Senonchè, fino dalla mattina di quel lunedì atteso con tanta impazienza
ella s'accorse che per quel giorno almeno le era forza rinunziare alla
visita del convalescente. La temperatura s'era abbassata da un punto
all'altro; pareva tornato l'inverno. Veniva giù un'acqua fitta, spirava
un vento freddo che soffiando di tratto in tratto più forte faceva
sbatter le imposte e moveva in giri capricciosi il fumo dei camini.
Oppressa da una malinconia tetra, invincibile, la Gegia non trovava il
verso di mettersi al lavoro. Ella stava immobile a sentir lo scroscio
della pioggia, a guardar le goccioline che si formavano dietro i vetri
della sua finestra chiusa e colavano a guisa di lagrime. E pensava a
Carletto che aveva tanto bisogno del sole e a cui forse una giornata
come questa ritardava di qualche settimana la guarigione... Forse egli
era rimasto a letto, forse contemplava anch'egli mestamente il cielo
color della cenere e si ravvolgeva entro le povere coltri per ripararsi
dall'aria umida che penetrava nella sua camera attraverso le imposte
sconnesse.
Assorta nelle sue tristi fantasie, la ragazza non sentì bussare una
prima volta alla porta. Quando si bussò di nuovo:
— Chi è? — ella chiese in sussulto.
— Amici. Non istà qui una signora Gegia?
— Sì — ella rispose e tirò il cordone.
Entrò un ometto di bassa statura con un pastrano che gocciolava da
tutte le parti e sotto il quale pareva ch'egli nascondesse qualche
cosa. La fisonomia non era nuova alla Gegia, ed ella che vedeva così
poca gente, non tardò a riconoscerlo per la persona a cui la serva
dell'avvocato Galeni aveva consegnato il vaso d'erbarosa. Egli veniva
senza dubbio da parte di Carletto, ed è facile immaginarsi come
battesse in quel momento il cuore della povera paralitica.
— Ah! Ho avuto il piacere di vederla un'altra volta — soggiunse il
nuovo arrivato, levandosi il berretto e scuotendolo in modo da spruzzar
d'acqua i mattoni del pavimento. — Sant'Antonio Abate! Che brutto
tempo... Basta; ho un incarico poco allegro per questa signora Gegia...
È lei, non è vero?
— Sono io!... Che c'è mai?
— Un incarico di Carletto.
— Di Carletto! — esclamò la ragazza impallidendo. — E come sta?
— Eh, sta meglio di noi adesso.
— Ma si spieghi... per carità... non mi faccia credere...
— Cara la mia _tosa_, ci vuol pazienza... Il Signore lo ha chiamato a
sè.
— Morto? — gridò la Gegia. — Morto?
— Pur troppo. Stamattina alle 9.
— Oh Dio!
— È morto come un santo...
— Ma non istava meglio?
— Era spedito dal medico da un pezzo, ma son di quei mali!... Ancora
ieri s'è provato ad alzarsi.... Iersera poi si sentiva più debole e
ha voluto confessarsi e comunicarsi.. Io che sono il sacrestano della
parrocchia avevo seguito il prete, e quando Carletto s'accorse ch'ero
là, mi disse: — Girolamo, più tardi, di qui ad un'ora, passate da
me. — Così ho fatto... Il poverino stentava a respirare, ma appena
mi vide mostrò una gran consolazione e mi disse: — Girolamo, dovete
farmi un piacere. — Mille, viscere mie, io gli risposi. — Figuriamoci,
l'ho visto nascere, e suo padre ed io eravamo come due fratelli. —
Ebbene — egli ripigliò dopo aver preso fiato — di facciata al portone
dell'avvocato Galeni ci sta una povera _tosa_ di nome Gegia, ch'io
vedevo ogni giorno dalla finestra dello studio e che ha sempre mostrato
molta premura per me. Quando sarò morto, e ormai sento che non passerò
la giornata di domani, portatele quel vaso d'erbarosa ch'è lì sul
balcone e che siete andato a riprendere poche settimane or sono...
povero Girolamo, tant'era che non vi facessi fare che un viaggio
solo... portateglielo per memoria mia, e salutatela tanto, e ditele
ch'io pregherò il Signore e la Madonna perchè la facciano guarire delle
sue infermità... e che si ricordi qualche volta di me...
— Oh me ne ricorderò sempre, sempre — proruppe la Gegia in mezzo ai
singhiozzi.
L'altro intanto aveva deposto sopra una sedia la pianta d'erbarosa e si
soffiava romorosamente il naso con un fazzoletto blù.
— Si dia pace... non faccia disperazioni... Tanto ha finito di
patire... Se avesse visto com'era ridotto...
— Povero giovine! Povero giovine! Così buono!
— Oh buono sì... E timorato di Dio, sa... Non come tanti... Egli veniva
sempre alle funzioni... Don Agostino, quando lo ha lasciato iersera,
disse a me: — Quello lì va in Paradiso dritto.
— E la sua mamma?
— Oh le mamme, si sa, stentano a rassegnarsi... Ma anch'ella stamattina
mi disse asciugandosi gli occhi: — Vi raccomando di eseguir la
commissione del mio Carletto... E la saluterete anche per me, quella
_tosa_.
— Grazie, grazie... oh come pagherei a potermi muovere e a venirla a
trovare!... Ma è inutile!... E come vivrà adesso?
— C'è una sua sorella maritata con un orefice, e quella si è obbligata
a passarle un tanto... Poi ha ancora quei quattro stracci di suo
marito.
— O senta — replicò la Gegia — io sono una poveretta, ma se la mamma
di Carletto dovesse trovarsi nella miseria, io darei tutto quello che
ho per sollevarla... Glielo dica, sa, per l'amore che portava a quel
giovine... glielo dica... E adesso, scusi, mi dia qui quel vaso.
Ella prese e guardò quella pianta come si prende e guarda un bambino;
poi la depose dolcemente ai suoi piedi, si frugò nelle tasche e
trattone un biglietto da due lire, lo porse al sacrestano.
— Giacchè è tanto buono; faccia dire una messa al nostro defunto anche
per me... Lo hanno già portato in chiesa?
— Oh no, lo porteremo domani... E sia tranquilla che si faranno le cose
per bene... Le ripeto che tutti lo amavano... e ci sarà un funerale da
povera gente... ma decoroso...
Sono trascorsi alcuni anni, e la Gegia passa ancora le giornate
al solito posto. Non sorride mai, non canta più, ha già qualche
cappello bianco e qualche ruga sul fronte. Guarda spesso verso la
finestra dirimpetto e i suoi occhi si bagnano di lagrime. Ella non sa
persuadersi che un dì o l'altro non debba tornare Carletto a quella
finestra e dirle:
— Buon giorno, signora Gegia.