Tempi passati! Ora di fronte a quelle vecchie memorie sorgev

IL PROCESSO DI VERRE

UN CAPITOLO DI STORIA ROMANA

DI

ETTORE CICCOTTI

MILANO

ÈDITO A CURA DELL’AUTORE

1895

PROPRIETÀ LETTERARIA

Prato, tip. Giachetti, Figlio e C.

I.

LVXVRIA INCVBVIT VICTVMQVE VLCISCITVR ORBEM

[Le conquiste oltremarine di Roma.]

Quando Aristagora di Mileto si recò a Sparta, per ottenere ch’essa

prendesse a sostenere la causa degli Ioni contro i barbari, buon

parlatore e facondo, com’era, cercò sopra tutto lusingare gli Spartani,

col mettere ad essi sottocchio le smisurate ricchezze dell’Asia,

che loro senza molta pena sarebbero venute in mano, e gli avrebbero

condotti al punto di contendere di ricchezza con Zeus; essi che per

poca terra guerreggiavan con Messeni ed Arcadi ed Argivi. Quali cupide

voglie e quali speranze destasse quel lieto miraggio nella folla degli

ascoltatori, Erodoto non dice; ma l’impressione dovette ben essere

intensa, se Cleomene volle rimandata la risposta a tre giorni. E il

terzo giorno venuto, con ispartana brevità, altro Cleomene non domandò

fuori di questo: quanta distanza separasse gli Ioni dal re; a che con

inganno Aristagora rispose: un cammino di tre mesi. La qual cosa udita,

Cleomene più non volle ascoltare, ed interrompendo gridò: O straniero

di Mileto, sgombra da Sparta prima che cada il sole; poichè non dici

cose buone per i Lacedemoni tu che vuoi condurli per una via, che si

dilunga di tre mesi dal mare[1].

Forse Cleomene, dando la sua fiera risposta al tiranno di Mileto, non

pensava in quel punto che a’ disagi, a’ pericoli, alle incertezze di

una spedizione tanto lontana; ma per un buono Spartano maggiori anche

de’ pericoli dell’impresa di guerra, se anche più remoti, doveano

apparire quelli che avrebbero minacciata l’indole e la consistenza

delle instituzioni spartane.

Agli Stati, che hanno il vanto d’instituzioni guerriere, meno è

da temere la guerra e più le conseguenze della vittoria. Alcune

instituzioni severe od una rigorosa semplicità di costumi non possono

serbarsi che in un ambiente, ove niente vi sia che desti sentimenti

di bisogni nuovi ed alletti nuove cupidigie con la stessa facilità

di appagarle. E se improvvisamente gente avvezza ad una primitiva

austerità e semplicità di vita si trovi a un tratto sobbalzata tra

gente e costumi d’indole più progredita e pel progresso stesso fatta

più raffinata e corrotta, il mutamento è d’ordinario fatale. Un popolo

sperimentato in imprese guerresche, una gente guerriera, a causa della

vita stessa che è costretta a menare, non può, per la difficoltà di

soddisfarli, alimentare nuovi bisogni; ma l’amore dell’ornamento,

il pregio della ricchezza serpono in esso segretamente, se anche non

pienamente sviluppati, perchè male adatti alla semplice vita agricola

ed alla vita del campo; poco utili se non nelle manifestazioni più

rudimentali e semplici, e, come soddisfazione dell’amor proprio e della

vanità, messi in seconda linea dalla manifestazione più alta del valor

personale. Ma per poco che il cerchio magico, ond’esso è cinto, sia

rotto, e l’ambiente, in cui questo popolo è costretto ad aggirarsi,

si muti, ne nasce un effetto impensato, eppur consentaneo alla natura

delle cose e di quegli uomini. L’ardore indomito che irruppe tante

volte nel tumulto delle battaglie, si muta in una smania irrefrenata

di godimento; la prepotenza guerriera, lo spirito di distruzione, quasi

che, mutando di campo, tendano ad esercitarsi non più sugli uomini, ma

sulle cose, si convertono in una prodigalità quasi pazza, in un fasto

insolente; e la stessa emulazione del valore diviene un’emulazione di

lusso e di opulenza.

Un oracolo aveva detto come null’altro che la φιλοχρηματία[2] avrebbe

potuto perdere Sparta, e questa fu tra le cause che la dissolsero; nè

alcuna cosa l’alimentò più delle imprese lontane, de’ suoi rapporti

con le popolazioni dell’Asia minore; e fu proprio sotto Lisandro che,

con la fama delle riportate vittorie, v’irruppero più che mai la pompa

asiatica e gli usi orientali. E quello ch’era accaduto di Sparta,

accadde in più larga misura — nè forse è la sola analogia tra i due

paesi[3] — di Roma dal soggiogamento d’Italia e più anche dalla seconda

guerra punica in poi.

Quando Polibio[4] iniziava le sue storie, accostandosi pieno di

reverenza e di maraviglia, come ad un santuario, a questo spettacolo

del mondo intero, com’egli diceva, che in cinquanta e tre anni, non

anco compiuti, era caduto tutto sotto la sola signoria romana, avea

già un’intuizione, fors’anche men che vaga, della fine remota di

quell’immensa fortuna[5]. Altre volte, prima di Roma, era stato sognato

e messo ad effetto l’impero del mondo, ma, anche più che nel disegno,

nell’adempimento quell’impero non fu mai così vasto, come riescì a Roma

formarlo; ed era stata l’opera di un braccio valoroso o di un uomo di

genio, ch’era durata quanto la vita che avea animato quel braccio e

quella mente, o poco più. Era invece questa la prima volta che non un

uomo, ma una città, uno Stato libero, menava a buon fine quell’impresa,

che veniva così sin dall’origine acquistando una forza ed una

consistenza di cosa non legata ad una breve e precaria vita umana. Il

mondo più antico, in un ambito così vasto, non aveva conosciuto se non

le signorie personali, nel cui centro vivente trovavano la loro unità

tutte le parti dell’imperio. La Grecia avea aggiunto la nozione dello

Stato, più astratta e complessa nella sua forma impersonale; ma, sì

nella speculazione de’ filosofi che nella storia, lo Stato libero non

avea sorpassato i limiti di una città, ed ogni più grande compagine

riposava sopra legami troppo lenti e materiali. Fu Roma che, preludendo

in certa guisa e formando un anello di passaggio tra l’antico ed il

nuovo, compose in forma più ordinata, più intima ed organicamente fusa

una più grande compagine. Ed a questo giunse per gradi. Come l’aquila,

appresso fatta sua insegna, che tenta da prima incerta i primi voli,

indi da quelle prove fatta sicura ed incitata, spiega le ali fin dove

ala d’emulo non può raggiungerla, nè può seguirla occhio umano; così

Roma nelle sue conquiste. La storia è l’opera di tanti e sì diversi

elementi, ed è il risultamento di così molteplici cause, in parte poste

fuori di ogni previsione, e di un’azione reciproca così varia, che non

vi è mente, come si voglia vasta, alla quale sia lecito prevedere in

forma distinta e particolareggiata quale sia per essere nell’avvenire,

a grande distanza di tempo, la condizione e l’ordinamento di tutto un

diverso stato sociale e l’effetto ultimo degli stessi atti compiuti

sotto i propri occhi giorno per giorno. E tanti di quelli, che davano

a volta a volta la spinta alla nuova politica romana dovettero in

ultimo essere essi stessi sorpresi degli effetti di un movimento, che

per quanto non rivelasse completamente la sua natura se non a qualche

distanza di tempo, pure si chiarì quale nè essi avrebbero voluto che

fosse, nè avrebbero mai osato neppure immaginare; tanto in tutte le

sue parti fu vario e grandioso. Quando per la prima volta un esercito

romano varcò i confini dell’Italia peninsulare, non già la conquista

del mondo[6], ma neppure quella della Sicilia, era tra i disegni del

popolo e della classe dirigente romana; ma gli eventi, che traggono

spesso fino i timidi ed i riluttanti, spingendo anche gl’interessi di

classe, condussero all’una cosa ed all’altra. E poichè fatti di tanto

momento non potevano seguire senz’esercitare un’azione notevolissima

sullo stesso Stato conquistatore, accentuarono le trasformazioni già

iniziate e determinarono il più radicale mutamento in tutta la vita

pubblica e privata, politica ed economica di Roma.

[La nuova vita romana.]

L’ambiente, in cui lo Stato di Roma era sin qui stato costretto

a muoversi, il suo campo di azione sia fisico che morale, i suoi

fini, il suo indirizzo, le sue tendenze, le sue condizioni di vita;

infine, come oggi si direbbe, i mezzi onde sin allora avea combattuta,

entro e fuori del suo dominio, la lotta per l’esistenza, mutarono in

tratto relativamente breve di tempo ed in guisa che ne seguì la più

profonda rivoluzione. Una rivoluzione che trasformò radicalmente, con

la fisonomia stessa della società e dell’urbe, l’economia pubblica

e privata e gli ordini dello Stato, e fecondò e schiuse i germi di

tutto il restante sviluppo dell’impero romano; così che, maggiore

forse di quelle che mutarono in maniera più appariscente la forma

dello Stato, contenendo in sè virtualmente tutto l’avvenire, chiuse

il ciclo dell’antica e costituì come la palingenesi della nuova Roma.

Ben potevano appresso e scrittori e poeti rimpiangere la _Romana

paupertas_[7], o l’antica _semplicità_ di costumi[8]; l’ala del tempo

ed il turbine degli eventi l’avean portate via per sempre, assai più

che incendi e commovimenti terrestri non avessero fatto dell’antica

città.

Per cinque secoli circa dalla sua fondazione Roma era sempre ascesa

per la via della potenza e della vittoria: avea consolidati i suoi

ordinamenti, sviluppate le sue forze ed affermata la supremazia del suo

nome e delle sue insegne nella penisola. Ma l’incremento che n’ebbe,

fu lento e sicuro, i suoi passi misurati e giusti e, per quanto si

spingesse innanzi, si trovava pur sempre in paese, la cui civiltà,

le cui usanze ed il cui costume non le potevano essere stranieri. Il

suo era il progresso naturale di un organismo forte che cresce e si

espande, assorbendo gli elementi vitali dell’ambiente che lo circonda,

commisurando lo sforzo all’energia, l’assimilazione al bisogno: un

progresso insomma _calmo e forte_, come appunto un grande poeta si

piacque di chiamare e figurarsi il progresso. Essa, prima combattendo

con i popoli vicini una naturale lotta per l’esistenza, poi cercando

appagamento a’ suoi bisogni interni ed impiego alle sue energie, avea

progredito verso l’egemonia d’Italia, di cui, se la potenza politica

ne faceva la signora, la comunione di stirpe e di civiltà e la sua

posizione topografica ne doveano fare la capitale. E nelle lunghe

lotte, che avean preluso al grandioso destino, Roma avea fatto come la

prova delle sue instituzioni civili e militari, e l’ambiente, in cui

d’ordinario avea dovuto trovarsi e la maniera e l’indole delle lotte

durate, erano stati tali che ne’ suoi ordinamenti essa avea dovuto

piuttosto riformare e correggere che trasformare; nè la sua indole e

la sua vita cittadina, per quanto modificate, aveano potuto esserne

mutate radicalmente. Le guerre sostenute co’ suoi avversarii d’Italia

se, quando aveano avuto una durata assai lunga, aveano scosso, non

aveano mai potuto sconvolgere le condizioni interne e l’economia di

Roma come quelle che sopravvennero di poi. Gente agricola l’una e

l’altra parte, in ugual modo doveano assoggettarsi a certi bisogni e

risentirne i danni, e la loro condotta bisognava pure che s’informasse

agli uni e agli altri. E i frutti della vittoria si riducevano a

prede, quand’anche abbondanti, non opulente; sopratutto ad acquisti di

terre, che distribuite alla classe povera romana, sedavano nelle città

il fomite di tumulti, e lontano formavano come de’ posti avanzati a

guardia, a tutela ed incremento del nome e della potenza di Roma. La

guerra, malgrado il nuovo ordinamento tattico, non esigendo ancora

quelle speciali attitudini e quella genialità che, trasportata in più

largo campo, chiese di poi, non contribuiva ancora a creare poteri

personali ed era condotta dai consoli in carica, successivamente;

sicchè, compiuta, era la vittoria non di questo o di quel generale,

ma del popolo romano. Tutto invece mutò con l’allargarsi dell’imperio

di Roma; e la guerra con Taranto e Pirro fu come dire l’anello di

passaggio tra l’uno e l’altro periodo. La seconda guerra punica

specialmente, che pose in tanto pericolo le sorti di Roma, rese

necessario il discostarsi straordinariamente e tumultuariamente[9]

dalle regole fin’allora serbate nel conferimento e nell’esercizio

delle cariche supreme e de’ comandi militari. Gli avvenimenti che

indi seguirono, guerre lunghe, ostinate, combattute in lontane regioni

resero tali eccezioni sempre più frequenti, ed il potere personale de’

capi, illimitato insieme e soggetto a scarso controllo per lo stato

di guerra e per la distanza, schiudeva l’adito a quelle preponderanze

ed egemonie, che in Roma stessa posero termine, prima di fatto e poi

anche di nome, alla libertà repubblicana. E co’ poteri prorogati,

durava ancora prorogata la milizia de’ soldati, malcontenti dapprima

e reclamanti, come in Ispagna, a gran voce il ritorno, poi placati

e lusingati anche dalla speranza delle prede e talvolta anche della

nuova vita contenti, congiunti al generale da’ vincoli saldi, che

creano la vita del campo ed i comuni pericoli; nè d’altro desiderosi

che di levarlo sugli scudi, anche sopra la legge e sopra la patria, per

partire con lui il frutto delle vittorie cittadine, come avean fatto

già delle oltremarine. E intanto l’agricoltura in Italia languiva:

i campi già orgoglio e sostentamento de’ liberi cittadini, fatti

prima deserti cadevano a poco a poco nella voragine de’ latifondi;

nè altra mèsse portavano, se non coltivata da schiavi, nè per altri

l’alimentavano che per opulenti signori, anelanti a profonderne il

prezzo in breve ora nel lusso della capitale e delle magnifiche ville.

Poichè era tutto che si snaturava; l’antica vita pubblica, l’antica

economia e, con esse e con l’antica morale, la vecchia parsimonia

romana. Bene l’Epimenide romano, sotto cui Varrone[10] in una delle

sue satire nascose forse sè stesso, ben avea ragione di volgersi

intorno in tuono di rampogna al trovare intorno a sè tutto mutato.

Ma Varrone stesso, il quale scrivea quando già quelle tendenze avean

tanto progredito, vedeva a quanto poco approdasse la rampogna che al

suo Epimenide altro guiderdone non concedeva se non quello di essere,

per far onore al nuovo costume e ad un vecchio proverbio, gittato dal

ponte.

[La rivoluzione economica.]

Roma era sorta e si era sviluppata, come un paese essenzialmente

agricolo, e la sua economia era stata delle più semplici. Le prime

monete d’argento coniate in Roma rimontano all’anno 485 o 486 (268

av. C.) secondo che si sta alla fede di Plinio o degli annalisti[11].

La questione concernente il didracmo di Servio Tullio ha un valore

più numismatico che economico. Monete d’argento, sopratutto de’ paesi

vicini, dovettero già da lunga pezza innanzi per rapporti commerciali

penetrare in Roma; ma si può ritenere che a Roma, come nel Lazio,

nel Piceno e nell’Italia settentrionale, era la moneta di rame,

che avea corso legale e costituiva la base de’ calcoli. «Una linea

che andava dall’imboccatura del Liri al Monte Gargano separava il

dominio dell’aes grave da quella ove si fabbricavano le belle monete

d’argento di Cuma, di Napoli e delle repubbliche della Magna Grecia.

Quando Roma ebbe sorpassato questa linea, la moneta d’argento cominciò

sempre più a penetrare in Roma prima da Capua, che ne fabbricò anche

per conto di Roma; poi dal Sannio nel suo trionfo Papirio Cursore

ne fe’ portare una notevole quantità (Liv. X, 46) e, quando vennero

conquistati Taranto e la Magna Grecia, già una rivoluzione economica

si annunziava»[12]. Gli avvenimenti che seguirono poi e fecero

affluire a Roma i tesori del mondo, l’affrettarono e le dettero una

portata che altrimenti non avrebbe potuto avere. La grande quantità

di numerario, che così improvvisamente sopravveniva, congiunta alla

rapida e continua circolazione[13], fece sì che il valore ne scadesse,

portando necessariamente come corrispettivo un rincaro nel prezzo delle

merci. Questo popolo che prima era stato avvezzo a considerare come la

maggiore e quasi unica sorgente di ricchezza la terra, da cui in fondo

derivavano anche i capitali dati ad interesse, si vide innanzi agli

occhi l’altra inesausta e seduttrice fonte de’ traffici, delle imprese

più o meno grandiose, delle speculazioni di banca e di borsa. Il secolo

nostro è fatto appunto per farci intendere, meglio che ogni altro

forse non avrebbe potuto, questo periodo della vita romana. L’elemento

economico è quello che forma il sostrato della vita sociale, onde, in

varia maniera alimentate, emergono le varie manifestazioni e tendenze;

varie nell’aspetto e nella forma e pur congiunte in una sola radice.

Questa _febbre_ di subiti guadagni, che a tratti a tratti si manifesta

in grado più alto, che Dante sfolgorò a’ suoi tempi, che noi abbiamo

vista invadere a dirittura la Francia sotto la monarchia di luglio ed

il secondo Impero, allargarsi poi alla vita tedesca dopo le vittorie

degli ultimi anni ed alla vita italiana e divenire caratteristica

dell’epoca nostra; invase Roma, piegando sotto l’alito suo tutta la

vita cittadina.

Una nuova funzione si forma un nuovo organo, e la nuova corrente

economica se non creò già una nuova classe, le seppe infondere uno

spirito, un’indole, un indirizzo ed un atteggiamento diverso. Del

grande mercato del mondo che ora si apriva all’attività romana, le

due classi, che sin qui aveano l’una contro l’altra lottato, non

potevano avvantaggiarsi: non la plebe, per mancanza di capitali esclusa

da’ grandi commerci e, dopo essere stata un po’ scossa dalle guerre

antecedenti alle puniche, rovinata addirittura da queste; non i nobili,

che divisi fra il desiderio del lucro, la tradizione e l’orgoglio

nativo, aveano, in apparenza almeno ed in virtù di legge, dovuto veder

prevalere la considerazione di questi ultimi, aspettando con raffinata

ipocrisia di poter comporre insieme, come poi fecero, le tre forze

cozzanti.

[I cavalieri.]

Vi era una instituzione che, cominciata come un’istituzione di indole

assolutamente militare, si era sotto l’azione del principio timocratico

ogni dì prevalente, ampliata sempre più e costituita sotto forma di

ordine della cittadinanza, che dell’antica sostanza non conservava omai

se non il nome e le insegne. Il censo, che da prima non avea servito

se non a costituire una delle condizioni necessarie per l’adempimento

dell’ufficio dallo stesso nome designato, avea finito per costituire da

sè solo il fondamento del nuovo ordine ed insieme la ragion d’essere e

l’arma dalla classe. Roma, nell’estendere la sua potenza sull’Italia,

con le concessioni di cittadinanza, con le colonie, con tutte le altre

sue ramificazioni era divenuta più che la soggiogatrice, la metropoli

di molta parte d’Italia; e la parte migliore della cittadinanza

delle città italiche di diversa denominazione, rifluiva a Roma, quasi

come nuovo e giovane rampollo che s’innesti su di un forte tronco,

ed a mezzo appunto dell’ordine equestre entrava a partecipare più

direttamente alla vita pubblica un così forte elemento rinnovatore

com’era quello che si sarebbe potuto chiamare della nobiltà italica.

Ma questo elemento, prima di assorgere al maggior grado di forza, non

faceva parte per se stesso; esso corrispondeva agli _homines novi_,

capi della plebe rurale[14], che con questa facevano causa comune e

combattevano sotto una bandiera nel comune interesse. Quest’ordine,

che il Belot compara alla classe de’ _francs-tenanciers_, a quella

borghesia campagnuola dell’Inghilterra, ove Cromwell reclutò i

suoi squadroni di _ironcoates_[15]; venuto anch’esso dalle aziende

agricole, dalla sana, dalla rude, dalla semplice vita campagnuola,

si distingueva da prima per un attaccamento alla probità, al valore,

al buono ed onesto vivere civile: ma, distolto dal quel primo genere

di economia, fu preso nel giro della nuova speculazione e ne uscì

esso stesso trasformato. La speculazione bancaria e gabellare fu, è

vero, esercitata d’ordinario da corpi collettivi, da grandi società

in accomandita[16]; ma il nucleo principale di essi era pur sempre

rappresentato da cavalieri, divenuti così i gestori privilegiati della

grande speculazione, di buoni campagnuoli fatti sagaci mercanti, di

modesti proprietari fatti arditi banchieri e di temperanti paesani

fatti pubblicani e spesso avidi e sfrontati pubblicani. Erano essi che

schiudevano e chiudevano i rivoli d’oro, i soli atti omai a fecondare

la nuova vita cittadina: e s’imposero. Quel senso dell’opportunità,

o come bruttamente è stato chiamato di poi l’opportunismo, quell’arte

fatta d’interessi e di espedienti, che tutto mette a partito e tutto

fa valere ed ogni cosa riduce a spiccioli; essi la trasportarono

spesse volte dal mondo degli affari in quello della politica; ed il

loro ausilio e il poter loro, abilmente negati o concessi, promessi

o distolti, furono come la spada che, nelle aspre e diuturne contese

politiche, gittata nella bilancia, la fece traboccare da una parte o

dall’altra. E tutto ebbero: il fasto, la ricchezza, il potere: anche

quello che negli Stati antichi era stata la maggiore manifestazione del

potere, il diritto di giudicare, ch’essi fecero pendere come la spada

di Damocle sul capo di amici e nemici.

[Il nuovo costume.]

Notevole analogia, il χρήματ’ ἁνήρ[17] (l’uomo val quel che possiede),

che aveva designato il tralignamento di Sparta, ricomparisce meno

laconicamente in un verso di Lucilio[18]: «_Tantum habeas, tantum

ipse si es, tantique habearis_.» Compagni e forieri della mutata vita

economica erano stati i nuovi andazzi de’ costumi, delle fogge, delle

maniere di vita. Con l’eco delle vittorie e con l’oro de’ vinti erano

penetrati in Roma, a frotte, tutta la corrotta genìa di parassiti,

tutto quel nugolo di artefici della corruzione, che si erano schiusi

dal seno della decadente civiltà greca, ed al rustico Lazio apportavano

tutti i più raffinati amminicoli di un’età corrotta, tutti i più fieri

veleni della vita, larvati sotto le più liete apparenze. L’elemento

greco certamente aveva avuto sempre, a mezzo delle colonie italiche,

contatto con la vita romana, e non avea potuto non esercitarvi la sua

azione[19]; ma ora addirittura v’irruppe, e con le sue correnti meno

sane, fatte per giunta tramite di tutta la corrotta vita orientale.

La monotona vita romana ne fu come affascinata, e vi si tuffò

sitibonda, e tanto più inappagata quanto più ebbra. Dalle statue e

dalle tele, di cui non erano capaci d’intendere la suprema bellezza,

alle fogge del vestire; dalle più corrotte manifestazioni dell’arte

decadente fino alle creazioni più forbite del lusso, tutto essi vollero

e a tutto si attaccarono con foga assimilatrice, più della stessa

impudica imperatrice _nondum laxati sed satii_. Oh, la tenue saliera di

argento, solo ornamento alla mensa[20], come scomparve sotto l’onda del

ricco vasellame! La piena corruttrice ed innovatrice dilagò per tutto,

e non ne fu salva, nemmeno nella semplicità sua materiale, la casa. «I

nostri vecchi — diceva un satirico[21] — dimoravano in case fatte di

mattoni con un buon fondamento di pietra per evitare l’umidità;» «canne

intrecciate con virgulti sparsi d’argilla facevano le veci di tegole;»

«dopo la messe raccoglievano lo strame da’ campi per accomodarle.

[Disparità delle fortune.]

Tempi passati! Ora di fronte a quelle vecchie memorie sorgevano i

lussureggianti edificii, la casa di Scauro[22], gli atrî di Crasso[23].

Fu dapprima il bisogno che si sentì di far posto a tutta la popolazione

la quale traeva a Roma e di rendere le abitazioni più commode[24];

ma ben presto al puro sentimento dei bisogno si attaccò il lusso e

la vinse su quello. «Greci modelli — dice lo Jordan[25] — sia della

madre patria che delle colonie dell’Italia meridionale e della Sicilia

trovarono un terreno fecondo nella nobiltà romana tutta animata da uno

spirito di progresso e tutta penetrata dalla civiltà greca; e le casse

dello Stato ricolme e le ricchezze private subitamente moltiplicate

allettarono a dotare e lo Stato e la casa delle più belle opere ed

ornamenti della più avanzata civiltà greca.» Ma, accanto agli alti e

splendidi palagi sorgenti maestosi, si restringevano quasi vergognose

le antiche case, asilo alla plebe, alla poveraglia che in folla vi

cercava ricetto. Strano contrasto che tolse ogni armonico aspetto alla

città fino all’incendio di Nerone[26], e che rendeva materialmente

immagine della società romana del tempo. Come nell’aspetto materiale

della città, così nell’ordine economico e morale quel che più colpiva

era la disparità enorme delle fortune. Il criterio della ricchezza era

stranamente mutato: il numerario depreziato, gli aumentati bisogni,

le merci rincarite di prezzo, il giro rapido de’ capitali e la febbre

della ricchezza, faceano sì che Varrone[27] poteva dire, accennando a’

progenitori che «_quod nunc satis sibi vix putant, lautum [habebant]_.»

Lucilio[28] si domandava: _Quid vero est, centum ac ducentum possideas

si milium_; e M. Crasso diceva che quegli solo era al caso di chiamarsi

ricco, che era in grado di mantenere un esercito[29].

E questa vita di dissipazione, prodotta in gran parte dal modo stesso

di acquisto della ricchezza[30], era come una macchina, che prendeva

tutti nel suo ingranaggio, divorando sopra tutto le piccole fortune,

poichè un antico adagio diceva che «quando il povero prende ad imitare

il ricco, va in malora»[31]. Poche volte forse si ebbe tal cumulo

di debiti, quanti ne portavano addosso allegramente i più importanti

uomini politici e gli uomini più alla moda del tempo[32].

La classe media rósa da’ debiti, sopraffatta dalla grande proprietà,

dalla decrescente produzione[33], scompariva portando seco la memoria

del buon tempo antico, l’antica temperanza e le antiche virtù. Quella

vita di crapule e di disordine, di lusso e di miseria, quel miraggio

di oro e quello spettacolo di affamati, aveano finito naturalmente

col sovvertire il senso morale, naufrago immane nell’infuriare di

sì cozzanti elementi. «Gli avi ed i proavi nostri — diceva l’eterno

_ruminatore_[34] Varrone — quand’anche il parlar loro sentisse di

aglio e di cipolla, aveano l’anima sana[35].» Ed ora? Si eran fatte

_inquilinae_ l’empietà, la perfidia, la impudicizia[36]. Il male

pubblico si era insinuato nelle famiglie, sovvertendone la stessa

esistenza: «qual bimbo di soli dieci anni non è buono non dico a

spegnere, ma a toglier via tranquillamente il padre di veleno?[37]»

Al concetto etico della vita s’era sostituito l’ideale del piacere,

al criterio morale il senso della più bassa utilità, e sola stella

polare, sola bussola e sola guida il danaro. Era l’onda de’ piaceri e

delle seduzioni che si allargava, invadendo e chiamando, tra una turba

opulenta, avida e prepotente, ed una plebe affamata di godimento e di

pane.

[La vita politica.]

La vita politica, che era già da tante cose guasta ed inquinata,

risentì tutta l’azione di queste correnti corruttrici e finì di

foggiarsi a dirittura sul nuovo stato di cose. Variato era omai il

compito della politica romana; variati gli elementi, onde il popolo

sovrano ed imperante si componeva. Sino alle guerre puniche il popolo

non era stato chiamato a pronunziarsi che sopra cose le quali non

potevano di gran lunga oltrepassare la cerchia della sua capacità

e delle sue conoscenze. Si trattava di un governo non certo così

complicato come si fece di poi e di rapporti con popoli d’Italia, delle

cui cose anche il popolo dovea avere men vaga conoscenza che non delle

nazioni oltremarine.

Quando invece occorse disporre e regolare le cose del mondo, trattare

del contegno da tenere di fronte alle nazioni, di cui il nome si

udiva forse a Roma per la prima volta, e del modo di comportarsi in

paesi, della cui posizione e della cui natura non era facile nemmeno

farsi un’idea; il còmpito era mutato. Alla massa faceva difetto la

conoscenza di tutti i fatti, che qui doveano essere presi in esame e la

capacità di tirare una retta e sicura conclusione dalla comparazione

di rapporti così complicati, ed essa stessa sentiva l’insufficenza

delle sue forze a poter formarsi un proprio convincimento sopra cose

tanto difficoltose. Era poco lusinghiero, ma non perciò meno giusto,

quando il vecchio Catone la paragonava ad un gregge di pecore, di cui

ciascuna presa da sola era difficile guidare; ma che messe insieme

pecorinamente traevano dietro alla voce del conduttore[38]. E in tutto

questo vi era già in germe il fondamento di tutti quei poteri personali

che, durati senza interruzione negli ultimi tempi della repubblica

ed esercitati solo con maggiore o minore energia, riescirono alla

fondazione dell’impero. Nè solo la materia del governo era mutata, ma

la natura stessa de’ governanti. Il popolo imperante non era più, come

un tempo, composto di quegli agricoltori, di que’ piccoli proprietari

che, insieme alla fierezza del nome romano, aveano vivo il sentimento

d’interesse alla cosa pubblica, così intimamente connessa alle loro

private fortune. Era questo il tempo in cui traeva in folla alla

capitale, oltre a tutti gli avventurieri stranieri, il proletariato

d’Italia, sedotto dalle largizioni di frumento, ed a quella continua

onda rifluente, la città, in un’esuberanza di crescenza, si espandeva

anche oltre la cerchia dell’antico pomerio[39]. Schiavi emancipati

a frotte, per motivi specialmente economici se vecchi, ed in ogni

modo per l’invalso spirito di prodigalità e per intenti politici,

inquinavano la massa del popolo; e il popolo romano, questo popolo

innanzi al quale piativano popoli e re, era formato, come ben dice

uno scrittore, «di signori del mondo che erano in imbarazzo pel pane

quotidiano e doveano appartenere a chi li sfamasse[40]. Di qui quella

corruzione elettorale, che assunse proporzioni straordinarie e prima

timidamente tentata, si affermò poi sfacciata alla luce del sole.» Che

cosa può esservi di più efficace — diceva Nevio[41] — quando parla il

danaro? — E Varrone[42]: «Dove prima erano comizii, ora è mercato.»

«L’oro annebbia gli occhi non meno del puro vino.»

[La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie.]

La corruzione elettorale giunse a tal punto che palesemente venivano

mercanteggiati i voti e fatte distribuzioni per accaparrarli: quello

di agente elettorale divenne un mestiere e i _nomenclatores_, i

_divisores_, i _sequestres_, i _deductores_ divennero una parte

integrante della nuova vita pubblica romana[43]. Oltre alle

corporazioni già esistenti le quali, come più tardi nelle elezioni

municipali di Pompei[44], prendevano viva parte alla lotta elettorale,

se ne costituirono delle altre con l’unico scopo di brogliare

nell’elezioni, che disciolte sempre ripullulavano.

Dice Carlo Marx: «Col diffondersi della circolazione delle merci cresce

la potenza del danaro, omai già compiuta, assoluta forma sociale della

ricchezza. «L’oro è una cosa mirabile. Chi lo possiede è signore di

tutto quello che vuole. Con l’oro si possono perfino mandare le anime

in paradiso (Colombo, _Lettera della Giamaica_, 1503).» «Poichè non può

scorgersi quello che si è trasformato nel danaro, tutto, sia merce o

non sia, si trasforma in danaro. Tutto diviene oggetto di compera e di

vendita. La circolazione diviene la grande storta sociale, in cui tutto

va a finire per riescirne ancora _cristallo-moneta_. A quest’alchimia

non resistono nemmeno le ossa de’ santi e meno che mai le meno

grossolane _res sacrosanctae_, _extra commercium hominum_. Come nella

moneta è cancellata ogni distinzione qualitativa delle merci, alla sua

volta, come un radicale livellatore, essa cancella tutte le differenze.

Ma la moneta è anch’essa merce, una cosa materiale che può divenire

proprietà di ognuno. Così la potenza sociale diviene potenza privata di

un privato. Perciò la società antica la denunzia come lo strumento del

traffico del suo ordinamento economico e morale»[45].

D’allora nessuna colpa fu tanto grave in un candidato quanto la

povertà o l’avarizia. L’edilità imposta e richiesta con pari ardore

(_furiosa aedilitatis expectatio_) era la misura della larghezza

de’ candidati[46]. E dalla lebbra nuova poteva dirsi ormai che

nessuno quasi andasse immune; era l’ambiente che s’imponeva e

Cicerone cominciava perfino a fare delle distinzioni scolastiche tra

_beneficenza_ e _corruzione_. Una elezione importava una spesa talvolta

ingente, capace di assorbire un patrimonio; e non si recedeva innanzi

ad esso. Gli è che l’ambizione e l’avarizia si davano insieme la mano,

e nel danaro oggi profuso per comprare la carica, i più vedevano la

posta che domani avrebbe reso il cento per uno; e le ricchezze profuse

nel foro sarebbero tornate in casa centuplicate ne’ vascelli carichi

di oro e di tesori artistici, che facean vela da’ porti delle smunte

provincie. Roma ebbe i suoi _politicians_, che della vita pubblica si

facevano una professione, gente che Lucilio[47] vedeva:

_a mane ad noctem festo atque profesto_

_totus item pariterque die populusque patresque_

_iactare indu foro se omnes decedere nusquam,_

_uni atque eidem studio omnes dedere et arti_

_verba dare ut caute possint, pugnare dolose_

_blanditia certare, bonum simulare verumse_

_insidias facere, ut si hostes sint omnibus omnes._

La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie erano come

i due estremi di una linea, che ripiegandosi su sè stessa, formava

un circolo chiuso ed il più vizioso che mai fosse. Si corrompeva per

ottenere la carica e si voleva la carica per fare una fortuna: e si

pensava e si diceva palesemente che delle ricchezze smunte occorreva

far tre parti: una alle spese fatte per ottenere la carica, un’altra a’

giudici per ottenere l’impunità ed una terza per serbarla a sè stesso.

Per il ceto senatorio poi l’una cosa e l’altra erano il mezzo non solo

di mantenersi al potere, ma di rendere ancora più serrata l’oligarchia,

effetto infallibile del nuovo stato di cose.

Il ceto senatorio, escluso da’ commerci[48], comunque indirettamente

partecipasse alle associazioni assuntrici di gabelle ed imprese

pubbliche, pure se voleva rifornire l’esauste fortune, o rendere

ancor più opulento l’avito patrimonio, a niente altro e a niente

meglio poteva ricorrere che al governo provinciale. La via regia della

fortuna, della potenza, che dava amici e stato e mezzi e fastigio e

proseliti era quella. Fu dal governo della Spagna, onde Cesare[49] uscì

mondo della enorme colluvie di debiti e rifatto a nuovo e provveduto

di mezzi per meglio apprestarsi a giocare il suo ultimo dado. Esempi

come quelli di Caio Gracco che poteva dire di aver riportati vuoti

dalla provincia i sacchi che vi avea portati pieni d’argento[50], o di

Catone che partiva per la Spagna accompagnato da non più che tre servi

e condivideva il cibo e la bevanda de’ barcaiuoli[51]; erano certamente

esempii ben rari. Chi poneva invece freno all’avidità di altri, avidità

in molti naturalmente fomentata dalle condizioni de’ tempi e fatta

seconda natura? Era il male comune che, penetrato nell’organismo, si

spandeva per ogni sua parte ed in ogni forma, come fatale principio di

dissoluzione. Ed invano, invano contro il fato irrompente si agitava

il manipolo de’ conservatori, di cui il tipo più noto e più rigido è

rimasto Catone.

Per noi, cui, a tanta distanza di tempo, è lecito abbracciare i fatti

nel loro complesso e col sèguito di tutte le loro conseguenze, questo

spettacolo di corruzione e degenerazione non è che uno de’ lati di uno

de’ più grandi fenomeni che mai presenti la storia. A noi Roma, pur in

quella sua nuova vita, appare come il gigante, che ad ogni passo si

sentiva crescere e fu alfine sì alto che potè abbracciare il sole e

confondersi in esso. Mentre la Roma antica innovandosi scompare, noi

vediamo alla Roma metropoli del Lazio e d’Italia succedere a poco a

poco Roma capitale del mondo. Sotto il velo dell’infinita corruzione vi

è Roma che stringe a sè di un infinito e lungo amplesso il mondo per

dargli il suo spirito, improntarlo di sè e confondersi in esso. E in

questo, che è il necessario prodotto della storia, par quasi di vedere

un tratto di consapevole ascèsi; quasi che essa, martire volontaria,

accogliesse in sè tutti i vizî, tutte le corruttele, tutti i germi

di perdizione dell’universale, per improntarlo in cambio di sè e

infondergli il forte suo alito vitale e fonder meglio le divise nazioni

spargendo il seme raccolto della antica civiltà. Sicchè quanto vi era

di basso e d’impuro passa e scompare nel tempo, e nel tempo cade quanto

vi era di vecchio; e quel che era imperituro rimane, e dalla solenne

comunione si schiude il tempo novello.

Ma a chi allora si guardava d’intorno, senza la visione del futuro, ed

avea occhi per abbracciare tutto il complesso dello immenso baccanale,

quello spettacolo di decadenza dovea sembrare la fine di tutto, dove

tutto irrimediabilmente andava a perire. Quello spettacolo dovea

sembrare, come parve più tardi a Giovenale, l’ultima orgia gigantesca,

in cui il mondo soggiogato, come il dèmone della voluttà, si vendicava

del conquistatore soffocandolo nell’estasi stessa del piacere. Ed era

l’indignazione, fatta verso, che prorompeva dal cuor de’ poeti; la

rampogna che si faceva via nella voce degli oratori allo spettacolo

della patria decadenza, od un supremo movimento di disprezzo, che di

fronte alla indegna prepotenza, alla forza cinica soverchiante, era

ultima arme all’oppresso, e faceva sì che in una rivolta dell’orgoglio

impotente, cui la speranza del trionfo vien meno, Giugurta, volgendo le

spalle alla città odiata, tutta avvolta nell’ebbrezza della vittoria e

del piacere, gettasse al vento, come la freccia del Parto, le memorande

parole: «O città venale, che venderesti te stessa, se trovassi un

compratore[52]».

II.

PRAEDIA POPULI ROMANI

[La formazione delle provincie.]

L’impero romano, quale noi abbiamo imparato a conoscere e studiare

nella sua immensa compagine, è creazione tanto vasta che nè un uomo nè

una generazione poteva concepirlo; ed anche un uomo di genio qual’era

Publio Cornelio Scipione[53], per altra politica non combatteva, se non

per dare a Roma, piuttosto che il dominio, l’egemonia degli Stati che

cingevano il bacino del Mediterraneo. All’impero del mondo i Romani

giunsero in parte inconsapevoli, o tratti dagli eventi[54]. Guerre

o intraprese sotto l’impero della necessità, o sorte d’improvviso, e

le une e le altre vittoriosamente compiute avean dilatata la potenza

romana. Per ciò stesso uno stabile impero, una vera amministrazione

provinciale tardò ancora a sorgere. Quel vasto ordinamento, quella

organica irradiazione del potere di Roma per tutti i paesi del suo

dominio, che ridotto poi in forma più perfetta ma non diversa, durò sì

lungo spazio di tempo, si venne formando qua e là, senza un preconcetto

disegno, volta per volta, per assicurare le conquiste, mantenerle,

stabilire un ordine nel paese. La stessa parola provincia, adoperata

poi nell’uso comune e non altrimenti intesa se non come una regione

con certi confini soggetta all’amministrazione di un magistrato ad

essa preposto, era già nella lingua latina, e veniva adoperata per

indicare l’insieme delle funzioni il cui adempimento era affidato ad

un dato magistrato. Ed appunto col ridursi sotto la stabile competenza

di uno speciale magistrato, le regioni conquistate usurparono più

particolarmente quel nome.

[Il diritto di guerra.]

La guerra, tristissima delle eredità a noi trasmesse a traverso i

tempi, ha nondimeno mutato d’indole e di forma, e con l’indole e la

forma son mutate anche le sue conseguenze. La guerra è oggi per noi,

almeno nella maggior parte de’ casi e nelle sue cause apparenti,

l’effetto di una triste ed inevitabile necessità, l’_ultima ratio_, cui

è giocoforza ricorrere per dirimere una controversia, che altrimenti

non ha potuto essere sciolta. E la guerra non è diretta ad altro

che a costringere l’altro stato belligerante a rispettare un diritto

conteso o fare l’ammenda della sua violazione; e come tale la guerra

si fa tra uno Stato ed un altro, rispettando, come più e fin dove

è possibile, tutto ciò che è di diritto privato. Tutt’altro era la

guerra nell’antichità. Essa era un mezzo legittimo di acquisto, una

naturale esplicazione di una esuberanza di forze e di vitalità, che

cercava fuori l’appagamento ad essa non più consentito nel ristretto

suo campo. Questo diritto del più valente e più forte ad esercitare la

signoria sul più debole e meno capace, era così naturalmente insito

nella civiltà antica, ch’essa ne informò la sua religione ed i suoi

miti, ne trasse il primo fondamento delle sue leggi e l’elevò a teoria

per bocca del più grande de’ suoi filosofi[55]. Lo svolgimento naturale

dell’umanità, del diritto naturale e delle genti modificò in qualche

modo, a lungo andare, la figura più arcaica della guerra, in quanto era

una pura ed arbitraria impresa di briganti o di pirati; ma la modificò

in un certo senso soltanto. La necessità di assicurare le proprie cose

indusse ad assicurare quelle di altri contro ogni minaccia di propria

violenza; ed una guerra non potè a questi essere più indetta se non

con forme determinate od in virtù di motivi, almeno in apparenza,

giusti. Ma con coloro, con cui non si era mai venuto ad accordi e per

questa semplice ragione erano _hostes_, il caso era diverso; ed in

ogni modo, entrati una volta in guerra con chiunque si fosse, tanto

poteva acquistare una parte, tanto ritener l’altra, quanto a ciascuno

consentisse la propria forza; ed altro schermo non v’era. La guerra era

di popoli contro popoli, d’individui contro individui: la condizione

giuridica, la buona norma della guerra era questa che a lotta finita

le persone de’ vinti, i loro beni, il loro territorio, tutto divenisse

preda del vincitore.

I Romani poterono nel muovere guerra, anche rinnovando spesso per

proprio conto la favola del lupo e dell’agnello, dare apparenza di

guerra giusta alle loro imprese; ma è sotto l’impero di que’ principii

che governarono la guerra, nè parve mai che la vittoria desse loro

meno diritti di quelli, che da quei principii scaturivano. I paesi

conquistati divennero null’altro che _praedia populi Romani_[56],

e il diritto della conquista fu così intimamente sentito e così

inflessibilmente applicato fino alle sue ultime conseguenze giuridiche,

che un diritto di proprietà da parte de’ provinciali sul suolo

propriamente provinciale fu ritenuto impossibile; chi l’avea, dovea

considerarsene semplicemente possessore od usufruttuario, perchè il

dominio era, prima del popolo romano soltanto, poi del popolo romano

e dell’imperatore[57]. Perfino le terre rivendute per conto dello

Stato erano rivendute sotto tale espressa condizione che potessero

trasmettersi od anche alienarsi, ma un _vectigal_ reale o nominale era

l’impronta del dominio dello Stato[58].

Se la conquista avesse avuto luogo su campo meno vasto e i Romani si

fossero trasportati, come popolo, sulle terre de’ vinti, i provinciali

sarebbero stati mutati in tanti servi della gleba.

Ma la vastità del nuovo dominio, l’organismo dello Stato romano non

permisero già di porre in atto fino alle ultime loro conseguenze

que’ principii, che pure astrattamente si mantennero per tanto tempo

inflessibili. Oltre di che, ciò era consigliato anche da una buona

politica, ed i Romani amavano in certo modo, più che seguire, ostentare

come un senso di giustizia superiore, un sentimento di generosità e

di cavalleria. Proprio come disse di poi il loro poeta nazionale, nel

portare intorno la guerra avean l’aria di volere imporre il regno della

pace, debellando i superbi, essendo buoni con gli umili. Ne’ discorsi

di Livio è una costante preoccupazione quella de’ generali romani di

far sì che a tutti sembri come le armi del popolo romano non portano

a’ liberi la servitù, ma rendono a’ servi la libertà[59]. Il primo atto

de’ romani riguardo agli Illirii ed a’ Macedoni è quello di dichiararli

liberi[60]. Scipione in Africa, pur dicendo di aver la vittoria in

pugno, non rifugge dalla pace «perchè tutte le genti sappiano che il

popolo romano con senso di giustizia imprende e similmente compie

le guerre»[61]. Quindi anche a far meglio dimenticare gli orrori

della guerra, i saccheggi, il pingue bottino viaggiante alla volta di

Roma, se casi speciali non imponevano esempii di solenne severità, si

faceva uso di magnanimità (_mansuetudo et abstinentia_): si faceva di

più; perchè con l’apparenza della libertà il giogo de’ nuovi padroni

sembrasse meno gravoso di quello de’ vecchi, si lasciava questo

immutato od anche si alleggeriva[62], sicchè diventasse anche più

sopportabile la soma dalla speranza e dal cambiamento fatta più lieve.

[Le conseguenze della conquista.]

Tutto il territorio in generale diveniva proprietà dello Stato, ma in

realtà lo Stato non riteneva per sè, sotto il nome di _ager publicus

populi Romani_, che il territorio già di proprietà del governo locale

cui succedeva, di città che, per aver opposta assai fiera resistenza

od aver mancato di fede, venivano in pena private di tutto. Tale

territorio distribuito in parte a’ coloni Romani, come fu il caso di

quelli dedotti in Africa da C. Gracco, o venduto, come è cenno nella

_lex agraria_ del 643, diveniva _ager privatus_ con le sue varie

classificazioni e modalità; mentre un’altra parte, rimanendo sempre di

proprietà pubblica, veniva poi locata nell’interesse dello Stato da’

censori[63].

Fuori di questi casi, il territorio diveniva e veniva dichiarato,

soltanto per la sua definizione giuridica, proprietà del popolo romano;

ma questo lo rendeva, lo restituiva[64] agli antichi proprietari,

sottoponendolo ad un tributo di forma diversa, che, oltre a’ suoi

vantaggi economici, rimaneva come il segno del diritto di proprietà del

popolo romano ed era la caratteristica del suolo provinciale. La teoria

astratta di questi rapporti giuridici è di posteriore formazione; ma

essa tende a spiegare, legittimare e completare tutto uno stato di

fatto, da cui si sviluppa.

[La _lex provinciae_.]

Questa in genere la condotta tenuta da Roma di fronte alle provincie;

ma non è già ch’essa emanasse da una regola fissa ed universale.

L’uniformità nel governo e nell’amministrazione delle provincie fu

una mèta, cui tendette l’impero; ma sotto la repubblica, costituite

le provincie in tempi diversi ed in diverse condizioni, venivano

ordinate in maniera meglio rispondente alle necessità presenti ed

alle convenienze locali. Solitamente, di volta in volta, soggiogata

una regione, veniva colà mandata una Commissione composta di dieci

senatori[65], perchè, secondo le istruzioni del senato, insieme al

comandante locale pacificasse ed ordinasse in forma di provincia il

paese. Il compito di questa Commissione era quello di costituire le

basi della vita amministrativa della provincia, e nell’adempierlo essa

dovea esercitare, come è dire, un’alta giustizia e provvedere a supreme

necessità politiche. Si trattava non solo di ricompensare le città

sperimentate amiche, usar riguardo alle benevole, mostrarsi severi

verso le nemiche ed infide; ma eziandio di ripartire le regioni in modo

che non fosse agevole tramar congiure ed ordire sollevazioni contro il

nuovo dominio. Ed a ciò si giungeva, non solo rendendo più difficili

i contatti e la fusione delle diverse popolazioni, ma eziandio

deducendo colonie che stessero come a presidio, o largendo privilegî

che, con lo spargere i semi della gelosia e crear de’ fautori,

dividendo, assicuravano meglio l’impero. Di qui la divisione in

_civitates foederatae_, _immunes et liberae sine foedere_, _coloniae_,

_municipia_, _civitates_ semplicemente _stipendiariae_[66].

Le _civitates foederatae_ e le _liberae immunes_, distinte in quanto

la loro condizione giuridica nasceva da un _foedus_ ovvero da un

riconoscimento od una largizione del popolo romano, erano in ugual

modo autonome, indipendenti da’ governatori provinciali[67], esenti

da imposte verso lo Stato, soggette soltanto ad alcune contribuzioni

straordinarie[68] e conservavano il dominium del loro territorio _ex

iure peregrino_, altra divisione questa del suolo delle provincie.

Il processo di Verre · 第 1 / 21 段