LA SCIENZA NELL’ETÀ CONTEMPORANEA

(I secc. XIX-XX)

34. =Caratteri della scienza nei secc. XIX-XX.= — Le cause del

progresso grandioso della scienza nei secc. XIX-XX si debbono al

perfezionamento e all’applicazione rigorosa del metodo, che i due

secoli precedenti avevano additato alle ricerche scientifiche. Ma

v’ha un altro fatto storico di prim’ordine, un fatto, cui accennammo

in uno dei paragrafi precedenti, allorchè intraprendemmo a discorrere

della scienza nell’età moderna (§ 25), che sollecita d’urgenza questo

progresso: lo sviluppo della grande industria. Questo sviluppo non

è stato mai così imponente, a tratti così mostruoso, come in questi

ultimi due secoli. Or bene, esso ha imposto alla scienza problemi

nuovi, gravissimi, e l’ha sforzata verso la loro soluzione. La grande

industria ha portato altresì l’enorme incremento della popolazione,

nell’uno e nell’altro continente, e questo fatto, a sua volta,

ha imposto agli uomini altri ordini di problemi: come trovare il

necessario alla vita di nuove decine e decine di milioni di persone;

come costruire le nuove gigantesche città; come proteggerle dalle

epidemie. Or bene, a tutto questo, senza l’aiuto di mezzi straordinarii

di conquista della natura, o di difesa dai suoi flagelli, non era

possibile provvedere.

Tuttavia, in genere, non può dirsi che i secc. XIX-XX abbiano fatto

scoperte paragonabili a quelle dei secc. XVI-XVII. Nè c’è stato più

un Galilei o un Newton, nè si sono ritrovate _ex novo_ le leggi della

dinamica o della gravitazione universale. Unica eccezione può fare,

in fisica, il ramo della elettricità. Tutto il resto non è stato

che progresso quantitativo, straordinario però sino al punto, che i

resultati ne sono apparsi originali e nuovi come qualità.

Il carattere più saliente della scienza, in questi ultimi

centoventicinque anni, è quello stesso che si disegnava nei secc.

XVII-XVIII, ma, ora, in proporzioni assai maggiori: la compenetrazione

di ogni disciplina scientifica nell’altra, al che si devono i massimi

progressi di ciascuna. Così lo _spettroscopio_, un puro strumento

fisico, è stato autore di profonde rivelazioni in astronomia; la

fisica, con la macchina elettrica, con la termodinamica, ha rinnovato

la chimica; i metodi e le scoperte dell’una e dell’altra hanno

rivoluzionato i campi della medicina, della zoologia, della botanica;

la matematica domina ovunque.

Frattanto, com’era cominciato ad avvenire sin dal sec. XVIII, i vecchi

confini fra le varie discipline scientifiche sono rotti, e dalle

unioni di parti dell’una con l’altra o di parti diverse di ciascuna,

fra loro, sono nate scienze, aventi ognuna una individualità propria:

_elettro-chimica, elettro-magnetica, zooiatria, anatomia microscopica,

termo-dinamica, fisico-matematica_ ecc. ecc. Certi rami di una sola

scienza hanno assunto tale ampiezza, da costituire da soli delle

vaste scienze: l’analitica, l’aritmetica superiore, in matematica; la

meccanica, la elettrotecnica, l’ottica, in fisica; la chimica organica,

l’elettrolitica in chimica; la fisiologia, la patologia, l’anatomia, la

clinica, in medicina, e così via. In tal modo il fronte della scienza

moderna presenta un’ampiezza senza paragone più imponente che in tutti

i secoli passati.

35. =Matematiche.= — I secoli XIX-XX hanno continuato e approfondito

gli indirizzi matematici dei due secoli precedenti. La _geometria

analitica_ e la _geometria proiettiva_ sono state coltivate da

una folla di scienziati. Questo secondo, anzi, ha mutato nome: la

_geometria proiettiva_ di _Monge_ è divenuta la _geometria sintetica_

o _superiore_, specie per i mutamenti in essa introdotti da _Giacobbe

Steiner_ (1796-1863) e da _C. Giorgio Cristiano Staudt_ (1798-1867),

il quale formulò un sistema di geometria, concepita al di fuori di ogni

idea di numero e di grandezza. Presso i Francesi, il più grande maestro

di geometria superiore del sec. XIX è stato il _Poncelet_ (1788-1867);

fra gli Italiani, _Luigi Cremona_ (1830-1903).

La geometria moderna ha anche affrontato la discussione delle ipotesi

comunemente ammesse dalla nostra geometria elementare — l’antica

geometria euclidea —, e n’è nata così la _geometria non euclidea_.

Il _calcolo infinitesimale_ o, semplicemente, l’_analisi_, è stato

anch’esso approfondito da una pleiade di scienziati, illustri, tra cui

citeremo soltanto l’_Halphen_, la signora _Sofia Kowalwski_, il grande

francese _Enrico Poincaré_ e gli italiani _Fr. Brioschi_ (1824-1897),

il fondatore dell’Istituto tecnico superiore di Milano, e _Ulisse

Dini_, morto da poco. Ma sono sorti anche nuovi importanti rami della

matematica pura: la così detta _teoria dei numeri_ o _aritmetica

superiore_, la _teoria delle forme_ e la _teoria dei gruppi_, le

_funzioni ellittiche_, ecc., che dànno un colorito nuovo alla scienza

matematica dei secc. XIX-XX. Inoltre, come più volte abbiamo accennato,

l’impero della matematica sulla fisica è diventato assai più possente e

intimo che per l’innanzi. Ne sono così nate la meccanica analitica, la

fisico-matematica ecc.

36. =Astronomia.= — L’astronomia dei secc. XIX-XX non ha un solo

grande nome da contrapporre agli astronomi dei due secoli precedenti

e nessuna grande scoperta, che possa competere col copernicanesimo

o col newtonianesimo. Ma vanta una folla di studiosi provetti

(_Delaunay, Adams, Leverrier, Maxwell, Helmholtz_ ecc. ecc., e, fra

gli Italiani, _Secchi, Schiaparelli_, ecc.), i quali, lavorando

nel campo dell’astronomia così detta gravitazionale (matematica)

e dell’astronomia descrittiva o _astrofisica_, hanno stabilito

e dimostrato molti punti, ch’erano rimasti oscuri, e precisato e

completato molte ricerche del passato.

I progressi del primo di questi due rami dell’astronomia si debbono

sopra tutto alla collaborazione della matematica; del secondo, al

perfezionarsi degli strumenti di osservazione, alla fotografia,

e principalmente alla così detta _analisi spettrale_ (_V.^i più

innanzi_), coadiuvata dalle accresciute cognizioni chimiche.

Cerchiamo di elencare alcuni dei principali resultati, dell’una e

dell’altra astronomia, cominciando dall’astronomia gravitazionale:

1º Il sec. XIX iniziò, per deliberazione del _Congresso internazionale

di astronomia_, tenutosi a Parigi nel 1887, la carta stellare del

cielo, il cui studio è stato distribuito tra diciotto Osservatorî, i

quali avrebbero proceduto con metodi e stromenti identici. La carta

dovrà contenere le stelle fino alla 14ª grandezza, e in tutto circa

20 milioni di stelle. In Italia ne sono stati incaricati la _Specola

Vaticana_ e l’_Osservatorio di Catania_.

2º È stato stabilito esattamente l’aumento secolare di velocità

(5"-6") della luna, che anche Halley e Laplace avevano notato e tentato

calcolare. Quale la causa? L’astronomo _Delaunay_ (1865) suppose che

si trattasse di un’apparente accrescimento di velocità della luna, ma

che in realtà fosse la Terra a rallentare il suo cammino per l’_attrito

delle maree_, ossia per le influenze, che le maree dell’Oceano

eserciterebbero sulla rotazione terrestre, per cui il giorno si

allungherebbe di 1/10 di secondo ogni 10 000 anni. Ma non è che

una ipotesi.

3º La stessa azione delle maree allungherebbe la distanza fra il sole

e la Terra, tra la Terra e la luna. Questi due corpi, anzi, si suppone,

sarebbero un tempo stati vicinissimi, e la luna avrebbe ruotato intorno

alla Terra nell’identica durata di tempo in cui la Terra ruotava

intorno al suo asse: i due corpi, anzi, si sarebbero mossi, come se

fossero stati congiunti l’uno all’altro.

4º Nel 1843-46 venivano scoperti, _e non già per osservazione, ma per

calcoli condotti a termine dagli astronomi gravitazionali — Adams e

Leverrier_ — il pianeta Nettuno, la sua posizione e la sua orbita,

che disturbavano i movimenti di Urano. Solo più tardi il pianeta fu

segnalato dall’astronomia descrittiva, e precisamente dall’Osservatorio

di Berlino.

Ed ecco ora le principali conquiste dell’_astronomia descrittiva_:

1º Sono state scoperte parecchie centinaia di piccoli pianeti

(_asteroidi_), specie tra Marte e Giove, alcuni con orbite grandemente

inclinate sull’_eclittica_ ed assai eccentriche, somiglianti, perciò,

più a quelle di comete che di pianeti o stelle fisse.

2º Insieme con gli asteroidi, sono stati scoperti numerosi satelliti

dei varii pianeti, tra cui altri cinque di Giove, oltre i primi quattro

scoperti dal Galilei. Taluni di essi hanno particolarità singolari.

Un satellite di Marte ha una rivoluzione più veloce della rotazione

di quella del suo pianeta, sicchè gli ipotetici abitanti di Marte

dovrebbero vederlo levarsi a occidente e tramontare a oriente. Ma più

strano è il caso del satellite di Nettuno, _che (come quelli di Urano)

ruota intorno al suo pianeta da est a ovest_.

3º Sono stati studiati minutamente, fino ai limiti del possibile,

le superficie dei pianeti e dei satelliti. Noi conosciamo i monti, i

crateri della luna, la loro altitudine, e sappiamo che la luna non ha

acqua e, forse, neanche atmosfera.

È stato studiato Giove, il gigante dei pianeti del nostro sistema

solare, e si è potuto determinare che esso ha una densità pari ad

appena 1/4 di quella della Terra, poco maggiore dell’acqua, e che

perciò si trova in uno stadio che potrebbe dirsi pastoso.

Grazie alle osservazioni dell’astronomo italiano _Giov. Virginio

Schiaparelli_, noi adesso conosciamo bene la superficie di Marte, il

più vicino (a noi) dei grandi pianeti, con le sue macchie, che sono

state talora interpretate per acqua e terra, con le sue grandi linee,

scure e parallele, denominate canali, e inesplicabili. Sappiamo che

gli _anelli_ di Saturno non sono corpi (solidi o liquidi) continui, ma

corpuscoli solidi rotanti intorno al pianeta.

4º Lo studio del sole, della sua composizione è progredito enormemente,

grazie, dicevamo, alla _analisi spettrale_, ossia all’analisi della

sua luce mediante lo _spettroscopio_, con il quale gli astronomi

analizzano lo _spettro_[86] prodotto dai raggi di una sorgente

luminosa. Noi conosciamo con questo mezzo le caratteristiche della

luce emanata da un solido o un liquido o un gas (a piccola o ad alta

pressione), o che attraversa un gas. E abbiamo perciò potuto concludere

che lo _spettro solare_ dimostra che la luce del sole proviene da un

corpo a temperatura, elevatissima incandescente (solido o liquido, o

da un gas ad alta pressione), e che ha attraversati gas più freddi,

esistenti nell’atmosfera solare. Nel sole ci sarebbero ben 30 o 40

metalli: sodio, ferro, idrogeno, carbonio ecc. allo stato di vapore.

La luce irradia specialmente dalle parti esterne, le più fredde, e la

temperatura crescerebbe andando dall’esterno verso l’interno. Anche la

densità del sole sarebbe pari ad appena 1/4 di quella terrestre.

5º Lo studio delle comete, delle altre stelle, delle nebulose — grazie

sempre alla spettroscopia e alla fotografia — è di molto progredito.

*

* *

Una domanda, che si sono posti gli astronomi dei secc. XIX-XX, è

questa, se la ipotesi del Laplace sulla formazione del sistema solare

ne sia riescita confermata o no. Quella teoria ha dovuto affrontare

alcune difficoltà: i satelliti di Urano e Nettuno hanno (dicevamo) un

movimento retrogrado, e gli asteroidi hanno orbite eccentriche e assai

inclinate: il che rompe l’uniformità e la simmetria dei movimenti del

sistema solare, su cui Laplace, aveva fondato la sua ipotesi. Ma tali

eccezioni sono forse spiegabili. D’altra parte, tutte le restanti

osservazioni hanno accresciuto il numero dei corpi, i cui movimenti

recano le caratteristiche segnate dal Laplace; l’esame spettrale ha

mostrato l’uniformità della materia dei corpi componenti il sistema

solare; infine, noi possiamo anche sorprendere nebulose in un processo

di condensazione analogo a quello supposto dal Laplace per la nebulosa,

donde sarebbe uscito l’intero sistema solare. In conclusione può

dirsi che la vecchia ipotesi dell’astronomo francese esca dalle nuove

scoperte più rafforzata che indebolita.

37. =Fisica.= — A differenza dell’astronomia, la fisica dei secc.

XIX-XX vanta scoperte ed applicazioni grandiose. Uno dei più possenti

impulsi ai suoi progressi è stato l’uso costante del calcolo matematico

nei problemi di fisica, che ne ha cambiato in gran parte le basi e

l’indirizzo.

Innanzi a tutte stanno le applicazioni della elettricità, di cui diremo

fra poco. Ma contemporaneamente si è, in questi due secoli, iniziata

l’analisi spettrale; si sono conquistate le regioni dell’aria; si è

concepito il calore come dovuto al moto molecolare, e si è fondata la

termodinamica. Le vecchie teoriche sulla natura della luce sono state

abbandonate e sostituite, come aveva voluto l’Huyguens, con la teoria

ondulatoria della luce, medesima, ossia con la esistenza di vibrazioni

luminose dell’etere. A queste vibrazioni si tende a riferire anche

i fenomeni elettrici e magnetici, sì che la natura degli uni è (si

afferma) identica a quella degli altri. Il sec. XVIII ammetteva ancora

una mezza dozzina di _imponderabili_ (luce, flogisto, calore, suono,

elettricità ecc.); oggi non se ne ammette che uno solo: l’_etere_.

In altra direzione, le scoperte di Enrico Hertz hanno dischiuso la

strada alla telegrafia, alla telefonia senza fili, e l’elettricità,

applicata alla chimica, ha ispirato una nuova concezione della materia,

che sembra finalmente rispondere all’eterna domanda che da venti secoli

— dall’età di Talete e di Democrito —, il pensiero umano, pur lottando

contro se stesso, torna invincibilmente a proporsi: — _Quale l’essenza

della materia?_[87] —

_A_). _Gli studî sull’elettricità._ — L’iniziatore degli studî moderni

sulla elettricità è _Alessandro Volta_ (1745-1827), la cui prima

giovinezza cade in sullo scorcio del sec. XVIII. Allora egli aveva

scoperto l’_elettroforo_ e l’_elettroscopio_. Nel primo anno del nuovo

secolo, egli scoprirà e fabbricherà la _pila_ elettrica, che reca il

suo nome (_pila di Volta_), formata di coppie di dischi di zinco e

rame, ciascuna separata dall’altra da un corpo _conduttore_ bagnato.

Questa pila era capace di emettere scariche elettriche continuatamente,

e non già interrottamente e bruscamente, come faceva la _bottiglia di

Leyda_.

Le immediate scoperte, a cui la pila dette luogo, furono numerose, e

accesero molte, talora utopistiche, speranze. Ma la più notevole per

le sue conseguenze (sebbene casuale) seguì poche settimane dopo che

il Volta ebbe annunziato a un amico d’Inghilterra, e descritto a lui

privatamente, la sua pila, e cioè prima ancora che egli l’avesse fatta

di ragion pubblica. Codesta scoperta consistette nella proprietà della

_pila_ di scomporre l’acqua in ossigeno e idrogeno. Per essa venivano

gettate le basi della elettrochimica, ossia di un nuovo, straordinario

metodo per la ricognizione dei fenomeni chimici, il quale rivoluzionerà

la scienza, che li riguarda.

Nel 1821 il fisico _Davy_, avendo fatto comunicare i due poli della

pila con due bacchette orizzontali di carbone, distanti fra loro

pochi centimetri, scopriva la luce elettrica. Ma un anno prima (1820)

il fisico _Arago_ aveva annunziato, e ripetuto all’_Accademia delle

scienze_ di Parigi, una esperienza del chimico danese _Gian Cristiano

Oersted_[88] (1777-1859), la quale dimostrava, sperimentalmente, ciò

di cui in passato si era talora sospettato: l’esistenza di un rapporto

costante fra il fenomeno elettrico e quello magnetico.[89] Nello stesso

anno _Francesco Arago_ (1786-53) scopriva che il filo di ferro, il

quale trasmette la corrente elettrica, attira la limatura di ferro,

ossia che la corrente elettrica crea intorno a sè un _campo magnetico_.

Sarebbe, dunque, il magnetismo una conseguenza dei fenomeni elettrici?

Il fisico _Andrea Maria Ampère_ (1775-1836) dimostrò questo fatto

con una serie di esperimenti classici. Anzi egli formulò in proposito

un’ipotesi suggestiva, ma intorno alla quale la scienza ancora discute.

Secondo questa ipotesi, le molecole della calamita, come dei vari

corpi magnetizzabili (ad es. il ferro), sarebbero percorse da piccole

correnti circolari _perpendicolari_ all’asse del corpo stesso. Ma

poichè esse correnti si rivolgono in tutte le direzioni, non esercitano

nessuna azione esterna. Invece, sotto l’azione della elettricità quelle

correnti pigliano una direzione comune, cioè il corpo si _magnetizza_.

Questa teoria e tutte le dottrine minori, che vi si connettono,

l’Ampère svolse in una sua _Memoria_ del 1823, nella quale gettava le

fondamenta della elettrodinamica.

In qual modo codesta teorica si applicherebbe a spiegare il magnetismo

terrestre? Come, nel sec. XVI, il Gilbert aveva considerato la Terra

come un grande magnete, così, ora che il magnetismo veniva identificato

con l’elettricità, l’Ampère considerava la Terra come una grande sfera

percorsa da correnti elettriche in direzione da est a ovest. Tale

idea fu cimentata alla prova dell’esperimento su una sfera di legno,

dall’italiano _Leopoldo Nobili_ (1794-1835), e su di essa, egli potè

riprodurre tutte le particolarità dell’azione della Terra sull’ago

magnetico.[90]

Nel 1825 _Guglielmo Sturgeon_ fabbricava il primo elettro-magnete,

avvolgendo un grosso filo di rame sopra una bacchetta di ferro

verniciato a forma di ferro cavallo, il quale, appena la corrente

lo attraversava, diveniva una potente calamita, capace di sostenere

154 libbre. Era così creato il pezzo fondamentale di tutti i futuri

apparecchi, trasmettitori a distanza di segnali (_telegrafi_ e

_telefoni elettro-magnetici_), o che da una data energia elettrica

ne ricavano un’altra, diversa dalla prima (_trasformatori_), o che

trasformano il movimento in energia elettrica (_dinamo_),[91] o

questa in quella (_motori elettrici_)[92] ecc. ecc. Infatti il primo

telegrafo _Morse_ (di _Samuele Morse_, 1791-1872) sarà del 1837;[93]

il primo cavo telegrafico sottomarino (fra Douvres e Calais), lungo 45

km., è del 1851, e nel 1858 venne terminato il primo cavo sottomarino

europeo-americano, intorno a cui, però, occorse, per renderlo sicuro,

lavorare un altro decennio circa.

Anche le prime macchine elettro-magnetiche vennero tentate a

mezzo il sec. XIX, appena fu nota l’enorme forza attrattiva

dell’elettro-calamita. Il primo motore di tal genere fa costruito

nel 1831, e il primo battello, mosso da motori elettro-magnetici,

fa provato nel 1837 a Pietroburgo sulla Neva. Ma si trattava di

un mezzo troppo costoso, e tale l’elettromagnete rimase finchè non

furono noti i fenomeni così detti d’_induzione_. Tali fenomeni vennero

scoperti, in modo definitivo, da _Michele Faraday_ (1791-1867) intorno

al 1831. Secondo i suoi resultati, una corrente elettrica avrebbe

potuto generare, attraverso un magnete, altre correnti con potere

magnetizzante. Ed egli, infatti, riuscì a produrre le _correnti

d’induzione elettro-magnetica_, le cui conseguenze industriali sono

infinite, e hanno rivoluzionato l’industria e reso possibili le

automobili, nonchè gli apparecchi della moderna aviazione.

Alle _correnti d’induzione_ elettro-magnetiche si collega anche il

telefono. Lo inventò per primo un italiano — _Antonio Meucci_ — nel

1849; ma esso fu solo rivelato al mondo dall’Esposizione universale

di _Filadelfia_ del 1876. A questa Esposizione però non figurava

la scoperta del Meucci, ma quella di _Alessandro Bell_, di cui

ancora usiamo l’_apparecchio ricevitore_. Poi il telefono si diffuse

superbamente in America e in Europa.

Nella seconda metà del sec. XIX, si sono studiati intensamente, e con

resultati preziosi, gli effetti della scarica elettrica attraverso il

vuoto. Le prime esperienze, veramente impressionanti, furono quelle di

_Guglielmo Crockes_[94] del 1873. Per esse il grande fisico credette di

ritrovare un _quarto stato_ della materia (oltre il solido, il liquido,

il gasoso), tanto diverso dal gasoso quanto questo lo è da quello

liquido. Venti anni dopo, seguirono gli esperimenti di _Guglielmo

Corrado Röntgen_,[95] che, nel 1895, scopriva i _raggi X_ o _Röntgen_

(dal nome del ritrovatore), pei quali i corpi, che alla luce ordinaria

risultano opachi, divengono trasparenti, onde fu possibile fotografare

(_radiografare_) lo scheletro umano.

Tale la gamma meravigliosa delle scoperte dal sec. XIX nei dominî della

elettricità.

_B_). _Il telegrafo senza fili._ — Il telegrafo elettrico senza fili

ha anch’esso una ben faticosa preistoria; fu tentato più volte nel

corso del sec. XIX: e in Francia e in Inghilterra e altrove. Ma la sua

fortunata istoria comincia dal giorno in cui il fisico _Hertz_ e gli

altri che si posero sulle sue orme (_Lodge_, in Inghilterra, _Righi_

e _Calzecchi-Onesti_, in Italia, inventore, l’uno, dell’_eccitatore_,

l’altro, del _ricevitore, Tesla_ in America, _Enrico Poincaré_ in

Francia) ricercarono i mezzi più opportuni per produrre, raccogliete

e guidare le onde elettriche. Il 2 giugno 1896 un giovane italiano,

appena ventiduenne, discepolo del Righi — _Guglielmo Marconi_ — fece

brevettare un suo sistema di telegrafia senza fili che doveva poi

diventare universale. Questo non conteneva alcun elemento nuovo. Ma

il suo autore aveva saputo felicemente combinare insieme elementi,

che, uno ad uno, gli altri avevano trovati, e farli convergere verso

un successo pratico. Anche prima di Colombo, dirà con fine ironia,

giustamente, un fisico moderno, si conoscevano le uova; solo però il

grande Genovese insegnò il modo di tenerle ritte in piedi...

_C_). _La locomotiva; la conquista dell’aria._ — Non ostante

l’applicazione della macchina a vapore a carrozze automobili fin dal

1829, la locomotiva era più un’aspirazione che una realtà. Nell’ottobre

di quest’anno, _Giorgio Stephenson_ costruiva quel tipo di locomotiva,

che poco dopo doveva figurare nel primo tronco ferroviario inglese

Liverpool-Manchester. Solo allora le ferrovie diventarono uno dei

meccanismi indispensabili della civiltà contemporanea.

Gli aerostati erano stati scoperti in sullo scorcio del sec. XVIII.

Il pallone aerostatico dei _fratelli Mongolfier_ fu provato nel 1783.

Dieci anni più tardi, essi venivano impiegati a scopi militari sul

fronte belga nelle Guerre della Rivoluzione. Questi aerostati sono

stati gli strumenti che fino a ieri maggiormente hanno giovato alla

scienza: un’ascensione del fisico _Gay Lussac_ del settembre 1804 provò

che l’aria a m. 6366 di altezza non contiene idrogeno; che, quindi, il

lampo e il tuono non si possono attribuire alla combinazione di questo

gas coll’ossigeno dell’aria; e provò altresì che la forza magnetica

scema con l’allontanarsi dalla Terra, ecc. Ma questo non significava

ancora la conquista dell’aria.

L’automobile, l’autoscafo, il dirigibile e l’areoplano poterono

trionfare solo quando vennero scoperti i _motori a scoppio_, nei quali

una miscela gasosa (ottenuta mescolando l’aria col vapore di un liquido

combustibile, ad es. la benzina), viene incendiata dalla scintilla di

una piccola macchina a induzione, e con la sua esplosione mette in moto

l’apparecchio.

Questi motori sono i più leggeri possibili, dacchè il loro peso per

_cavallo-motore_ può scendere sino a 4 kg. Fu _Santos Dumont_, nel

1898, a Parigi, a farne l’applicazione al primo dirigibile, che girò

intorno alla torre di Eiffel.

Le prime esperienze con gli areoplani rimontano al 1891, ma il merito

di aver dato sicurezza a questo genere di locomozione aerea spetta agli

americani fratelli _Wright_[96] (1903). Tuttavia il principio, a cui

gli aeroplani obbediscono, è diversissimo da quello dei dirigibili.

Gli aeroplani sono più pesanti dell’aria, tal quale l’aquilone, con

cui si baloccano i fanciulli. Solo in essi la funzione della corda

dell’aquilone è sostituita dall’impulso del motore. Esattamente, un

aquilone potrebbe paragonarsi a un aeroplano tenuto all’àncora, e un

aeroplano, a un uccello immobile su le ali.

_D_). _Termodinamica._ — Tutte le numerose applicazioni della moderna

_termodinamica_ poggiano sul principio che il calore può trasformarsi

in movimento (lavoro), e viceversa; o, più precisamente che fra le

due quantità di calore e di lavoro (reciprocamente create) esiste una

equivalenza perfetta, indipendente dalla natura dei corpi nei quali la

trasformazione avviene (_legge della conservazione della energia_).

Gli studii concreti sulla migliore applicazione di questo principio

si debbono all’inglese _Rumford_, ai tedeschi _Mach, Mayer, Helmholtz,

Clausius_, agl’italiani _Morosi_ e _Paoli_, al francese _Sadi-Carnot_

(1796-1832)[97] e a molti altri. Esso fece possibili le potenti e

mirabili macchine termiche moderne e rese servigi grandi allo studio di

numerosi fenomeni, elettrici e chimici, allo studio dei corpi gasosi,

e, in modo speciale, alle ricerche sul cangiamento di stato fisico dei

corpi.

_E_). _Teorie ottiche._ — Nel sec. XIX, tra il 1815 e il 1825, si

perveniva, finalmente, per merito di _Agostino Fresnel_, a una teorica

esatta circa il problema, difficilissimo, della natura della luce.

Si ripigliava, ma con una sostanziale correzione, la teoria delle

vibrazioni dell’Huyghens del sec. XVII. I raggi luminosi sarebbero,

come l’Huyghens li aveva concepiti, la direzione in cui si propagano le

vibrazioni dei corpi luminosi. Però queste vibrazioni non devono più

imaginarsi longitudinali, ondulatorie, come quelle di uno stagno, in

cui si scagli un sasso, _ma perpendicolari alla direzione nella quale

si propaga l’onda, ossia al raggio luminoso_. Per rendere concretamente

l’idea per via di una grossolana imagine sensibile, il raggio luminoso

e le vibrazioni possono, secondo la teorica del Fresnel, paragonarsi

alle spazzole che servivano un tempo a pulire i tubi di vetro dei

lumi a petrolio, in cui un filo di ferro reggeva delle rigide setole

di crino, irradianti in tutte le direzioni e perpendicolari al filo

che le sorreggeva. L’argomento principe che vale a consolidare questa

_teoria delle vibrazioni_, contro la _teoria_ newtoniana _delle

emissioni_, fu raggiunto solo nel 1850 dal _Foucault_ e dal _Fizeau_.

Secondo la teoria delle emissioni, giusta le leggi che presiedono

alla rifrazione, la velocità della luce dovrebbe crescere passando

da un corpo meno denso a uno più denso (dall’aria nell’acqua); il

rovescio dovrebbe accadere secondo la teoria delle vibrazioni. Or bene,

successive, accurate misurazioni fecero rilevare che la velocità della

luce (298 000 km. circa al secondo nell’aria) si riduce a 3/4

di codesta cifra nell’acqua, mentre deve essere superiore nel vuoto

assoluto.

Così la teoria newtoniana era condannata, e la contemporanea,

dispregiata divinazione dell’Huyghens, vendicata!

Ma dove avviene la vibrazione luminosa, ossia la vibrazione che si fa

luce? Il Fresnel e i fisici, che lo seguirono, notando che la luce,

a differenza del suono, si trasmette anche nel vuoto (come avviene

negli spazi interplenatarii e sotto la campana pneumatica), adottarono

l’opinione che la vibrazione luminosa abbia luogo in un mezzo

imponderabile, sparso nello spazio e in tutti i corpi, che, rievocando

un’antica parola greca, denominarono _etere_; che, anzi, _la luce è

vibrazione dell’etere_.

Il Fresnel stesso credette poter determinare il perchè delle varietà

dei colori nella luce, e riprese la teoria dell’Euler (§ 30 _A_): i

colori non dipendono (come il Newton aveva pensato) dalla grandezza

delle molecole luminose, ma dalla durata delle vibrazioni, ossia dalla

lunghezza dell’onda. Questa lunghezza crescerebbe dal violetto al

rosso.

L’eco delle discussioni, che la teorica del Fresnel aveva suscitate,

non era ancor spenta, quando un altro grande fisico del secolo — _James

Clerk Maxwell_ (1831-79) — formulò una ipotesi assai suggestiva, che

per altro era balenata anche al Faraday. Le onde elettromagnetiche

(egli osservò) sono, come le onde luminose, costituite da vibrazioni

trasversali alla direzione della loro propagazione. Inoltre la velocità

di queste onde è quella stessa della luce. Inoltre, nel 1845, il

Faraday era riuscito a magnetizzare un fascio di luce, ossia a fare

in modo, sotto l’azione di un grande magnete, che le sue vibrazioni

avvenissero secondo un piano differente da quello originario. Sarebbero

dunque le onde luminose niente altro che onde elettromagnetiche?

Sarebbe la luce ment’altro che elettro-magnetismo? Nacque così la

_teoria elettromagnetica della luce_, che è adottata da gran parte

degli scienziati contemporanei.

Ma come col Maxwell, e poi con l’Hertz, la dottrina sulla natura della

luce sembrò identificarsi con quella della natura dell’elettricità

e del magnetismo, così, poco dopo, essa fu estesa all’altro agente

imponderabile, che noi riscontriamo nel mondo dei fenomeni fisici: il

calore. Tutti sono stati ritenuti, egualmente, effetto di vibrazioni

dell’etere, anzi le vibrazioni stesse di questo agente misterioso e

meraviglioso della natura.

_F_). _L’etere._ — Che cosa, dunque, sarebbe l’_etere_? Poichè esso

esiste nel vuoto, dovrebbe essere considerato come imponderabile.

Inoltre esso non dovrebbe avere consistenza, dovrebbe essere

immateriale, perchè non oppone alcuna resistenza sensibile ai

corpi celesti che vi si muovano dentro (non si dà neanche il senso

percettibile di alcun _vento d’etere_). Ma è di una elasticità enorme,

come nessun gas conosciuto, perchè le sue vibrazioni (luminose,

elettromagnetiche ecc.) sono rapidissime; ed è anche condensabile

perchè nei corpi la velocità di propagazione delle sue vibrazioni è

minore che nel vuoto, e in proporzione della loro densità.

Ma non è tutto. Poichè le vibrazioni (luminose, elettromagnetiche ecc.)

dell’etere hanno una direzione perpendicolare all’asse della loro

propagazione, ciò significa che l’etere presenta uno dei caratteri

specifici dei corpi solidi... Nei gas le differenti particelle si

possono spostare, ossia vibrano, senza che si manifesti alcuna reazione

delle une sulle altre; qualche traccia di reazione — _e quindi di

rigidità_ — comincia ad apparire nei liquidi, ma soltanto i solidi

posseggono la rigidità occorrente perchè delle vibrazioni trasversali

possano produrvisi e mantenervisi. Ora le vibrazioni esclusivamente

trasversali, _anzi perpendicolari_, dell’etere fanno supporre in questo

«corpo» una rigidità maggiore che nei solidi, per es., nell’acciaio...

La «materia» per eccellenza imponderabile, sarebbe dunque, al tempo

stesso, per eccellenza solida?... Ma come mai un solido può essere

attraversato da altri solidi, secondo avviene dell’etere, percorso

da pianeti e stelle fisse?... Le sue proprietà, dunque, sarebbero

diversissime da quelle da noi conosciute presso i corpi che sogliamo

raggiungere coi nostri sensi, e pressochè paradossali...

Che più? Nell’etere stesso alcuni fisici credono di poter additare la

ragione della gravitazione universale, rispondendo così a una domanda

dinanzi alla quale lo stesso Newton aveva dovuto arrestarsi: — _Quale

la causa della gravitazione universale?_ —

_G_). _Che cosa è la materia?_ — Anche a questa domanda ha creduto

di poter rispondere, ancora una volta, la scienza del sec. XX, e ha

costruito la _teorica elettrica della materia_, cui ha portato il

contributo, veramente geniale, dei suoi studii, il nostro _Augusto

Righi_. Ma a questa teoria ha contribuito, in misura maggiore, la

scienza chimica, e perciò ce ne occupiamo più innanzi (§ 38 _B_), a

tale proposito.

38. =Chimica:= _A_). _La nuova teoria atomica._ — Il sec. XIX si apre,

in chimica, come dicevamo, con la rinascita della _teoria atomica_. Si

era già avviato su questa strada, sin dal 1815, _Guglielmo Prout_;[98]

ma il suo massimo sistematizzatore è _Giorgio Dalton_ (1768-1844).

Studiando le sostanze gasose, il Dalton pervenne al concetto che ogni

gas è composto di _particelle respingentesi fra loro con una forza che

diminuisce con la distanza dei loro rispettivi centri_. Più tardi,

studiando le proporzioni delle combinazioni chimiche tra le varie

sostanze, notò che queste proporzioni si possono esprimere con numeri

interi o con multipli di essi. Così, ad es., nei due idrocarburi

_metano_ ed _etilene_ uno stesso peso di idrogeno è combinato con

una quantità di carbonio doppia nell’etilene di quella contenuta nel

metano. Lo stesso avviene nei cinque ossidi dell’azoto. Egli notò in

conclusione tre fatti: _a_) che ogni corpo (come aveva stabilito _G.

Luigi Prout_) è invariabilmente composto degli stessi elementi uniti

nelle identiche proporzioni (_legge delle proporzioni definite_);

_b_) che, quando un elemento si unisce con un altro, per dare origine

a nuovi composti, in ciascuno di questi composti, in rapporto a una

quantità costante di uno di essi, le quantità dell’altro variano in

proporzioni multiple (_legge delle proporzioni multiple_);[99] _c_)

che, quando due corpi _A_ e _B_ si combinano separatamente con un terzo

corpo _C_, le quantità, con cui _A_ e _B_ si uniscono con _C_, sono

eguali a quelle in cui si uniscono fra loro _A_ e _B_ o multipli di

esse (_legge delle proporzioni reciproche_). Onde il Dalton concluse

che _la materia deve essere composta di atomi, aventi dimensioni e peso

diversi, per le diverse sostanze, ma identici per ciascuna sostanza e

che la combinazione chimica altro non è che un raccostamento di atomi_.

Tali vedute furono confermate, contemporaneamente e successivamente, da

ricerche collaterali di altri: _Gay Lussac, Ampère, Davy, Berzelius_

ecc. Tuttavia la nuova ipotesi andava incontro a talune difficoltà

pratiche; alcune esperienze nuove sembrarono contradirla. E bisognò

rettificarla. Il tentativo più razionale, diretto a tale scopo, venne

fatto, nel 1813, dall’italiano _Amedeo Avogadro_ (1776-1856). Secondo

la sua teoria (che però si limitava ancora ai gas), volami eguali

di qualsiasi gas — semplice o composto — nelle stesse condizioni di

temperatura e pressione, contengono il medesimo numero di _molecole_

ch’egli chiamava _particelle integrali_, onde i pesi relativi di tali

volumi rappresentano i pesi relativi di dette molecole. Però, nel caso

dei gas semplici, le _particelle integrali_ sarebbero composte di un

certo numero di _atomi della stessa specie_, mentre, nel caso di gas

composti, risulterebbero di _atomi di specie differenti_. Tale ipotesi

introduceva, oltre l’_atomo_, il concetto di _molecola_, e assegnava,

all’uno e all’altro, una funzione diversa nella costituzione della

materia. La _molecola_ sarebbe una associazione di atomi, l’ultima

particella _fisica_ della materia; l’_atomo_ sarebbe quella particella

di materia, che, nelle reazioni _chimiche_, non soggiace, praticamente,

a ulteriore divisione, anche se noi, teoricamente, possiamo concepirla

divisibile.

Ciò non ostante, questa teoria non ebbe l’onore di un riconoscimento

universale se non dopo il Congresso chimico europeo del 1860 a

Carlsruhe. Colà il chimico italiano _Stanislao Cannizzaro_ (1826-1910),

tornando a sviluppare la teoria dell’Avogadro, mostrò quanto facilmente

essa risolvesse molte delle difficoltà in cui si avviluppava la chimica

del tempo, e come la migliore interpretazione della teoria del Dalton

fosse quella appunto offerta dall’Avogadro.

Da allora in poi le formule chimiche, oggi in uso, seguono il metodo

indicato dall’Avogadro: danno, cioè, l’indicazione degli atomi e delle

molecole dei corpi. Così, ad esempio la formula chimica dell’acqua

(H_{2} O) significa che ogni molecola è composta di 2 atomi di idrogeno

e di 1 atomo di ossigeno.

_B_). _Radioattività e sue conseguenze teoriche._ — Negli ultimi anni

del sec. XIX la teoria atomica ha subito un’ulteriore trasformazione,

in seguito alla scoperta del fenomeno della _radioattività_. Non

solo: questa scoperta ha dato un colpo inatteso al concetto della

intrasformabilità dei corpi, affermata solennemente agli albori della

chimica moderna contro l’alchimia medievale, e ha improvvisamente

rivendicato, non la pratica, ma il principio ispiratore di

quest’ultima.

Nel 1896 _Enrico Becquerel_ trovò che i sali d’_uranio_ emettevano

una radiazione invisibile, che però poteva impressionare la lastra

fotografica. Dopo di allora si è trovato che altre sostanze possiedono

tale proprietà ed emettono radiazioni di genere diverso, che si

sogliono indicare con le prime tre lettere dell’alfabeto greco (α, β,

γ: _alfa, beta, gamma_).

Questi elementi radioattivi sarebbero forme di materia, le quali

subiscono trasformazioni, aventi per resultato quello di riprodurre,

a loro volta, nuove forme, dotate di proprietà, chimiche e fisiche,

_diverse da quelle della sostanza madre_. Uno dei corpi, prodotti

dall’uranio è appunto il _radio_, scoperto dalla signora Curie nel

1898: esso, sopra tutti, dotato di potenza radioattiva, e il solo che

si sia ottenuto allo stato di sale puro e di metallo libero.

Il radio, dunque, ci permette di assistere al fenomeno di _un’organica

e naturale trasformazione della materia_. Dal radio, che ha il peso

atomico 226,5, si ottiene, per successive perdite di particelle _alfa_,

il radio _A, B, C, D, E_ e poi il radio _F_, che ha il peso atomico

210,5, e che, emettendo sempre raggi _alfa_, darebbe il corpo avente

il peso atomico 206,5, prossimo cioè a quello del piombo, il cui peso

atomico è 206,9; il che sembra confermato da osservazioni geologiche.

Analogamente, il _torio_ dal peso atomico 232,5 scenderebbe a 208,5 che

è il peso atomico del bismuto.

Siamo, dunque, di fronte a vere trasformazioni della materia, _le quali

si producono in un solo atomo_, o _mediante proiezioni di particelle_

alfa _e con diminuzione del peso atomico, o con emissione di raggi_

beta _senza che il peso atomico varii (almeno sensibilmente) o senza

alcuna emissione, come avviene nei corpi non radioattivi, e che dànno

origine a corpi radioattivi_.

_L’atomo_ (l’_indivisibile_!), _dunque, sarebbe un corpo

divisibile_...., un complesso di corpuscoli minori (quelli che

si dissero gli _elettroni_),[100] un edifizio assai complicato e

delicato, capace di assumere nuove configurazioni e proprietà, capace

di disgregarsi con perdita dei suoi componenti e dare origine a nuovi

corpi di peso atomico inferiore.

Talune osservazioni sui fenomeni della elettricità e della luce nei

corpi hanno altresì indotto a considerare l’atomo come formato da

una parte centrale immobile ed elettrizzata positivamente, intorno

alla quale ruotano dei corpuscoli carichi di elettricità negativa:

gli _elettroni_. La stessa sua porzione centrale sarebbe un nucleo di

_elettroni_, e il tutto potrebbe paragonarsi a un microscopico sole

cinto di pianeti, che ruotano intorno ad esso. La radioattività sarebbe

una proiezione delle particelle interne di questo infinitesimo sistema

solare, quale conseguenza della stabilità imperfetta dell’atomo, che

è costretto a disintegrarsi e a proiettare _elettroni_ fino a che esso

non trovi un sistema stabile, ossia non si trasformi in una sostanza,

che allora non sarà più radioattiva.

Questa, l’ultima forma assunta dalla antichissima teoria atomica

democritèa; questa, l’ultima risposta della scienza alla eterna

domanda: — _Che cosa è la materia?_ —

_C_). _Chimica organica._ — La nuova teoria atomica è forse la scoperta

più impressionante che la chimica contemporanea, potentemente aiutata

dalla fisica, abbia compiuto nell’età più recente. Ma altre più

modeste, sebbene, forse, più solide, possono starvi a fianco. Sin dai

primi decenni del sec. XIX cominciò a diventar popolare la _chimica_

così detta _organica_, ossia la chimica delle sostanze organiche.

La costituzione chimica di molte sostanze organiche era già nota fin

dai secoli precedenti. Ma lo sforzo di tutta la prima metà del sec. XIX

fu di tentar di distinguere quale fosse la differenza qualitativa fra i

prodotti del mondo organico e i prodotti del mondo inorganico.

Dapprima si suppose che gli elementi delle sostanze organiche

differissero, per la natura loro, da quelli delle sostanze inorganiche.

Ma gli esperimenti, compiuti nella prima metà del sec. XIX, smentirono

questa supposizione. Dove dunque la differenza? Un’altra ipotesi

era quella che il sec. XIX ereditava dal sec. XVIII: che, cioè, alla

formazione dei prodotti organici presieda una speciale «forza vitale».

A risolvere il problema aiutò molto la scoperta dell’_isomerismo_

nelle sostanze organiche e inorganiche. Fu scoperto, cioè, che delle

sostanze, formate degli stessi elementi, nelle stesse proporzioni,

hanno proprietà affatto diverse l’una dall’altra. Ad es., la grafite

e il diamante sono chimicamente carbonio, ma hanno proprietà le mille

miglia lontane dal carbonio. Si venne così al concetto che le proprietà

di una sostanza non dipendono dalla loro composizione chimica, _ossia

dalla natura dei loro atomi, ma dalla disposizione di questi atomi

nella molecola_.

Questo concetto fu ribadito dai progressi, cui la chimica man mano

pervenne, nella riproduzione artificiale di molti degli elementi degli

organismi, vegetali e animali. Le più notevoli tra queste sintesi

chimiche riguardano gli _zuccheri_ e le _proteine_, essendo i primi tra

i più caratteristici prodotti della vita delle piante; le seconde, fra

i più importanti prodotti vitali in quanto entrano nella composizione

dei tessuti animali.

Si trovò in conseguenza che i «prodotti organici» sono composti di

elementi chimici inorganici, e, precisamente, di carbonio, idrogeno,

ossigeno, azoto, più fosforo (o zolfo), e che ciò che li rende

«organici» deve essere solo un diverso aggruppamento dei loro atomi. In

questo modo la chimica si poneva in contatto con la vita, e un suo ramo

speciale si dice oggi, appunto, _biochimica_.[101]

Un’altra conclusione è derivata da queste esperienze: che i processi

chimici della vita organica sono sostanzialmente analoghi a quelli

che si praticano nei laboratorii scientifici, anche se talora qui si

ottengono alcuni prodotti organici con metodi diversi (in genere più

energici e più rapidi) di quelli che la natura preferisce seguire.

_D_). _Elettrolisi._ — Con la _elettrolisi_ chimica siamo in presenza

di una delle più mirabili applicazioni della fisica alla chimica. Si

tratta dei fenomeni che avvengono nelle soluzioni di sostanze chimiche

sotto l’azione della corrente elettrica. Intorno ad essa il fisico

_Arrhenius_ formulò la sua teoria della _dissociazione elettrolitica_

o _ionizzazione_ (_ioni_ sarebbero gli atomi carichi di elettricità).

Secondo questa teoria, non sarebbe la corrente elettrica quella che

determinerebbe la scomposizione delle molecole dei corpi nei loro

atomi (gli _ioni_); questi esisterebbero già disciolti, allo stato

libero,[102] innanzi il passaggio della corrente. La quale, invece, si

limiterebbe ad attirarli verso il polo positivo o negativo, ossia, come

si dice, ad orientarli.

_E_). _I nuovi elementi chimici._ — I nuovi procedimenti di analisi

chimica hanno portato alla scoperta di un numero grandissimo di

_sostanze elementari_ (_corpi semplici_, come una volta si diceva),

quali al tempo del Lavoisier non era possibile concepire. Fino al sec.

XIX, noi lo sappiamo, non se ne imaginavano che quattro (_terra, aria,

acqua, fuoco_) o tre (_zolfo, mercurio, sale_). A mezzo il sec. XIX,

erano 62. Essi si contano oggi in numero di circa 80, senza tenere

conto delle sostanze che provengono dalla disintegrazione dell’uranio,

del radio e del torio e delle loro _emanazioni_. La successione di

tali scoperte segna le tappe di una conquista, via via più intima, del

mistero della natura.

39. =Medicina.= — I grandi progressi della medicina, nel sec. XIX,

sono stati determinati dai progressi di tutte le altre discipline

scientifiche, che le hanno fornito i propri strumenti ed i propri

resultati.

La fisica ha fornito alla medicina lo specchio per la esplorazione

della laringe, l’elettricità, per la cura di gran numero di malattie,

specie quelle nervose; la chimica le ha fornito l’anestesia per le

operazioni chirurgiche; la fisica, la chimica e la botanica, insieme, i

mezzi e i resultati delle ricerche sui batterî, le sieroterapie (contro

il vaiolo, il carbonchio, la difterite, l’idrofobia, il tifo) ecc. ecc.

D’altra parte, i progressi della medicina sono stati determinati dalla

introduzione, anche in questa scienza, del metodo sperimentale.

Lo scienziato, a, cui spetta il merito di questa galileiana rivoluzione

è stato _Claudio Bernard_ (1813-78). I suoi criterii in proposito

sono svolti nella sua _Introduzione allo studio della medicina

sperimentale_, ch’è del 1865. Il Bernard vi sostiene i concetti del

_determinismo_, che, cioè, ogni fenomeno è determinato da condizioni

materiali, che ne sono le sue cause prossime, e che, se si riproducono,

fanno riprodurre anche il fenomeno, e vi combatte il vecchio

_vitalismo_, del sec. XVIII, per cui, in luogo di queste condizioni

materiali, sarebbe esistito un certo «principio vitale», che rendeva

superflua ogni altra ricerca.

Per ritrovare queste condizioni, il Bernard raccomanda l’esperimento,

anzi _esperienze comparative_.

Questo non era nuovo; le altre scienze seguivano siffatto metodo

da trecento anni almeno, e i pochi medici, veramente scienziati,

del sec. XVIII non si erano comportati diversamente. Potrebbe

dirsi, anzi, che da tale punto di vista, la nuova scienza del sec.

XIX ne abbia continuato e completato e perfezionato i metodi; ma

questo perfezionamento e completamento hanno dato luogo a resultati

assolutamente imprevisti e grandiosi. La medicina dei secc. XIX-XX ha

mirato a cogliere esattamente il rapporto tra l’_anatomia patologica_ —

le lesioni locali — e i sintomi di queste lesioni: ciò che costituisce

la così detta _clinica_. Ha perciò cercato di stabilire con esattezza

i quadri di ciascuna malattia. E questo è stato un mezzo potente per la

graduale conquista della terapia di ciascuna.

Centro scientifico della medicina, nella prima metà del sec. XIX,

furono la Francia e Parigi. Colà si ebbe _Cruveillier_ per l’anatomia

umana, _Laennec_ per la clinica medica, _Esquirol_ per la psichiatria

(malattie mentali); sopra tutti, il ricordato _Claudio Bernard_, che

non fu solo l’introduttore in medicina del metodo sperimentale, ma

il più grande fisiologo del secolo. Per questa parte, il merito —

grandissimo — del Bernard fu duplice: _a_) collegare strettamente

lo studio dell’organismo umano, allo stato normale (_fisiologia_),

con quello dell’organismo umano, allo stato malato (_patologia_), e

dimostrare quanto il primo ordine di conoscenze giovi al secondo; _b_)

fermare l’attenzione sui fenomeni vitali, ch’egli concepiva analoghi

per i due regni delle piante e degli animali.

Contemporaneamente si sviluppava la scienza tedesca: con sede, prima,

a Vienna; poi dopo il 1870, dopo l’unificazione e l’ascesa, politica ed

economica, della Germania, a Berlino.

A Vienna, tra il 1837 e il 1897, lo _Schleider_ e lo _Schwann_

fondavano la così detta _dottrina cellulare_. Questa dottrina

approfondiva largamente la teoria delle cellule animali, a cui già

era pervenuto il sec. XVIII, dichiarando la cellula punto di partenza

e sede di tutti i fenomeni vitali. Il sommo patologo _Virchow_[103]

estendeva tale dottrina alla patologia, dichiarando le cellule

(e non già il sangue e i nervi), i veri focolari delle malattie.

Probabilmente, questa violenta reazione alla teoria umorale del secolo

scorso oltrepassava la verità: anche l’alterazione del sangue (si

ammette oggi) è causa di malattia, ma essa conteneva la massima parte

di vero.

In conseguenza _Heule_[104] e _Köllicher_ fondavano lo studio dei

tessuti (_istologia_) allo stato, sano e malato, schiudendo così la

fonte di un altro larghissimo contributo alla medicina contemporanea.

L’Italia, nella prima metà del secolo, a motivo delle sue condizioni

politiche, delle agitazioni per l’indipendenza e per l’unità, che

distraevano gli spiriti dalla scienza pura; a motivo dell’oscurantismo

dei governi, che diffidavano della scienza stessa e non vi fornivano,

nelle scuole superiori, alcun aiuto, rimase assai addietro dalle

altre nazioni in tutti i rami della scienza medica. Ma la lotta per la

conquista del sapere, iniziatasi, dopo il 1860, con volontà eroica, di

successo, pur in condizioni materiali difficilissime e con scarsi aiuti

governativi, e l’intimo contatto, in cui la nostra scienza si volle

ora porre con la scienza d’oltr’Alpe, ebbe la virtù di suscitare una

splendida scuola medica italiana.

Ecco taluni degli studii e talune delle scoperte moderne, coi relativi

autori, su questo campo: la scoperta ch’è il midollo rosso delle ossa

a fabbricare il sangue (_Bizzozzero_); gli studii sulle funzioni

del cervelletto, sugli organi a secrezione interna (le così dette

_glandole_); la cura della tubercolosi e del tetano; la scoperta delle

_ptomaine_ (veleni svolti dal cadavere) (_Selmi_); l’interpretazione

della origine e della diffusione della malaria (_Celli, Grassi_); la

scoperta degli agenti infettivi della polmonite e della meningite

cerebro-spinale; il processo del così detto _morbo di Banti_; la

diagnosi del cancro (_Fichera_); la batteriologia, e la sierologia

(_Pasteur_); l’antisepsi; la fasciatura elastica per le emorragie.

Altra caratteristica della medicina, nei secc. XIX-XX, è stata quella

di allargare la sua considerazione dall’individuo alla collettività,

ossia dalla terapeutica della malattia alla cura preventiva

dell’individuo e della collettività. Così sono nate la _medicina_ e la

_igiene sociale_, che hanno di molto ridotto la mortalità ed elevato la

media della vita. Inoltre la medicina è passata a proteggere anche la

vita degli animali.

Da tutto ciò è seguito che oggi la medicina non è più una

scienza, ma è un fascio di scienze: _anatomia, istologia,

fisiologia, patologia, igiene, clinica medica, clinica chirurgica,

psichiatria, neuropatologia, chirurgia, ostetricia, ginecologia,

otorinolaringoiatria, tossicologia, zooiatria, zootecnica, acquicoltura

e pesca_, ecc. ecc.

40. =Zoologia e botanica:= _A_). _La teoria della evoluzione._ — Nel

sec. XIX le vecchie _zoologia e botanica_ puramente _descrittive_,

le quali non facevano che accumulare e collezionare materiale,

cominciarono a declinare nella estimazione scientifica. Si volle

penetrare più a fondo il processo della vita. Già lo sforzo di

classificare, secondo tratti essenziali, le varie specie, animali

e vegetali, e i primi accenni della teoria dell’evoluzione, nel

sec. XVIII, erano appunto mossi da questo impulso. Ma il sec. XIX

adottava completamente il nuovo indirizzo, e ne fu dominato per gran

tempo. Nacquero così la _botanica_ e la _zoologia_, che si dissero

_scientifiche_, e per gran tempo gli scienziati vecchio stile furono

costretti a nascondersi nell’ombra dei loro ricchi gabinetti. Allora

irruppe in piena luce la _teoria della evoluzione_, ossia la dottrina

così detta _trasformistica_ delle specie.

Il _Lamarck_ (_Giovanni Battista Pietro Antonio di Monet, cavaliere di

Lamarck_) (1744-1829), il più illustre e consapevole fondatore della

teoria della evoluzione, intitolò la grande opera, ch’egli dedicava a

questo soggetto, con la denominazione di _Filosofia zoologica_ (1807).

Egli si schiera contro l’opinione corrente, la quale si appoggiava

alla grandissima autorità di Cuvier, circa la fissità e invariabilità

delle specie, e contro la teoria della creazione diretta. Non gli

animali (egli afferma) furono creati per i modi di vita, in cui oggi li

vediamo muoversi, ma i loro modi di vita li han fatti quali li vediamo.

L’ambiente naturale li costringe e certe funzioni, le quali talora

sviluppano organi esistenti, talora ne impongono la nascita _ex-novo_,

tal’altra fanno sparire gli organi che esistevano. La funzione,

dunque, — essa soltanto! — determina l’organo e tutti i caratteri

di ogni animale e di ogni specie. Vero è che le variazioni avvengono

lentissimamente, attraverso molti secoli, ma i caratteri acquisiti si

ereditano, e a lungo andare questa eredità determina l’origine di nuove

specie e la sparizione delle specie intermedie.

Queste teorie il Lamarck ribadì nella _Introduzione_ alla sua più tarda

_Histoire des animaux sans vertèbres_ (1816). Ma caddero, naturalmente,

nella impopolarità universale, furono soffocate dalla condanna

della scienza ufficiale, e il loro autore morì nella povertà e nella

disistima più immeritata.

Tuttavia nei cinquant’anni che scorsero tra la pubblicazione della

_Filosofia_ del Lamarck e l’_Origine delle specie_ di Carlo Darwin,

non sono rari gli accenni di scienziati di ogni ordine verso la

nuova eresia, benchè nessuno voglia essere confuso col grande eretico

francese.

_Carlo Darwin_ (1809-87), nipote di Erasmo (§ 33 _B_), iniziò la

sua gloriosa carriera scientifica, non solo ignorando Lamarck,

ma aborrendone e ammettendo (fino al 1834 almeno) la teoria della

creazione diretta delle specie. Un grande viaggio di esplorazione

scientifica, che egli fece nell’America del Sud, tra il 1831 e il

1836, cominciò a scuotere quella sua opinione convenzionale. Egli fece

colà un mondo di osservazioni, e prese un cumulo enorme di appunti.

Or bene le sue osservazioni e i suoi appunti lo costringevano a

constatare, con l’eloquenza del fatto, le variazioni e la variabilità

delle specie animali e vegetali. Tuttavia, egli non s’affrettò

a lanciare nessuna ipotesi; fece la relazione del suo viaggio, e

continuò a osservare e studiare. Nel 1839 un libro famoso di Malthus

sulla _Popolazione_ gli fece balenare l’idea che le variazioni delle

specie, ossia la scomparsa di alcune e la persistenza di altre,

dipendessero da una lotta per l’esistenza, attraverso cui le specie

meglio adatte alla vita, meglio capaci di adattamento, trionfano e

sopravvivono, mentre le altre scompaiono. Questa legge egli chiamò

della _selezione_ (scelta) naturale, e svolse nel suo libro famoso

su _L’Origine delle specie_ (1859). Ogni individuo, come ogni specie,

ha caratteri suoi differenziali, dipendenti dal caso, ossia da cause

impossibili a determinare. Gli individui e le specie lottano tra

di loro per conquistarsi il cibo, l’aria, l’abitazione. Quelli che

hanno i caratteri più adatti per tal fine (o che sanno acquistarli),

sopravvivono, mantengono quei caratteri, li perfezionano, dànno luogo a

nuove specie. Gli altri sono destinati a sparire.

Il Darwin, in tal modo, escludeva dal novero delle cause delle

variazioni delle specie ogni fattore, che non fosse quello della

selezione per l’esistenza o, anche, della conquista della femmina

(_selezione sessuale_). Ciascuna di queste sue affermazioni era

corredata (ecco il tratto caratteristico e il merito indimenticabile

del Darwin!) da una mole enorme e decisiva di fatti. Però, più tardi,

egli dovette convenire che i nuovi caratteri delle specie derivavano

anche dall’azione dell’ambiente e dall’uso (o dal disuso) degli organi,

il quale ultimo determina, negli animali e nelle piante, conseguenze

ereditarie. In tal modo egli si riaccostava visibilmente a Lamarck.

Questi concetti il Darwin usò nella spiegazione delle origini delle

specie superiori — l’uomo compreso —, e nella sua _Origine dell’uomo_

(1881) escluse l’idea di una creazione, diretta e materiale, dell’uomo,

nel senso letterale, biblico. Ciò non era nuovo. Anche S. Agostino e S.

Tommaso d’Aquino avevano elevato il trono e la dignità di Dio creatore

(§ 11 _E_). Ma il Darwin sostituì al concetto di creazione quello di

derivazione della specie umana da specie inferiori, oggi disparse. Fu

questo l’assunto che gli procurò le lotte più accanite perchè esso

veniva a distruggere l’antropocentrismo della tradizione religiosa,

come, parecchi secoli innanzi, Copernico e Newton ne avevano distrutto

il geocentrismo.

Ciò non pertanto, oggi, sia pure con maggior giustizia verso Lamarck,

la teoria, o l’ipotesi, dell’evoluzionismo domina la botanica e la

zoologia. E alle antichissime, eterne domande, che primi i filosofi

ionici si erano poste — _«Donde nacque la vita?»; «Quale l’origine

dell’uomo?»_ — la scienza moderna crede (o s’illude?) di aver dato una

risposta soddisfacente.

_B_). _Problemi minori_. — Il problema principe della origine delle

specie ha, nei secc. XIX-XX, fatto passare in sott’ordine gli altri

progressi botanici e zoologici.

Non ostante la repugnanza, con cui, verso la metà del secolo, la

botanica e la zoologia descrittive erano considerate, deve dirsi che

la conoscenza materiale del mondo delle piante e degli animali si è,

d’allora ad oggi, accresciuta per varie ragioni: _a_) i viaggi di

esplorazione, con iscopi scientifici, alle regioni polari, in alta

montagna, sotto il livello del mare, in regioni impervie o inospitali

(Africa del centro, Australasia, Oceania); _b_) la creazione di

numerose società scientifiche con _Bollettini_ ed _Atti_, i quali

permettono ai naturalisti di pubblicare subito le vicendevoli ricerche,

e subito prenderne conoscenza; _c_) i numerosissimi Musei di scienze

naturali, ordinati con metodo; _d_) gli allevamenti scientifici, che

permettono, a piante e ad animali esotici, di vivere a lungo e di

riprodursi; _e_) la rappresentazione di piante e animali fatta con

mezzi perfetti (fotografia, incisione, litografia, cromolitografia).

Per questa più approfondita conoscenza, si sono alle antiche aggiunte

nuove classificazioni di animali e di piante. Pur troppo, si tratta

di tentativi che non possono mai dirsi definitivi. Se a classificare i

gruppi superiori noi possiamo far intervenire l’indole delle funzioni

più vitali, che per essi ben conosciamo, non così avviene per i gruppi

inferiori, meno conosciuti e più difficilmente conoscibili. Per questi

bisogna starsi paghi in gran parte dei caratteri esteriori, formali

(_morfologici_); e ogni nuova scoperta sposta continuamente i caratteri

differenziali.

Come per ogni altra scienza, anche per la botanica e la zoologia,

il concorso delle altre discipline scientifiche (fisica, chimica,

geologia) è valso ad approfondirne la conoscenza. La quale è ormai così

sconfinata, da aver dato luogo a numerose e vaste discipline speciali:

_embriogenia_ (che studia lo sviluppo degli organi dell’ovulo);

_embriologia_ (che studia il piccolo animale che l’uovo racchiude);

_fisiologia_ (studio del funzionamento degli organi, animali e

vegetali, allo stato normale); _ontogenia_, la quale trae dalla

embriogenia le conseguenze opportune circa l’origine prima dell’animale

e le trasformazioni che ha potute subire dalle epoche antichissime;

_biologia_, la quale studia i rapporti degli animali, tra loro, con le

piante, e le leggi della loro vita;[105] _paleontologia zoologica_ e

_botanica_, che studia gli animali e le piante esistenti nei periodi

preistorici o antichissimi; _istologia_ (che studia i tessuti) vegetale

e animale ecc. ecc.

In questo modo, e con tutti questi mezzi, la scienza moderna affronta

la conquista del mistero della natura, con cui essa si batte da almeno

tre millennî.

Storia delle scienze ad uso dei licei scientifici · 第 16 / 18 题