DUE ORE IN FERROVIA

Io non sono azionista di nessuna società ferroviaria, non ho garantito

(ci mancherebbe altro,) il prodotto chilometrico di nessun tronco,

non mi appassiono troppo nelle questioni del riscatto e dell'esercizio

governativo, non ho un trasporto straordinario per le frasi di metodo

sul _fischio della locomotiva che è l'araldo della civiltà_, ecc.,

ecc.; eppure vi dico: viaggiate in strada ferrata. Non c'è un modo

migliore di raccogliere osservazioni, di tener desta la fantasia. E non

è punto necessario di accingersi a viaggi lunghi, di andare da Venezia

a Pietroburgo e da Pietroburgo a Parigi. Basterà di tanto in tanto una

breve corsa di un paio d'ore.

Se volete seguire per intero il mio consiglio, prendete il biglietto

di seconda classe e scegliete i treni omnibus. Vi spiego subito il

perchè. La terza classe è troppo incomoda; troppi uomini che sanno

d'aglio, troppe donne sgangherate, troppe galline che legate insieme

per le zampe e cacciate sotto i sedili fanno uno strepito d'inferno.

La prima è troppo compassata; troppi Inglesi che consultano la guida

del Baedeker e il dizionario tascabile, troppi senatori e deputati che

discorrono di politica, troppi banchieri, troppi conti, troppi baroni.

Nella seconda classe invece trovate la maggior varietà di tipi, quindi

la più ricca fonte di osservazioni.

Quanto al treno omnibus, per chi non ha fretta, esso è di gran lunga

il migliore. Coi treni diretti la compagnia non si muta che a grandi

intervalli; invece coi treni omnibus è un continuo succedersi di figure

diverse, come per effetto di una lanterna magica.

— Ma, — direte voi, — se s'incontra una compagnia piacevole che gusto

c'è a mutare?

Questa domanda mostra in chi la fa una grande inesperienza del vero

carattere del viaggio in ferrovia dal punto di vista ond'io amo

considerarlo. Anche astraendo dal fatto che le compagnie piacevoli non

sono le più comuni, è indubitabile che l'impegnarsi in un dialogo nuoce

al raccoglimento necessario all'osservazione.

Nel viaggio di ferrovia, come io lo intendo, è utilissimo il non

imbattersi in nessuna persona di conoscenza, e l'andare a rilento

prima di mettersi a conversare cogl'ignoti. Il carattere dei proprii

simili s'indovina meglio quando tacciono che quando parlano con gente

veduta per la prima volta. E, in strada ferrata, il meglio che si può

fare a questo scopo è di rannicchiarsi in un angolo, aprire un libro e

guardar di sottecchi. Non è poi una grande indiscrezione; a ogni modo

è una indiscrezione che, qual più qual meno, commettono tutti. Che in

compartimento si sia in quattro, in otto o in dieci, è certo che questi

otto, sedici o venti occhi s'incontreranno con piglio scrutatore.

Si principia sempre nella stessa maniera. Le sacchette, le valigie

portatili, gli ombrelli, gli scialli sono collocati alla meglio sulla

reticella, le donne raccolgono le sottane, gli uomini si stringono

quanto più possono, qua e là è bisbigliato qualche _scusi_ sommesso,

a cui succede un cerimonioso _oh la prego_; poi tutti si lagnano

della Società ferroviaria che vuole stipare la gente nei carrozzoni

come le sardelle in barile, tutti rilevano con impaziente ironia gli

interminabili gridi di _partenza_ senza partir mai; c'è l'uomo arguto

che paragona la macchina che si provvede d'acqua ai cavalli a cui si

dà la biada; c'è la donna di spirito che al sentir il campanello, al

cui suono si parte davvero, dice con un sorriso pretenzioso: _Ecco il

campanello della messa_. Finalmente il convoglio esce dalla tettoia e

si stabilisce un certo silenzio. Guardiamo un po' intorno a noi.

Trovo a questo proposito i ricordi d'una gita recente. Chi è quella

signora dall'aria sentimentale, seduta presso il finestrino a sinistra

con un libro in mano? Prima di tutto un'occhiata di sbieco al libro.

Se non si può vedere il titolo contentiamoci per ora dei connotati

esteriori. Formato in-12.º, coperta gialla; ahimè! indizio gravissimo,

sulla coperta una macchia d'unto. La lettrice dovrebbe essere una

cameriera. La letteratura della cucina ha quasi sempre questo segno

caratteristico. Una cameriera? Eppure le vesti sono abbastanza

eleganti. Si, ma quando le si osservi con un po' di attenzione si

vedrà che sono vesti piuttosto fruste; senza dubbio gli abiti usi

della padrona. Però il _vis-a'-vis_ maschile (un giovinotto in calzoni

caffè e latte e panciotto bianco a fiori lilla) non ha questi sospetti

o è superiore ai pregiudizi di casta e comincia a slanciare alla

viaggiatrice certi sguardi di fuoco che fanno temere un incendio.

Il primo raggio di sole che entra nella carrozza dà appiglio alla

conversazione: — Vuole tirare la cortina?... Aspetti.... Ecco qua. —

Poi c'è un buffo di vento importuno. — Vuol chiudere il vetro? — Se non

disturba a lei. — Anzi, le pare? Ecco fatto. — Questi due sono messi in

movimento. Lasciamoli stare.

Proprio di fronte a me c'è un bellimbusto in guanti chiari che par

poco soddisfatto della compagnia. Nella signora che legge egli ha

fiutato la cameriera e non vuole sprecare per essa le sue occhiate

da conquistatore, nè si degnerebbe a ogni modo di competere con quel

tipo di garzone di negozio che le fa la corte; la sua vicina immediata

ha una circonferenza di due metri e una buona quarantina d'anni sulle

spalle, e una giovine che è con lei e siede alla mia sinistra è magra

e gialla come una carota. Il bellimbusto, esaminate tutte queste cose,

si leva i guanti. Fra la signora magra e la cameriera patetica siede

un uomo di mezza età e in occhiali, che tiene spiegata davanti a sè

la _Gazzetta dei Prestiti_. Dirimpetto a lui, il numero dei quattro si

compie con un vecchietto sudicio e tabaccone che va mangiando ciambelle

e raccoglie e beccola le briciole che gliene cadono giù pei calzoni.

E il treno cammina, e gli alberi piantati lungo la strada paiono

correrci incontro rapidamente, e i fili del telegrafo per una

strana illusione ottica sembrano alzarsi e abbassarsi a vicenda,

e i cantonieri ritti, impalati dinanzi alle loro garette, fanno il

segnale d'obbligo, e la macchina fischia, rallenta il suo corso e si

ferma alla prima stazione. Movimento. La signora grassa e la signora

magrissima discendono. Un _oh_ di soddisfazione esce da tutti i petti.

Si amerebbe che scendesse anche il vecchietto sudicio, ma egli rimane

e seguita a mangiar ciambelle e a raccoglierne le briciole con la

punta del dito bagnata sulla lingua. Restano due posti vuoti. Chi li

prenderà? La gente passa davanti allo sportello e guarda dentro. Poi

si ritira. Non le piace la compagnia. Il bellimbusto è inquieto e pare

in forse di cambiar vagone. Quand'ecco il conduttore che precede due

passeggieri e addita loro i due posti. Entra prima un signore maturo e

urta nelle gambe della cameriera esageratamente protese verso quelle

del suo _vis-a'-vis_. Al signore maturo tien dietro una giovinetta

vispa, saltellante, vestita di percalle bianco e celeste, la quale

con un passo di grazia evita l'ostacolo che arrestò un istante il suo

signor padre e viene a sedersi proprio vicino al giovinotto elegante.

Costui si ricompone, infila di nuovo i guanti e prende un atteggiamento

pari alla circostanza. Il convoglio si muove. Il giovinotto, prima

di riaccendere il sigaro che si è spento, chiede alla sua vicina se

il fumo la disturba, e la vicina risponde con un garbatissimo — _No,

grazie_.

Il signor padre intavola un discorso con la persona grave che ha in

mano la _Gazzetta dei Prestiti_. La questione d'Oriente è il tema

della conversazione. — Povero Abdul Aziz! Dicono che si sia suicidato,

ma chi ci crede? — Lo avranno ammazzato, non ne dubiti. In Turchia

si ammazzano tutti i sultani — dice il lettore della _Gazzetta dei

Prestiti_, che è stato a Costantinopoli e conosce gli usi orientali.

— Quell'Ignatieff — osserva l'altro con aria di mistero — voleva farla

ai Turchi. — Sì, e i Turchi l'hanno fatta a lui. — C'è l'Inghilterra.

— Un osso duro — Altro! — L'Inghilterra vuole l'integrità dell'impero

ottomano. — Se la vuole! ha letto l'articolo dello _Standard_, organo

di Derby? — No signore. — Lo legga e vedrà. — Brutti affari. Perchè la

Russia pesca nel torbido. Gran potenza anche la Russia. — Cospetto! —

Ma in mare l'Inghilterra la supera. — Non si può dir nulla come andrà

a finire. — Non si può dir nulla. — Il meglio è stare a vedere.

Mentre i due politicanti deliberano di stare a vedere, il bellimbusto

cerca di attaccar conversazione con la ragazza vestita di percallo, ma

non riesce a cavarle di bocca che monosillabi. Allora egli si studia di

produrle impressione in altra maniera, estrae di tasca un libro, e se

lo pone sulle ginocchia in modo che la vicina ne veda il frontispizio

e capisca che è un libro francese. Quando egli è ben convinto che la

giovinetta ha acquistato questa importante cognizione, egli si mette

a leggere, di tratto in tratto ripiega il volume sull'indice della

destra e guarda nel vuoto come persona che medita. Ma non c'è caso; la

fanciulla non gli abbada e invece interrompe il padre nel bel mezzo

delle sue disquisizioni politiche per chiedergli se prima di uscire

di casa si sia ricordato di ordinare alla serva che dia da mangiare al

canarino.

Il mangiatore di ciambelle ha lasciato cadere la testa sulla spalliera

del sedile e dorme con la bocca semiaperta e con la barba piena di

briciole. La cameriera e il suo galante continuano a intendersela molto

bene e colgono ogni occasione per toccarsi le mani. Il giovinotto

_chic_ comincia a invidiare la sorte del compagno di viaggio meno

esigente.

Nuova fermata e cambiamento di scena su tutta la linea. Discendono

padre e figliuola, la cameriera, il bellimbusto, l'uomo della _Gazzetta

dei Prestiti_ e il vecchietto sudicio. Si resta per un momento in due:

il don Giovanni di cucina ed io. Il don Giovanni di cucina, dopo aver

seguito con l'occhio sin fuori della stazione la cameriera patetica,

vede ch'io non posso certo risarcirlo di tanta perdita, e si rannicchia

di malumore nel suo cantuccio.

_Secondi avanti_, grida il conduttore; _sei posti vuoti_. Ed ecco in

primo luogo due signore in lutto strettissimo, poi una famigliuola di

tre persone, marito, moglie e un bimbo di tre anni. Il marito mette

a posto una sacchetta, una valigia di cuoio spelata, due ombrelli,

uno sciallo, una cappelliera di cartone. Senza dubbio è un impiegato

traslocato. Per due volte egli porta macchinalmente la mano al

taschino del panciotto, e la ritira con un gesto che non tradisce la

più schietta soddisfazione dell'animo. Si rischia poco a scommettere

che il pover'uomo ha impegnato in questi ultimi giorni l'orologio. La

moglie ha un cerchio ribelle, che per quanto ella faccia, prende le più

strambe posizioni e tiene alzata la gonna fino al collo del piede. Non

ci guadagna proprio nulla. Il piede della signora è brutto per sè ed è

reso ancora più brutto da un paio di stivali da uomo. Saranno stivali

dimessi dal marito. Il bimbo che sarebbe bellino non brilla neppur esso

per buon gusto nell'abbigliamento. Invece c'è da scommettere che egli

non istarà mai fermo, e comincia a cascarmi addosso appena il convoglio

si rimette in moto. Poi piagnucola perchè non è presso al finestrino,

nè può vedere gli alberi. Affine di chetarlo, lo faccio venire nel mio

angolo, lo sollevo ritto sul sedile e lo tengo perchè non cada. Ma di

lì a un minuto gli viene una voglia irresistibile di tornar dalla mamma

e senza cerimonie eseguisce il gran passaggio sulle mie ginocchia.

Scandalo e scuse dei genitori. Il marito mi conferma a bassa voce che è

un impiegato traslocato. Non osa lagnarsi del suo destino perchè teme

lo si traslochi un'altra volta. Tanto e tanto bisogna ringraziare il

cielo che non sia accaduto di peggio. Era a Treviso e va a Lecce. Una

bagatella di oltre a mille chilometri di distanza: ma se lo mandavano

in Sicilia?

Mentre lo ascolto distratto, la mia attenzione si ferma sulle due

signore vestite a bruno. Son giovani ancora, non però giovanissime,

e hanno un aspetto triste e patito. Non parlan nemmeno fra di loro e

tengono il viso basso e il velo calato. A un punto una d'esse, come

per un segnale convenuto, tocca con la mano il ginocchio dell'altra, e

alzando il velo spinge la testa fuori del finestrino. La sua compagna

fa lo stesso. Vinto dalla curiosità, guardo anch'io da quella parte.

Non vedo sulle prime che una lunga distesa di campi; poi fissando la

pupilla in lontananza, mezzo nascosta da una macchia d'alberi, discerno

a fatica una casetta bianca sormontata da una banderuola metallica

che scintilla ai raggi del sole. È là che le due donne appuntano

gli sguardi, nè li rimuovono finchè la casetta bianca non scompare

dall'orizzonte. Allora una d'esse, la più giovine, quella che ha

l'aspetto più addolorato, si porta rapidamente una mano alle labbra e

invia un bacio alla cara visione. Poi entrambe riabbassano il velo e

ritirano il capo nell'interno della carrozza. Quella stessa che inviò

il bacio passa, sotto il velo, il fazzoletto, e si copre gli occhi.

Intanto il mio vicino discorre del progetto Depretis sul miglioramento

della sorte degl'impiegati, ma io non gli do retta. Penso al dramma

intimo di cui le due viaggiatrici abbrunate portano seco il facile

segreto, penso alla casetta bianca ove pochi giorni addietro qualcuno

dava l'ultimo addio alla luce, penso a questo atto così universale,

così costante della morte, eppur sempre così nuovo, così misterioso,

così terribile.

— Adesso non si può; a momenti, alla prima stazione — dice la signora

_impiegata_ al suo bimbo. Il bimbo strilla un poco, quindi s'acqueta e

ripiglia i suoi pellegrinaggi da una parte all'altra della carrozza.

Fa caldo, la conversazione s'interrompe, le teste diventano pesanti,

gli occhi hanno una tendenza a socchiudersi. Quand'ecco il silenzio

è interrotto da una fiera protesta del giovinotto dai calzoni color

caffè e latte, il quale, mentre sonnecchiava, sentì lungo le gambe una

impressione assai poco gradevole e incolpa del fatto il fanciullo, che

ad avvalorare i sospetti, si trova precisamente da quella parte.

I genitori si profondono in iscuse, ma la vittima non si calma così

presto.

— Non si conducono in viaggio bambini di questa età.

Questa proposizione stravagante fa montar la mosca al naso al _Travet_.

— Oh sì.... Anzi un funzionario traslocato non condurrà seco la prole.

— E allora bisogna sorvegliarla, — replica il giovinotto guardando con

stizza i suoi calzoni caffè e latte che presentano l'aspetto di una

carta geografica.

Questo era il punto vulnerabile, e l'impiegato slancia un'occhiata

fulminea alla sua metà che stava catechizzando il fanciullo

e brontolava quasi parlando a sè stessa. — Sorvegliare....

sorvegliare.... Son cose presto dette... Un folletto di tre anni....

Vorrei che il signore fosse al mio posto.

— Sicchè, a sentir la signora, dovrei ringraziare... chieder scusa io.

E giù un'altra occhiata alle gambe.

— Non dico questo; anzi scusi, ma santo Iddio, senza un po' di pazienza

a questo mondo.... Ce ne abbiamo tanta noi impiegati.... E poi, stia

certo, non lascia macchia....

Il battibecco minaccia di non finir più quando il fischio della

locomotiva annunzia l'avvicinarsi di un'altra stazione. Era quella a

cui dovevo scender io e per buona ventura della famiglia del _Travet_

anche il giovinotto, vittima del fatale accidente.

— Corpo di Satanasso! — esclama costui levandosi in piedi e guardando

sempre quei benedetti calzoni. — Come si fa adesso?

— Perdoni, non ha un _plaid_? — dico io intervenendo nella questione.

— Sì, signore.

— Lo tenga in modo che le cada sul davanti.... Così.... Benissimo....

Adesso non si vede nulla.

— Ma un bel gusto, sa, con questo caldo a tenersi il _plaid_ fino ai

piedi.

— Crederanno che abbia le febbri intermittenti.... Il peggio sarebbe....

— Che si vedesse.... Capisco....

— Dunque dei due mali il minore.... Oh non c'è tempo da perdere.... Qui

il treno non si ferma che un mezzo minuto.

— Scende qualcuno? — dice il conduttore affacciandosi allo sportello.

— Sì, due.

E siamo in terra d'un salto.

— Ecco due posti, — ripiglia lo stesso conduttore voltandosi verso due

viaggiatori, che dopo essersi accommiatati con molti baci da un gruppo

di parenti e di amici cercavano una carrozza di seconda classe in cui

salire.

Questi due non lasciano dubbio alcuno sull'esser loro. Sono due

sposi novelli. Lo si vede all'aspetto raggiante, al vestito accurato,

all'abbandono soave con cui la giovinetta si appoggia al braccio del

valido marito. Entrati che sono nello scompartimento essi rinnovano

l'addio agli amici e ai congiunti. I loro volti ilari che si toccano

quasi nel vano del finestrino fanno un singolare contrasto con le

fisonomie malinconiche delle due signore abbrunate: il loro saluto

alla lieta schiera che li ha accompagnati alla stazione è ben diverso

da quello che le due donne avevano mandato prima alla casetta bianca

perduta nella campagna; per la coppia felice l'avvenire è tutto gioia

e speranza. Chi sa che vicende le riserbi la sorte?

Il treno s'è dileguato, ma ancora si vede fra gli alberi il suo

pennacchio di fumo. È scomparso anche il viaggiatore dai calzoni

color caffè e latte. Il guardiano della stazione (una piccola stazione

intermedia) mi squadra con curiosità dalla testa ai piedi. Che cosa

faccio? Che cosa penso? In verità non faccio nulla, non penso a

nulla.... Ma, dopo tutto, in due ore di ferrovia, che avvicendarsi

di persone, che contrasto di faceto e di serio, e per chi conosce

la voluttà del sorriso e delle lagrime, che miniera inesauribile di

sensazioni!

Alla finestra: Novelle · 第 26 / 42 题