(MONOLOGO D'UN LETTERATO).
_Excelsior_ (era questo il nome di battaglia d'un giovine letterato)
aveva scritto quella sera la sospirata parola fine a' piedi dell'ultima
facciata di un nuovo romanzo. E s'era messo poi a svolgere con mano
convulsa i 475 foglietti del suo lavoro, ch'egli doveva trasmettere la
mattina seguente ad un editore. Egli correva con l'occhio su quelle
pagine che gli erano costate tanti mesi di fatiche e di veglie,
s'arrestava alquanto sui punti più drammatici, ripeteva ad alta voce
alcune frasi, e cercava d'indovinar l'effetto ch'esse produrrebbero
nell'animo dei lettori. Intanto passavano le ore, il petrolio si
abbassava nella lucerna, e quando _Excelsior_ fu giunto al termine
della sua revisione, erano già le due dopo mezzanotte. Egli alzò la
testa dalle sue carte, fece puntello delle palme al mento, e rimase
a lungo immobile, pensoso. A poco a poco una tristezza infinita gli
si dipinse sul viso; egli balzò dalla sedia e si mise a passeggiar
concitato su e giù per la stanza.
— E anche tu, — egli esclamò rivolgendo lo sguardo al manoscritto che
giaceva sulla scrivania, — anche tu farai la fine dei tuoi fratelli
maggiori. Uscirai nel mondo in mezzo a un mormorio lusinghiero;
sarai salutato da alcuni articoli benevoli inspirati probabilmente
dall'editore; mi procurerai la stretta di mano di qualche lettrice
gentile;... e poi.... e poi troverai una sepoltura onorata negli
scaffali delle biblioteche. Era dunque per questo ch'io ho tanto
meditato, tanto studiato, nudrito con sì grande amore il fuoco
sacro dell'ideale? Era per questo che ho assunto il pseudonimo di
_Excelsior_? Meno male che la mia anima è meno orgogliosa del mio nome
di guerra!
— C'è pur qualche cosa di tragico nel destino della maggior parte
dei libri che passano come ombre davanti agli occhi del pubblico, e
pare abbiano sul labbro il grido dei gladiatori romani: _Ave, Caesar,
morituri te salutant._ Morituri! Sì, questa è la parola. Morituri!
Ma non sono gladiatori, non lottano prima di morire. Che? Muojon di
lattime.
— Ah se quei topi che si chiaman bibliotecari fosser gente di spirito,
che salati epigrammi potrebbero fare di mano in mano che ricevono
e registrano queste primizie! Dovrebb'esserci per esse una rubrica
apposita, come c'è nello stato civile pei nati-morti. Che amara
ironia per un libro trovarsi lì con la sua legatura fresca, con le
sue carte ancora umide, col suo formato snello, elegante, col suo bel
frontespizio che porta una data recentissima, trovarsi lì accanto ai
volumi tarlati di qualche secolo addietro, e dover dire: io non ho
che un anno, non ho che un mese, un giorno, forse, e son già morto e
sepolto, mentre fra quei centenari ci son i giovani eterni, ci son gli
immortali!
— C'è dunque fra i libri questa razza d'immortali, ci son questi
privilegiati che traversano i secoli col fronte raggiante d'un'olimpica
luce, questi amici, questi confortatori di tutte le generazioni?
— Oh se ci sono!
_Excelsior_ diede un'occhiata alla sua biblioteca e non tardò a
distinguere, tra la folla degli altri, i venti o trenta volumi di cui
egli stesso svolgeva più frequentemente le pagine.
— E il segreto della vostra vitalità, — egli soggiunse riprendendo
il suo monologo, — me lo sapreste rivelare? Fra i libri che non si
leggono più da gran tempo non c'era nessuno che valesse quanto voi?
Non ce ne sarà nessuno tra i libri che si scrivono oggi e non si
leggeranno più di qui a un lustro? La fortuna, il caso c'entrerebbe
anche nella gloria? O la celebrità è proprio figlia del merito? E s'è
così, ond'è spirato il soffio che vi salva dalla putrefazione? Dalla
mente o dal cuore? Dall'affanno o dalla gioia? Dall'amore o dall'odio?
Dalla fede o dallo scetticismo? Dalla calma o della procella? Chi
può dirlo? C'è forse una legge che governi a un sol modo tutti gli
uomini, che faccia sbocciar nelle identiche condizioni il fiore del
loro ingegno? L'uno trovò nell'intelletto profondo ciò che l'altro
trovò nell'anima candida. Per l'uno furono fonte d'ispirazione i
dolori provati, gli oltraggi sofferti, il desiderio della vendetta,
lo sfregio dell'esiglio, il pungolo della fame; l'altro ha sentito
spuntar l'ali alla sua fantasia in mezzo a una quiete profonda, nel
santuario della casa, tra il cinguettìo allegro dei bimbi. L'uno si
sentiva più grande nella preghiera, l'altro nel dubbio. L'uno aveva
bisogno dell'austerità monastica e l'altro aveva bisogno della donna.
Ma la donna non significava per tutti la stessa cosa. Era Beatrice,
era Laura, ed era Fiammetta. Era la materia e lo spirito. Per molti la
donna voleva dire _le donne_. Goethe e Byron non avrebbero saputo che
fare dell'amore ideale che bastò alla musa del Petrarca. Attraverso
le più disparate vicende, obbedendo ai più dissimili criteri d'arte,
sconcertando i canoni di tutte le scuole, è nato il capolavoro, è nato
il libro immortale....
_Excelsior_ si fermò in mezzo della stanza con aria meditabonda,
tacque per un momento, e poi come colto da un pensiero improvviso,
soggiunse: — Il libro immortale! Non sarebbe più giusto di dire _la
pagina eterna_? Sì, qui è la chiave di tutto. L'immortalità dei libri è
spesso una pagina, una sola pagina che l'assicura. Può esser sorridente
come il più bel raggio di sole, straziante come il grido d'una madre
che ha perduto i suoi figli, calma come una notte serena, tempestosa
come l'oceano in burrasca, soave come una musica lontana, violenta come
un fiume che irrompe; può essere un inno o una bestemmia; non importa!
in quella pagina l'autore ha lasciato una parte della sua anima, o
meglio ancora, dell'anima dell'umanità. E quella pagina non muore e
pel lungo corso dei secoli, quando un occhio intelligente la guarda,
quando uno spirito capace di simpatia si ferma a meditarla, sembra
che si rinnovelli il palpito che l'ha dettata, sembra che tra linea e
linea ricompaja il sorriso, ricompaja la lagrima che cento e cento anni
addietro un uomo ha saputo incarnare in un periodo, in una frase, in
una parola! La pagina eterna! Felice chi l'ha scritta! È lei che tiene
unite le altre. S'ella mancasse, esse andrebbero disperse come foglie
secche, ma poich'ella c'è le altre le si stringono intorno e brillano
di luce riflessa. Eppure di uguali a queste ne furono scritte molte, e
un tesoro di pensieri fu profuso in cento libri obliati. Ma quei libri
son morti perchè non avevano la pagina eterna.
— Ed essa non c'è, io lo sento, — proseguì il giovane con amaro
sconforto, — in quei quattrocento settantacinque foglietti che
consegnerò domani allo stampatore, non ci fu in quelli che scrissi in
passato, non ci sarà in quelli che scriverò in avvenire.... E perchè
non ci dovrà esser mai?.... Se rivedessi ancora una volta il mio
lavoro... se provassi...
A questo punto il lume, che scoppiettava da un pezzo, die' un vivo
barbaglio e poi si spense, mandando un grandissimo puzzo nella stanza.
Richiamato al sentimento della vita reale, _Excelsior_ cercò a tastoni
i fiammiferi e accese una candela. Indi guardò l'orologio. Erano le
quattro, e il nauseabondo odor del petrolio rendeva impossibile di
rimaner lì a lavorare. Il giovine si decise a coricarsi, e la pagina
eterna gli restò nella penna. Nè seppe scriverla il giorno appresso,
nè seppe scriverla più. Ridotto in fin di vita da lì a pochi anni,
chiamò al suo letto la donna casta e gentile che stava in cima de' suoi
pensieri, e le disse: — Tutti i miei manoscritti, tutti i miei libri
son tuoi. Io avrei voluto dedicarti pubblicamente quante son le mie
opere, ma perchè legare il tuo nome a un cadavere? Aspettavo sempre la
pagina degna di te, la pagina eterna, e la pagina eterna non è venuta.