banchieri e oggi, di ricchi, non ci sono che i banchieri! — E che sia
l'ultima volta!
GIACOMINO.
Lo giuro!
TERESA.
Non giurare, mai!
GIACOMINO abbracciandola.
Sei buona! Sei un angelo!
TERESA.
Sta fermo!... Dissipatore, giuocatore e adesso anche seduttore!
ridendo.
Angelo!
gli dà uno schiaffettino.
A quest'ora, sai anche tu, come sono fatti gli angeli! Coi capelli
biondi... o neri, non importa, ma hanno le guance di rosa, le labbra di
corallo e gli occhi languidi!
GIACOMINO.
Il mio buon angelo sarai sempre tu!
TERESA fingendo di arrabbiarsi.
Finiscila!... Hai capito?... Andiamo, Anna!... Mi prende anche in
giro!... Vero stupid... Vero stupidone!
esce ridendo seguita da Anna.
SCENA VI.
GIACOMINO e il LAMBERTI. — In fine ANNA.
LAMBERTI sottovoce; ma serio, senza nessuna commozione.
Le dieci mila svanziche, prevedo, le finirai presto, se dovrai andare a
Torino.
GIACOMINO trasalendo, ma poi fingendosi meravigliato.
A Torino?... Io?...
LAMBERTI.
... E siccome, prevedo pure, che non sarebbe sempre facile il poter
scrivere e forse, ancora meno, il poter rispondere, così ti ho
preparato, al caso, anche una mia credenziale per il banco Mazza e
Sacerdoti.
GIACOMINO.
A Torino?... Io?...
LAMBERTI.
Sì, tu! — Domani ti batti col principe Varzis!
GIACOMINO.
Chi te l'ha detto?
LAMBERTI.
Emilio Dandolo.
GIACOMINO.
Emilio Dandolo?
LAMBERTI.
Adesso, a Milano.
fissandolo.
Libertà o Morte.
GIACOMINO.
Anche tu?... Anche tu sei dei nostri?
LAMBERTI.
Dei vostri? Non so. Tu, intanto, di chi sei?
GIACOMINO.
Io? Di chi sono? Bellissima domanda! Di chi sono? Sono... del partito
degli Italiani.
LAMBERTI.
Del partito della Pochini? Della prima ballerina della Scala?
GIACOMINO.
Contro la Priora che ci vogliono imporre gli ufficiali austriaci! Ma la
Scala è nostra!
dà una grande fischiata.
Fischi! Abbasso! Basta! — Dovevi sentire ieri sera, che baccano!
LAMBERTI vivamente.
Ebbene no! Io non sono dei vostri, dei tuoi! Noi non apparteniamo al
partito degli Italiani: apparteniamo all'Italia e siamo italiani!
GIACOMINO, maravigliato.
Non è poi la stessa cosa?
LAMBERTI.
Io, «il figlio delle selve», fischio di notte, al confine, per
chiamare, o avvisare i contrabbandieri...
GIACOMINO risentito.
Anch'io non fischio soltanto le ballerine! Domattina — lo sai già — mi
sentirà fischiare qualcun altro!
LAMBERTI.
Dinanzi a tutta Milano che ti osserva e ti applaude, con le più belle
signore che ti incitano e ti ammirano? Non arrischieresti forse di
romperti il collo anche alle corse per ottenere i battimani delle dee
dell'Ippodromo? Il duello col Varzis ti fa onore: ma ti giova anche.
Il fare l'Italiano, il fare il coraggioso è indispensabile oggi, per il
perfetto gentiluomo di società, come... il saper suonare il pianoforte!
Ben altro dev'essere il sentimento che ci anima! Ben altro il coraggio
del quale dobbiamo dar prova!
GIACOMINO con alterezza.
Qual'è, dunque?
LAMBERTI.
È il coraggio dell'abnegazione, del sacrificio, il coraggio del
perseverare... tanto più grande, quanto più è oscuro e ignorato! — È
il coraggio del Pezzotti, che sentendosi sfinito dalla lunga prigionia
e dalle torture dell'interrogatorio, per paura che gli sfugga un nome,
per paura di tradire i compagni, solo, al buio, con la cravatta si
appicca all'inferriata del carcere! È il coraggio di Tito Speri, che
esce dal confortatorio ornato nella giovine elegante persona, azzimato
nell'abito, ben composta la chioma bionda e che così, come per recarsi
ad un ballo, infilandosi i guanti bianchi, si avvia al capestro, alla
forca! — E non ha lì, intorno, in quell'alba piovosa, altro che quattro
croati per ammirarlo! E al boia che gli chiede il perdono regolamentare
risponde: — Niente paura, caro mio!... Trattami soltanto da buon amico!
— Sei diventato pallido? — Anch'io guardami! E non sono questi, i soli.
— Sono cento, sono mille gli esempî, gli eroi: sono uomini e donne,
patrizî e popolo; sono spiriti eletti nella nobiltà del pensiero, sono
anime semplici e rudi! E tutti insieme, i nostri, dal sepolcro dei
morti, dal sepolcro più tremendo dei vivi, erompono in un sol grido, in
una sola parola d'incitamento, di evocazione di speranza: — Patria!
GIACOMINO.
Patria! La nostra Patria! — Ho capito!
si preme sul cuore una mano del Lamberti.
Senti. — Sono con te.
LAMBERTI.
Sei commosso?... No! No! Non nascondere, non vergognarti delle tue
lacrime!
GIACOMINO.
Non sono più un ragazzo! Sono un uomo!
LAMBERTI.
Ed è appunto questo tuo pallore, questo tuo fremito, sono queste tue
lacrime che ti rendono uomo! Ascoltami bene.
GIACOMINO.
Sì! Sì!
LAMBERTI.
Tu, adesso, sai ciò che fai! Il tuo, dunque, non è più un duello,
è la nostra guerra disperata e continua. Non è possibile unirci in
battaglioni? Scendiamo in campo faccia a faccia...
GIACOMINO.
Uno per uno!
LAMBERTI.
E se mai ti tremasse la mano, ricordati. Oggi bisogna ricordare,
ricordare e odiare.
più sottovoce.
In un anno solo, — dal quarantotto al quarantanove, — più di 960 tra
impiccati e fucilati. In questi ultimi tre anni, più di 432. — E «la
verga di ferro», — ricordati, — che valse la condanna a morte ad un
povero maestro, e non era altro che un piccolo bastoncino da passeggio!
— E ricordati le irrisioni feroci!... E le nostre giovani, trascinate
ignude alle nerbate sulle reni in Castello, presenti gli ufficiali,
— come il tuo, di domani, che sghignazzavano! Ricordati! Ricordati!
Oggi bisogna ricordare, ricordare e odiare! Verrà dopo il perdono,
— il perdono e fors'anche l'oblìo, — ma soltanto, quando la patria,
l'avremo.
GIACOMINO.
Domani! Domani! Sono dei tuoi, sono con te! — Domani sarò degno di te!
LAMBERTI.
Degno di me? Io? Non sono niente, non sono nessuno, io! Sai, tu, a chi
dobbiamo, noi tutti, questo fuoco, questa fede, questo fervore, questo
spirito di sacrificio? — A lui, ad un uomo, ad un grande, che abbiamo
intravveduto appena, col quale abbiamo scambiato appena qualche parola,
ma che sentiamo essere vicino a noi, con noi, vigile, austero, forte
come il destino!
GIACOMINO sottovoce.
Mazzini?... Mazzini?...
LAMBERTI.
Votato alla causa degli oppressi, i nemici d'Italia lo odiano, i
potenti lo avversano e lo temono, ma tutti i cuori generosi battono
sul suo, si esaltano alla sua parola ardente, e le donne lo amano, e la
giovane Italia lo idolatra!
GIACOMINO.
Mazzini! Mazzini! È Giuseppe Mazzini!
LAMBERTI.
Egli è cospiratore ed artista: formidabile, inflessibile, gentile e
mite insieme. Adora i fanciulli, i fiori e definisce la musica «il
tramite più puro fra l'uomo e la divinità». — Egli è, per noi la stessa
Provvidenza, nella quale fermamente crede, e noi siamo con lui, per
lui! La sua invocazione, — Dio e Popolo, — è la nostra; e il suo motto
«pensiero ed azione» — è ormai, per noi tutti, il dovere, la gioia, il
perchè della vita...
GIACOMINO.
E il coraggio di saper morire!
LAMBERTI.
A Milano, subito, a Milano! Ho già consegnato a Emilio Dandolo, denaro
e credenziali. Ma sarò anch'io questa notte, a Milano. — E se non
partirai...
Il Lamberti pensa per un istante che
Giacomino possa rimanere ferito, ucciso:
ma poi, subito, si rassicura.
— Non temere! Dio è con noi! — Se il Varzis se la caverà con poco,
torneremo qui. Ci sarà da fare.
GIACOMINO gli afferra la mano,
interrogandolo con gli occhi,
ansiosamente.
LAMBERTI.
Forse. — Aspetto adesso un amico... — Tu, va; adesso va; e non veder la
nonna, nessuno!
GIACOMINO.
No!
LAMBERTI.
Pensa che da una tua parola, da una tua imprudenza, può dipendere la
vita di Dandolo, di cento altri... — che hai?...
scotendolo con ira.
Con chi?... Con chi?
GIACOMINO.
Con Anna. Ho detto tutto ad Anna!
LAMBERTI.
Soltanto con lei?
GIACOMINO.
Soltanto con Anna. Ma adesso la vedrò: certo mi aspetta... per
salutarmi.
verso la finestra.
Eccola!
fa per andarle incontro.
LAMBERTI.
No. Le parlerò io stesso; subito! Adesso la chiamo qui! Tu va. Scendi
per la scala di servizio, passa dietro la casa. All'osteria della
Stella, troverai un calessino già pronto. In meno di un'ora sei a
Milano. Addio!
GIACOMINO lo fissa, mostrando il desiderio
di abbracciarlo: il Lamberti e Giacomino
si gettano fra le braccia l'uno
dell'altro, poi Giacomino fugge via quasi
di corsa.
SCENA VII.
LAMBERTI solo — poi ANNA.
LAMBERTI alla finestra: saluta ancora Giacomino con la mano. Si
ricompone, va sull'uscio di mezzo e chiama:
Anna! Anna!
ANNA si presenta all'uscio.
LAMBERTI.
Vieni qui, un momento.
ANNA entra.
LAMBERTI chiude l'uscio.
SCENA VIII.
LAMBERTI ed ANNA. Il CÉZKY in fine.
LAMBERTI.
Giacomino è partito.
ANNA si volta vivamente e lo fissa.
LAMBERTI.
In questo momento; e mi ha lasciato i suoi saluti per te. È ardito quel
ragazzo; pieno di coraggio. Non temere, Varzis le piglierà!
ANNA.
Ti ha detto?
LAMBERTI sorridendo.
Sapevo già...
ANNA.
Da chi?
LAMBERTI.
Non temere! Hai paura della mia imprudenza?
guardandola e scrollando il capo.
Anna! Anna! Da molto tempo ho imparato a tacere! E anch'io?... Sono
certo, sicuro del tuo silenzio?
ANNA lo fissa sempre: esitante.
... Tu?
LAMBERTI.
Sì. Una parola imprudente potrebbe mandare anche me in Castello...
poi a Mantova. Hai sentito del vecchio Ansperti? Della sua fuga quasi
miracolosa in Isvizzera, a settant'anni? Infermo?
ANNA.
Sì...
LAMBERTI.
Sono stato io.
ANNA.
Tu?
LAMBERTI.
Coi nostri contrabbandieri: cuori di leone e garretti di camoscio!
ridendo.
Per un lungo tratto di cresta l'ho portato io sulle spalle! Che notte!
Le nubi, anche le nubi correvano brontolando! E a lampi, si vedeva
giù il precipizio, a mille piedi! Ci fu uno scontro con i gendarmi. Il
solo, per altro che mi aveva riconosciuto, — il sergente Baraffini, —
l'ho ammazzato!
ANNA.
Tu?... Tu?
LAMBERTI.
Sì, io. Ti fa tanto stupore? Perchè? — Non mi credevi capace di
arrischiare anch'io la vita per la mia patria? Tutti ormai: i nostri
stessi servitori, i contadini... tutti. Ed io solo, no? Oh, Anna, anche
se non mi ami, almeno un po' di stima!
ANNA gli stringe la mano con passione.
LAMBERTI con dolcezza e insieme con molta gravità.
Presto verrà il giorno decisivo. Riusciremo, questa volta! Ma oggi,
al punto in cui siamo, ho acquistato il diritto di parlare. Ho
acquistato il diritto, finalmente di averti con me, unita nel pensiero,
nelle ansie, nelle aspirazioni! Voglio sentirmi riscaldata l'anima,
raddoppiato il coraggio dal calore del tuo affetto! Voglio avere la
certezza nel rischio, che se anche perdo la vita...
ANNA buttandogli le braccia al collo con un grido di spavento.
No!
ripetendo sottovoce e stringendosi a
Vitaliano affettuosamente.
No, no, no!
LAMBERTI.
... Tu, ormai, non avrai più sdegno, non avrai più collera contro
il mio nome, che è il nome di mia madre, ma lo porterai fiera, con
orgoglio!
ANNA fa per rispondere: le lacrime
le stringono la gola. Scoppia in
pianto abbracciando ancora Vitaliano
strettamente e nascondendosi il viso
contro il suo petto.
LAMBERTI.
Per me! le tue lacrime!... Piangi per me!
baciandola sui capelli.
Non temere tu mi porti fortuna! Tutto andrà bene, se mi vuoi bene!...
Bella! Come sei bella! Bella, bella, cara!... Che smania avevo di dirti
bella, di dirti cara... e non osavo, non osavo mai!
ANNA.
Dimmi Anna, tante volte! Anna, Anna, Anna. Mi piace tanto il mio nome
detto da te.
LAMBERTI.
Anna!... Anna!... Pensa Anna, è questo il primo giorno il primo momento
nostro...
ANNA.
Anna... ancora Anna, Anna....
LAMBERTI.
Fra me e te, Anna, c'era come una nebbia fredda, un muro di ghiaccio.
Io non sapevo parlare, tu non mi sapevi capire; ci chiudevamo in noi
stessi e ci allontanavamo l'uno dall'altra. E la causa di ciò? Mia
madre! È così? Rispondi. Mia madre?
ANNA.
Ma...
risoluta.
Adesso no; più!
LAMBERTI.
Questo spirito nuovo che freme nell'aria, che ci accende il sangue
e le idee, che ci ripete echeggiante nell'anima, con ogni alito di
vento, con ogni stormir di fronda, la canzone della patria, è penetrato
pure nel tuo cuore, nel tuo spirito, co' suoi entusiasmi, con la sua
poesia! Io capivo, vedevo tuttociò, a mano a mano che io stesso ne
rimanevo sconvolto, preso, affascinato! Dal mio amore per te venne la
prima luce, la prima fiamma. Tu, senza saperlo, mi hai fatto vincere
avversioni, esitazioni, pregiudizi, ripugnanze! Mi hai rischiarata
dinanzi, come illuminata dal sole, la strada giusta e diritta, la vera!
ANNA.
Anch'io, voglio dirti tutto, anch'io. No! Lasciami parlare qui; —
ho più coraggio qui, — così — Tu dici di avermi amata fin dal primo
giorno?... Io... no. E come avrei potuto, subito, volerti bene? Non è
stato il nostro cuore, non siamo stati noi ad unirci... Sono stati gli
altri. Mi sentivo straniera qui, in casa tua, mi sentivo sola. La mia
vita cominciava appena e mi pareva finita, e sentivo, con un grande
bisogno di piangere, un così vivo, un così grande bisogno di amare! —
Seguivo qualche fantasma che mi destava pietà, simpatia... ma poi, non
trovavo nessuno! — Sono stata tanto cattiva, tanto leggera e vana! —
Perdonami! Poi un giorno, finalmente, ti sei fermato di più con me...
Mi hai guardata fissandomi... I tuoi occhi erano diversi! — Allora...
— Sì, mi faceva dispetto tua madre, perchè essa gettava come un'ombra
sopra di te, ed io volevo vederti circondato dell'approvazione,
dell'ammirazione di tutti! Sì, è vero, sentivo un fremito accendermi
il sangue, le idee, ma quella che mi ripeteva nell'animo ogni alito di
vento, ogni stordir di fronda, era... la canzone dell'amore!
LAMBERTI.
Cara, cara, cara!
ANNA.
Anna! La tua Anna! Dimmi che ti piacciono i miei capelli! Dimmi tu, che
sono bella!...
LAMBERTI.
Bella!... Bella...
ANNA.
Che sono tua!... Tutta tua!
Vitaliano ed Anna restano un istante
abbracciati. — Poi Vitaliano ascolta
verso l'uscio di mezzo. — Ascolta anche
Anna.
ANNA scostandosi.
Forse... tua madre?
LAMBERTI.
Sarà il dottor Fratti! Lo aspetto!
l'uscio si apre.
ANNA trasalisce con un motto di spavento.
CÉZKY si presenta pallidissimo.
LAMBERTI.
Il Fratti?... È arrivato?
CÉZKY con voce alterata.
Il signor Fratti e il signor Strassèr.
LAMBERTI pensando.
Qui no!... Non è prudente...
al Cézky.
Su! In camera vostra!
ANNA sottovoce a Vitaliano.
No! No!
LAMBERTI con grande tenerezza.
Anna, Anna, Anna cara!... Non inquietarti così!... È dei nostri!
ANNA con un grido.
Cézky?!
LAMBERTI rimane colpito; fissa il Cézky, —
poi Anna, — poi ordina al Cézky di andare
avanti e lo segue.
FINE DEL SECONDO ATTO.
ATTO TERZO.
Salotto nell'appartamento della contessa Teresa: da un uscio a
sinistra si entra nella sua camera da letto. — Nella parete
di fondo, a destra, dall'uscio sempre aperto si vedrà una
cappelletta con un ricco altarino e un inginocchiatoio. Un
grande ritratto dell'imperatore Francesco Giuseppe. In faccia
all'uscio della camera da letto, un altro uscio che mette nella
biblioteca.
SCENA PRIMA.
CAROLINA — la voce di Teresa, poi il RIENZ.
CAROLINA entra e va a battere all'uscio
della camera di Teresa.
TERESA di dentro.
Chi è?
CAROLINA.
Sua Eccellenza!
TERESA.
Il Conte Stefano?
CAROLINA.
Sì! Faccia presto!
RIENZ entra in fretta, ancora con il
cappello il pastrano e il frustino.
TERESA sempre di dentro: a Carolina.
Vengo subito! Apri le finestre!
CAROLINA si volta, vede il Rienz e fa per
aiutarlo a levarsi il pastrano.
RIENZ.
Andate, andate dalla contessa.
CAROLINA entra da Teresa.
RIENZ si leva da sè il pastrano, depone il
cappello, tiene in mano il frustino che
agita nervosamente camminando su e giù
per il salotto.
TERESA ancora di dentro.
Che c'è?... Una brutta notizia?
RIENZ.
Forse!
TERESA.
Vitaliano?... Qualche nuova sciocchezza di Vitaliano?
RIENZ.
Vi dirò... Fate presto!
TERESA.
Un momento!... sono pronta!
entra allacciandosi un nastro della veste
da camera.
— Eccomi!
SCENA II.
RIENZ e TERESA — poi di nuovo la CAROLINA.
RIENZ bacia la mano alla contessa.
TERESA.
Mio Dio! Stefano?
RIENZ.
Una lettera anonima! Una denuncia.
TERESA.
Una denuncia contro chi?
RIENZ.
Contro Vitaliano; contro vostro figlio! Lo si accusa di cospirazione;
di essere in rapporti con Mazzini e con quel... Garibaldi, quell'altro
romantico filibustiere!
TERESA.
Datemi questa lettera!
RIENZ.
Non fu mandata a me! Fu mandata...
TERESA con un grido represso.
Alla polizia?
RIENZ.
Tranquillatevi. Fu aperta dal barone Wolf, — un buon austriaco, mio
amico. — Per fortuna! — Se capitava fra le mani dell'altro commissario,
l'italiano, a quest'ora sarebbero qui i gendarmi!
TERESA vivamente, giungendo le palme verso la cappelletta.
Grazie! Grazie! Vi ringrazio!
coprendosi il viso con le mani.
Mio figlio? Il mio sangue? Un conte Lamberti?
RIENZ.
C'è questo di più grave ancora:: la lettera anonima, la denunzia è
partita da questa casa.
TERESA.
Come lo sapete?
RIENZ.
Per un miracolo! Ai furfanti, manca sempre qualche cosa: quando sono
perfetti, diventano... brava gente! A costui, manca il sangue freddo.
Mentre compie la canagliata, gli tremano le mani e gli si oscura la
vista.
TERESA vivamente.
Chi è?
RIENZ.
Cézky.
TERESA.
Quel polacco girovago, pitocco?
RIENZ.
È innamorato di Anna.
TERESA fissando Rienz.
Anna abbassarsi a... Non lo credo...
risoluta.
No!
RIENZ.
Precisamente! Respinto, per vendicarsi!
TERESA con alzata di spalle.
Uno strimpellatore di versi! Un Werther, un Ortis, inconcludente!
RIENZ.
Più concludente degli altri! Invece di ammazzarsi, costui, fa impiccare
il marito!
TERESA impallidendo: con voce rauca.
In qual modo avete scoperto?
RIENZ si avvicina alla scrivania di Teresa e prende un foglio di carta.
Questa è la lettera. — Va bene? — Qui, in prima pagina, la sua brava
denunzia.
volta il foglio.
E in fondo da quest'altra parte, una parola, in lapis, sbiadita, — una
sola parola — «promemoria». — Una nota si vede incominciata e subito
interrotta.
TERESA.
Era il carattere del Cézky?
RIENZ affermando col capo.
Indubbiamente! Non vi ricordate, Teresa? Per quindici giorni, quando ho
avuto ammalato il mio cancelliere? Chi lo ha sostituito? Il Cézky.
TERESA si lascia cadere sopra una sedia.
Ma... e allora?
RIENZ.
Volete un'altra prova?... Schiacciante? Prima di parlare con voi,
volevo parlare col Cézky
con piglio minaccioso.
a quattr'occhi, io e lui... A villa Lamberta non c'è più. — Il letto...
intatto. Fatto il colpo ha preso il largo.
TERESA.
Allora?... E allora?...
RIENZ.
Chiamate vostro figlio.
TERESA esitante.
Qui?... Con voi?
RIENZ con un atto stizzoso.
Puntigli, riguardi, risentimenti... Non è l'ora! — Adesso bisogna
tutto sapere, — la lista dei compagni, dei fratelli prima, — poi, se si
tratta solo di sciocchezza, d'imprudenze, tutto in tacere, per quanto
riguarda la vostra casa. — Ma vostro figlio, — il pazzo! — reso da noi
impotente a nuocere e a nuocersi!
TERESA con gratitudine, stringendogli la mano.
Oh! Stefano!
RIENZ.
Di simili scandali è piena Milano; è pieno il Lombardo-Veneto! Ci
mancherebbe altro che ne scoppiasse uno anche nella casa... che...
frequento io! — È necessario per tutti, per l'autorità stessa
dell'Arciduca, che qui... e a Vienna, non si facciano confusioni
fra il vostro nome e quello dei d'Adda, dei Durini, degli Arese...
Fra la vostra, — la vera, — e tutta questa aristocrazia turbolenta,
irrequieta, imborghesita dalle inframmettenze donnesche e dalle
velleità demagogiche! — Chiamate vostro figlio!
TERESA suona il campanello sopra il
tavolino: pausa.
CAROLINA entra: rimane presso l'uscio.
TERESA.
Mandate Francesco dal signor conte. A mio nome! Venga qui, subito.
CAROLINA via.
RIENZ.
Calma mi raccomando; calma.
TERESA.
È un gran dolore!... La mia devozione il mio affetto all'imperatore! I
miei principî! Tutto l'orgoglio del mio nome...
RIENZ le impone di tacere e le fa segno che
qualcuno si avvicina.
SCENA III.
FRANCESCO e detti.
FRANCESCO sta sulla soglia dell'uscio.
Il signor conte non c'è. Non è a villa Lamberta. È andato a Milano.
RIENZ vivamente.
A Milano?
TERESA.
Quando?
FRANCESCO.
Questa notte, tardi. Saranno state le tre, le quattro. Non potrei dire
l'ora, precisamente perchè il signor conte si è alzato e si è vestito
da solo: non mi ha fatto chiamare.
TERESA con esitazione.
Ed è... anche partito solo? In calessino?
FRANCESCO.
No, no; con Giovanni, in carrozza chiusa. Ha fatto attaccare i due
sauri.
RIENZ interrompendolo.
La contessa Anna...
rivolgendosi a Teresa.
Fate pregare la contessa Anna di venir qui subito.
TERESA a FRANCESCO.
Avete sentito?... Andate.
FRANCESCO s'inchina ed esce.
SCENA IV.
TERESA e RIENZ.
TERESA.
Questa notte?... Saranno state le tre, le quattro?
al Rienz: cercando di tranquillarsi.
E d'altra parte in carrozza... a due cavalli... con Giovanni, il nostro
primo cocchiere?...
RIENZ riprendendo il foglio di carta, che gli è caduto di mano.
E per ciò? A commettere delle... bestialità, non si va soltanto a piedi
o in diligenza.
SCENA V.
ANNA e detti.
ANNA.
Eccomi mamma.
TERESA colpita: al Rienz sottovoce.
Mamma?... È la prima volta!
RIENZ chiude tutti gli usci, — non a chiave
— guardando prima se vi è qualcuno che
possa ascoltare.
ANNA lo osserva attentamente, corrugando
gli occhi.
TERESA.
Siedi, cara, siedi.
RIENZ con squisita, amabile galanteria.
E oggi vogliate essere buona anche con me, contessa Anna. Guardatemi,
— se vi è possibile, — senza diffidenza, e sopratutto senza cattive
prevenzioni. Lo dicevo, adesso, alla contessa Teresa: — è con dolore,
è con vero dolore, che io sono costretto a notare la vostra freddezza.
Certe volte dovrei dire, persino... antipatia.
ANNA, maravigliata, interroga Teresa con
uno sguardo.
TERESA.
Sì, cara. Proprio così.
RIENZ.
Oggi, specialmente oggi, io ho bisogno, invece, di tutta la confidenza,
di tutta la fiducia vostra e del conte Vitaliano.
ANNA trasalisce, ma poi si domina subito, simulando una grande
indifferenza e molta sicurezza.
Mio marito?
TERESA con impeto indicandole il Rienz.
Per lui! Per il nostro interesse! Per il nostro onore!
RIENZ sorridendo, fa cenno a Teresa di contenersi: ad Anna.
Rassicuratevi! Non c'è finora da spaventarsi! La contessa Teresa è
madre: si lascia vincere, forse, troppo presto dalle apprensioni.
ANNA.
Spaventarmi? Di che?
rivolgendosi a Teresa.
Soltanto io non so spiegarmi le tue parole...
al Rienz con più forza.
e tanto meno le vostre!
TERESA.
Anna, Anna, cerca di frenarti! Non è questo il momento di essere fiera,
orgogliosa!
ANNA.
Non lo sono mai stata, — con te, — mamma.
RIENZ resta attentissimo, seguendo con
ansia il dialogo fra Anna e Teresa.
TERESA con irritazione.
E sopratutto, figliola mia, ricordati nella scelta degli amici non
bisogna lasciarsi guidare da antipatie e, peggio, da simpatie strane,
ridicole. Gli amici veri, leali, si conoscono e si trovano vicini a noi
nel momento del bisogno, del pericolo!
ANNA trasalisce, ma è un lampo. Con molta calma:
Nel momento del pericolo? Quale pericolo?
RIENZ fa un cenno di approvazione a Teresa,
incitandola ad andare avanti.
TERESA.
Si tratta di Vitaliano, ti ripeto: di tuo marito!
ANNA.
Vitaliano? Egli non ha nessun pericolo da temere.
TERESA.
Questo intanto, — tu, — come lo sai? Come lo puoi assicurare?
RIENZ approva sempre coi cenni del capo le
domande di Teresa.
ANNA sforzandosi per sorridere.
Come lo so? Forse... non sono sua moglie?
appassionatamente.
Conosco la sua vita, il suo cuore, conosco i suoi pensieri...
TERESA.
Non tutto conosci! Voglio crederlo, almeno non tutto!
lentamente, sempre spinta dalle
approvazioni del Rienz.
Ci sono azioni, intrighi, che un uomo nasconde anche alla propria
moglie, anche alla donna più amata, più adorata...
ANNA.
Ma non a me! Vitaliano non ha segreti per me!
TERESA osservandola con l'occhialino: ironica.
Sì?... Benissimo. Me ne compiaccio assai! Tanto più che non è sempre
stato così. Oh, no! Anzi, è recente — recentissima, crederei, — questa
unione così stetta, delle vostre anime?
ANNA risentita.
Ciò, scusa, mamma, non ti riguarda! — Io ho da dirti questo soltanto
ironica a sua volta.
per tranquillarti. — Tuo figlio Vitaliano non ha proprio nulla da
temere!
RIENZ non veduto da Anna, mostra a Teresa
il foglio di carta che tiene ancora fra
le mani.
TERESA.
Nemmeno... da un qualche suo... nemico?
ANNA.
È buono, non ha nemici.
TERESA.
Da un amico, allora; — da un suo fratello di fede, da un traditore, da
un rivale, da una spia?...
ANNA con un grido di spavento, alzandosi di scatto.
Cézky?! Ha fatto la spia?!