NEVICA

Il termometro segna appena un grado sopra zero, il cielo è coperto

di nubi bianche di cattivo augurio, spira un'aria rigida e acuta; che

ragione può avere il signor Odoardo di starsene alla finestra della sua

camera da studio alle nove della mattina? È vero che il signor Odoardo

è un uomo robusto e ancora nel fior dell'età, ma via, non bisogna far

troppo a fidanza con la propria salute, nè tirarsi i malanni addosso.

Ahimè, ahimè, la ragione mi par d'averla scoperta. Dirimpetto alla

finestra del signor Odoardo c'è la finestra della signora Evelina, e

la signora Evelina ha gli stessi gusti del signor Odoardo. Anch'ella è

li a prendersi il fresco, appoggiata al davanzale, in veste da camera,

con le sue chiome bionde e ricciute che le cascano ogni momento sulla

fronte e ch'ella respinge indietro con una leggiadra scrollatina di

capo. La strada è abbastanza angusta e si può benissimo conversare da

una parte all'altra, ma col tempo che fa non ci sono che due finestre

aperte, quella del signor Odoardo e quella della signora Evelina.

Non c'è che dire: la signora Evelina, venuta da qualche settimana

ad abitare nella casa di facciata e una magnifica vedovella, i suoi

capelli sono oro filato, la sua carnagione è un impasto di latte e di

rosa, il suo nasino volto un poco all'insù non è greco sicuramente,

ma è più gustoso che se fosse greco, la sua bocca fregiata di denti

bianchissimi par che inviti ai baci, e i suoi occhi poi, i suoi occhi

azzurri hanno la trasparenza di un cielo sereno, ed ella sa girarli in

un modo! Nè le bellezze della signora Evelina finiscono lì; che persona

giusta, spigliata, che linee morbide, eleganti, che manine, che piedi!

Ah, signora Evelina, signora Evelina, comincio a credere anch'io che

il signor Odoardo non abbia tutto il torto di starsene alla finestra a

pigliare il fresco invece di chiuder le imposte e di mettersi vicino

alla stufa che arde romorosamente nella stanza. Di lei piuttosto

mi meraviglio, perchè in fin dei conti il signor Odoardo non è un

brutt'uomo, ma è poco distante dai quarant'anni, ed ella non ne ha che

ventiquattro. Così giovine e già vedova! Povera signora Evelina! È vero

ch'ella ha una gran forza di carattere. Volge il sesto mese della sua

vedovanza ed ella s'è omai rassegnata, quantunque il suo defunto marito

le abbia lasciato appena quanto basta per vivere modestissimamente.

Però la signora Evelina non ha imbarazzi di figliuoli, è sola, è

padrona di sè e non dovrebbe esserle difficile di passare a seconde

nozze, con quegli occhi, con quei capelli, con quel nasino volto

all'insù. Non c'è niente di male a confessarlo, la signora Evelina

aspira al matrimonio, e se il nuovo marito non fosse più di primo pelo,

pazienza!

Ora non è inutile a sapersi che il signor Odoardo è un uomo agiato, ed

è vedovo anche lui... Che combinazione!

Si sposino dunque, e che la sia finita!... Già è la conclusione

ordinaria di queste faccende.

Si sposino! È presto detto... Il signor Odoardo è ancora perplesso.

Se si fosse trattato di levarsi un capriccio ho una gran paura che la

perplessità gli sarebbe svanita. _Errare humanum est._ Ma la signora

Evelina è una donna seria, non vuole frascherie, vuole un marito...

oh la signora Evelina è una donna positiva; sa far girare le teste

degli altri, ma sa tenere a posto la propria. È così furba la signora

Evelina.

Se è così furba, la spunterà. A forza di ronzarle attorno, il signor

Odoardo terminerà col bruciarsi le ali. Questo è senza dubbio il suo

parere, gentile lettrice, e non le dissimulo che è anche il mio. Così

non può durare sicuramente. Le visite del signor Odoardo alla signora

Evelina sono troppo frequenti; adesso ci si aggiungono anche i colloqui

dalla finestra. Bisogna prendere una risoluzione, e il signor Odoardo

ha una gran paura che la risoluzione gli sarà strappata più presto

ch'egli non vorrebbe, in giornata forse, quand'egli si recherà a casa

della vedova.

L'uscio della camera da studio del signor Odoardo è proprio dirimpetto

alla finestra. Perciò una corrente d'aria fredda che gl'investe la

persona l'avverte che l'uscio fu aperto. E mentr'egli si volta, sente

una voce cara e simpatica che gli dice:

— Addio, babbo, vado a scuola

— Buon dì, Doretta — risponde il signor Odoardo chinandosi a baciare

una vezzosa fanciulla tra gli otto e i nove anni, e nello stesso tempo

dalla finestra dirimpetto la signora Evelina grida anche lei:

— Buon dì, Doretta.

La Doretta che aveva già fatto una smorfia a vedere il babbo in

conversazione con la vicina, ne fa un'altra a sentirsi salutare. E

biascica di mala voglia:

— Buon giorno.

Poi, mogia mogia, col suo panierino infilato al braccio, ella se ne

va a raggiungere la donna di servizio la quale l'attende in andito.

La Doretta si sente un gran pizzicore negli occhi, e basterebbe un

nonnulla a farla piangere.

— Mi piace tanto quella bimba — dice la signora Evelina con la

più dolce inflessione di voce che si possa immaginare — ma le sono

antipatica.

— Oh non creda... La Doretta è ritrosa per sua natura.

Il signor Odoardo risponde così, ma nel fondo del suo cuore è persuaso

anch'egli che sua figlia non ha nessuna tenerezza per la signora

Evelina.

Intanto il freddo si fa sentire più acuto, e il vento porta in giro

qualche piccolo fiocco di neve. Non c'è caso, a meno di voler rimanere

intirizziti, bisogna mettersi al riparo dall'aria.

— Nevica — dice la signora Evelina guardando in alto.

— Oh era da aspettarselo.

— Ebbene, vado a sbrigare le faccende di casa. A rivederci... Verrà a

trovarmi più tardi?

— Sì mi procurerò questo piacere.

— A rivederci.

La signora Evelina chiude gli sportelli, saluta nuovamente dietro i

vetri con un cenno del capo e con un sorriso, poi si dilegua.

Il signor Odoardo rientra anch'egli nello studio, e accorgendosi che

fa molto freddo, caccia legne nella stufa, e inginocchiato davanti allo

sportellino rianima il fuoco col soffietto. La fiamma divampa allegra,

romorosa, e manda vivi bagliori sulla parete.

Di fuori continua a cader qualche fiocco di neve. Forse non farà più di

così.

Il signor Odoardo con le mani nelle tasche dei calzoni, con la testa

china al suolo, misura in lungo e in largo la stanza. Egli è turbato,

profondamente turbato. Sente che è in un punto critico della vita,

sente che in pochi giorni, in poche ore forse si deciderà di tutto il

suo avvenire. È egli innamorato sul serio della signora Evelina? Da

quanto tempo la conosce? Sarà buona come l'_altra_, saprà essere una

seconda madre per la Doretta?

S'ode un suono di passi nell'andito. Il signor Odoardo si ferma in

mezzo alla camera. L'uscio si apre di nuovo, e la Doretta, rossa

in viso, col cappuccio di lana calato sulla fronte, col soprabitino

abbottonato fino al collo, con le mani incrociate e nascoste entro le

maniche, corre verso il babbo.

— Nevica, e la direttrice ci ha mandate indietro.

Ciò detto, la fanciulla si leva il cappuccio e il soprabito e va a

riscaldarsi alla stufa.

— La stufa brucia, ma la camera è fredda — ella esclama.

Infatti, colpa la finestra rimasta aperta una buona mezz'ora, il

termometro non segna che 5 gradi Réaumur.

— Babbo — ripiglia la Doretta — oggi voglio restar reco tutto il giorno.

— E se il babbo avesse da attender ai fatti suoi?

— No, no, smetti per oggi.

E la Doretta, senz'aspettar risposta, va a prendersi i suoi libri, la

sua bambola e il suo lavoro. Indi sciorina i libri sullo scrittoio,

adagia la bambola sul canapè e colloca il lavoro sopra uno sgabello.

— Ah! — ella esclama con aria d'importanza. — Che bella cosa che oggi

non ci sia scuola!... Così avrò tempo di ripassar la lezione... Ih!

guarda adesso come nevica.

Nevica infatti. Prima è un pulviscolo bianco, molto minuto, ma molto

fitto, che mosso in giro vorticoso dal vento, viene a batter sui vetri

con un suono secco, metallico; poi il vento rimette della sua violenza,

i fiocchi si fanno più larghi e cadono silenziosi, incessanti,

monotoni. La neve si distende come un soffice tappeto sulle vie, come

un lenzuolo sui tetti, s'insinua nelle spaccature dei muri, s'accumula

sui davanzali delle finestre, involge le sbarre delle inferriate,

s'arrovescia e resta sospesa a festoni dagli orli delle grondaie e

delle cornici.

In istrada deve far sempre un gran freddo, ma la camera si

riscalda rapidamente, e la Doretta montando sulla sedia osserva con

soddisfazione che il termometro è salito a undici gradi.

— Sì, cara — risponde il signor Odoardo — e l'orologio segna undici

ore. Va a ordinare che ci preparino la colazione.

La Doretta obbedisce, e rientra di lì ad un momento.

— Babbo, babbo, sai la novità? La stufa del salotto non vuol ardere e

tutta la stanza s'è riempiuta di fumo...

— Allora, bimba mia, facciamo colazione qui.

Questa savia risoluzione empie di gioia l'animo della Doretta, che

s'affretta a recar la notizia in cucina, poi in tre o quattro viaggi,

porta ella stessa dal salotto da pranzo alla camera da studio le

posate, i piatti, la tovaglia e i tovagliuoli, e con l'aiuto del

servo apparecchia la mensa sopra un tavolino del babbo. Com'è allegra

la Doretta! Come s'è dissipata la nube che un paio d'ore prima le

ottenebrava la fronte! E come adempie bene agli uffici di casa!

Il signor Odoardo la guarda con compiacenza, e non può trattenersi

dall'esclamare:

— Brava Doretta!

È innegabile, la Doretta è tutta la sua mamma. Anche la sua mamma era

un'eccellente massaia, un modello d'ordine, di pulizia, di buon garbo.

Ed era leggiadra come la Doretta, quantunque ella non avesse i capelli

biondi e gli occhi affascinanti della signora Evelina.

Insieme al servo che porta la colazione, entra un nuovo personaggio, il

gatto soriano Melanio, il quale non manca mai ai pasti della Doretta.

Il gatto Melanio è vecchio; ha visto nascere la Doretta e la onora

della sua protezione. Non c'è mattina che egli non miagoli all'uscio

della sua camera come a domandarle s'ella ha passato bene la notte,

non c'è sera ch'egli non le tenga compagnia fino all'ora in cui ella

si corica. Ogni volta ch'ella esce egli la saluta con un leggero _gnau

gnau_; ogni volta che egli la sente venire le corre incontro e le si

stropiccia intorno alle gambe. A pranzo e a colazione, quand'ella fa

colazione in casa, egli si mette vicino alla sua seggiola e aspetta in

silenzio ch'ella gli dia i rilievi della mensa. Però il gatto Melanio

non ha l'abitudine di visitare lo studio del signor Odoardo, ed egli è

piuttosto meravigliato di trovarvisi in questo momento. Dal canto suo

il signor Odoardo accoglie con una certa diffidenza il nuovo ospite, ma

la Doretta interviene in favore dell'animale e si fa mallevatrice della

sua onesta condotta.

È un pezzo che la Doretta non mangia di così buon appetito. E dopo

ch'ella ha fatto onore alla sua colazione, ella sparecchia la tavola

col garbo e con la prestezza con cui l'ha apparecchiata, e in pochi

minuti la camera da studio del signor Odoardo è tal quale era prima.

Rimane bensì il gatto Melanio che si è accomodato accanto alla stufa e

al quale la Doretta ottiene la grazia di essere lasciato tranquillo....

finchè non disturbi.

A forza di andare e venire la camera si è raffreddata di nuovo. Il

termometro è disceso di un grado e mezzo e la Doretta per farlo salire

vuota quasi tutta la paniera delle legne nella stufa.

Come nevica, come nevica! Non sono più fiocchi staccati, è come se una

tela bianca a trafori si svolgesse continuamente davanti agli occhi. Il

signor Odoardo comincia a credere che non gli sarà possibile di far la

sua visita alla signora Evelina. È vero che non c'è che un passo, ma

bisognerebbe sprofondarsi quasi fino alle ginocchia. A ogni modo, chi

sa? Può essere che più tardi smetta di nevicare. Già è appena suonato

il mezzogiorno.

La Doretta è colta da un'idea luminosa:

— Se rispondessi ora alla lettera della nonna!

Di lì a poco la Doretta è nella poltrona del babbo, davanti alla

scrivania, con due guanciali sotto al sedere per istar più alta, con le

sue gambine penzolanti nel vuoto, con la penna sospesa in mano, con gli

occhi fissi in un foglio di carta rigata su cui non si leggono finora

che due parole: _Cara nonna_.

Il signor Odoardo, addossalo alla stufa, guarda la figliuola e sorride.

Pare che la Doretta abbia finalmente trovato il modo di cominciare,

perchè ella rituffa la penna nel calamaio, abbassa la mano sulla carta,

corruga un poco la fronte, e spinge fuori la punta della lingua.

Dopo alcuni minuti di lavoro assiduo, ella alza il capo e domanda:

— Che devo dire alla nonna circa all'invito di andar a passare qualche

settimana con lei?

— Dille che adesso non puoi, ma che ci andrai nella primavera.

— Insieme con te?

— Insieme con me — risponde macchinalmente il signor Odoardo.

Certo però, che s'egli fosse fidanzato con la signora Evelina questa

visita alla suocera gli recherebbe non lieve imbarazzo.

— Ho finito — esclama la Doretta con aria trionfante.

Ma a questo grido ne succede un altro, mezzo di dolore, mezzo di rabbia.

— Che c'è?

— Uno sgorbio.

— Vediamo.... Che fai, scioccherella?... Adesso non c'è più rimedio.

La Doretta era corsa con la lingua sulla macchia d'inchiostro e aveva

sciupato il foglio.

— Bisogna ricopiare — ella osserva mortificata.

— Ricopierai stasera. Dà qui intanto.... Non c'è male, non c'è

proprio male. Ci sarà da aggiungere e da levar qualche lettera, ma in

complesso, per una bambina della tua età, si può contentarsi. Brava

Doretta!

La Doretta riposa sugli allori, giuocando con la bambola. Ella veste la

sua _Niní_ con l'abitino di lusso e la conduce a far visita al gatto

Melanio. Il gatto Melanio, che sonnecchia con gli occhi semiaperti,

si mostra piuttosto annoiato di quegli omaggi, si rizza sulle quattro

zampe, piega ad arco il corpo flessuoso e poi si raggomitola, voltando

la schiena alla visitatrice.

— Ah, Melanio è poco gentile oggi — dice la Doretta mentre riconduce la

bambola verso il canapè. — Ma non tenergli il broncio; egli non è mica

sempre scortese; dev'essere effetto del tempo.... Anche a te, _Niní_,

fa sonno questo tempo, non è vero?... Andiamo a dormire.... Così...

dormi, dormi, piccina.

_Niní_ dorme. La sua testa di legno riposa sopra un guanciale, il suo

corpicino di cenci e di crine è involto da una coperta di lana, le

sue palpebre sono abbassate. Poichè _Niní_ alza ed abbassa le palpebre

secondo che si trova ritta o giacente.

Il signor Odoardo guarda prima l'orologio e poi guarda fuori della

finestra. Sono le due suonate e nevica sempre.

La Doretta ha un'altra idea.

— Babbo, sta a sentire se so bene quella favola di La Fontaine: _Le

corbeau et le renard_.

— Sentiamo pure la favola — risponde il signor Odoardo, prendendo dalle

mani della fanciulla il libro aperto alla pagina 18.

La Doretta comincia:

_Maître corbeau, sur un arbre perché,_

_Tenait en son bec un fromage._

_Maître... maître... maître...._

— Avanti.

— _Maître_....

— _Maître renard_.

— Adesso mi ricordo:

_Maître renard, par l'odeur alléché,_

_Lui tint à peu près ce langage:_

_Hé! bonjour...._

A questo punto la Doretta interrompe la sua declamazione perchè il

babbo non bada a lei. Infatti il signor Odoardo ha chiuso il libro

sull'indice e guarda da tutt'altra parte.

— Ebbene, Doretta — egli osserva distrattamente — perchè non prosegui?

— Ecco, non dico altro — ella replica ingrugnata.

— Ih, che permalosa! Che cosa c'è?

La bimba, ch'era seduta su un panchettino, s'è alzata in piedi, e ha

capito benissimo perchè il babbo non le dia retta. Nevica meno, e di là

dalla strada, dietro i vetri della finestra dirimpetto, è comparsa una

testa bionda, è comparso il busto della signora Evelina.

Coraggiosissima donna! Ella spalanca gli sportelli, e con una paletta

di ferro sbarazza in parte il davanzale dalla neve. I suoi occhi

s'incontrano con quelli del signor Odoardo; ella compone le labbra a un

sorriso, e tentenna il capo, come a significare; Che razza di tempo!

Bisognerebbe esser proprio incivili per non dire una parola alla

intrepida signora Evelina. E il signor Odoardo, che non è incivile,

cede alla tentazione di socchiudere un momento la finestra.

— Brava, signora Evelina, non ha paura della neve.

— Oh, signor Odoardo, che tempo indemoniato!... Ma, se non m'inganno,

c'è la sua Doretta con lei.... Buon dì, Doretta.

— Doretta, vieni qui, vieni a salutar la signora.

— La lasci stare, la lasci stare, i bimbi fanno così presto a buscarsi

un reuma.... Ah, non c'è caso, bisogna chiudere.... Capisco che per

oggi devo rinunziare alla sua visita....

— Ma.... Vede che strade!

— Eh, uomini, uomini.... Si dicono il sesso forte.... Basta... a

rivederla.

— A rivederla....

Si richiudono gli sportelli da una parte e dall'altra, ma questa

volta la signora Evelina non iscompare. Ella è lì seduta accanto alla

finestra, e poichè adesso nevica meno, il suo profilo stupendo si

disegna nitidissimo dietro i vetri. Dio! Dio! Com'è bella la signora

Evelina!

Il signor Odoardo passeggia per la stanza di pessimo umore. Gli pare di

far male a non andare dalla seducente vedovella e gli pare che farebbe

peggio ad andarvi. Sul fronte della Doretta s'è calata nuovamente una

nuvola, quella nuvola stessa che vi si era calata la mattina.

Non si parla più della favola di La Fontaine. Invece il signor Odoardo

brontola infastidito:

— È sempre freddo in questa benedetta camera.

— Sfido io, — replica la Doretta con un po' di acredine nella voce, —

apri la finestra ogni momento.

— Ah! — pensa il signor Odoardo — vediamo di scavar terreno.

Ed avvicinandosi alla Doretta, la piglia per una mano, la conduce fino

al canapè, e se la pone a sedere sulle ginocchia.

— Orsù, Doretta, perchè fai così cattiva cera alla signora Evelina?

La bimba diventa rossa, si confonde, non sa che rispondere.

Il signor Odoardo continua:

— Che cosa ti ha fatto la signora Evelina?

La Doretta si scontorce, vorrebbe nascondere il viso, e balbetta:

— Nulla mi ha fatto.

— Eppure non le vuoi bene.

Silenzio profondo.

— Ella invece te ne vuol tanto.

— Non me ne importa....

— Che sgarbata!... E se tu ci dovessi stare con la signora Evelina?

Qui la fanciulla prorompe:

— Non voglio starci, non voglio starci mai.

— Oh, queste sono sciocchezze — ammonisce in tuono severo il signor

Odoardo, deponendo a terra la Doretta.

Ella si scioglie in un pianto dirotto.

— Ma insomma.... È questa la compagnia che fai al babbo?... Basta così,

Doretta.

Il signor Odoardo ha un bel dire, la Doretta ha bisogno di piangere. I

suoi occhi bruni nuotano nelle lagrime, il suo piccolo petto è ansante,

la sua voce è rotta dai singhiozzi.

— Che capricci! — esclama il signor Odoardo arrovesciando il capo sui

guanciali del canapè.

Il signor Odoardo è ingiusto, e ciò ch'è peggio, egli dice una cosa

di cui egli stesso non è persuaso. Egli sa, egli deve sapere che

quelli della Doretta non sono capricci. Egli deve saperlo meglio che

non lo sappia ella medesima, la quale forse non sarebbe in grado di

spiegare ciò ch'ella prova. È il presentimento d'un pericolo nuovo,

è la ripetizione di un antico dolore. Ella non aveva ancora sei anni

quando le è morta la mamma, eppure gliene è rimasta una impressione

incancellabile nell'anima. E adesso le pare che la mamma le torni a

morire.

— Quando avrai finito di piangere, Doretta, verrai qui — dice il signor

Odoardo.

La Doretta, rincantucciata, piange meno ma non ha finito di piangere.

Proprio come fuori. Nevica meno, ma non ha finito di nevicare.

Il signor Odoardo si copre gli occhi con una mano. Quanti pensieri gli

si affollano alla mente, quanti affetti si combattono nel suo cuore!

Oh se potesse scacciar via l'immagine della signora Evelina! Ma non

gli riesce. Quelle ciocche bionde egli le vede ancora, vede ancora

quelle pupille azzurre, quel sorriso lusinghiero, quella persona tutta

grazia e armonia. Egli non avrebbe da dir che una parola e la signora

Evelina sarebbe sua, verrebbe a rianimare la sua casa solitaria, ad

empirla di vita, d'amore. Per virtù di lei egli ringiovanirebbe di

dieci anni, crederebbe di essere come quand'era fidanzato la prima

volta. Eppure no, no. Come la prima volta non poteva essere. Egli era

allora ben diverso da quello di adesso, e _l'altra_, oh anche _l'altra_

era diversa molto dalla signora Evelina. Com'era modesta e vereconda!

Quanto riserbo di vergine perfino ne' suoi trasporti d'amante! Come

erano belli i rossori improvvisi che le tingevano il volto, com'era

dolce l'incanto di quelle sue lunghe ciglia pudicamente abbassate! Egli

l'aveva conosciuta nella intimità delle pareti domestiche, semplice,

timida, buona figlia, buona sorella, come doveva essere buona moglie

e buona madre. L'aveva amata qualche tempo in silenzio ed ella aveva

amato parimente lui. Un giorno, passeggiandole a fianco in giardino,

egli le aveva preso la mano con impeto subitaneo se l'era portata alle

labbra, dicendole — Le voglio tanto bene. — Pallida, tremante, ella era

corsa a gettarsi in braccio alla mamma con un grido — Come sono felice!

Oh bei tempi, oh bei tempi! Egli era poeta allora, egli susurrava

nell'orecchio della sua fanciulla con l'accento della più sincera

passione:

T'amo più che non s'ami umana cosa,

Sei la speranza mia, sei la mia fè,

Se' il mio Dio, la mia patria e la mia sposa.

Non amerò nel mondo altri che te.

Versi bruttini, ma che facevano palpitare di voluttà la giovine

fidanzata. Oh bei tempi, oh bei tempi! Oh lunghe ore passate come

un lampo in soavi colloqui, oh segreti dell'anima che l'anima scopre

a sè stessa soltanto per rivelarli alla persona diletta, oh carezze

desiderate e temute, oh rabbiette fuggitive, oh lagrimuccie rasciugate

coi baci, oh sgomenti pudichi, oh ingenuità sante, oh abbandono d'un

amore puro ed ardente, chi può sperar di trovarvi due volte nella vita?

No, la signora Evelina non può rendere al signor Odoardo ciò ch'egli

ha perduto. No, questa vedova disinvolta, che dopo sei mesi va alla

ricerca del secondo marito, non può ispirargli la fede che _l'altra_

gli aveva ispirata. Oh donna del primo amore, perchè morire? I morti

non hanno più nè baci, nè carezze, e i vivi hanno bisogno di carezze e

di baci.

Chi parla di baci? Uno tiepido e lieve se n'è posato or ora sulle

labbra del signor Odoardo e lo ha fatto trasalire. — Ah!... Sei tu,

Doretta? — È lei, è la Doretta, che non dice nulla, ma che vorrebbe

far la pace col suo babbo. Ella appoggia la sua guancia alla guancia

di lui, egli tiene stretta la sua testina perchè la non gli scappi.

Anch'egli tace; che dovrebbe dirle?

Si va facendo buio e gli occhi del gatto Melanio cominciano a brillare

nell'angolo della stanza, vicino alla stufa. Il servo picchia all'uscio

e chiede se deve portare un lume acceso.

— Riaccendete intanto il fuoco, — dice il signor Odoardo.

Le legne cigolano, scoppiettano, mandano faville e poi finiscono ad

ardere con una gran fiamma, con un suono uniforme, possente, come il

respiro d'un gigante addormentato. Nella mezza oscurità i riflessi

luminosi guizzano sulle pareti, fanno spiccare i rabeschi delle

carte, corrono fino a lambire lo spigolo dello scrittoio. Le ombre

s'allungano, s'accorciano, s'ingrossano, s'assottigliano, gli oggetti

paiono mutare continuamente di dimensioni e di forme. Il signor Odoardo

lascia andare i suoi pensieri a briglia sciolta, e passa in rassegna

gli anni trascorsi a fianco della moglie virtuosa, ricorda la cuna

della sua bimba, e i primi vagiti, e i primi sorrisi; sente, ahimè!

l'ultimo bacio della sua donna moribonda, l'ultima parola articolata

dal labbro di lei: Doretta. Oh no, egli non può fare infelice la

sua Doretta! Pur non è sicuro che il fascino della signora Evelina

non lo vinca di nuovo; pur teme egli stesso che al riveder domani la

bellissima ammaliatrice si dileguino i suoi virili propositi.... C'è

forse un mezzo, uno solo!

— Doretta, — dice il signor Odoardo.

— Babbo.

— Devi ricopiar questa sera la lettera per la nonna?

— Sì.

— E non preferiresti invece di andarci tu dalla nonna?

— Con chi? — chiede la bimba angosciosamente e, mentre ella attende la

risposta, il suo cuoricino batte d'un palpito affannoso.

— Con me, Doretta.

— Con te? — ella esclama quasi non credendo a sè medesima.

— Sì, con me, col tuo babbo.

— Oh babbo mio! — ella grida, e le sue piccole braccia cingono il collo

del signor Odoardo, e le sue labbra lo coprono di baci. — Oh babbo mio,

buon babbo. Quando si parte?

— Domattina, se non ti fa paura la neve.

— Anche subito, anche subito.

— Subito no. Per bacco, non vorresti nemmeno pranzare?

E il signor Odoardo, svincolandosi dolcemente dall'amplesso della

figliuola, si alza, suona il campanello e ordina che portino il lume.

Quindi con un moto istintivo egli guarda ancora una volta dalla parte

della finestra. Nella casa dirimpetto tutto è buio, il profilo della

signora Evelina non si disegna più dietro i vetri. È sempre brutto

tempo, cade sempre qualche fiocco di neve. Il servo chiude le imposte,

tira le cortine; nessuno sguardo profano penetra ormai nel santuario

domestico.

— Tanto fa desinar qui, — dice il signor Odoardo. — In salotto sarà una

Siberia.

La Doretta mette in rivoluzione la cucina con la strepitosa notizia

del suo viaggio. Prima si crede ch'ella scherzi; quando non si può

dubitare che ella affermi il vero, si osserva sommessamente che il

padrone dev'esser impazzito. Partire nel cuore dell'inverno, con un

tempo simile! Almeno si aspettasse una bella giornata!

Ma che importa alla Doretta dei commenti della servitù? Ella non

capisce in sè dalla gioia, canticchia, saltella per la stanza e viene

ogni momento a dar un altro bacio al babbo. Poi versa la piena de' suoi

affetti nel cuore del gatto Melanio e della bambola _Niní_, alla quale

promette di portar da Milano un vestito nuovo.

A pranzo non fa che parlare della sua gita, mangia pochissimo, domanda

sempre che ora è e a che ora si parte.

— Temi di perder la corsa? — chiede il signor Odoardo sorridendo.

Eppure, quantunque egli lo dissimuli, non è meno impaziente di lei.

Ha bisogno di andar lontano, lontano. Forse non tornerà fino alla

primavera. Perciò ordina che gli preparino il bagaglio come se dovesse

rimanere assente almeno due mesi.

La Doretta si corica presto, ma non fa che ravvoltolarsi nelle

coltri, e svegliar venti volte la cameriera per domandarle: — È tempo

d'alzarsi?

Anche il signor Odoardo è desto quando il servo alle sei della mattina

viene a chiamarlo.

— Che tempo fa?

— Brutto, signor padrone.... Su per giù come ieri.... Anzi io direi che

se non avesse proprio urgenza di partire....

— No, Angelo. Ho urgenza.... È inutile.

. . . . . . .

Alla stazione ci sono pochissimi viaggiatori avviluppati nei mantelli

o nelle pelliccie; faccie scure, assonnate. Tutti si lagnano del tempo,

del freddo, dell'ora; tutti protestano che senza un gran bisogno non si

sarebbero alzati così di buon mattino. Un solo viso è ridente, una sola

persona è vispa, la Doretta.

Lo scompartimento di prima classe in cui entrano il signor Odoardo e la

Doretta è gelato, malgrado delle cassette d'acqua calda su cui posare i

piedi, ma la Doretta trova che la temperatura è deliziosa, e se stesse

in lei aprirebbe il finestrino per veder meglio fuori.

Una scampanellata, un fischio, e il convoglio si muove. Negli occhi

della Doretta si dipinge una gioia ineffabile.

— Sei contenta, Doretta?

— Oh! Tanto....

Dieci anni addietro, con una giornata migliore, ma parimenti d'inverno,

il signor Odoardo intraprendeva il suo viaggio di nozze. Gli sedeva

di fronte una giovine, che somigliava alla Doretta quanto una donna

può somigliare ad una fanciulla, una giovine leggiadra, composta,

soavemente amorosa. Anche a lei il signor Odoardo aveva chiesto

nell'istante della partenza. — Sei contenta, Maria?

— E anch'ella gli aveva risposto. — Oh! Tanto....

— Proprio come la Doretta.

Si corre, si vola. Addio, addio per sempre, signora Evelina.

. . . . . . .

È forse morta di disperazione la signora Evelina?

Oh no. La signora Evelina ha un ottimo temperamento e una buonissima

casa. L'ottimo temperamento le impedisce di prender le cose troppo

sul serio, la buonissima casa le offre mille distrazioni. Non tutte

le sue finestre si aprono dalla parte ove abita il signor Odoardo.

Ce n'è una, per esempio, che dà su un giardinetto appartenente ad un

rispettabile celibatario il quale nei giorni di sole viene a fumarvi

la sua pipa. La signora Evelina trova che il rispettabile celibatario

è una persona a modo, e il rispettabile celibatario, che esercita le

funzioni di liquidatore di avarie, trova che la signora Evelina ha un

gran bel paio d'occhi ed è assai ben costruita, con materiali solidi,

da poter meritare la classificazione 313 I. I. nei registri del _Bureau

Veritas_. Ne viene che il celibatario guarda qualche volta in alto

e la signora Evelina guarda qualche volta abbasso. Però la signora

Evelina osserva che la stagione non è propizia alle conversazioni

all'aria aperta, e invita il vicino a venirle a fare una visita. Il

vicino esita, la signora Evelina rinnova l'invito. Come resistere a

una bella signora? In fin dei conti una visita che conseguenze può

avere? Nessuna, e l'ottimo liquidatore si loda assai dell'accoglienza

ricevuta, tanto più che la signora Evelina gli ha dato facoltà di

venire un altro giorno con la sua pipa. Ella ama infinitamente l'odor

della pipa. È proprio una donna perfetta la signora Evelina, una donna

quale ci vorrebbe per un uomo d'affari che non fosse deciso a rimaner

celibe tutta la vita. Del resto, pensa il liquidatore, è verissimo

ch'egli è deciso a rimaner celibe, ma chi gl'impedisce di cambiare

d'opinione?

Fatto si è che quando il signor Odoardo ritorna con la Doretta dal

suo viaggio di tre mesi, egli riceve la comunicazione del prossimo

matrimonio della signora Evelina Chiocci, vedova Rombaldi, col signor

Archimede Fagiuolo, liquidatore di avarie.

— Fagiuolo! — esclama la Doretta. — Fagiuolo!

E questo nome le desta un'ilarità sconfinata. Ma se badate a me,

ciò che la mette in buon umore non è tanto il _marito_, quanto il

_matrimonio_ della signora Evelina.

Alla finestra: Novelle · 第 19 / 42 题