Uno dei tristissimi spettacoli di quaggiù è certo quello d'un ingegno
vivace che, per colpa delle circostanze e per mancanza d'aiuto,
degenera a poco a poco.
Al suo ritorno l'amico di Guglielmo andò subito a trovarlo e la prima
persona che incontrò, entrando nella casa, fu Maria, che gli sembrò
più pallida del solito e gli diede delle notizie non troppo buone.
Egli salì prestamente la scala ed entrò nella stanza, dell'artista; ma
quando lo vide gli parve che le relazioni di Maria fossero esagerate
di molto--anzi, ebbe quasi la speranza ch'ella si fosse totalmente
ingannata.
Lo trovò infatti, sebbene molto sparuto, pure col viso sereno e lo
sguardo limpido e vivace come non si ricordava di averlo veduto mai,
un sorriso si disegnava sbiadito sulla bocca, e la sua voce, nel
dargli il benvenuto, fu calma e lieta. Ma pur troppo, l'illusione non
durò che pochi istanti. Appena gli ebbe parlato per qualche tempo, si
accorse del disaccordo che vi era nelle sue facoltà e come in quella
intelligenza, che tentava invano di essere forte, vi fosse certo
qualcosa di spostato.
Intanto, e forse per la prima volta, Guglielmo era felice. Il suo
occhio, turbato dalla scossa che forse aveva ricevuto il cervello, non
vedeva più gli oggetti esterni quali erano, ma bensì come la fantasia
li dipingeva e come li avrebbe voluti. La realtà diventava falsa
dinanzi al suo sguardo, e invece vere le visioni da cui la sua mente
era allucinata. Nella sua musica egli non riscontrava più quello
squilibrio tra la volontà creatrice e la forza d'esecuzione, che
sempre e tanto affligge l'artista, o piuttosto non se ne accorgeva
più, poichè non sapeva distinguere la parte che si era estrinsecata da
quella che era restata dentro e udiva nelle sue note anche quella eco
divina che sentiva, ma che non vi aveva saputo esprimere. Gli pareva
che tutti i suoi sentimenti fossero stati tradotti, mentre invece
manifestava meno di prima, allorchè la sua composizione lo addolorava
sembrandogli sempre a mille miglia al di sotto del suo ideale.
L'amico ne fu davvero rattristato, poichè capì che l'ingegno possente
che prima innegabilmente possedeva, andava lentamente sperdendosi, e
solo la stranezza rimaneva. Lo lasciò con l'anima piena d'una mestizia
profonda, ma curiosa all'istesso tempo, e promettendosi di non
abbandonarlo più.
Il carattere di Guglielmo intanto migliorava ogni giorno, il suo umore
facendosi sempre più eguale; egli era costantemente tranquillo, sereno
e non aveva più quelle ore di abbattimento, quelle collere nervose
che, prima, lo rendevano talvolta insopportabile. Era sicuro di sè,
felice, sorridente. Guardava Maria molto più che per l'addietro, la
riceveva sempre bene ogniqualvolta entrasse, si mostrava sempre
contento di vederla, e la povera fanciulla quasi, in cuor suo,
benediceva la monomania che lo rendeva più affabile.
Non lavorando più egli era quasi in miseria, ma non se ne accorgeva
punto. Il suo abito era lacero, tutto si faceva di giorno in giorno
più scarso, mangiare diventava a poco a poco una cosa pressochè
fantastica;--ma egli non si curava di tutto ciò. La sua immaginazione,
solo nervosamente esaltata, diventava in realtà ogni giorno più
sterile--e più la sua musica si faceva banale, più egli ne andava
orgoglioso. In realtà il suo ingegno s'immiseriva e scemava, ed egli
credeva che s'innalzasse trionfalmente.
Non sembrava possibile che resistesse alla vita che conduceva. Non
usciva, quasi non mangiava, non si moveva, non si distraeva; stava
continuamente seduto al cembalo, assorto in una beata ammirazione
delle povere cose ch'uscivano dalla sua mente ammalata. Cominciava a
trovar tutto bello intorno a sè, come trovava sublime la propria
musica, e non avrebbe scambiato le nude pareti della sua cella con la
seta ed il velluto d'una reggia.
Tutte queste sue illusioni andavano di giorno in giorno e fortemente
aumentando. Quando la sua musica era veramente bella, i suoi nemici
non potevano essere di buona fede, sprezzandola; ora l'avrebbero
trovata brutta in coscienza! Forse avrebbero avuto soltanto
compassione. Talvolta sonava e scriveva e tornava a scrivere ed a
sonare e si estasiava su delle pagine nelle quali mancava quasi il
senso, e gli parevano piene di fuoco e d'inspirazione le cose le più
frivole e comuni. La voce stridula del suo vecchio cembalo scordato
gli riusciva dolce ed armoniosa come quella d'un Erard affatto nuovo.
Ed il mobile sdruscito e frusto gli sembrava rilucente e perfino, di
tanto in tanto, come vagamente ornato qua e là e ricco d'intarsiature
e d'intagli. Il cielo grigio gli pareva luminoso e se un tenue e
smorto raggio di sole penetrava nel suo abituro, gli pareva che ogni
angolo fosse vivamente rischiarato e che una luce quasi divina lo
inondasse. Guardandosi nello specchio rotto che era presso al letto si
trovava bello. La paglia delle sue sedie figurava nella sua
immaginazione il raso e il damasco, le macchie dei muri erano
dorature, le ragnatele erano trine. La sua fantasia riscaldata gli
faceva intravedere vagamente grandi tende di mussola; ed un ammasso di
vecchi libri e carte e cose senza nome rotte e gettate, accatastate in
un angolo, erano per lui una ordinata piramide di oggetti d'arte, di
carte rare e di ninnoli preziosi.
In mezzo a tali visioni, a così bizzarre allucinazioni non era da
stupirsi se, come era per gli occhi suoi splendido il suo tugurio,
fosse anche divina per le sue orecchie la sua musica, oramai pur
troppo! debole e senza senso . . . . . . . . . . . .
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Una mattina un raggio di sole veniva proprio a posarsi sul leggìo del
povero artista. Una serenità felice ed una ebrezza gaia gli riempivano
il cuore. D'improvviso, e forse per la prima volta dopo moltissimo
tempo, la sua memoria si volse al passato e rammentò confusamente le
dolci cose troppo presto obliate e i suoi sogni d'amore e le fanciulle
traviste nelle sue visioni di poeta! Le prime brezze primaverili
entravano per la stretta finestra. Si sentì scosso da un fremito
dimenticato ed avvolto in una estasi nuova, una fiamma di quasi vera
ispirazione lo invase tutto. La passione cantava nell'anima sua e chi
lo avrebbe detto? per la prima volta, dopo molto tempo, fece uscire
dal cembalo delle note degne dell'estinto suo ingegno. Le sue dita
battevano come febbrilmente i tasti; non pensava a mettere in carta
ciò che componeva, creava per sè stesso e non per gli altri.
Pure qualcuno ascoltava, tenendo il respiro. Senza che egli l'avesse
udita, la Maria era penetrata nella stanza adagio adagio e beveva quei
suoni in una estasi ignota, a bocca aperta, stupita, amorosa.
Era qualcosa che rassomigliava a un canto d'amore e al tempo stesso a
un brindisi voluttuoso e guerresco. Tutta la foga della passione, da
tanto tempo costretta ad assopirsi, tutti i desiderii repressi e
l'ebrezze vinte scoppiavano in quei concenti, pieni di dolcezza
ammalata e d'indomabile voluttà. Tutti gli amori sognati si rivelavano
in quelle note; ed egli, pallido, agitato, delirante, era perfino
bello in quell'istante di risveglio possente.
I suoni a poco a poco diminuirono e cessarono. Ed egli stette un
istante, con un sorriso di strana beatitudine sulla bocca, con
l'occhio infiammato, con la guancia lievemente colorita
dall'entusiasmo, immobile e quasi inebriato....
Udì un sospiro dietro di sè, si voltò e vide Maria. La guardò
lungamente e fisso.
Allora, come gli era apparsa splendida la sua stanza oscura, come gli
era sembrata sublime la sua musica, vide la misera creatura sotto una
luce nuova e visionaria; quei lineamenti contorti divennero per lui
regolari, quelle spalle curve, cadenti e rotonde; quell'occhio
incavato lo abbagliò, quel corpo gli si mostrò perfetto, quelle vesti
lacere e disordinate, ricche ed eleganti.
Nella povera Maria, sempre sdegnata, della cui idolatria non si era
mai accorto, travide la donna sognata mille volte e non trovava mai.
Con lo sguardo acceso, col cuore palpitante, sentendosi per tutto il
corpo un brivido arcano; non come se il suo sguardo si fosse falsato,
ma come se un velo gli fosse tolto dagli occhi--cadde a' piedi della
fanciulla stupita e felice, e, come avrebbe detto ad una Venere fatta
mortale che gli fosse sorta dinanzi, le disse, con un torrente di
parole disordinate, tutto l'amore ch'era stato lungamente represso nel
profondo dell'anima sua! . . . . . . . . . . . . . . .
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Quando l'amico tornò a vedere Guglielmo, trovò la cella solitaria
dell'artista trasformata in un nido. Egli aveva sposato Maria. La
bontà e la felicità brillavano in lei attraverso alla bruttezza.
Guglielmo, calmo, ordinato, curato maternamente dalla povera amante,
era tranquillo e sereno, sebbene sempre allucinato.
L'amico, ch'è un po' filosofo, pensa che il migliore augurio che si
possa far loro, e il lettore si associerà certo a lui, è ch'egli abbia
a ritrovare il suo ingegno e anche a guarire--ma non del tutto.