LA DEMOCRAZIA DELLA SIGNORA CHERUBINA

La signora Cherubina Spiccioli, moglie del signor Innocente Spiccioli,

negoziante arricchito alla Borsa, aveva inaugurato da tre venerdì il

suo nuovo salotto. Un amore di salotto con tappeto di felpa, tendine di

seta, mobili con dorature ed intagli. Sulle cantoniere cento gingilli,

sulla mensola un magnifico orologio a dondolo con puttini di bronzo

che ne reggevano il disco, pendente dal soffitto una gran lumiera di

cristallo; alle quattro pareti quattro nitidissimi specchi di Francia,

in cui la signora Cherubina aveva la soddisfazione di vedersi riflessa

quattro volte.

La signora Cherubina Spiccioli era anch'essa addobbata sfarzosamente

come il salotto e si pavoneggiava sopra una sedia foderata di velluto,

appoggiando i piedi sopra un piumino di lana a fiori. Aveva alla destra

la signora Veronica Somariva, moglie di un pretore, e alla sinistra la

signora Pasqua Orsolini, consorte di un farmacista, vestite entrambe

abbastanza dimesse e atteggiate a un ossequio riverenziale che avrebbe

dovuto lusingare la vanità della signora Cherubina.

Ma la signora Cherubina era in quel giorno di pessimo umore, perchè

la contessa Basili che era la pigionale del primo piano, non le aveva

ancora restituita la visita. E il pessimo umore della signora Cherubina

si manifestava in escandescenze democratiche.

— Sì — ella gridava inferocita — bisogna finirla con questo sciocco

pregiudizio della nobiltà. Chi sono queste schizzinose che non si

degnano di stare con noi? Non sono anch'esse di carne e di ossa

come noi altre? Vogliono imporci perchè si chiamano marchese,

contesse, duchesse? O credono forse che non si sappia che c'è stato

l'ottantanove?

— L'ottantanove — interruppe la signora Pasqua — è uscito anche

nell'ultima estrazione.

— O signora Pasqua, che dice mai? — esclamò ridendo la signora Veronica

ch'era un po' donna di lettere; — non si tratta di un numero del lotto,

ma di un anno.

La signora Pasqua si fece rossa, ed estraendo il fazzoletto da un

manicotto di pelo di gatto si soffiò romorosamente il naso.

Ma la signora Cherubina, senza curarsi di quest'incidente, continuò,

gonfiando la voce:

— E si dice che siamo in un'epoca di libertà, in un'epoca di

uguaglianza! È un obbrobrio.... Una casta a parte in questo secolo!....

In nome di che?... Sono più belle di noi?.... Sono più virtuose?

Domandiamolo ai loro mariti.... Più eleganti? Io credo che noi altre

(parlo di quelle che possono) si vesta come si vestono loro... E noi

si paga il conto... E le nostre case (parlo sempre delle famiglie che

possono) non sono forse addobbate come le loro?... Mi guardi il cielo

dal citarmi ad esempio, ma vorrei sapere se questo salotto non è tale

da potervi ricevere chiunque, fosse anche l'imperatore del Mongol!...

Un tappeto, signora Veronica, che mi costa la bellezza di sette lire

al metro, e il negoziante m'ha giurato che ne vendè uno di simile

alla marchesa Liani.... Anche le tendine son tali e quali quelle della

baronessa Rodolfi.... Abbiamo lo stesso tappezziere.

La signora Pasqua e la signora Veronica si sdilinquirono in parole

d'ammirazione circa al tappeto e alle tende della signora Cherubina.

— No, no — rispose costei schermendosi modestamente. — Dico per

dire.... che in fin dei conti noi siamo _chic_ quanto loro, e questa

superbia muove lo stomaco... So io quello che ci vorrebbe — ella

soggiunse in tuono misterioso e solenne: — Un novantatrè ci vorrebbe.

— Avrà da aspettarlo un pezzo — era sul punto di dire la signora Pasqua

considerando che questo numero non era compreso nella cabala. Ma per

sua fortuna ella ricacciò le parole nella gola.

— Basta, mi perdonino questo sfogo — ripigliò la signora Cherubina

facendosi fresco con un fazzoletto di battista profumato di _patchouli_

— e discorriamo d'altro. Come vanno le feste di ballo al casino?

— Ma! bene — rispose la signora Veronica. — Iersera c'erano

cinquantacinque signore... Dovrebbe venirci anche lei, signora

Cherubina. Il cavaliere suo marito è socio!

— Sì.... voleva anzi condurmi.... Verrò forse.... Ma non so come sia,

le feste di società mi piacciono poco.... Dico il vero, c'è troppa

mescolanza... Io sono democratica, mi pare che non ci possa esser

dubbio in proposito; ma quel trovarmi a contatto di certa gente....

Via, mi dica che signore di conoscenza c'erano.

— Tanto per non dimenticarmi, c'ero io....

La signora Cherubina chinò leggermente il capo con aria di degnazione.

— E poi?

— C'era la signora Pasqua.

— Oh per me — disse la persona nominata raggomitolandosi tutta per

eccesso d'umiltà.

La signora Cherubina fece una smorfia quasi impercettibile.

— Le due Azzolini — continuò la signora Veronica — due belle ragazze.

— Quelle che han per madre una contessa Ruspi di Ferrara? — chiese

premurosamente la signora Cherubina.

— Appunto... C'era anche la madre.

— Ah c'era anche lei.... Una donna che si conserva bene....

— Non dimentichi la signora Coradelli — suggerì la moglie del

farmacista alla signora Veronica. — Una sposa.... bellina tanto.

— Quale Coradelli? Sposa di chi? — interruppe la signora Spiccioli

arricciando il naso.

La signora Pasqua, intimidita dall'accento e dal gesto della padrona

di casa, rivolse alla signora Veronica uno sguardo supplichevole che

significava:

— Venga in mio aiuto.

La _pretoressa_ tentennò il capo come persona che comprende essersi

toccato un cattivo tasto; pure messa alle strette diede alla signora

Spiccioli la spiegazione voluta.

— La moglie di Gaetano Coradelli, il negoziante... quello ricchissimo.

— Negoziante di oggetti di guttaperca! — esclamò la signora Cherubina

nel massimo scandalo. — È proprio vero?... E poi si lagnano se non

si va alle loro feste?... Ma non c'è una commissione di scrutinio

al Casino? Ma accettano dunque il primo venuto purchè paghi sessanta

lire all'anno? L'ho sempre detto io che questo è un paese ove non è

possibile la vita di società. Io sono democratica, ma questa non la

posso mandar giù. Il signor Coradelli!.... Un uomo che vende fianchi

artificiali e che cingendo la vita della sua ballerina può riconoscer

la roba sua sotto il vestito!...

Espresse queste savie considerazioni, la signora Cherubina Spiccioli si

avvolse silenziosamente nella sua maestà di regina offesa.

— Che continuazione di belle giornate! — osservò la signora Veronica

per rianimare il dialogo.

La signora Cherubina non rispose, ma con un cenno del capo mostrò di

partecipare all'opinione della sua interlocutrice. Quindi, tornando al

suo tema favorito:

— Ecco — soggiunse — se si potesse mettere insieme una società della

buona borghesia, una società a modo, come io la intendo.... una società

insomma da farla tenere a queste signore contesse e marchese....

rendendo loro la pariglia....

— Col non invitarle — disse la _pretoressa_.

— Nemmeno una.

In quel punto il servo sollevò la portiera e annunziò la contessa

Basili.

La nobil dama insignita di questo nome cospicuo si presentò sulla

soglia e fece il più compito inchino che possa immaginarsi.

La signora Cherubina diventò rossa come un gambero cotto, si alzò

tutta d'un pezzo, come se le fosse scattata sotto una molla, nella gran

furia inciampò prima nel piumino, poi in un lembo del proprio vestito;

nondimeno riuscì a mantenersi in equilibrio e corse verso la nuova

arrivata. La signora Veronica e la signora Pasqua si levarono in piedi

esse pure.

— Contessa — balbettò la signora Spiccioli stentando a trovar le

parole, tanto era commossa. — Quale onore!... Ha voluto disturbarsi.

Davvero che non osavo sperare.... La prego, s'accomodi.... qui, vicino

a me.

E le additò la sedia davanti alla quale stava ritta la signora Pasqua

che dovette cedere il posto e accomodarsi un po' più lontano. La

contessa Basili si guardò intorno con l'occhialino, poi disse:

— Prima di tutto ero venuta per fare un dovere.

— Un dovere! che dice mai? — interruppe la signora Cherubina,

conservando quella magnifica tinta scarlatta di cui ella si era suffusa

al giungere della illustre pigionale del primo piano. — Un dovere?...

È tutta bontà sua.

E strinse con effusione la mano alla contessa.

Intanto la signora Veronica e la signora Pasqua allungavano il collo

come due colombe in amore per vedere di essere presentate alla gran

dama. Ma la gran dama si limitava a guardarle di tratto in tratto

con l'occhialino, e la signora Spiccioli non aveva nessuna voglia

a far sapere alla contessa che ella era in qualche intimità con la

moglie di un farmacista e di un pretore. La contessa era prossima ai

quarant'anni, aveva la bocca un po' grande e il naso un po' lungo,

usava senza troppo risparmio il nero sulle ciglia e il minio sulle

gote, onde un giudice imparziale l'avrebbe detta piuttosto vecchia

che giovine, piuttosto brutta che bella. Ma la signora Cherubina era

in estasi; nelle orecchie intente, negli occhi umidi e imbambolati,

nell'atteggiamento tutto della persona le si leggeva l'ammirazione

sconfinata, profonda, simile a quella che un devoto o un artista

potrebbe sentire davanti a una Madonna di Raffaello.

— Lei mi confonde — ripigliò la contessa con un sorrisetto. — Volevo

dire che la mia visita aveva anche un altro scopo.

— Un altro scopo?... Parli, signora contessa, mi comandi... ove posso...

— Noi daremo, lunedì quindici, una festicciuola.... senza pretesa...

e io sono qui a pregarla di volerci favorire con suo marito.... Sarà

per le dieci di sera... Mi dice di sì? — soggiunse la contessa con voce

melliflua ed insinuante.

Il ritardo della signora Cherubina nel rispondere dipendeva

dall'eccesso della gioia. Essere invitata dalla contessa Basili in

persona, alla presenza della signora Somariva e della signora Orsolini

che potevano rendere testimonianza del suo trionfo, era tal fatto da

togliere il dominio di sè anche a una donna più forte della signora

Spiccioli.

— E come potrei dire di no, signora contessa? — ella rispose finalmente

con l'accento con cui la Ristori avrebbe potuto declamare la _Francesca

da Rimini_.

— Siamo intesi dunque — ripigliò la contessa. E poi si mise a

conversare di cose indifferenti.

La signora Pasqua e la signora Veronica, visti riuscir vani tutti gli

sforzi per richiamare l'attenzione della padrona di casa sopra di loro,

non tardarono ad accommiatarsi, senza che la signora Cherubina dicesse

una parola per indurle a prolungare la loro visita. Dovevano oramai

essere persuase della sua superiorità; la loro presenza non giovava più

a nulla.

— Ha visto? — disse la signora Pasqua alla signora Veronica appena

furono giù delle scale! — A proposito di democrazia! Ci ha lasciate

andare quasi senza salutarci.

La _pretoressa_ schizzava veleno, ma rispose seccamente: — È una

indegnità. — Poichè ella era convinta che se non vi fosse stata la

moglie del farmacista la presentazione avrebbe avuto luogo per lei. E

non oserei affermare che la signora Pasqua, malgrado la sua singolare

modestia, non avesse un'opinione analoga a quella della signora

Veronica.

— Chi sono quelle due signore? — domandò la contessa Basili alla

signora Cherubina quando rimase sola con lei.

— Oh! — disse questa con noncuranza. — Una certa signora Somariva e una

certa signora Orsolini... Sa... vecchie conoscenze.

E si affrettò a mutare discorso.

Di lì a qualche minuto la contessa Basili si alzò per andarsene e la

signora Cherubina, dopo avere tirato il campanello con tanta forza

che gliene rimase in mano la nappa, volle accompagnare l'eccelsa

visitatrice sino al fondo dell'anticamera ove le ripetè in mille modi

i suoi ringraziamenti. Poi tornò trionfante in salotto e fiutò con

ineffabile compiacenza il profumo di muschio che la contessa aveva

lasciato dietro di sè. Finalmente, giacchè non le capitavano altre

visite, ella passò nel gabinetto attiguo e scrisse una riga alla sarta

ordinandole di recarsi tosto da lei.

La signora Cherubina intervenne sfolgorante di gemme alla festa

della contessa Basili ed ebbe la insigne soddisfazione di ballare con

parecchi giovinotti della gran società, e di essere presentata ad altre

due contesse e ad una marchesa. Onde il nuovo salotto di casa Spiccioli

non istette molto a popolarsi di gente _comm'il faut_, cosa dalla quale

la salute della signora Cherubina ritrasse maggior giovamento che non

ne avesse ritratto l'anno addietro da un mese di cura alle acque di

Recoaro. Nondimeno la signora Cherubina è sempre democratica, e se una

contessa non le restituisce presto la visita o non la invita ai suoi

balli, ella sente un fremito repubblicano nell'anima e invoca un altro

_novantatrè_.

Alla finestra: Novelle · 第 27 / 42 题