Don Carlo e il libraio Strassèr!

GEROLAMO ROVETTA

ROMANTICISMO

DRAMMA IN 4 ATTI

Sedicesima edizione

MILANO

CASA EDITRICE BALDINI & CASTOLDI

Galleria Vittorio Emanuele, 17

—

1922

PROPRIETÀ RISERVATA

I diritti di riproduzione, di traduzione e di rappresentazione

sono riservati per tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia

e Norvegia

È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma

senza il consenso della Società Italiana degli Autori.

(_Articolo 14 del Testo unico 17 Settembre 1882_).

UNIONE TIPOGRAFICA — MILANO

A TINA DI LORENZO L'AUTORE DI

DORINA DI NORA DI ANNA CON AFFETTUOSA

E RICONOSCENTE AMMIRAZIONE.

LIVORNO, 18 NOVEMBRE 1902.

Patria italiana sul teatro

_A Gerolamo Rovetta._

Per qual ragione credete voi che il vostro nuovo dramma «Romanticismo»

sia così ben accolto sui teatri di città in città d'Italia e dia alla

nostra letteratura il conforto che un lavoro drammatico applaudito

e piaciuto, nel pieno senso della parola, sia questa volta un lavoro

italiano? Voi non pecchereste d'immodestia, rispondendomi che gli è

perchè lo avete fortemente concepito e datagli una forma appropriata,

con sentimento di verità e d'arte. I vostri personaggi son persone vive

che operano e parlano in un ambiente reale: i caratteri sono quali,

nelle rispettive condizioni di vita e d'ufficio, erano i caratteri del

Lombardo-Veneto, triste vocabolo di austriaca memoria, mezzo secolo

fa; gli affetti, quali nei cuori degl'Italiani di codesta nobile

e visceral parte della patria nostra si venivano formando e nella

vita si effondevano, in quel sacro decennio fra il '49 e il '59, che

maturò, fermentante dal 1821, la libertà d'Italia. Il vostro conte

Vitaliano Lamberti aveva nei decennii antecedenti portato il nome di

Federico Confalonieri, di Giovanni Arrivabene, degli Arconati, degli

Arese, dei Trecchi, dei Porro. Quella borghesia eroica che nella

farmacia di Giovanni Ansperti riceveva l'epico giuramento dei fedeli

al verbo mazziniano, e dava, serena e impenitente i suoi confessori

e martiri alle forche di Belfiore, accolse il medico, il libraio, il

prete, il patrizio, che non si chiamavano Ansperti, Fratti, Strassèr,

Morelli, Lamberti, ma Scarsellini, Maggi, Maisner, Montanari,

Finzi, Grioli, Zambelli, Speri, Penna, Ottonelli, Tazzoli. La povera

Giuditta Ansperti, che muore di crepacuore un mese dopo esserle stato

impiccato il marito, fu, in quella stessa Como, e in una farmacia, con

dissomiglianza di vicenda e di fibbra, la forte donna il cui affetto

tenace segue fino alle terribili carceri di Venezia Luigi Dottesio,

e che è sopravvissuta, fino a sei anni fa, quasi nonagenaria, a quel

dramma d'amore e di patria e di sangue. Dalle montagne del confine

elvetico, che Ugo Foscolo inaugurò al rifugio dell'idea italica sotto

l'egida delle libertà repubblicane; fra quelle balze, esercitate dal

contrabbando politico, di mezzo alle quali il vostro conte trafuga

in salvo il vecchio farmacista e si trova a dover ammazzare il tristo

gendarme, che italiano, si fa gioia e vanto delle lacrime e del sangue

degli italiani ribelli al suo imperatore; dalle balze di quelle

montagne erano passati in una tempestosa notte del '22, a lume di

torcie, l'Arrivabene, l'Ugoni, lo Scalvini, scampando allo Spielberg

che ingoiava il Pellico, il Maroncelli, l'Oroboni, il Pallavicino, il

Castillia, il Borsieri. Di quelle dame austriacanti, madri di figliuoli

liberali; di quelle spose che avevano fatta una cosa sola dell'amore

coniugale e della devozione all'Italia; oh quante la storia, la più

inedita, del cuore di donna, quante ne avrebbe potuto consacrare alla

compassione o al disprezzo, ovvero (come già per Teresa Confalonieri)

al culto reverente, di noi che allora eravamo giovanetti! E il vostro

consigliere imperiale, che divide la sua fedeltà tra l'aula della

Cancelleria Cesarea e i recessi d'una di quelle alcove maledette

nel verso del Berchet e del Nicolini, lo abbiamo avuto, mutati nomi

e proporzioni, anche noi nella Toscana lorenese: salvo che qui la

tragedia si assottiglia pianamente nel comico, che il Giusti di tra

le quinte dell'allusione motteggevole ritraeva in iscorcio; nel modo

stesso che la ferocia del gendarme Baraffini ingoffiava in qualche

inocuo pupazzetto militare, tirato pe' fili della sestina scettica del

Guadagnoli. Ma il pallido Ortis del romanticismo di tutta la penisola

si disegnava con chiaroscuri lunari lungo le linee, sulle quali voi

avete tracciata la figura del venturiero Rodolfo. E non piuttosto

di Lombardia che di altra qualsiasi regione d'Italia era il marchese

Giacomino, da voi ritratto con arguzia e festività goldoniane, quando

dalla regione designata per la riscossa rivarcava il Ticino, sotto la

bandiera tricolore, non più fatuo giovanotto quasi inconsapevole de'

suoi stessi sentimenti di naturale amor patrio, ma soldato di Vittorio

Emanuele alle cariche di Palestro e di San Martino.

*

* *

E tutta questa vita vera di quel periodo della nostra storia Voi

l'avete atteggiata con arte sapiente; sì per quel che avete condotto

espressamente sulla scena, sì per quello che fra atto e atto avete

trascorso. La morte della vedova Ansperti, quanto è più pietosa

risaputa dopo! e come drammatico lo scontro dei patriotti coi gendarmi

sul confine svizzero, nella penombra del racconto senza indugiarvisi

sopra! E il suicidio espiativo dell'Ortis denunciatore, che Voi con

audace novità fate raccontare dal marito alla moglie, e può da quella

coppia pura avere generoso compianto; e il duello patriottico tra

Giacomino e il Grosso ufficiale austriaco che ci pare aver conosciuto

nonostante che voi non gli abbiate fatto l'onor della scena; sono

tratti di artista possente, che sa risparmiarsi alle parti culminanti

dell'opera meditata, e in queste poi eccellere luminoso.

Dico nel primo atto tutto intero, che non si dimentica; e (per quanto

dallo avervi ascoltato può essermisi impresso nella memoria) nella

scena, che mi parve bellissima su tutte, nella quale moglie e marito

si rivelano, tardi ma in tempo, a se medesimi, e nella religione della

patria riconsacrano e sublimano l'amor coniugale; e dove a quella

religione il conte mazziniano inizia il marchesino, che d'ora innanzi

avrà coscienza di ciò che sin allora solamente sentiva; e le arti

poliziesche della suocera e del consigliere intorno alla giovane sposa

magnanima; e il castigo che alla vecchia dama si viene, lungo tutto il

dramma, apparecchiando nella diserzione d'ogni più caro e legittimo

affetto, e nel supremo dolore, in cui ella ritrova colle lacrime

materne se stessa, dell'arresto del figliuolo; e nella temperanza con

la quale avete ritratto e lei e l'imperiale amico suo senz'aggravarli

di troppo foschi colori, anzi lasciando che ancor egli, pur rimanendo

inflessibile nell'aulica sua devozione contro l'idea italiana, e contro

il «romanticismo» della rivoluzione impossibile, abbia tuttavia alcuno

di quei tratti generosi a cui nessun cuore umano che non sia de' pochi

affatto snaturati e perversi, rimane chiuso con sigillo inviolabile.

Questi sono pregi nobilissimi del vostro lavoro. Ai quali deve pur

aggiungersi la sincerità della lingua e dello stile che mi parvero

non peccare nè di trascuranza delle proprietà dell'idioma che ci è

testimonio di nazione, nè di quella preziosità che sotto altre penne (e

alcun'altra volta scusate sotto la vostra stessa) aliena dallo schietto

quotidiano linguaggio il conversar delle scene. Grave questione

cotesta, nella quale credo che autori ed attori avrebbero ancor molto

da fare, qui fra noi, per conseguire al teatro nostro la virtù somma,

che dovrebb'essere, in tutti i sensi ed aspetti, la verità.

Della verità storica poi, di fatti e d'ambiente, lumeggiata in modo

squisito dalla valentia dei vostri interpreti e dallo sceneggiamento e

dal costume, così fossero i drammaturghi sempre in sicuro possesso come

siete stato Voi nell'interrogarne un'epoca, della quale i testimoni

viventi rimangono, drappello di seniori, ancora in buon numero! Ahimè

quanto falso medioevo sulle scene moderne! e non di scrittori italiani

solamente; anzi, diciamo piuttosto, quanto falso medioevo italiano

in lavori teatrali, che è sotto tale rispetto «peccato nostro e non

natural cosa» tradurceli e accettarceli con plauso e, in certo modo,

sottoscriverceli noi Italiani, sui teatri d'Italia! Voi avete dato un

esempio, da augurarne imitatori. Ho riletto, dopo la rappresentazione

del vostro «Romanticismo», le scene maestrevoli che la Sand desunse

pel suo «Cadio» dalla storia della Vandea; nè le vostre mi paiono

da meno: oltre poi il vantaggio, di averle Voi commisurate a scenica

rappresentazione: chè il teatro parla a più e di più specie, persone

che non il libro; parla a coloro ai quali non vorremmo non averci a

pentire di aver insegnato a leggere il libro e il giornale; e parla,

il teatro, il linguaggio del cuore, nel quale tutti anche e letterati

e analfabeti, dovremmo saperci intendere e sentirci uniti nel bene. E

si avverta che quanto è più facile lo adire le fonti del vero d'un'età

a noi vicina, tanto più stringente è l'obbligo d'attingervi schietto: e

più grave dunque il carico che Voi vi eravate addossato.

Proseguite animosamente, anche perchè — questo vi dico per ultimo, ma

sopra tutto mi preme che vi sia detto; e per questo principalmente

ho preso fiducia di scrivervi in pubblico — anche perchè voi avete

fatto, signore, un'opera buona. E ciò pure io credo (e rispondo alla

dimanda che Vi proposi in principio) sia legittimo titolo del lieto

successo che avete incontrato. La Poesia civile, la quale, e romantica

e classica, cooperò con tanta efficacia a conquistarci la libertà

nazionale, è richiamata sotto le armi a difenderla: difenderla da

nemici tanto più pericolosi in quanto essi pretessono in nome della

libertà umana, mentre uccidono consapevoli o no, il sentimento della

patria. Io ho pur una volta sentito, come da giovane, echeggiare il

teatro di applausi patriottici: ve ne ringrazio di cuore. La grande

istoria della servitù d'Italia e del suo risorgimento Vi offre,

da tutto il secolo decimonono, altri degni argomenti a trattare o

riproducendo con nomi storici o, molto meglio, dal complesso dei

particolari, com'era avete fatto, idealizzando fedelmente al vero

persone ed avvenimenti. Vi preghiamo — lasciatemi parlare in nome della

generazione con la quale io discendo — Vi preghiamo, Voi che ascendete,

non sia questo il solo lavoro con cui facciate rivivere sulle scene,

a memoria, ad ammonimento, a conforto, la santa immagine della patria

italiana.

_Firenze, Settembre 1902._

ISIDORO DEL LUNGO.

(Dal _Giornale d'Italia_: — Roma — Sabato 4 Ottobre 1902).

PERSONAGGI

Il conte VITALIANO LAMBERTI

Il conte di RIENZ

Il marchese GIACOMINO D'ARFO

RODOLFO CÉZKY

GIOVANNI ANSPERTI, farmacista

CASIMIRO FRATTI, medico

MAURO STRASSÈR, libraio-editore

Don CARLO MORELLI

Il signor FAUSTINO, direttore della Farmacia Ansperti.

BARAFFINI, sergente dei gendarmi

DEMOSTENE, facchino

FRANCESCO, vecchio servo di casa Lamberti

La contessa ANNA LAMBERTI

La contessa TERESA LAMBERTI dei duchi di Landro

GIUDITTA ANSPERTI

CAROLINA, vecchia cameriera della contessa Teresa

Una contadina

Gendarmi.

L'azione succede nel 1854:

Nel 1º atto a Como, nella farmacia Ansperti.

Nel 2º, 3º e 4º atto nella villa Lamberta, presso Milano.

ATTO PRIMO.

La scena rappresenta la retrobottega della farmacia Ansperti. Dai

vetri delle finestre, che hanno le tendine bianche, ma sono

aperte, e dagli usci si vedrà l'interno della farmacia e la

porta che dalla farmacia mette sulla strada. La retrobottega è

arredata come un modesto salottino borghese: un grande braciere

con intorno alcune seggiole: una tavola grande, che serve da

pranzo e da giuoco. — È la fine di novembre. — Sono le sette

pomeridiane. La farmacia è illuminata con una lucerna ad olio:

nella retrobottega una lucerna ad olio sulla tavola ed una

candela di sego sulla credenza. Sulla tavola ad un'estremità,

sul vecchio tappeto, è steso un tovagliolo con l'occorrente del

pranzo per una sola persona.

SCENA PRIMA.

Il signor FAUSTINO e la signora GIUDITTA. Il Signor Faustino, seduto a

tavola, cena. La signora Giuditta, vestita assai modestamente, senza

nessun ornamento, con un fazzoletto nero al collo, curva dinanzi

al grande braciere, fissa la brace immobile, assorta, con la mente

lontano. È pallida: ha l'aspetto sofferente.

FAUSTINO continua a mangiare, poi dopo

essersi pulita la bocca col tovagliolo

cerca la bottiglia del vino con gli

occhi: dopo un momento chiamando

sottovoce:

Signora Giuditta! Signora Giuditta!

GIUDITTA scuotendosi: lo fissa senza

capire.

FAUSTINO sorridendo.

Sono condannato anch'io...

più sottovoce

A morir di sete!

GIUDITTA.

Ah!... Il vino!

si alza: va a prendere la bottiglia sulla

credenza.

Scusi! La mia povera testa se ne va!

FAUSTINO.

Coraggio, signora Giuditta!... Non bisogna crucciarsi e bisogna

distrarsi!

dopo averla osservata: gravemente.

Lei è molto ammalata!

GIUDITTA scoppia in lacrime.

FAUSTINO alzandosi e prendendole una mano.

Coraggio! Coraggio per lei...

sottovoce

e più ancora _per lui_.

GIUDITTA a mano a mano con crescente esaltazione.

Lo sento! Lo sento! Non lo vedrò più! La forca!... La forca! Poveri

e ricchi! Plebei e nobili! La forca... non guarda più in faccia a

nessuno!

FAUSTINO.

Sst!

guarda verso la farmacia: poi, più

sottovoce, spaventato.

Sa che quel rinnegato del sergente Baraffini l'ha presa a perseguitare

e fa sempre la ronda!... — Pensi, invece — per calmarsi — che con tante

perquisizioni non hanno trovato una prova sola contro suo marito! E

suo marito, Tito Ansperti, è forte di corpo e di spirito: saprà negare,

negare, negar sempre, per salvar sè e gli altri.

GIUDITTA.

E il dottor Lazzati? — Gli hanno trovato qualche cosa? — No. — Eppure

lo hanno condannato a quindici anni di ferri! E poi... fra i suoi

compagni...

FAUSTINO con impeto.

Fra i patriotti?... Una spia?

GIUDITTA.

Una spia, no! Ma un animo debole che non resista ai patimenti, alle

minacce, ai tradimenti... — Mi compatisca, signor Faustino!... Perdoni

ad una povera donna che ama, che soffre... e che muore. Sì! Sì! La

morte! Ecco la mia forza e la mia speranza, perchè il mio Tito non me

lo rendono più! Sono tre mesi, più di tre mesi, che quel Baraffini

aveva messi sopra di me i suoi occhi di spia infame! — È venuto a

strapparlo dalle mie braccia! E rideva, ghignava, mentre i gendarmi lo

ammanettavano! Lo hanno condotto a Como, a Milano, a Venezia! Dio, Dio,

a Venezia! Sapete come si chiama la prigione dove lo hanno rinchiuso a

Venezia? — _Lo Stokhaus!_ — La casa delle bastonate.

scoppia di nuovo in lacrime.

FAUSTINO esortandola a calmarsi.

Signora Giuditta! Signora Giuditta! Anche per quel povero vecchio del

signor Ansperti!... Il signor Tito era l'unico figlio!

GIUDITTA.

Il babbo vive per la patria, per la vendetta! Lui... non è che suo

padre! Io sono sua moglie! Lo amo, lo adoro, ne sono innamorata! Sono

giovine ancora! È mio, è mio, il mio Tito e lo voglio!

Suona il campanello dall'uscio che dalla

strada mette in farmacia: Giuditta si

asciuga la lacrime in fretta.

FAUSTINO fa per avviarsi in bottega.

Finisca di cenare. Vado io al banco.

vede in farmacia il conte Lamberti:

sottovoce a Faustino:

È il conte Vitaliano!

Giuditta e Faustino mutano d'aspetto

immediatamente: sorridono e si mostrano

disinvolti.

GIUDITTA rimuovendo la brace con una palettina.

Avanti, avanti, signor conte! Venga a scaldarsi le mani! Soffia una

_brèva_ gelata! Un ventaccio di neve!

FAUSTINO mentre Lamberti entra nella retrobottega.

Servitor suo, signor conte!

SCENA II.

LAMBERTI vestito da cacciatore e DETTI poi la voce di DEMOSTENE.

GIUDITTA.

È stata una buona giornata? Ha fatto buona presa?

LAMBERTI.

No.

FAUSTINO.

M'hanno detto che attorno al Bisbino si levano le starne a nuvoli!

LAMBERTI.

Non sono stato a caccia.

GIUDITTA ha notato l'occhiata e il torbido umore di Lamberti:

sforzandosi con una risata.

Allora grande allegria e festa per la selvaggina!

LAMBERTI fissandola con intenzione.

Appunto: grande allegria! Molta allegria!

FAUSTINO per cavarsela, avviandosi in bottega.

Con permesso...

GIUDITTA.

Si ricordi: lo zucchero e il caffè a casa Bernasconi.

FAUSTINO.

Subito!

chiamando

Demostene!

entra nella farmacia.

DEMOSTENE di dentro con una sua cantilena particolare.

_vèngòòò!_

Mentre dura il dialogo tra la Giuditta e

il Lamberti, si vedrà il signor Faustino

consegnare due pacchi di zucchero e

di caffè a Demostene: poi, dall'uscio

di strada, che si apre sempre con una

scampanellata, entrerà una donna di

servizio con una ricetta: il signor

Faustino, legge la ricetta e prepara la

medicina che consegnerà poi alla donna.

SCENA III.

GIUDITTA e il conte LAMBERTI nella retrobottega.

Nella farmacia — a suo tempo, e seguendo l'azione come è indicata

nella scena II

FAUSTINO, DEMOSTENE e la DONNA DI SERVIZIO.

GIUDITTA.

In questi mesi a Como si _crèpa_ di salute! se non ci fosse un po' di

lavoro in coloniali, con la farmacia non si caverebbero le spese!

LAMBERTI fa un atto di stizza, passeggiando

in su e in giù.

GIUDITTA sforzandosi di sorridere.

Misericordia che nuvoloni! È giovine, è ricco... La signora contessa

è una dea fra le più ammirate dell'Olimpo milanese di tutto il

Lombardo-Veneto! Dovrebbe essere allegro, felice e invece è sempre

tetro e brontolone, come il vecchio Silva dell'_Ernani_!

LAMBERTI fissandola.

Lei, invece signora Giuditta, lei, la moglie di Tito Ansperti... si

mostra troppo di buon umore _con me_.

prorompendo.

Per Dio, non sono una spia!

GIUDITTA, spaventata.

Signor conte!

frattanto nella farmacia si svolge l'azione

tra Faustino e Demostene com'è indicato

nella scena II.

LAMBERTI.

E allora, perchè — tutti qui! diffidate di me? Lei, signora Giuditta,

col suo ridere forzato, mentre è pallida, ancora stravolta dal dolore?

E anche il signor Faustino, il dottore, anche don Carlo, tutti! E più

di tutti il vecchio Ansperti, suo suocero!

GIUDITTA inquieta per sè commossa per il Lamberti.

Quel povero vecchio, dopo che gli hanno arrestato il figliuolo... in

seguito ad una falsa denunzia... a sospetti senza fondamento, non ha

più la testa a posto.

LAMBERTI avvicinandosi: sottovoce.

Giovanni Ansperti il Presidente della Fratellanza Repubblicana Comasca,

ha il cuore sempre forte e la testa sempre a posto!

GIUDITTA lo fissa pallida, esterrefatta.

LAMBERTI.

So tutto; e stasera prenderò parte anch'io al vostro gioco del sette

e mezzo. — Dov'è il signor Ansperti?... Di sopra?... Lo faccia venir

giù. Se io fossi soltanto un imprudente — lei lo sa — Tito Ansperti

a quest'ora sarebbe impiccato. Per chi è trovato in possesso di una

cedola del prestito di Mazzini, c'è la pena di morte — e Tito Ansperti

ne ha vendute cinquecento per cinquanta mila svanziche in un giorno

solo e a Como soltanto! E il contrabbando? E la diffusione dei libri

rivoluzionari?

con un impeto di collera.

Ma si fidi di me! Ha tanta fiducia nel signor Faustino, il direttore

della sua farmacia, che conosce da pochi mesi, e in me no, che mi

ha sempre veduto? Si fida di Demostene — il suo facchino — e non si

fiderebbe di me, che ho avuto per trent'anni il fratello di suo suocero

in casa mia, mio amministratore, mio procuratore? — Ma guardi la mia

faccia. Legga nei miei occhi! Le par possibile che io possa essere un

traditore, ovvero un pusillanime, un vigliacco?

GIUDITTA dopo un momento.

Io credo in lei? ma... e gli altri?...

esitando.

Ella sa perchè, non la sua persona, ma il suo nome è circondato da

tanta...

LAMBERTI.

Antipatia, da tanto odio? Lo so.

GIUDITTA.

Da tanta diffidenza.

LAMBERTI.

Per mia madre! — Mia madre una duchessa di Landro, italiana, ma che

chiamano «la Tirolese» perchè è tirolese il conte di Rienz! — Mia madre

devota a casa d'Austria, mia madre la cugina, l'amica... Sì, l'amica, è

falso, è un'infamia, ma tutti lo credono per gettarmelo in faccia! Mia

madre l'amica di quel Conte di Rienz, del consigliere, dell'ispiratore

mandato da Vienna all'arciduca!

GIUDITTA.

Signor conte! Signor conte!

LAMBERTI.

Ebbene, tutto questo è un grande dolore per me! È la vergogna che pesa

sopra di me! Ma imputarmelo a colpa, no! — Dov'è la giustizia? E la

giustizia dev'essere il sangue giovine e nuovo di un popolo nuovo e

giovine! — È la mia disgrazia, terribile, signora Giuditta! Per mia

madre, anche in casa mia, trovo la freddezza e l'indifferenza!

con un impeto di sincerità.

Io amo mia moglie con tutta la poesia, con tutta la passione, ma non

sono riamato! — L'ho detto anche a Tito Ansperti: la patria prima;

ma poi anche il mio nome da redimere, anche l'amore da inspirare, una

famiglia mia da conquistare!

cambiando.

Ci vogliono prove?

GIUDITTA.

Non per me...

LAMBERTI.

Prove _materiali_, non ne ho, ma riuscirò a convincere lei e gli altri.

— Dovevo essere iniziato alla _Giovine Italia_, presentato ai fratelli

da suo marito. Quando egli fu arrestato, speravo che da un giorno

all'altro fosse prosciolto...

GIUDITTA con un grido.

Sperava?... Oggi non spera più?

LAMBERTI deludendo la domanda di Giuditta.

Oggi ho alcune gravi rivelazioni da fare alla Società. Qualunque

indugio potrebbe essere fatale.

più sottovoce afferrandole la mano.

I fratelli si raccolgono qui anche stasera?

vedendola esitante.

Ancora? — Ebbene lo dirò come ci siamo intesi io e suo marito, e mi

crederà!

GIUDITTA lasciandosi cadere sopra una

seggiola fissa ancora Lamberti che resta

in piedi, davanti a lei.

LAMBERTI.

Anche Tito Ansperti era, come me, un cacciatore appassionato: ci

incontravamo spesso, nei boschi lontani, e si cacciava poi insieme,

soli io e lui, le intere giornate.

GIUDITTA.

So, so; ebbene?

LAMBERTI.

Una mattina prestissimo, ai primi di settembre...

GIUDITTA interrompendolo.

Il giorno stesso in cui sono venuti i gendarmi?

LAMBERTI.

No. Tito Ansperti è stato arrestato il venerdì: noi, invece, ci siamo

incontrati la mattina del mercoledì: sono date che non si dimenticano.

GIUDITTA come un'eco: quasi cupamente.

Alle otto di sera, il cinque settembre: venerdì. Sono date che non si

dimenticano!

LAMBERTI.

Io avevo fissato la posta dietro la villa del Pizzo, alle prime

boscaglie che salgono poi, a dirupo, lungo la montagna. L'alba non

spuntava ancora: io avevo attraversato il grande giardino dell'albergo

«Alla Regina d'Inghilterra», avevo scavalcato il muro di confine fra il

giardino dell'Albergo e quello della villa e mi ero lasciato cader giù,

di colpo, nel recinto della villa stessa, quando vedo passarmi davanti

agli occhi il lucicore di una canna di fucile e sento una mano forte,

di ferro stringermi alla gola.

GIUDITTA.

Tito?

LAMBERTI.

«Che fate qui? — Dove andate?» — borbotta il mio aggressore, in tono di

minaccia e di collera.

GIUDITTA.

Era lui?... Era Tito?...

LAMBERTI.

Ma allora, subito...

Si ode il campanello della farmacia: entra

la donna com'è indicato nella scena

seconda.

GIUDITTA con voce indifferente, avvicinandosi all'uscio a vetri.

Come sta la padrona?

DONNA di dentro.

Stasera è quasi senza febbre!

GIUDITTA.

Buon segno! Speriamo!

rientra: torna a sedersi come prima: con la

stessa intonazione di prima.

Era lui? Era Tito?...

LAMBERTI.

Lo riconosco alla voce! «amici!...» rispondo «Lamberti!» L'altro

rallenta la mano, mi lascia libero, ma il suo viso — la penombra a

mano a mano diradava — rimaneva accigliato, inquieto. — «Non è la

buona strada, signor conte! — Per di là! Per di là!» — E mi respinge

a viva forza verso il muro di cinta, quando ad un tratto si ode nella

boscaglia un frastuono, un precipitare di passi e dal dirupo erto,

scosceso due giovani montanari piombano, d'un salto, in mezzo a noi,

e buttati vari pacchi di libri e di carte ai nostri piedi, continuano

sempre giù, a precipizio, e spariscono nella discesa!

SCENA IV.

Suona il campanello della farmacia: entrano DON CARLO MORELLI

e MAURO STRASSÈR. Si fermano al banco a discorrere col signor

Faustino. — Poi in fine entra in Farmacia il DOTTOR FRATTI.

GIUDITTA dopo aver guardato, rimanendo seduta, chi è entrato in

bottega: a Lamberti in tono rassicurante.

Don Carlo e il libraio Strassèr!

LAMBERTI continuando.

Erano due contrabbandieri! E portavan libri del Guerrazzi, del

Gioberti, la _Francesca da Rimini_ del Pellico! Erano giornali,

l'_Italia del Popolo_, coi proclami di Mazzini, di Saffi, di Kossuth,

stampati a Capolago dalla tipografia Elvetica.

cambiando, ridendo.

Ah! ah! La villa del Pizzo! La villa dell'arciduca Ranieri, vicerè del

Lombardo-Veneto, è un buon posto, sicuro, per un simile contrabbando!

— Tutto ciò io indovino, intuisco a quella rapida scena, il pallore

minaccioso dell'Ansperti, e subito, gettandogli le braccia al collo e

baciandolo, gli grido ma, a voce bassa, con tutto il calore del mio

sangue: «Viva l'Italia!» — Viva l'italia — mi risponde l'Ansperti

abbracciandomi a sua volta, sicuro che io non ero un giuda! — Una

vecchia tana di volpe serve di nascondiglio, fino a sera, ai libri e ai

proclami...

scampanellata forte: è il dottor Fratti che

entra in farmacia.

GIUDITTA sottovoce.

Il dottor Fratti!

LAMBERTI.

E la sera ne abbiamo introdotti a Como, quanti ce ne stavano, sotto gli

abiti, nelle tasche, nel carniere... Poi a Milano.

GIUDITTA con fede e con entusiasmo stringendogli la mano.

Adesso sì!

LAMBERTI interrompendola: allontanando la propria mano.

Adesso o credermi o denunziarmi!

GIUDITTA.

Andiamo su, dal babbo!

si stringono la mano. — Giuditta, chiamando

sull'uscio a vetri.

Venite avanti!

DON CARLO.

Buona sera, signora Giuditta!

GIUDITTA.

Qui fa più caldo! — Demostene!

DEMOSTENE di dentro.

_Vengòòò!_

GIUDITTA.

Porta del carbone!

DOTTOR FRATTI sull'uscio della farmacia.

E il signor Giovanni?

GIUDITTA.

Vado a chiamarlo e torno subito. Anche lei, signor Faustino! Venga a

preparare le carte e le puglie. Resterà Demostene in bottega! Addio

signor Strassèr!

STRASSÈR.

Buona sera!

Giuditta e Lamberti entrano dall'uscio di

fianco, a sinistra, che mette alla scala

e quindi alle stanze superiori.

SCENA V.

DON CARLO MORELLI, il DOTTOR FRATTI e MAURO STRASSÈR entrano

dalla farmacia nella retrobottega: poco dopo da un uscio di

fianco entra DEMOSTENE, in maniche di camicia e con un lungo

grembiule bianco, portando un cesto di carbone.

Tutti depongono i mantelli, i cappelli

sulle seggiole; chi appoggia l'ombrello,

chi il bastone alle seggiole; si levano i

grossi guanti di lana.

Frattanto entra Demostene e vuota mezzo il

cestello del carbone sul braciere, lascia

il cesto per terra accanto al braciere

e passa per l'uscio a vetri, nella

farmacia.

Tutti gli altri si avvicinano al braciere.

FRATTI.

Il freddo, io lo soffro alle mani.

STRASSÈR.

Io, invece ai piedi.

DON CARLO sorridendo bonariamente e crollando leggermente il capo con

un moto che gli è abituale.

Io alle mani, ai piedi e a tutto il resto!

ridono.

FRATTI scherzando.

Siete vecchio, Don Carlo, e i vecchi, si sa, amano il caldo!

DON CARLO.

No, no! Io no! Secondo le stagioni. D'inverno amo stare al caldo, ma

d'estate... al fresco!

ridono.

SCENA VI.

Il signor FAUSTINO e detti; poi la signora GIUDITTA.

FAUSTINO entra, spazzola il tappeto che è

già sul tavolo e prepara le carte e le

pugliette per il giuoco.

DON CARLO aperta la scatola del tabacco, ne

offre allo Strassèr.

È vostro compatriotta: rapè d'Ungheria!

STRASSÈR prendendo il tabacco e annusando.

A me, già, che volete?... L'idea di riprendere il nostro... sett'e

mezzo, ancora qui, proprio qui, dopo l'arresto dell'Ansperti, mi

pare...

DON CARLO crollando il capo e rimescolando la cenere con le molle.

Anche a me. Mi pare, forse un eccesso di astuzia!

FRATTI.

E l'abbandonare improvvisamente la farmacia, non sarebbe stato invece,

un eccesso di... ingenuità? Qui ci tengono d'occhio, ma lo sappiamo e

abbiamo preso le nostre precauzioni!

FAUSTINO.

E poi trovare un altro posto?... Quale?... Dove?

FRATTI.

Qui siamo vecchi amici: siamo sempre venuti e, finchè la polizia ce lo

permette, continueremo a venire.

STRASSÈR voltandosi dà un'occhiata sospettosa all'uscio che mette alle

stanze superiori.

Però, stasera, aspetteremo almeno, a giuocare, che quell'altro...

vuol dire: che il Lamberti se ne sia

andato.

DON CARLO chiamando Faustino.

Pst!... Faustino!

Faustino si avvicina.

Il conte Vitaliano è andato su dal signor Ansperti!

FRATTI.

A che fare?

FAUSTINO.

Non so. È stato qui più di un'ora a discorrer colla signora Giuditta!

Tutti si fissano come interrogandosi a

vicenda.

FRATTI.

Come... figlio di sua madre, non m'ispira molta fiducia!

DON CARLO scrollando il capo e sorridendo con bontà.

Con tutti i suoi milioni è un povero infelice!

FAUSTINO.

Per sua moglie?

DON CARLO.

Credo, molto di più... per sua madre!

STRASSÈR.

Voi andate spesso a villa Lamberta?

DON CARLO.

Sì, dalla contessa giovine.

a Fratti.

Voi pure, dottore?

FRATTI.

Mi fanno chiamare per le persone di servizio. Per i padroni, arriva il

medico da Milano. Peccato! Curerei la vecchia tanto volentieri... con

l'arsenico!

STRASSÈR.

Ma... anche la contessa giovine, pare, non è troppo molto buona con suo

marito?

DON CARLO scrollando il capo, più forte.

Non saprei! — Io so... che è molto buona per i miei poveri!

GIUDITTA entrando.

Pronto, signor Faustino?

FAUSTINO.

Prontissimo!

GIUDITTA con solennità e fermezza.

Vi annunzio, a nome del signor Giovanni, che abbiamo acquistato,

da stasera in poi un nuovo compagno di giuoco: il conte Vitaliano

Lamberti.

Il Fratti, lo Strassèr e Faustino fissano

Giuditta serî, accigliati. Don Carlo,

sorridendo, continua a frugare con la

paletta nel braciere.

GIUDITTA.

Mio marito doveva condurlo qui, in mezzo a noi, il giorno stesso in cui

fu arrestato. Ha offerto le prove più sicure a me, al signor Giovanni.

prorompendo.

È risoluto, pronto a dare tutto il suo danaro e tutto il suo sangue

alla causa italiana!

STRASSÈR esitando.

Nessun dubbio, ma...

FRATTI pronto.

Uno, uno solo. Era vostro marito che doveva presentarlo al comitato?

GIUDITTA.

Sì.

FRATTI.

Sono tre mesi che Tito Ansperti è stato arrestato. Perchè il signor

Conte si è risolto proprio stasera?

GIUDITTA.

Perchè ha una grave rivelazione da fare alla fratellanza,

nell'interesse della causa e nostro. — Vi ripeto: io e mio suocero

siamo pronti ad accoglierlo: voi volete respingerlo? Differire?

FRATTI risoluto.

No.

GIUDITTA rivolgendosi a Strassèr e a Faustino.

E voi?

STRASSÈR e FAUSTINO insieme.

No.

GIUDITTA va all'uscio che mette nelle stanze superiori e chiama:

Signor Giovanni!

rivolgendosi agli altri

Eccolo. Il conte Vitaliano è qui, col babbo!

a Faustino.

Demostene è stato avvertito?

FAUSTINO.

Fa già la guardia. — Sente?

Si sente dalla farmacia il rumore che fa il

mortaio nel quale viene pestato il caffè

con un lungo bastone di ferro.

GIUDITTA va a chiudere l'uscio e le

finestre che danno nella farmacia: dalle

tendine non si distingueranno più le

persone, ma si vedrà sempre la luce.

SCENA VII.

Il conte LAMBERTI. — Il signor GIOVANNI ANSPERTI e detti, poi,

infine, DEMOSTENE.

FRATTI va incontro a Lamberti e fissandolo

gli stende la mano in silenzio.

LAMBERTI stringe la mano al Fratti e allo Strassèr; poi a Don Carlo,

vivamente.

Lei che conosce la mia vita e le mie amarezze, lei non è stupito di

vedermi _qui_? Mi aspettava _qui_, non è vero?

DON CARLO commosso.

E la benedico. E a sua volta, signor conte, non si stupisca lei di

trovar qui, un povero prete. — Qui si soffre e si spera, è dunque il

nostro posto, il più degno!

GIOVANNI stringendo la mano a Don Carlo.

Voi siete la bontà e la giustizia.

LAMBERTI.

Un vero, un degno prete. Invece a Venezia... — Ecco ciò che preme, ciò

di cui dovevo avvertirvi.

TUTTI lo circondano con ansia.

LAMBERTI.

A Venezia, al servizio dell'auditore militare, c'è un prete ben diverso

e che compie un ben diverso ministero.

FRATTI.

L'abate Bianconi?

STRASSÈR.

Un fanatico austriacante?

GIUDITTA.

Bianconi? Un Italiano? Un altro rinnegato?

LAMBERTI.

Costui commettendo un sacrilegio...

si sente Demostene che batte più in fretta

il mortaio.

GIOVANNI subito, correndo a sedersi attorno alla tavola seguito da

tutti gli altri.

Al giuoco!

TUTTI meno Vitaliano e la Giuditta.

Giuochiamo!

GIOVANNI distribuisce una carta a ognuno,

cominciando il giuoco del sette e mezzo.

GIUDITTA sottovoce al Lamberti.

La ronda o qualche figura sospetta. Demostene dà l'avviso pestando più

forte nel mortaio.

FRATTI a Giovanni continuando il giuoco.

Carta; un'altra, un'altra... ancora una carta... Sto.

FAUSTINO.

Sto.

DON CARLO dopo aver guardata la sua carta.

Anch'io; sto.

DEMOSTENE torna a pestare lentamente col

tono cadenzato di prima.

STRASSÈR.

Dieci _kraiser_: carte.

prendendo le carte che gli dà Giovanni

Ansperti.

È stato un falso allarme. Quattro

vedendo l'ultima carta.

e quattro otto!

FAUSTINO sottovoce.

Vado io a vedere.

si alza, esce.

GIUDITTA macchinalmente, seguendo Faustino con lo sguardo.

Carta!

GIOVANNI le dà le carte pure

macchinalmente. Demostene sospende di

picchiare perchè parla con Faustino.

GIUDITTA.

Ancora... — Un'altra... — Sette e mezzo.

FAUSTINO ritornando, mentre tutti si voltano verso di lui.

Due gendarmi. Hanno cacciato il grugno in bottega, poi sono spariti.

tutti circondano ansiosi il Lamberti.

GIOVANNI.

Dunque?

GIUDITTA.

L'abate Bianconi?...

Lamberti.

Sapete che un mese fa, a Milano, all'osteria della «Mezzalingua», è

stato arrestato il cappellaio Rossetti?

GIUDITTA spaventata.

Sì, ma il Rossetti è sicuro!

STRASSÈR.

Sicurissimo!

FRATTI.

Sono pronto io a giurare per lui!

GIOVANNI imponendo silenzio, con forza.

Sst!

FAUSTINO.

Lasciatelo parlare!

GIUDITTA angosciata.

Dio, Dio, mio Dio!

LAMBERTI continuando.

Orbene, quando il Rossetti dalle carceri di Milano fu trasferito a

quelle di Venezia...

GIUDITTA.

Allo Stokhaus?

ANSPERTI.

Con mio figlio!

FRATTI con ira.

Anche voi! Ma lasciatelo parlare!

LAMBERTI continuando.

Fu subito assalito da una febbre fortissima, poi rimase prostrato,

abbattuto, in preda a cupe malinconie, a scrupoli religiosi...

STRASSÈR.

Scrupoli religiosi?

FRATTI.

Il Rossetti?

FAUSTINO.

Un mangia-preti?

DON CARLO.

Ha però una sorella monaca, a Brescia, al Sacro Cuore...

LAMBERTI continuando.

Era turbato da visioni spaventevoli! gli appariva, credeva di vedere il

demonio.

si torna a sentir lento, misurato,

cadenzato, il pestar di Demostene nel

mortaio.

Il commissario di polizia approfittò dell'occasione e gli pose accanto,

in segreta, l'abate Bianconi, mentitore, traditore fin con l'aspetto

venerando!... Costui s'insinuò nell'animo debole del convalescente, lo

sbigottì con le minacce dell'inferno e lo consolò con le promesse del

paradiso, purchè fosse disposto a mettere in pace la propria coscienza,

con una confessione generale.

DON CARLO si nasconde la faccia con le

mani, in atto di orrore.

LAMBERTI continuando.

Fra i peccati il più grave, la diffusione di certi libri proibiti dalla

Chiesa, che turbano la mente dei giovani, che offendono il sentimento

religioso, che diffondono il pervertimento e la corruzione, e il

povero Rossetti, non dubitando che un vecchio ministro di Dio potesse

commettere un sacrilegio...

DON CARLO.

Un tanto sacrilegio!

LAMBERTI continuando.

Confessò di essere stato lui stesso l'intermediario che all'osteria

della «Mezzalingua» e a quella della «Noce» riceveva i libri e gli

stampati introdotti nel Lombardo-Veneto da Tito Ansperti.

GIUDITTA si alza con un grido, poi si

lascia ricadere sulla sedia.

GIOVANNI.

Mio figlio!... Il nome di mio figlio!

DON CARLO.

Un prete!

toccandosi gli abiti con orrore.

Un vecchio prete!

FAUSTINO.

Anche il Rossetti!

STRASSÈR.

Anche il Rossetti!

LAMBERTI.

Sst!.

impone silenzio guardando inquieto nella

farmacia.

GIUDITTA continua a piangere. Per un

istante non si sentono che i suoi

singhiozzi, e il pestare che fa Demostene

nel mortaio.

LAMBERTI dopo un momento.

Si tratta della vostra sicurezza! Della vostra vita! A Venezia...

esitando, guardando Giuditta, poi

decidendosi.

Il Tribunale Militare è già stato radunato!

GIUDITTA alzandosi di colpo.

Condannato! Lo hanno condannato?...

LAMBERTI.

Più tardi lo saprò!

correndo vicino a Giuditta.

Al carcere! non potrà essere che al carcere! Ha sempre negato! Avrà

continuato a negare!

GIUDITTA con impeto, a Faustino.

Gliel'ho detto! Anche stasera! Il mio Tito, no!... Ma un altro! Un

altro che non abbia la sua forza!

Faustino, don Carlo, lo Strassèr,

il Lamberti circondano Giuditta

confortandola, facendola sedere,

stringendole le mani con affetto.

Giovanni Ansperti ed il Fratti restano un

po' in disparte, l'Ansperti appoggiato al

Fratti osserva Giuditta. Il Fratti fissa

il Lamberti mostrandosi incredulo.

FAUSTINO.

Coraggio! Non si perda di coraggio!

DON CARLO.

Io ho tanta fede! Abbia la mia fede!

LAMBERTI come scusandosi.

Io non potevo tacere! Non avrei potuto tacere!

GIOVANNI mormorando.

Povera donna! Povera donna!

STRASSÈR.

Maledetto il traditore!

FAUSTINO.

Il vigliacco!

FRATTI avanzandosi con impeto.

Aspettate a maledire e a giudicare! Io ho visto il Rossetti nel

quarantotto sulle barricate! L'ho visto l'anno scorso nella giornata

del sei febbraio! È ammalato! Può essere ancora il delirio della

febbre! Non si giudicano gli uomini, non si condanna un fratello con la

paura!

Tutti meno Giuditta, il Lamberti e Don

Carlo fanno atto di sdegno.

FAUSTINO.

Paura?...

STRASSÈR.

Chi paura?

GIOVANNI imponendosi.

Nessuno ha paura!

FRATTI al Lamberti.

Lei, intanto, signor conte, dica un po': come ha potuto avere tante

notizie, i tanti particolari?

LAMBERTI risentito.

Ho rivelato all'Associazione quanto poteva esserle utile. Ora basta: io

ho finito.

Prende il cappello e il mantello e fa per

andarsene.

GIUDITTA con un grido trattenendolo.

No!

GIOVANNI con autorità.

Si fermi!

DON CARLO sottovoce al Fratti.

Vorreste costringerlo a fare il nome di sua madre o quello del conte di

Rienz?

LAMBERTI fa di nuovo per andarsene.

GIOVANNI.

Ha chiesto a mio figlio e a me di appartenere alla _Giovine Italia_.

Siamo tutti pronti ad accettare il suo giuramento, ad accoglierlo come

fratello.

FRATTI al Lamberti.

Nelle mie parole non c'era altro che l'impeto, il desiderio di poter

difendere un amico; ma non un'ombra di diffidenza verso di lei!

Francamente, lealmente: mi creda e mi dia la mano. Mi dichiaro io

stesso il suo iniziatore.

GIOVANNI al Lamberti.

E la formula della promessa?

LAMBERTI.

La so, da vostro figlio.

GIUDITTA con voce fioca.

Anche Demostene...

si avvicina all'uscio della farmacia, lo

apre, e chiama Demostene con la mano.

— Demostene entra, fa un passo verso

il gruppo, rimanendo un po' discosto. —

Giuditta resta in piedi, appoggiata alla

credenza, vicino alla finestra.

LAMBERTI lento, solenne, come chi ripete parole imparate a mente.

«... Nel nome di Dio e dell'Italia. Nel nome di tutti i martiri della

santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide straniera

o domestica. Pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m'ha posto,

e ai fratelli che Dio m'ha dati... Per l'amore, innato in ogni uomo,

ai luoghi ove nacque mio padre e dove vivranno i miei figli... Per

l'odio innato in ogni uomo, al male, all'ingiustizia, all'usurpazione,

all'arbitrio... Pel rossore che io sento in faccia ai cittadini

dell'altre nazioni, del non aver nome, nè diritti di cittadino, nè

bandiera di nazione, nè patria... Per fremito dell'anima mia creata

alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all'attività nel bene

e impotente a farlo nel silenzio e nell'isolamento della servitù...

Per la memoria dell'antica potenza... Per la coscienza della presente

abbiezione... Per le lacrime delle madri italiane, pei figli morti

sul palco, nelle prigioni, in esilio, io, Vitaliano Lamberti conte di

Agliate, credente nella forza commessa da Dio all'Italia e convinto che

il popolo è Depositario di questa forza — che nel dirigerla pel popolo

e col popolo, sta il secreto della vittoria... — Dò il mio nome alla

_Giovine Italia_, associazione d'uomini credenti nella stessa fede, e

giuro: di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia

in nazione _una, libera, indipendente_; — Giuro, invocando sulla

mia testa l'ira di Dio, l'abbominio degli uomini e l'infamia dello

spergiuro, se io tradissi in tutto o in parte il mio giuramento.»

FRATTI.

Fratello!

si abbracciano.

LAMBERTI abbraccia Giovanni Ansperti e Don

Carlo.

FAUSTINO fa cenno a Demostene di rientrare

nella farmacia, e sorvegliare la porta di

strada.

LAMBERTI chiamandoli tutti vicini, meno Giuditta che rimane sempre

immobile.

Finora il solo compromesso è Tito Ansperti. Forte, coraggioso, saprà

resistere alle insidie dell'interrogatorio e salvarsi. Ma l'abate

Bianconi è ancora vicino al Rossetti. — Chi ha avuto rapporti con

costui? In caso di pericolo, metto a vostra disposizione uomini fidati

e danaro.

FRATTI.

Il Rossetti non apparteneva al nostro comitato.

GIOVANNI.

Era in quello di Milano.

DON CARLO.

Non lo vedo dall'anno scorso.

STRASSÈR.

Io torno adesso da Londra.

LAMBERTI vivamente.

Garibaldi?

STRASSÈR.

Si!... Si è riconciliato con Mazzini!

FRATTI.

«Fallito il moto del 6 Febbraio» sono parole del Maestro, «l'Italia è

paurosa, svogliata, inerte; bisogna ridestarla all'azione.»

STRASSÈR.

Egli sta preparando un nuovo piano. — Medici incomincierà il moto nella

Lunigiana; seguirà Garibaldi in Sicilia; Kossuth nella Valtellina!

LAMBERTI.

Ora non sarà più come l'anno scorso. Avremo le armi, perchè avremo il

danaro.

GIOVANNI.

Sst! la ronda! Sono le dieci e mezzo, bisogna chiudere.

FAUSTINO a Demostene.

Si chiude!

DEMOSTENE dalla farmacia.

_Prontòòò!_

LAMBERTI al Fratti e a don Carlo.

Domani a casa mia. Voi due!

DEMOSTENE.

I gendarmi!

TUTTI.

I gendarmi?

corrono al tavolo da gioco.

GIUDITTA guardando dalla finestra della farmacia.

Il Baraffini!

spaventata buttandosi fra le braccia di

Giovanni Ansperti, come per proteggerlo.

Per lei babbo! Questa volta è venuto per lei.

GIOVANNI.

Su! Su! Non ti veda tremare quel rinnegato! Mi sento sicuro come mio

figlio.

SCENA VIII.

Il sergente BARAFFINI, i GENDARMI e detti.

I gendarmi restano dietro l'uscio a vetri e

dietro la finestra che dà nella farmacia.

BARAFFINI parla un dialettaccio mezzo veneto.

Bona sera, parona. Bona sera alla compagnia.

GIOVANNI andandogli incontro.

Eccomi! Sono con voi! Presto, andiamo!

BARAFFINI.

In dove?

GIOVANNI.

Non siete qui per me? Per arrestarmi?

BARAFFINI ironico.

Me dispiase contradirla, ma no go ordini in proposito. Sarà per

un'altra volta, no xe vero? Semo qua, invece, per la parona!

tutti: fanno l'atto di difenderla.

GIUDITTA avanzandosi risoluta.

Per me?... Eccomi pronta!

BARAFFINI.

Pian, pian! Troppa pressa de andar drento. Se tratta invece d'una bona

notizia. — La ga domandà la grazia de veder so marìo? No xe vero?

GIUDITTA con un grido: ancora esitante tra speranza e timore.

Sì? Sì?

BARAFFINI.

Ecco qua!

porgendole una lettera.

A ela.

GIUDITTA strappandogli la lettera dalle mani giubilante, tremante,

mentre cerca di spiegarla per leggerla.

La grazia!... Dio! Dio!... La grazia! La grazia!

BARAFFINI.

La grazia de vederlo un'ultima volta.

GIUDITTA si ferma di colpo: alza il capo

fissando di nuovo il Baraffini con gli

occhi sbarrati.

BARAFFINI.

E l'ordinanza impone de no perder tempo in ciacole. Bisogna partir sta

note con nu altri perchè el ga da esser picà, doman l'altro matina, a

Venezia.

GIUDITTA fissa ancora per un istante,

immobile, muta, il Baraffini, poi dà un

grido terribile e cade riversa sostenuta

da Giovanni Ansperti, circondata da

tutti gli altri. Il Fratti le slaccia il

colletto, parla a Faustino, che corre

in farmacia e ritorna subito, con un

bicchierino d'acqua, e una boccettina

d'aceto, per far rinvenire la Giuditta:

tutto ciò mentre continua il dialogo.

GIOVANNI al Baraffini, a mezza voce.

Rinnegato!

Baraffini dà una occhiata ai gendarmi, poi

si avvicina all'Ansperti minaccioso.

Cossa? Vecio inseminio?... Più forte!

ANSPERTI con forza.

Rinnegato!

BARAFFINI fa per slanciarsi ad afferrare

l'Ansperti, seguito dai gendarmi.

LAMBERTI frapponendosi.

È suo padre! È il padre dell'Ansperti vivaddio!

BARAFFINI riconoscendolo meravigliato.

Ela?... Ela qua?...

mettendosi la mano al berretto.

Bona sera, sior conte!

fa per avvicinarsi a Giuditta.

Presto! No gavemo tempo da perder in convulsioni!...

LAMBERTI fermandolo.

Indietro, e abbassate la voce!

BARAFFINI con sfrontatezza e con minaccia.

La diga! Paron belo!... Mi qua fazzo el mio dover!

GIOVANNI con un grido disperato avvicinandosi alla Giuditta, che rimane

immobile sulla sedia.

Giuditta! Giuditta!

LAMBERTI respingendo il Baraffini e indicandogli l'uscio della farmacia.

Fuori! Di là!... Aspettate di là! Lasciate almeno, alle nostre donne,

la libertà di morir di dolore!

Il Baraffini e i gendarmi si fermano

sull'uscio della farmacia: gli altri

circondano la Giuditta. Don Carlo,

in piedi, a mani giunte, mormora una

preghiera sottovoce.

FINE DEL PRIMO ATTO.

ATTO SECONDO.

Alla villa Lamberta, presso Milano. — Ricca e spaziosa sala

terrena: a destra un canapè, poltrone sedie e un tavolino

grande. — A sinistra, una libreria e una scrivania. — In fondo,

nel mezzo, un uscio a due battenti: quando è aperto si vedrà il

giardino. Finestre e usci laterali.

SCENA PRIMA.

La contessa TERESA, il conte di RIENZ, la contessa ANNA, il

CÉZKY e FRANCESCO. La contessa Teresa, in piedi, davanti al

tavolino, leva i fiori da un cesto di vimini e ne riempie due

ricchi vasi. Il conte di Rienz passeggia su e giù, per la sala.

Dimostra un'eleganza ed una disinvoltura giovanile. Francesco,

in piedi, serio, rigido, si tiene un po' discosto aspettando

gli ordini della contessa Teresa. Anna, in piedi sopra uno

sgabello, davanti alla libreria, prende dei libri e ne legge il

frontespizio al Cézky, seduto alla scrivania.

RIENZ fermandosi vicino a Teresa.

Quante cure e quanto amore per i vostri fiori.

TERESA sorridendo.

Non vedono le rughe e non hanno odî politici! Sono i soli amici rimasti

fedeli; che non mi voltano le spalle!

RIENZ sottovoce, con amabile rimprovero.

I soli, Teresa?

TERESA.

Voi siete... molto più di un amico! Quando non c'erano le rughe,

l'amore... e adesso... tutto ciò che rimane di questa mia povera vita!

RIENZ scherzando.

E Giacomino?

TERESA con un sospiro.

Il figlio della mia povera figliuola?

ridendo con viva compiacenza.

Ah! Ah! Giacomino, è la mia vanità! Come nonna, e nonna di un

rompicollo già famoso, posso vantarmi di essere ancora una nonnina

giovine e bella!

a Francesco indicando il vaso di fiori che

ha finito di adornare, ed il posto dove

metterlo.

Lì; sul caminetto!

ANNA leggendo il frontespizio di un libro e dettando al Cézky.

«George Sand. — _François Le Champi_ — Editore Cadot — Parigi.»

CÉZKY scrivendo.

«... Cadot — Parigi.»

TERESA che sta riempiendo un secondo vaso di fiori, al Rienz.

Vi vedrò qualche volta anche quest'inverno?

RIENZ.

Volete proprio rimanere a villa Lamberta?

TERESA.

Ve l'ho detto; sono gli odî politici! A Milano, adesso, mi detestano!

RIENZ.

Commettete la colpa di ricevermi!

TERESA.

Quella Maffei!... Col pretesto dell'arte e della letteratura!... Non

so come si possa tollerare un simile covo di rivoluzionari! E tutti

sottomessi a quel Carlo Tenca! Al figlio di una portinaia!

RIENZ sorridendo con un'alzata di spalle.

Chiacchiere, lasciateli chiacchierare. Quando c'entrano le donne non

c'è mai serio pericolo! e chi altro si è mostrato con voi poco gentile?

TERESA.

Cioè... molto scortese. Tutti! Adesso anche la Marianna Trivulzio,

anche la Carolina Crivelli! L'una ha finto quasi di non vedermi,

l'altra mi ha appena salutata.

RIENZ.

Quando?

TERESA.

Sabato; a Milano. Le ho incontrate faccia a faccia al _coperto dei_

Figini: io salivo, loro scendevano. È di moda, è una montatura!

RIENZ.

Passerà.

ANNA leggendo il frontespizio di un altro libro: vivamente.

«_La capanna dello zio Tom!_...»

buttando il libro sulla scrivania.

Voglio rileggerlo!

CÉZKY legge il frontespizio e scrive.

RIENZ a Teresa.

E... vostro figlio?

TERESA per farlo tacere.

Stefano, per amor del cielo!

odorando il mazzo.

No, no! I figli, non sono i _fiori della vita_!

RIENZ.

Dite la verità: lo credereste capace di... qualche seria buffonata?

TERESA.

Romanticismo: dramma in 4 atti · 第 1 / 5 段