UNA SCOMMESSA

Ecco cosa seppe dirmi il mio amico a proposito del conte Sotowski, la

cui insolita tristezza eccitava tanto la mia curiosità:

Io lo conosco da molti anni ed avendolo sempre trovato divertente,

allegro, brillante, fui stupito quanto te e gli altri del mutamento

ch'ebbe luogo in lui. La cosa era infatti incomprensibile. Come sai,

egli è favolosamente ricco, affatto indipendente, di figura

aggradevole, di carattere lieto, ed in ogni cosa fortunatissimo; non

fu mai conosciuto come una di quelle teste balzane che sanno crearsi

dei fantasmi con la loro propria immaginazione; è continuamente

accarezzato da tutti, ha una quantità di amici che farebbero qualunque

cosa per lui. Come spiegare dunque che prima fosse vivace, sereno,

scintillante, per così dire, e che d'improvviso, senza alcun motivo

palese o presumibile siasi dato in preda a una cupa mestizia?

Era qualche mese che io non lo vedevo, quando, incontrandolo a Nizza,

mi accorsi della sua insolita malinconia. Non gliene chiesi il motivo,

sapendo ciò affatto inutile, essendo egli uno di quelli che parlano

solo quando vogliono parlare. Ma non potevo a meno di pensarvi sovente

e mi torturava il cervello per giungere a scoprire qualcosa. Tu che

conosci quanto m'interessino gli studi psicologici potrai facilmente

fartene una idea. Naturalmente il primo pensiero che mi venne fu

ch'egli soffrisse per qualche segreta passione. Quale altro motivo

poteva infatti far cadere nella malinconia un uomo di così allegro

carattere e sì fattamente ricolmo di tutti i beni della fortuna, se

non l'eterna sorgente delle lagrime di quaggiù--l'amore?--L'idea di un

delitto, di un rimorso, non si poteva ammettere per cento ragioni. E

però la mia fantasia volava nei campi del possibile ed ogni giorno mi

sorgeva dinanzi agli occhi una nuova imagine di eroina pel mio

romanzo. Talvolta supponeva ch'egli avesse amato una fanciulla che,

uccisa da lento malore, fosse morta nelle sue braccia; tal altra che

fosse stato tradito da una donna seducente, fatale.

Quanto mi sbagliava!--Una sera ch'eravamo insieme, lontano dal

passeggio elegante, dalla parte del ponte del Varo, e ch'egli pareva

ancor più preoccupato del solito, mi raccontò d'improvviso il motivo

della sua tristezza, senza che io glielo chiedessi e quando meno me

l'aspettava. Non vi era anima vivente per un lungo tratto di strada;

il sole si apparecchiava a discendere nel mare, coprendo d'oro e di

porpora la limpidezza del cielo, l'aria cominciava ad essere un po'

meno soffocante di quel ch'era stata durante il giorno, e le parole

del conte risonavano stranamente in mezzo a quella solitudine e nel

silenzio della natura che stava per assopirsi:

--Bisogna che lo confessi, egli disse, e d'altronde ho subito veduto

che ve ne siete accorto, una tristezza insormontabile mi penetra

spesso da qualche tempo e non posso scacciarla. Capisco che quelli che

lo vedono, conoscendomi da un pezzo, devono rimanerne molto stupiti;

la fortuna mi ha colmato de' suoi doni, e sono per di più dotato d'un

carattere facile ed allegro. Fui sempre spensierato, vivace, non ebbi

mai dispiaceri e non me ne procurai. Le sfortune d'amore mi sono

sconosciute.

--Davvero! risposi, io invece, pensando alla vostra malinconia subito

ne accusai una passione infelice, non sapendo quale sventura vi avesse

potuto colpire.

--Infatti, io non conobbi mio padre e l'unico dolore di cui mi ricordo

è quello della perdita di mia madre, ma avevo solo dieci anni e a

quell'età non si sente molto e si dimentica facilmente. Dopo d'allora

non ebbi mai una sola nube nera sull'orizzonte della mia vita. Tutto

mi sorrise sempre; gli uomini e le cose.--Ma un male terribile

procurato ad un altro e di cui io fui causa, sorto senza mia precisa

colpa, e per un motivo stravagante e futile mi depose un'amarezza

nell'anima che, temo assai, lascierà lunga traccia di sè. La è una

storia abbastanza strana.

--Raccontatela; non potete immaginare quanto m'interessate.

Egli serbò il silenzio per un momento; come assorto nei suoi pensieri,

poi mi domandò:

--Non avete mai udito nominare Arnoldo D.?

--Mi par di sì, risposi. È uno scrittore, se non mi sbaglio.

--Era, dovreste dire.

--È morto? chiesi io.

--No; ma ha finito di scrivere. Egli era un giovane di straordinario

ingegno, e che certo non sarà dimenticato da chi ha letto la poche sue

cose. Ma per la sua vita poco regolare era antipatico a molti; povero,

non fortunato, di una natura vivace e variabile, cercava spesso di

affogare le noie nella ubbriachezza o di cercarvi una più pazza

inspirazione. Egli era nato per essere ricco e spesso la miseria,

spettro nefasto, si avvicinava a lui! Amava le cose belle, le ricche

stanze, la luce dei doppieri e delle gemme, i morbidi tappeti, il

lusso dell'oriente; avrebbe voluto tutte codeste cose, e invece non le

possedeva che nei sogni, procurati dalla fantasia o dal vino. Il suo

ingegno non era di quelli che fioriscono dovunque; abbisognava per

espandersi di essere circondato dal benessere, dall'opulenza. Perciò

quando guadagnava qualcosa, viveva per un mese da principe, poi si

chiudeva a lavorare e certo con successo; ma ritrovandosi al verde,

cadeva nell'abbattimento, l'ispirazione fuggiva e non era più capace

d'altro che di bere per stordirsi. Soleva dire che se avesse avuto

cento mila lire di rendita, sarebbe stato il più gran poeta del mondo.

Tutti questi particolari mi vennero narrati in seguito; non ne sapeva

nulla quando lo vidi per la prima volta. Parlo di varj anni fa.

Dall'Italia io aveva fatta una corsa a Parigi e me ne tornava in

Italia. Eravamo sul Cenisio; era notte, ed io dormiva tranquillamente

nel mio posto d'angolo del _coupé_ della diligenza. Degli altri due

posti uno solo era occupato, quello dell'altro angolo naturalmente, da

un uomo che vi stava incantucciato e tutto chiuso in un mantello che

lasciava solo vedere gli occhi. Svegliandomi di tratto in tratto,

avevo osservato ch'egli non dormiva, ma non mi era stato possibile

vedere la sua fisonomia. Al comparire del giorno egli lasciò cadere il

mantello, e il primo albore illuminando la sua faccia pallida

riconobbi Arnoldo D., al quale non ero mai stato presentato, ma che

aveva molte volte incontrato qua e là e dei cui scritti aveva letto

qualche cosa. Gli rivolsi la parola pel primo, gli dissi che lo

conosceva, e gli declinai il mio nome, ed egli, sebbene fosse un po'

ritroso da principio, presto cominciò a conversare con molta

scioltezza e di tratto in tratto con spirito. La sua conversazione era

divertente al sommo grado; aveva una maniera di esporre affatto

originale e sentii presto per lui una simpatia fortissima, mentre al

tempo stesso m'accorgeva di non dispiacergli, poichè ad ogni momento

sempre più si animava, si espandeva con maggior famigliarità. Dopo

qualche ora eravamo quasi amici. Mi disse i suoi progetti, le sue

aspirazioni, le sue noie; mi confessò che non sapeva sopportare la

povertà, che per lui era il più grande incaglio allo sviluppo del suo

ingegno, mentre per altri era stata talvolta uno sprone a lavorare. Il

mio nome non gli era sconosciuto ed egli sapeva quale colossale

fortuna io posseggo. Mi disse che se egli ne avesse solo una ventesima

parte, scriverebbe un libro che non verrebbe tanto presto dimenticato,

e che lo arricchirebbe a sua volta.

Parlammo d'arte lungamente. La stima del suo ingegno che io avevo

acquistata leggendo le opere sue, si aumentò ancora e mi persuasi

ch'era un giovane che avrebbe potuto arrivare alla gloria, purchè non

si abbrutisse nei vizi. Ma questa era pur troppo la strada sulla quale

egli s'inoltrava cinicamente. Il suo viso ne portava già le impronte,

sebbene i lineamenti fossero assai belli e l'occhio pieno di luce e di

pensiero;--e perfino i suoi discorsi se ne risentivano un poco, poichè

di tanto in tanto divagava in ogni sorta di puerilità o usciva

inutilmente in bestemmie ed imprecazioni. Malgrado ciò, quella

giornata fu per me piacevolissima, e quelle ore in diligenza,

d'ordinario tanto noiose, passarono invece veloci.

Ho sempre ammirato il genio, sotto qualunque forma si mostri, e le

opere della fantasia altrui hanno sempre potentemente eccitata la

mia.--Egli era felice, si vedeva, di aver trovato qualcuno che lo

capisse davvero, e parlò delle sue più intime cose con un abbandono

che forse stupiva lui medesimo. La confidenza ch'era nata così

spontaneamente fra due che per natura erano tutt'altro che espansivi,

doveva certo essere cagionata da una segreta e quasi magnetica

simpatia. Egli si riscaldava sempre più parlando, ed io lo ascoltava

con un interesse sempre crescente, finchè uscendo anch'io dalla mia

riserva abituale, gli confessai quanta ammirazione il suo ingegno

destasse in me, e quanta speranza io avessi ch'egli si acquisterebbe

un posto imperituro nella storia dell'arte. I suoi occhi brillavano

d'entusiasmo mentre io gli diceva queste parole d'incoraggiamento.

Egli si accese sempre più, mi disse dei versi, ch'erano pieni,

armoniosi, possenti. Poi mi narrò i suoi progetti; mi espose la tela

d'un romanzo che aveva intenzione di scrivere; mi parve ricca di nuovi

effetti e lo esortai ad incominciarlo prontamente. Parlando di

argomenti mi raccontò come egli avesse anche un gusto speciale per i

soggetti poco comuni, stravaganti, hoffmanneschi. Fra gli altri me ne

raccontò uno che non aveva ancora tentato di scrivere, e che forse non

tenterebbe mai, essendo difficilissimo, ma che da moltissimo tempo gli

frullava nel capo. Era infatti molto strano e di una difficoltà poco

comune, poichè tutta la bellezza doveva consistere nel modo con cui

era fatto e perchè bisognava per riuscirvi, quasi incarnarsi nella

persona del protagonista. Era però bellissimo, e non dubitavo che se

Arnoldo fosse riuscito a scriverlo, sarebbe stato un piccolo

capolavoro. Mi piacque tanto l'argomento, e per la sua fantastica

originalità talmente m'interessò, che restai silenzioso, pensandovi a

mia volta. La stranezza era quasi raddoppiata dalla estrema difficoltà

del porlo in opera.

Per molto tempo tacemmo ambedue, immersi nello stesso pensiero; il

primo a rompere il silenzio fu Arnoldo:

--Questo è uno di quegli argomenti, egli disse, che non si possono

sviluppare che in un momento d'inspirazione. È affatto inutile

progettare d'incominciarlo alla tal ora o di finirlo alla tal altra;

bisogna che in un dato giorno, che certo non possiamo scegliere, ci

troviamo d'un tratto immedesimati nel nostro protagonista in modo da

parlare ed agire come avrebbe parlato ed agito in quella data

circostanza. È necessario che per un momento diventiamo lui, e allora,

adoperando le sue espressioni, mantenendo i suoi gesti, la sua figura,

il suo carattere, parliamo e facciamo talmente come lui, da dare al

racconto, per quanto ideale, una impronta innegabile di verità. Il

poeta in tal caso è veramente schiavo del quarto d'ora, fa se è giunto

il momento di fare; bisogna che tralasci se la mente gli è ancora

ribelle. E per quanto mi piaccia è inutile ch'io tenti nemmeno di

comporlo a poco a poco, poichè deve uscire di getto, e bisogna

pazientare ed attendere un giorno, forse lontano, nel quale prenderò

la penna e lo scriverò, senza fermarmi e senza correzioni...

Disse molte cose ancora in questo senso, aggiunse come la elevatezza

dell'arte stesse talora appunto in questo, che non siamo solamente noi

che compiamo il lavoro, ma inoltre una particella di fuoco sovrumano

che scende in noi e ne rende possenti ad eternare nel fatto le idee

labili e sbiadite che si disegnano vagamente tra le nebbie della

nostra immaginazione. Mi spiegò tutte coteste cose con vera eloquenza

e con profonda sicurezza di convinzione.

Ma rideva facilmente di tutto; dopo che il suo labbro aveva preso una

piega severa, subito si atteggiava ad un sorriso cinico e beffardo, e

con molto spirito, in compenso della facondia, provava con giustezza

il contrario di quello che aveva detto.

Fece lo stesso nel caso di cui parliamo. Le sue parole calorose che mi

avevano riscaldata la mente e costretto a pensare, echeggiavano ancora

per così dire, ch'egli cominciò a dire il contrario. Rivoltò tutti i

propri argomenti, mise in ridicolo le proprie idee e seppe quasi

provarmi che tutta l'arte non è che un meccanismo, che ogni cosa si

può fare con certi elementi e che, purchè si faccia uno sforzo di

volontà, qualunque momento è buono. Trovava ora delle intonazioni così

cinicamente giuste, come prima ne aveva trovate di entusiastiche, che

durai fatica a combattere la sua ironia, malgrado fossi munito delle

sue stesse armi. Lo tentava però e mi animava a mia volta nella

discussione, quando d'un tratto ei disse, come per conchiudere:

--Del resto, lasciando da parte le teorie, potrei spiegarvi con un

esempio la verità che sostengo ora contro al mio falso entusiasmo di

poc'anzi--e sono certo che non sapreste più cosa rispondere.

--Ebbene, ditelo, io risposi, assai curioso di udire cosa diavolo mi

avrebbe tirato fuori.

--È un esempio facilissimo a capirsi, egli soggiunse. Mi accorderete,

spero, che il soggetto eccezionale di racconto che vi esposi or ora è

abbastanza difficile, perchè se io giungessi a provarvi che lo si può

fare in qualunque momento, date però alcune circostanze, voi vi

dichiarereste persuaso che l'ispirazione non è un elemento

indispensabile. Bisognerà però che vi accontentiate di credere alla

mia parola e che vi fidiate della mia convinzione, perchè certo non

vorrete tentare la prova. Ascoltate: è molto tempo, come vi dissi, che

questo soggetto mi occupa e mai lo seppi porre in fatto; sono quasi

certo che il momento d'ispirazione non verrà mai, perchè non potrò mai

entrare davvero nel carattere strano del mio eroe. Ebbene, or sono

stanco dal viaggio, abbattuto, ho sonno.....

--E lo scrivereste ora? io interruppi stupito.

--Non credo, egli rispose, che lo potrei fare con la nessuna voglia

che ne sento e in un momento così poco adattato, solamente per uno

sforzo di volontà. Avrei bisogno di un eccitamento, ma capirete che se

io lo potessi fare con un eccitamento non artistico sarebbe provato

che il fuoco sacro non è necessario. Ebbene, se qualcuno mi dicesse:

domattina sarai ricco, se questa notte scriverai il racconto, per dio!

scommetterei di farlo.

Io era ammaliato dalla originalità del mio nuovo amico. Un'idea pazza

mi traversò rapidamente la testa: me ne venivano così molte in quel

tempo. Gli dissi: che somma vorreste?

--Una somma come certo non troverò alcun negromante che me la voglia

dare. Cinquecento mila franchi, per esempio.

--Li avrete domattina se la novella è fatta.

Arnaldo non voleva credere. Mi disse che io scherzava. Io presi una

cartella da viaggio contenente tutto ciò che occorre per scrivere e

formolai chiaramente la mia promessa, poi sottoscrissi con tutti i

miei nomi e gli consegnai il documento. Gli dissi:

--State certo che non mi pentirò di quello che faccio ora. Se voi

perdete, sarà una prova fortissima contro tutti quelli che non credono

all'inspirazione; se guadagnate, avrò il piacere di aver contribuito

al vostro avvenire, poichè il vostro ingegno, come lo diceste voi

stesso, prenderà uno slancio novello e non abbisognerete più di

cercare il coraggio nel.....

--Avete ragione! egli m'interruppe. Non saprete mai il bene che fate

in questo momento e quanta sarà la mia riconoscenza! Che le Muse vi

benedicano!

Egli non sapeva moderare la sua gioia; cantava, rideva, diceva ogni

sorta d'insulsaggini. Era perfettamente sicuro di riuscire. Parlava

pazzamente di cosa avrebbe fatto quando sarebbe ricco; diceva di esser

sicuro oramai di farsi veramente un nome. Io era felice nel vederlo

così allegro per merito mio; gongolava a mia volta (bisogna che lo

confessi) all'idea dì aver fatto una cosa che non si fa certo tutti i

giorni. Pensava, che se egli guadagnasse, forse passata l'ebbrezza del

momento mi annoierebbe un poco il dare una sì grossa somma ad uno che

in fine non conosceva che di nome; ma d'altra parte mi sembrava di

tanto in tanto assai probabile ch'egli avesse a far fiasco, malgrado

la sua sicurezza.

Si giunse a Torino verso le undici, e appena scesi all'albergo egli

ordinò la sua cena e disse di portargliela in camera. Ci stringemmo la

mano ed egli mi disse:

--Vado a lavorare. Domattina avrete la vostra novella.

Io dormii profondamente tutta la notte essendo stanchissimo, e mi

risvegliai verso le nove.

Subito corsi alla camera d'Arnoldo e ne trovai la porta spalancata.

Dentro nessuno. Scesi abbasso e chiesi nuova all'albergatore del

signore che era arrivato con me.

--È partito un'ora fa, circa.

--Come! è partito?

--Sì signore. Anzi.... non vorrei inquietarla, ma mi pare che gli

debba essere accaduto qualcosa a quel signore.

--E perchè? chiesi io, malgrado incominciassi a sospettare la verità.

--Come ella sa, il suo amico si fece portare da cena in camera ieri

sera quando arrivarono, il cameriere gli accese due candele, domandò

se avesse bisogno di qualcosa, al che fu risposto: nulla! e partì. Or

bene, il cameriere stette alzato quasi tutta la notte ed il lume

brillava ancora alla finestra del suo amico. L'altro cameriere che si

alzò alle cinque, quando quello andò a letto, vide il lume brillar

sempre. Finalmente, verso le otto, il signore suonò il campanello, ed

il cameriere che entrò nella sua stanza lo trovò seduto al tavolino,

con delle carte dinanzi; le due candele pressochè finite, e (da questo

fu molto impressionato) pallido come un morto.

--E cosa gli disse?

--Era di un pallore che faceva spavento e la sua voce corrispondeva al

viso, poichè era tremante e un po' rauca. Egli chiese a che ora

partisse il primo treno, disse che si portasse giù la sua valigia, e

avvoltosi nel mantello venne qui e si sedette su questa sedia ad

aspettare che i cavalli fossero attaccati all'omnibus. Io stava a quel

tavolo, scrivendo, e fingevo di non guardarlo, ma l'osservavo di

soppiatto, e lo vidi battersi due o tre volte la fronte e pronunziare

a bassa voce delle parole strane. Non osai chiedergli nulla, perchè mi

sembrava talmente di cattivo umore, che certo non avrebbe troppo bene

accolto la mia domanda.

--E partì?

--Sì signore. Montò nell'omnibus, diede--come distratto--una ricca

mancia al cameriere, fu condotto alla stazione dove prese il treno di

Genova, il primo che partisse.

Tutti questi particolari mi restarono impressi nella memoria. Chiesi

se non avesse lasciato nulla per me e mi fu detto di no.

Un orribile sospetto mi afferrò subitamente e capii quanto la mia

promessa fosse stata imprudente. Certo egli non aveva potuto scrivere

il racconto, e con la sua facilità a cadere nei sentimenti estremi e

ad abbandonarsi all'impressione del momento, era piombato nella

disperazione. Con quella fantasia abitualmente strana, ed eccitata da

un sì forte disinganno, tutto diveniva possibile; un brivido

d'inesprimibile paura mi passò per le ossa. Chiesi a che ora partisse

ancora un treno per Genova. Ero deciso di ritrovarlo.

Tutte le mie ricerche furono infruttuose. Nè a Genova nè altrove potei

aver notizia di Arnoldo D. Frugai dappertutto, alberghi, case, caffè,

teatri, osterie. Annoiai per lo meno cento persone con le mie domande,

nessuno mi seppe dir qualcosa di preciso. Certo non si era fermato a

Genova. Ritornai a Torino, passai da Milano, cercai ancora e sempre

inutilmente. Sapeva ch'egli aveva dei parenti a Venezia; vi andai.

Quindici giorni intanto erano trascorsi.

A Venezia finalmente fui informato della triste verità. Benchè la

respingessi sempre, l'idea d'un suicidio si era presentata più volte

alla mia immaginazione. La verità era forse peggiore: egli era

diventato pazzo!--

Il conte s'arrestò e camminò per qualche passo in silenzio, assorto

nei suoi pensieri. Io non osai disturbarlo ed attesi finchè proseguì,

questa volta a voce bassa e triste:

--Capirete ora la causa di questa malinconia che mi segue sempre e

dovunque. È una mestizia mista al rimorso. Per una idea balzana,

prodiga, ho forse per sempre offuscato un ingegno non comune e gettata

nelle tenebre un'anima che splendeva nella luce. Per consolarmi posso

dirmi che io non poteva prevedere una tale catastrofe e che egli era

già naturalmente troppo strano perchè si possa dare alla prova fallita

tutta la colpa; ma queste ragioni non mi bastano. Fu tale

l'abbattimento profondo, la rabbia, il dolore di non esser riuscito a

far ciò di cui si credeva sicuro e che gli assicurava la ricchezza--il

sogno della sua vita--che tutte le allucinazioni della sua mente, le

sue stravaganze, le conseguenze del vizio, presero il di sopra e la

sua ragione svanì. Io cercai di vederlo e lo potei circa due mesi dopo

il giorno fatale; ma nulla lo potè togliere dalla sua pazzia. È

ordinariamente triste, abbattuto, qualche volta quasi furioso; le sue

parole accennano sempre a quella notte in cui lavorava mentre io

dormiva, inconscio del male che quello sforzo non riuscito doveva fare

in quel cervello ammalato.

Era notte quando giungemmo alla casa di Sotowski. La luna

riflettendosi nel mare calmo come fosse addormentato formava quella

lunga striscia di luce tempestata di brillanti che sembra la via delle

visioni; le stelle scintillavano. Io gli dissi che ora capivo tutto,

lo ringraziai e gli strinsi la mano, lasciandolo forse meno

preoccupato del solito, per lo sfogo avuto. Ora sappiamo la causa

della mestizia profonda del conte; è strana, ma chiunque sappia cosa

sia il rimorso d'aver fatto un gran male morale, anche involontario,

la intenderà.

Io vidi ancora il conte molte volte ed egli non tornò più su cotesto

scabroso argomento, nè io osai spingervelo. Solo un giorno, molte sere

dopo quella di cui ho parlato, mi disse che poteva darmi il

complemento del curioso aneddoto che mi aveva narrato.

--Lasciando D. quella sera, gli dissi che partivo per Firenze, ed egli

due giorni dopo, prima che la sua sventura lo colpisse, m'indirizzò

una lettera colà, che non lessi che una ventina di giorni più tardi,

quando la pazzia, lo aveva già afferrato ed io sapeva la triste

verità. Leggetela, ora vi potrà forse interessare; ma non ne parliamo

più.

Io ubbidii e all'indomani gli restituii la lettera senza aggiunger

parole; ma davvero mi aveva interessato.

«=Al conte Sigismondo Sotowski=.

Genova.....

«Non mi è possibile vedervi ancora, non lo posso! e perciò vi scrivo

queste righe che indirizzo a Firenze dove vi recherete subito, com'è

il vostro progetto.--Eschilo, Omero, Dante, Shakespeare e gli altri,

li vedete fulgidissimi nel cielo del passato, circondati da luce

eguale ed eterna? I posti sono già presi, nessuno può aggiungersi a

quella schiera. Dicono: volere è potere. È falso. Io non ho potuto

esser ricco, io che l'ho sempre sognato, io che avrei avuto il genio

se avessi avuto il metallo, che avrei trovata la felicità se avessi

fatto il racconto. Non l'ho saputo fare. Signor conte, non crediate

per questo che l'ispirazione sia necessaria; è solo che il diavolo ci

ha messo la coda. Se poteste immaginarvi qual è stato il furore del

primo momento! ora sono molto più calmo, mi sento leggiero, stupido e

tranquillo. Dalla mia finestra vedo il porto e mi pare che pochi

godimenti siano quaggiù simili a quello di contare gli alberi dei

bastimenti; ma è molto difficile perchè uno nasconde l'altro. Mi

sembra strano che qualche giorno sia già passato: ho le idee molto più

chiare del solito, ma qualche volta piango e poi rido senza un motivo

preciso. Entrai dunque quella sera nella stanza dell'albergo, deciso a

lavorare e sicuro di riuscirvi. Ero allegro e pieno di gioia; un mio

sogno si era realizzato. Sì signore, è meglio che ve lo confessi,

l'avventura che voi mi avevate procurata, io l'aveva sognata molte

volte. Quando esclamavo:--se fossi milionario sarei un gran poeta!

aggiungevo spesso: se qualcuno mi dicesse: scrivi qualcosa che possa

restare, e domattina sarai ricco, non so cosa non sarei capace di

fare!--Mi misi al tavolo e cominciai a pensare. Non avete provata mai

quella strana sensazione dei pensieri che deviano per loro conto? che

prendono, ribelli, la strada che vogliono? Io lo provai in quel

momento. La mia immaginazione invece di rivolgersi al protagonista del

racconto, nella cui persona io doveva entrare, mi faceva invece

passare dinanzi agli occhi le cinquecento mila cose che sarei stato

padrone di fare all'indomani coi cinquecento mila franchi, che intanto

dimenticavo di guadagnare. Pensava che il mio ingegno sarebbe

sbocciato, che avrei scritto un libro che avrebbe fatta la mia fortuna

e in qualche anno avrebbe triplicato il mio capitale. Pensavo che

finalmente i desiderii ognor repressi potevano essere soddisfatti, che

le cose sempre invano vagheggiate potevano essere possedute: ch'erano

miei il velluto ed il raso, i tappeti di Persia e le perle d'oriente,

le cene, i viaggi, gli amori; ch'erano mie tutte le cose belle, buone

ed aggradevoli che fino allora m'erano sembrate quaggiù retaggio

esclusivo degl'imbecilli; che potevo viaggiare con un treno speciale

come un monarca e far stampare le mie liriche su carta inargentata con

dei caratteri d'oro!--Sognavo la soddisfazione, il successo, il

gaudio, il compenso a tutte le miserie trascorse che l'avvenire mi

preparava; mi pareva che d'un tratto il paradiso fosse divenuta cosa

terrestre, mi pareva d'essere al di sopra di tutto, e un immenso

orgoglio mi agitava pensando che avrei potuto fra poco vendicarmi di

tutte le umiliazioni ricevute; mi vedevo, fra non molto, più ricco dei

Rothschild, mi vedevo padrone di accontentare la mia prodigalità, che

si sarebbe divisa in due ruscelli, d'oro e di parole, di diamanti e di

rime!

«Udii così scoccare la una. Scrissi poche righe. Ripensai. Mi pareva

che solo qualche minuto fosse trascorso quando i due colpi si udirono

alla pendola.

«Un brivido mi passò per tutto il corpo. Mi sembrava che il tempo mi

sfuggisse come una cosa che scivola tra le mani. Guardai con terrore

il quinterno di carta bianco ch'era dinanzi a me. Intinsi la penna

nell'inchiostro per continuare, ma le parole non venivano. Inoltre

riflettevo che, prima di scrivere, era necessario entrare con lo

spirito nel soggetto, pensare col protagonista. Feci uno sforzo

violento ed obbligai il mio pensiero in quei limiti; ma di tanto in

tanto deviava e non mi era possibile rendermi conto di quanto durasse

quella deviazione.

«Scoccarono le tre. Capii che bisognava reagire, farsi forte. Era

sopratutto necessario di pensare bene prima e non avere troppa premura

di scrivere, altrimenti il tempo passava in tentativi scorretti e la

mia mente si confondeva in febbrili sforzi. M'alzai e cominciai a

passeggiare innanzi e indietro, tentando di raccogliere i miei

pensieri sull'unico punto su cui dovevano riunirsi.

«Un'ora passò ancora così, e alla pendola del camino scoccarono le

quattro. Allora il mio sangue freddo di nuovo mi abbandonò e fui preso

da una orribile paura. Era d'uopo scrivere. Quella carta ostinatamente

bianca dinanzi a me mi adirava. Cominciai risolutamente, in un modo

qualunque, tanto per cominciare. Avevo scritto solo qualche riga, ma

sentivo già una specie di sollievo.... Restai un istante immobile, non

pensando a nulla. Ma volli poi continuare; ricominciai a pensare.... e

pensai tanto lungamente che i cinque colpi suonarono alla pendola.

«Goccie fredde di sudore m'inumidirono la fronte. Mi pareva che quei

colpi maledetti vibrassero l'ora della mia condanna. Una specie di

tremito nervoso m'assalse; mi morsi con violenza una mano. M'alzai e

passeggiai ancora in lungo e in largo per la stanza come una belva in

gabbia, e ciò mi fece un po' di bene. Mi tornai a sedere più calmo--ma

oramai i progetti di cosa avrei fatto con le mie ricchezze e i

pensieri del mio protagonista mi brulicavano tutti insieme,

confusamente nel cervello. Il tempo passava, la paura si faceva ad

ogni istante più forte, cominciavo a capire che perdevo tutto, feci un

tentativo supremo e scrissi una pagina intiera. La speranza rientrava

lentamente nel mio cuore e mi sentiva un po' riconfortato.

«Pure, nel mentre stesso che scrivevo, mi ritornava di minuto in

minuto più gagliardo e pauroso il pensiero che il tempo passava, che

il lavoro era lungi dall'esser compito, che non riuscirei a compirlo.

La mia penna correva velocissima, ansiosamente sulla carta; la mano mi

tremava....

«D'improvviso mi accorsi che il tenue raggio biancastro dell'alba

penetrava dalle imposte socchiuse e veniva a battere sul mio viso

sconvolto insieme al fioco lume delle candele. Tutto era finito.

Sentii una fitta tremenda al cuore e mi parve che la mia ragione si

sconvolgesse. Tentai di scuotermi, pregai e imprecai nello stesso

tempo. Rilessi quello che aveva scritto: nelle ultime righe mancava il

senso.

«La disperazione mi colse. Io aveva perduto! Non vi era più speranza.

La mano mi tremolava talmente che non avrei nemmeno potuto più tenere

la penna» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Qualche giorno dopo aver scritto questa lettera egli perdeva

completamente la ragione.

Ma, per carità, non dire a Sotowski che io t'ho narrato questa sua

storia, perchè la vuol tenere segreta, conchiuse il mio amico.

La gran rivale · 第 34 / 53 题