conservando in mezzo delle più dolorose prove la

grazia e la bellezza, senza aver mai quelle lagrime moderne che solcano

le guancie ed insanguinano gli occhi, nè quelle smorfie di dolori la

cui invenzione risale a Seneca? E se la tragedia trapiantata così dalla

Grecia sul teatro di Roma, avesse saputo, come l’epopea, imitata da

Virgilio, e come l’ode imitata da Orazio, riprodurre nella bella lingua

latina tutte le armonie e le grazie della lingua d’Atene, che noja non

avrebbe dato questa musica dell’anima a’ sensi avvezzi al pugilato ed

ai combattimenti di bestie, abbrutiti dalla vista del sangue grondante

sotto i colpi del cesto o dei corpi lividi per le ammaccature, e

che prestava l’orecchio assai più volontieri agli urli degli orsi

che al ritmo delle strofe alate che rapivano il popolo di Atene e

l’aristocrazia di Roma?»

Lance, nelle sue _Vindiciæ romanæ tragediæ_[97], raccolse, ciò

malgrado, frammenti di ben quaranta tragici. Otto Ribbeck[98] publicò

del pari _Tragicorum romanorum reliquiæ_: ma nondimeno la tragedia

latina, come dissi testè, restò di molto addietro dalla greca, i cui

capolavori, che noi italiani abbiamo egregiamente tradotti da Felice

Bellotti, rimarranno sempre, infin che vivrà ombra di letterario gusto,

meritamente ammirati.

Queste tragedie tutte del teatro latino, è più che naturale che al

Teatro di Pompei venissero rappresentate; ma pare altresì che a’ greci

autori chiedessero colà le opere e si rappresentassero sulle scene

pompejane e nel loro originale le tragedie più cospicue de’ greci

poeti.

Già una delle tre tessere teatrali d’avorio che furono rinvenute

negli scavi, quella, cioè, che offre da un lato l’immagine in rilievo

di un anfiteatro con il pegma nel centro, vedemmo come nel rovescio

portasse l’indicazione del posto, a cui apriva l’ingresso, in caratteri

greci, e forse una tale particolarità potrebbe essere un indizio che

quella tessera, diversa dall’altra che porta caratteri latini e che

annunzia la commedia di Plauto, fosse in caratteri greci perchè greco

lo spettacolo; non altrimenti che si usa da noi, lorchè si rappresenta

la commedia francese, che affissi, programmi e biglietti sono nella

stessa lingua composti e distribuiti. Ma più che questa, valse di prova

ad altri la tessera portante pure nel rovescio parole greche, che

si pretesero leggere per Αῖςκυλο, cioè di Eschilo; con che si volle

inferire che nelle città della Campania si rappresentassero ancora

le tragedie del più antico tra i sommi tragici greci nel loro nativo

idioma.

Ora, poichè sono a dire di quella tessera, credo fornire la diversa

interpretazione di chi, esaminate altrimenti le parole del rovescio

greche ed indagato il disegno del gettone, volle conchiudere significar

esso invece la tessera dell’infimo posto. Negli oggetti confusi che

vi son rappresentati si può distinguere una porticella alla quale

si giunge per una scaletta ed alquante barriere a croce, ciò che

parve a Barré, continuatore di Mazois[99], indicare la galleria di

legno, od altrimenti l’impalcato che erigevasi sulla sommità delle

mura degli anfiteatri o teatri, pari al loggione dei teatri moderni.

Ciò ritenuto e considerando che le parole greche del rovescio sono

scritte testualmente così: ΑΙCΧ . ΥΛΟΥ, vale a dire con un punto nel

mezzo, mal si potrebbe allora sostenere che si debba ravvisarvi il

nome di Eschilo. Forse ΑΙCΧ potrebbe essere l’abbreviatura di αίςκροῦ,

_posto cattivo_, ΥΛΟΥ potrebbe essere la forma scorretta di ὔλης, _di

legno_, ed indicare allora l’ultimo banco destinato agli schiavi, alle

cortigiane ed alla plebe.

Ma per tornare all’argomento delle rappresentazioni greche, è assai

verisimile che esse potessero aver luogo massime ne’ teatri della

Campania, dove la lingua greca invece rimase, più che in Roma,

conosciuta e più popolare; nè è rado che pur oggidì nelle città e paesi

dell’antica Magna Grecia si oda tuttavia l’antico linguaggio materno. E

notisi che nelle agiate famiglie romane la lingua greca costituiva la

base della educazione, come il latino e il greco furono della nostra.

I giovani si esercitavano a composizioni nel greco idioma ed erano

incamminamento a maggiori. Han tratto a quest’uso i seguenti versi di

Persio:

_Ecce modo heroas sensus afferre videmus_

_Nugari solitos græce_[100].

La forma da ultimo de’ teatri pompejani che ho descritto s’accosta

meglio al modello greco che al romano: prova questa eziandio che le

antiche tradizioni vi si mantennero e si rivelarono in tutto.

Questi cenni, comunque specialmente riguardino il teatro tragico di

Pompei, riassumono a un di presso le condizioni pure generali del

teatro romano.

Mancherebbe di dire ora qualcosa intorno agli attori e vi soddisfarò

con brevi parole.

Ho già detto, parlando del Teatro Comico, a qual classe essi per

lo più appartenessero e in che sprezzo dalle leggi e dalla società

fossero tenuti: ma non fu sempre così. L’arte drammatica progredì;

spesso autore ed attore non furono che una persona sola, e l’ingegno

seppe anche vincere spesso i pregiudizj. Batillo e Pilade, Esopo e

Roscio conseguirono, come attori, celebrità; dal nome di quest’ultimo

è anzi ancora designata l’arte dell’agire sulle scene: _arte di

Roscio_, egli avendo pel primo abbandonata la maschera; onde l’effetto

e l’espressione divennero di lunga mano maggiori. Fu a riguardo di

questi nomi e dell’eccellenza loro, che a distinguerli dagli altri,

non vennero più detti istrioni, e fu per avventura mercè codesta, che

direi riabilitazione, che, scostandosi dal greco costume, il quale

inibiva alle donne il prodursi sulle scene, Roma ebbe anche attrici, e

celebrata fra tutte andò meritamente Dionisia.

Fu agli insegnamenti di Roscio che l’Oratore Romano apprese il gesto a

secondare più efficacemente l’arringa, e, divenuti poi entrambi amici,

gareggiarono tra loro a chi meglio sapesse esprimere un pensiero,

questi colla parola, quegli col gesto. Anche Esopo, il quale volle

essere attore unicamente tragico, fu nell’intimità di Cicerone, e già

rammentai come egli salutasse dalla scena il richiamo in patria di

questo gran cittadino ed insuperato oratore. Ed Esopo e Roscio alla

lor volta non mancavano poi d’intervenire al loro ogni qualvolta si

fosse agitata alcuna causa interessante per istudiarvi i movimenti

dell’oratore, del reo e degli astanti.

Non fu per questo che Giulio Cesare credesse di compiere atto di

tirannide inqualificabile, come noi giudichiamo adesso, quando

costringeva Siro e Laberio di patrizio casato a montar sulle scene.

Laberio, è vero, si lagnò della violenza in un suo prologo che Macrobio

ci ha conservato; ma tenutosi conto delle condizioni della società

d’allora, forse fu incentivo al despota la particolare attitudine alle

scene di questi uomini, che infatti si resero famosi nell’arte imposta

loro.

Anche di Siro, come già notai nell’antecedente capitolo, ci vennero

conservate alquante sentenze morali, che teneva in serbo per

intromettere all’occasione in quelle composizioni, nelle quali,

se comiche, assai spesso sapevano improvvisare felicemente il

dialogo[101].

Così alle sceniche rappresentazioni il publico appassionandosi, si

poterono vedere attori e attrici venire retribuiti largamente e montare

in ricchezza e possanza. Sappiam di Roscio che ricevesse all’anno

cinquecento sesterzi grossi, che vorrebbero dire centomila lire de’

nostri tempi; di Esopo che lasciò, morendo, a suo figlio, il pingue

gruzzolo di quattro milioni di lire, in onta ch’egli avesse menata

splendidissima vita, e permettergli il bizzarro capriccio di ammanire

a sè ed agli amici suoi un manicaretto di perle. Perocchè rammenti

Plinio, che questo Clodio, figlio di Esopo, prima di Cleopatra, avesse

voluto un giorno esperimentare qual gusto avessero le perle, e in un

festino ne mangiò parecchie di eccessivo prezzo. Il gusto gli andò

maravigliosamente a genio e per non essere solo ad assaporarne le

delizie, ne fece stemprare altre a’ suoi convitati, fra le quali la

grossa perla strappata all’orecchia di Metella, l’amante sua[102].

Anche la summentovata Dionisia, per una sola stagione, ottenne mila

sesterzj grossi, o dugentomila lire. Non facciamo noi dunque le

meraviglie de’ lucri ingenti della Rachel e della Ristori, le somme

attrici del nostro tempo, nè delle favolose somme concesse alle agili

gole delle nostre prime donne di canto.

I lauti emolumenti, che si pagavano a’ migliori artisti, son già prova

di per sè che dovessero essere determinati dal favore che si godevano

nel pubblico; ma questo aveva altri modi ad estrinsecarlo, quelli

stessi, cioè, che abbiam pur di presente. Eran essi gli applausi ed i

viva, il gitto di fiori e di corone, e i doni; come i sibili, i gesti

di scorno, gli urli ed altre violenze notavano la disapprovazione.

Quest’argomento ch’io non tocco, per l’economia della mia opera,

che di volo, suggerì materia a Francesco Bernardino Ferrario ad un

volume in quarto di oltre quattrocento pagine, che tolto il titolo

_De Acclamationibus et plausu_ vide la luce in Milano il 1627.

Nicola Alianelli, buon letterato napoletano, ne spigolò quanto a lui

parve per adornarne alcuni articoli interessanti ch’ei diede in luce

nella Rivista Teatrale _L’Arte_ (riputato giornale napoletano), nel

passato anno 1870 sotto il titolo _Dell’Antico Teatro Romano_ e che,

sciente forse del come io incombessi a quest’opera su Pompei, volle

cortesemente regalarmi, di che son lieto di rendergliene pubblicamente

i dovuti ringraziamenti. Ed io di taluna di queste notizie, più che del

volume del Ferrario, mi varrò alla mia volta per quel poco che ne devo

qui dire.

Fra Plauto e Terenzio, sappiamo che il popolo accordasse le sue

predilezioni al primo, spesso anzi al secondo riserbando le sue

disapprovazioni, od almeno non concedendo quella larghezza di plausi

che pur avrebbe dovuto meritarsi. N’è una causa certissima che Plauto

si avvantaggiasse meglio dell’idioma popolare e però ne fosse meglio

dal suo uditorio capito: Terenzio, di latinità più castigata, s’aveva

l’approvazione dell’aristocrazia, e il popolo, che poco intendeva, gli

era anche poco propizio e gli volgeva sovente le spalle.

Ad ogni modo vediamo, sia ne’ prologhi, che nei congedi delle loro

commedie, da entrambi fatto appello all’attenzione indulgente ed agli

applausi. Plauto, a cagion d’esempio, nella _Cistellaria_, prega gli

spettatori di applaudire secondo le costumanze degli antichi, _more

majorum_. Nella _Casina_, si raccomanda agli stessi di dargli colle

mani la debita mercede, _manibus meritis debitam mercedem_. Terenzio

pure chiude l’_Andria_, l’_Eunuco_, l’_Ecira_, e tutte insomma le sue

commedie col solito _plaudite_.

In quanto a’ Tragici, Cicerone nel libro _De Amicitia_ ci ha lasciato

memoria delle voci di plauso _clamores_, con cui fu accolta la nobile

gara di Oreste e Pilade nella tragedia di Marco Pacuvio.

Il gridar _euge_ equivaleva al _bravo_ de’ nostri giorni: quella parola

troviamo usata in diverse commedie di Plauto; i maggiori entusiasmi,

più facili per altro nel circo e nell’anfiteatro, nelle corse, e nei

ludi gladiatorj, si esprimevano, come dissi più sopra, co’ fiori e coi

doni, e coll’agitar delle vesti e delle pezzuole, od anche alzando i

pugni con particolare atteggiamento dei pollici, come raccogliesi nel

seguente passo di Orazio:

_Fautor utroque tuum laudabit pollice ludum_[103].

Nè sempre di buona lega erano gli applausi e le altre dimostrazioni

d’aggradimento, nè creda però la Francia, esser’ella l’inventrice della

_claque_ teatrale. Pur troppo l’origine di essa è nostra, e rimonta ai

tempi de’ quali parlo. Chi vuol credere, a mo’ d’esempio, che fossero

giusti e ben meritati i plausi dati a Nerone citaredo e cantante? Per

lui eran la paura, l’adulazione e la speranza dell’imperatorio favore

che li suscitavano: come anche quelli dati agli altri istrioni, al par

di lui mediocri o cattivi, avevano la lor ragione nel prezzo ch’era

stato da essi sborsato. Udiamo Marziale:

_Vendere nec vocem Siculis plausumque theatris_[104].

Questo giambo del Poeta era per Cinnamo fatto cavaliere per intrighi

dell’amante, da barbiere ch’egli era, e che non potendo comparir nel

foro, era passato in Sicilia, dove gli dice: non potendo più vendere il

suo plauso nel teatro, sarà costretto ritornare barbiere.

Cicerone poi racconta al suo _Attico_ d’aver udito in Roma un Antifonte

attore, di cui nessuno più meschino e sfiatato, _nihil tam pusillum,

nihil tam sine voce_[105], che tuttavia _palmam tulit_, fece furore;

come molto piacque, _valde placuit_, certa Arbuscula, attrice d’un

merito non superiore. Costoro di certo avevano mercanteggiato quel

plauso, che lo stesso Oratore Romano, nell’arringa _Pro Publio Sextio_,

afferma si comperasse nei teatri e nei comizj.

Plauto poi nella _Cistellaria_ ci fa sapere che il _choragus_, finita

la commedia, dava a bere agli attori che avevano fatto il loro dovere,

e saranno stati vino e bevande calde.

Vediamo ora il rovescio della medaglia.

Lo stesso Cicerone summentovato, parlando di Oreste, attore, dice che

fu cacciato dal teatro _non modo sibilis, sed etiam convicio_, non coi

sibili soltanto, ma benanco colle ingiurie, e che se un attore avesse

fatto un movimento in aria non in corrispondenza della musica, od

avesse peccato di una sola sillaba, lo si fischiava e copriva di urli,

_exibilatur, esploditur, theatra reclament_[106].

Così non mancava ciò che or diremmo, col vocabolo consacrato, la

_clique_, e Terenzio esperimentò l’opera d’un partito contrario

_comitum conventus_, l’odierna _consorteria_, massime nell’_Ecira_,

stata a lui fischiata per ben due volte; ciò che per altro non impedì

che piacesse alla terza volta.

Ai cattivi attori poi si gettavano, a segno di sfregio maggiore, e

pomi e noci e talvolta anche pietre, la quale ultima dimostrazione

fu poi dagli edili con ispeciale editto interdetta. Siccome poi gli

attori erano per lo più schiavi, così come si apprende dalla suddetta

_Cistellaria_ e dall’_Asinaria_ di Plauto, quando cattivi o svogliati,

venivano a spettacolo finito battuti.

«Ma non bisogna dimenticare, scrive il sullodato Alianelli, un

personaggio umile, modesto, stretto in una buca, che niuno plaudisce,

di cui niuna rivista teatrale parla mai, e che non pertanto è

necessario, che deve sempre stare presente a sè stesso, sempre attento.

Il lettore ha già capito che parlo del suggeritore. Nei teatri romani

gli attori imparavano le parti, nè più nè meno che si fa ai tempi

nostri, e perciò vi era il suggeritore e si chiamava _Monitor_.» Pompeo

Festo ricorda il _monitor_ come quegli che avverte, _monet_, l’istrione

sulla scena, ed in questo senso è ricordato anche da un’iscrizione

antica riportata dal Morcelli nella sua _Dissertazione sulle tessere

con annotazioni del dottor Giovanni Labus_[107].

Dopo tutto, nel chiudere questo capitolo e quanto interessa il

teatro tragico e l’argomento delle sceniche rappresentazioni, a non

perdere di vista il principal subbietto del mio libro, accennerò

appena della questione largamente agitatasi fra i dotti che un solo

veramente fosse il teatro in Pompei, e questo fosse quello che ho

finito di descrivere, sotto la denominazione di teatro tragico, e che

l’altro teatro non fosse già destinato alla commedia e all’egloga e a

musicali rappresentazioni, ma unicamente l’_Odeum_ nella più stretta

sua significazione, o quanto dire una semplice pertinenza del Gran

Teatro, ove si sperimentavano non solo i componimenti, ma gli attori,

i suonatori, tibicini e fidicini, o suonatori di tibia, di lira e

di cetra, i danzatori, i coristi e quante persone insomma dovevano

prendere parte in tali spettacoli, prima di esporsi nel gran teatro.

Trovo ricordato che siffatto argomento sia stato molto illustrato

dal signor Mario Musamesi, erudito architetto di Catania, nella sua

_Esposizione dell’Odeo Greco_ tuttora esistente nella di lui città,

e che un estratto di quest’opera con savie osservazioni ed aggiunte

sia comparso nel _Giornale de’ Letterati Pisani_ dell’anno 1823; ma nè

l’opera del Musamesi, nè questo giornale non essendomi stato possibile

di procacciarmi, nè d’altronde presumendo io, come ho già più d’una

volta in quest’opera protestato, di entrare in polemiche archeologiche,

che lascio volontieri ai dotti, ben diverso essendo l’intento del

mio libro, mi parve di non dovermi discostare dalla opinione più

generalmente accettata che il minor teatro designa come esistente a sè

e col nome di Teatro Comico.

[Illustrazione: Anfiteatro di Pompei. _Vol. II, Cap. XIV._]

D’altronde, sempre rispettando le ragioni, che potranno essere

eccellenti e che sono sostenitrici di diversa sentenza, sembrami

che se il minor teatro non avesse dovuto servire che ai soli bisogni

ed alle prove del Gran Teatro, non vi sarebbe stato mestieri, nella

costruzione, di praticarvi tutte le parti, sia per gli spettatori,

che per gli attori; perocchè, come più d’una volta ho in queste

pagine osservato, non escluse le altre minori particolarità attinenti

l’assistenza de’ magistrati e de’ maggiorenti, i due teatri non

differiscono che leggermente tra loro nella forma, e sensibilmente

solo nella capacità e nella magnificenza. La scena allora e l’orchestra

avrebbero bastato: della cavea, delle tribune e degli altri accessorj,

evidentemente, destinati al concorso del pubblico, se ne sarebbe fatto

senza.

Del resto io pure non ricusai al minor teatro pompejano il nome

di _Odeum_, congiuntamente a quello di Teatro Comico, perchè non

ignorassi, ed avessi anzi a dire, che se dapprima per _Odeum_ si

intendesse quel piccolo teatro con un tetto convesso costruito da

Pericle in Atene per gli spettacoli di musica, stando a quanto ne

scrissero Plutarco[108] e Vitruvio[109]. Ed ebbi a notare altresì

come in progresso di tempo questo nome si avesse ad estendere anche

in Italia, per designare ogni piccolo teatro coperto di un tetto

(_tectum_), come in questo senso l’usò Svetonio, quando nella vita di

Domiziano assicurò aver questo Cesare restaurato un _Odeum_[110]: _Item

Flaviæ templum gentis, et stadium et odeum, et naumachiam, e cujus

postea lapida maximus circus, deustis utrimque lateribus, extructus

est_[111]. D’altra parte io ebbi ad ammettere pure che l’_Odeum_

pompejano potesse servire non alla commedia soltanto, ma alle musicali

rappresentazioni benanco, ai concorsi poetici, alle filosofiche disfide

ed agli spettacoli d’inverno.

Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3) · 第 6 / 37 题