L'OROLOGIO FERMO

Non vedevo Federico Vivaldi da più di quindici anni.

Eravamo stati a scuola insieme; poi come il solito, ciascuno era andato

per la sua strada e ci si era perduti d'occhio. Nel 1866 avevo letto il

suo nome tra i feriti della fazione di Monte Suello; più tardi seppi

ch'egli esercitava l'avvocatura nella sua città natale, una piccola

città di provincia. Pareva che non s'ingerisse nelle lotte politiche,

poichè non m'era accaduto di sentirlo mai menzionare tra i candidati al

Parlamento, o tra i consiglieri provinciali, o tra i pubblicisti, o tra

gli oratori dei _meetings_. Chi sa? Forse, non era nemmeno cavaliere.

Come le apparenze ingannano! A scuola gli si sarebbe presagito un

luminoso avvenire. Imparava ogni cosa prestissimo scriveva con buon

gusto, parlava con facilità, e teneva, se non il primo, uno dei primi

posti.

Un affare mi conduceva adesso nella città e nella casa di Federico.

Lo trovai alquanto mutato, ma non era da meravigliarsene; in quindici

anni ero ben mutato anch'io. Egli aveva la cera pallida, l'aria trista

e patita, la barba e i capelli brizzolati di bianco.

Il nostro incontro fu cordiale ma senza straordinaria espansione. Due

uomini che si vedono dopo un lungo intervallo hanno un bel corrersi

incontro con entusiasmo; essi sentono subito che le amicizie non si

ripigliano dove si sono lasciate.

Federico pareva anche più riguardoso di me.

— Sei stato sempre bene? — gli chiesi.

— Sì, — replicò brevemente.

— E la tua ferita?

— Oh! Una cosa da nulla.

Dall'indole delle sue risposte, e dalla fretta con cui egli entrò a

discorrere dell'affare che doveva formar soggetto del nostro colloquio,

argomentai ch'egli fosse diventato uno spirito positivo, incapace di

far altro da mattina a sera che compulsar codici e di trattar cause.

Anzi, Dio mel perdoni, giunsi fino ad accusarlo di calcolar tempo

perduto tutto quello che non si può far figurare nelle specifiche.

Egli parlò per più di un'ora esaminando da tutti i lati con molto acume

e molta lucidezza la questione che mi aveva chiamato da lui.

Ci mettemmo pienamente d'accordo; dopodichè egli mi chiese licenza di

rovistare alcune buste per cercarvi un documento che gli occorreva.

— Or ora, se vorrai, usciremo insieme, — egli soggiunse. Lo disse in

tuono così freddo che avrei avuto una gran voglia di piantarlo lì,

ma in quel paese non conoscevo nessuno; che dovevo fare? Mi alzai da

sedere, diedi un'occhiata a una piccola biblioteca che non conteneva

nulla di peregrino; quindi mi affacciai alla finestra.

— Che bella vista! — dissi tanto per non restare in silenzio.

— È più bella dall'altra stanza, — osservò Federico che aveva trovato

il documento e mi si era avvicinato. — Passa pure.

E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice

ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia

distesa di colline e di ville.

— Tu dormi qui? — gli chiesi.

— Sì. È la mia camera da letto.

— Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti

questo immenso orizzonte!

— Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole, —

egli continuò, — e bisogna abbassar le tendine.

Mentre Federico eseguiva questa operazione i miei occhi si fissarono a

caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che

segnava le sei e quindici minuti.

— Oh, — diss'io, — quell'orologio è matto.

— È fermo, — egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la

lingua.

Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due

colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla

mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di

fabbricazione — 1822.

— È un oggetto da museo, — ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più

da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita

il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi

afferrò il braccio e mi gridò:

— Non lo toccare! — con tale un accento ch'io mi voltai in sussulto,

temendo quasi di aver dato fuoco a una miccia.

— In nome del cielo, che cosa c'è? — esclamai sbigottito.

— Perdonami, — rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di

comporre le labbra a un sorriso. — Avevo paura che tu movessi le

lancette di quell'orologio.

E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'inondarono di

lagrime.

Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi

sembrava disposto alle confidenze.

Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo.

Alla fine Federico incrociò le braccia e si appoggiò alla spalliera di

una seggiola volgendosi verso di me.

— Ti ricordi, — egli mi disse, — di venti anni fa quando passammo la

domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso

Sacile?

— Sicuro che me ne ricordo, — replicai non intendendo bene ove egli

volesse mirare. — Fausto Rioni che adesso è deputato.... Ho perso di

vista anche lui.

— E quella nostra salita sul ciliegio, te ne rammenti?

— Aspetta che mi raccapezzi.... ah sì.... sì.

— Era il dopopranzo della domenica. Noi due ci si era rampicati lì

in alto e intanto una mezza dozzina di fanciulle stavano a' piedi

dell'albero, e gridavano. — Coraggio dunque! Fate le cose a modo. — E

noi spiccavamo le ciliegie fin dove si poteva arrivare con le mani, e

poi scrollavamo i rami con quanto fiato ci restava in corpo. Era una

pioggia di frutti, che le bimbe raccoglievano o nelle falde del vestito

o nel grembialino spiegato.... Di quelle bimbe tre erano le sorelle

di Fausto, tre erano loro amiche.... La maggiore poteva contare dieci

anni.... Era una fanciulla alta, bionda, con due lunghe treccie che le

cadevano giù per le spalle.... con due grandi occhi azzurri, pieni di

dolcezza e d'ingenuità....

— Oh adesso che ci penso, — esclamai, — l'ho presente anch'io....

Lascia ch'io compia la tua descrizione.... Le sue treccie bionde erano

annodate da due fettuccie di seta blu....

— È vero....

— Vestiva un abitino di percallo bianco con fioretti rossi....

— Sì, sì.

— La chiamavano.... Oh! qui la memoria mi tradisce....

— La chiamavano Virginia.

— Sicuro, Virginia. Ebbene?

— Ebbene, parecchi anni dopo quella fanciulla divenne mia moglie.

Mi guardai intorno. La camera da letto di Federico non era una camera

nuziale. Indovinai un lutto domestico.

— È morta.... forse? — chiesi con esitazione.

Il Vivaldi chinò il capo con un cenno affermativo e si portò la mano

sugli occhi.

— E da poco tempo? — continuai.

— Oh.... no, — egli rispose, — dal marzo del 1866.

— Povero amico! — diss'io commiserandolo sinceramente e rispettando un

dolore che si manteneva così vivo dopo più di nove anni.

— Ma che c'entra in tutto ciò l'orologio, tu mi chiederai? — egli

ripigliò dopo una brevissima pausa.

Federico aveva colto il mio pensiero. Io stavo infatti tormentandomi

il cervello per iscoprire la relazione fra la morte della Virginia e

l'incidente che aveva commosso in modo sì strano l'amico mio.

— Quando la Virginia infermò, — egli disse, — erano sei mesi ch'io

l'avevo sposata.... sei mesi di una felicità senza nube.... Da che male

ella fosse presa, non lo so; non lo seppero i medici, non lo seppe

nessuno.... Ella non soffriva.... moriva a oncia a oncia. Ma non lo

credevamo nè lei, nè io, e facevamo di gran disegni per l'avvenire....

Appena ella fosse guarita, avremmo piantato nuove aiuole di fiori nel

nostro giardinetto, avremmo rimesso a nuovo, secondo le nostre modeste

fortune, una parte della casa. — Per esempio, — ella osservò un giorno

ridendo e additando quello che tu chiamavi giustamente un oggetto da

museo, — per esempio sarebbe assai bene poter cambiare quell'orologio

antidiluviano. — Io le promisi che avremmo fatto apposta una gita

insieme a Venezia per comperare una cosa di suo gusto. Ne fu tanto

contenta, la poveretta.

Eravamo noi due soli. I suoi genitori erano morti, ero orfano anch'io.

Del resto, io non volevo cedere a nessuno il privilegio di vegliare mia

moglie. Quante notti sedetti, senza chiuder occhio, al suo letto! Ella

si assopiva, poi si destava, mi diceva una parola affettuosa e tornava

a cedere al sonno. Per ore ed ore non si sentiva nella camera che suo

il respiro e il _tic-tac_ dell'orologio. Quanto a me, se non fosse

assurdo, direi che non respiravo neppure, tanto la mia vita era confusa

con quella dell'amata creatura che mi languiva davanti.

Una notte che la vedevo più inquieta del solito, le domandai: — Ti reca

disturbo il battito dell'orologio?

— Oh no, — rispos'ella, — tutt'altro.

Era un orologio che si caricava ogni otto giorni. Finchè la Virginia

era sana, ci pensava lei; durante la sua malattia ero succeduto io

nell'ufficio. Ma i patimenti del corpo e le angustie dell'animo mi

avevano tolto il giusto concetto del tempo e avevano scompigliato

la mia memoria; una settimana caricai l'orologio per due giorni

di fila, un'altra me ne scordai affatto. Il 29 marzo del 66 era il

giovedì santo. Mi dimenticherò di tutto, non mi dimenticherò mai di

quel giorno. Nella mattina la Virginia aveva discorso della Pasqua

precedente quando noi ci preparavamo alle nozze, così lieti da non

dover invidiare i più gran re della terra. — Saremo felici anche l'anno

venturo, non è vero? — ella soggiunse, e per la prima volta mi parve

di avvertire nella sua voce un leggero accento dubitativo che mi mise

i brividi. Il medico, dopo la sua visita, tentennò il capo, ma non

accennò a nessun pericolo imminente. Sulle quattro del pomeriggio la

Virginia mi pregò che le sciogliessi i capelli; i legacci le davano

molestia. Obbedii, e le sue belle treccie bionde le scesero giù per le

spalle. — E pensare che bisognerà tagliarle se guarirò. — Ella vide

l'espressione desolata del mio volto e corresse la frase — _quando_

guarirò. — Indi mi disse: — Apri un momento la finestra. È ormai la

primavera. — Io mi movevo come un automa senza profferire una parola.

— Oh come è bello! — ella esclamò contemplando dal suo letto parte

di quell'orizzonte che tu ammiravi poco fa. — Basta, adesso.... Puoi

chiudere. — Ella abbassò le palpebre e cadde in un sopore. Le sedetti

vicino prendendole una mano che penzolava fuor delle coperte. Il

suo alito era lieve lieve; nel suo volto c'era una pace di paradiso.

Avrei voluto chiamar qualcheduno, ma mi sentivo come inchiodato sopra

la sedia. Andava facendosi buio; la luce che penetrava nella camera

attraverso le stecche delle persiane diveniva sempre più debole,

l'orologio misurava gli eterni minuti col suo uniforme _tic-tac

tic-tac_.

Ad un tratto il _tic-tac_ cessò.

— L'orologio s'è fermato, — disse la Virginia con voce quasi

impercettibile.

Nello stesso tempo ella mise un sospiro, e la sua mano, prima si agitò

con un tremito, poi si irrigidì nella mia....

Accorse gente, si accesero i lumi. Virginia era morta. L'orologio,

fermo, segnava le 6.15.... Tu piangi, amico mio?... Oh lo so che tu

avevi sempre buon cuore.

Federico mi baciò più volte singhiozzando. Quand'egli si fu alquanto

calmato. — Non so come le sopravvissi, — egli soggiunse. — Per buona

fortuna non tardò a scoppiare la guerra. Corsi subito ad arruolarmi con

Garibaldi, invocando una palla che mi togliesse di pena. Sa Iddio se

l'ho cercata, ma non trovai che una palla spuria... la quale mi ferì ad

un braccio.... Quando potei lasciare l'ambulanza era già sottoscritto

l'armistizio.... Tornai a casa ove secondo i miei ordini nessuno aveva

toccato l'orologio.... Mi rassegnai a vivere... ma non c'è più gioia

per me.... Orsù, vuoi uscire?

Mi offrì un sigaro e mi prese per il braccio.

Allorchè fui sulla soglia non potei a meno di voltarmi indietro.

L'orologio, fermo, segnava le 6.15.

Alla finestra: Novelle · 第 35 / 42 题