La Corte si era trasportata a Versailles. Il re, con la Marchesa, come
i cortigiani chiamavano la Pompadour, vi andavano spesso, preferendo i
giardini di Lenôtre al Louvre; e in quello splendido soggiorno, ancora
tutto pieno delle memorie del gran re e del gran secolo, le feste si
succedevano, una più variata dell'altra: balli, ricevimenti, caccie,
recite, e frammezzo a tutto questo, i facili intrighi, improntati
della leggerezza del tempo, si legavano, rompevano e riannodavano
incessantemente.
Poche sere dopo ciò ch'è stato narrato, le sale di Versailles si
aprivano ad un ballo sontuoso. Le sale di Diana e d'Apollo, quelle
della Primavera e delle Muse, e tutti que' magnifici appartamenti,
improntati del marchio di mitologia galante che Luigi XIV aveva posto
su tutto, erano illuminati a far impallidire il sole. Le belle signore
passavano e ripassavano, dando la mano, anzi la punta delle dita, ai
loro affettati cavalieri, e camminando un po' di profilo per non
guastare i loro _paniers_, tutte fulgenti di gemme, in cui i mille
lumi dei candelabri si riflettevano mille volte, tutte superbamente
vezzose ed abbellite dai loro trionfi. La loro bellezza non era quella
che avrebbe innamorato un amante della natura, poichè la cipria
nascondeva i loro capelli, il belletto ed il bianco coprivano le loro
guancie d'un leggiero strato come di vernice, le labbra erano
ravvivate dal minio, le ciglia, gli occhi, tutto era dipinto; i
fianchi erano artificiali. Pure erano ben sontuosamente belle, con le
loro bocchine di corallo, coi loro vestiti luccicanti, con le
affettate movenze di testa e di spalle, con la pronunzia smangiata e
coi loro sguardi sapienti.--Nella sala da ballo, accompagnate
dall'orchestra, venti coppie ballavano il minuetto. I gentiluomini,
coperti di raso e di velluto al par delle signore, facevano strisciare
la punta de' piedi, tenendo sollevati i loro alti talloni rossi, e si
movevano effeminatamente, porgendo con grazia la destra alla
ballerina, con un movimento arrotondato del braccio, mentre la
sinistra poggiava sulle impugnature d'oro e di madreperla delle loro
spade, che ne' sottili foderi di velluto, sollevavano le ampie falde
degli abiti di color tenero e riccamente ornati.--Pareva intanto che
le galanti pastorelle e i mille amorini della vôlta sorridessero a
quello spettacolo e si movessero lievemente anch'essi, tra i dolci
suoni dei violini, frammezzo alle loro ghirlande di fiori.--Le pareti
erano ornate dei capolavori di Vanloo, e Luigi XIV, in piedi, in fondo
alla sala, imponeva ancora, benchè dipinto.
In una sala d'angolo, dalle pareti coperte di quadri, vi era un
piccolo crocchio che circondava il conte di Choisy, uno dei signori
più alla moda, il quale stava raccontando qualcosa che pareva
interessasse moltissimo il suo piccolo uditorio. Egli aveva una gran
riputazione d'uomo di spirito, ma non troppo meritata.
--Si deve confessare, stava dicendo la contessa di Grives, ch'è uno
de' più bei giovani che si possano vedere.
--Questo poi sì! esclamò una piccola signora, che sebbene sembrasse
vicina ai cinquant'anni, aveva ancora molta pretesa. Io non lo aveva
molto guardato; chi guarda quella specie di gente? Ma ora che l'ho ben
osservato devo confessare ch'è un piccolo Apollo.
--E lo sa la marchesa di Saint-Aubin, soggiunse Choisy ridendo. Vi
assicuro l'autenticità di ciò che vi ho narrato.
--Ma ne siete certo?
--Certo quanto che voi siete questa sera d'una bellezza irresistibile,
contessa. Mi voglio appiccare domani se non è vero che ho veduto coi
miei occhi Larose che saliva la scala della dimora di quel
pittorello--di cui non so, del resto, perchè si parli tanto, aggiunse
stizzosamente.
--Ma siete certo che abita dove dite?
--Me ne sono informato e lo so di sicuro!--E il più bello di tutto è
che il giovane è etico marcio e dicono che sia per colpa della
marchesa. Pretendono che sul principio ella si sia beffata di lui.
Forse qualcuno se ne ricorderà; parlano d'una scena successa ad un
ballo. Io era allora in Inghilterra.
--Oh mi par di ricordarmene!.... Ma sapete che se è vera la storia è
stranamente bella e che fra due giorni farà il giro di Parigi? Si
susurra che il re voglia fermarsi qui solo alcuni giorni. Appena a
Parigi me ne informerò.
Il piccolo crocchio si sciolse e Choisy appoggiandosi al braccio di
Breteuil, rientrò nella sala da ballo.
--Ne sei sicuro, conte?
--Sicurissimo, cavaliere, rispose Choisy. Ora poi si dice anche di
più, si pretende che pure la contessa di Grives ne sia un pochino
invaghita. Aveva un bel fare la disinvolta, si vedeva ora che il mio
discorso la interessava molto.
--Per Dio! questo pittore è noioso! Ma ora si racconta che è ammalato,
pallido da far pietà.
--È forse quello che piace. Le donne sono tanto capricciose!....
In quel momento un giovane delle guardie di S. M. si avvicinò a loro:
--Parlate del pittore?
--Sicuro, capitano, rispose Breteuil. Oramai non si parla più che di
lui...
--Sapete che la Champrosé ieri sera mi disse che ne è innamorata?
--Anche lei?.... Il diavolo le porti tutte! esclamò Choisy.
--Ma guardatelo là!--disse Breteuil.--Anche a Versailles deve venire?
Infatti se ne stava vicino ad una porta, conversando con Verny. Egli
era pallidissimo. Si vedeva che il suo male inesorabile progrediva e
che malgrado i suoi apparenti trionfi, tutto era finito per lui.
Ma, dirà il lettore, come è avvenuto un tale mutamento? Perchè se ne
parlava tanto?--Perchè?--Ah! domandar dei perchè ai tempi di Lebel!
Tutto allora era guidato dal capriccio. La sua storia con la
Saint-Aubin, svisata, raccontata in mille modi diversi; la simpatia
che la marchesa poi sembrava realmente aver sentito per lui, l'avevano
d'un tratto messo di moda, e subito dall'esser nulla, divenne l'eroe
del quarto d'ora. Sotto la Pompadour questo non era insolito. La sua
figura triste che lo aveva sul principio quasi reso antipatico e che
aveva impedito alla naturale bellezza di fare il suo effetto, dopo la
specie d'intrigo con la marchesa era diventata un vezzo, e il suo
pallore malaticcio che non poteva piacere senza motivo a' tempi di
Richelieu, ora che se ne sapeva il perchè e che dava luogo ai
pettegolezzi, lo rendeva interessante, come se fosse vissuto a' tempi
di Goethe e di Byron.
Larose, il ben noto cameriere della signora di Saint-Aubin, era stato
veduto mentre saliva le scale del pittore con una lettera in mano.
Dunque egli era l'amante della marchesa.
Povero ragazzo! Era ben lungi dall'esserlo; ma ciò era bastato per
metterlo di moda.
Com'era venuto a quel ballo?--Il cavaliere credendo che un po' di
distrazione gli farebbe bene, l'aveva quasi costretto a venire. Verny
gli voleva bene; ma dacchè non aveva più la febbre lo credeva in via
di guarigione e supponeva che i divertimenti lo guarirebbero anche dai
mali morali, tanto più ora che sembrava avviato sulla strada della
fortuna. Ma quanto si sbagliava! Armando era veramente ammalato e al
ballo di Versailles stava peggio del solito. Benchè semplicemente
vestito egli era però talmente bello nel suo pallore, che pochi nelle
sale potevano venirgli paragonati.
Venne presentato alla contessa di Grives, la quale lo accolse con una
così marcata preferenza da far girare un tantino la testa all'uomo il
meno vano della terra. Ella stette con lui assai lungamente, quasi
compromettendosi, e furono tante le occhiate, le parole a doppio
senso, che Armando ne rimase un po' sbalordito. Ma ormai ogni forza di
volontà, ogni scintilla era spenta in lui, e con la sua solita
timidità per di più, non poteva pensare a vendicarsi della scena del
ballo.
La festa sontuosa, splendida, durò fino al mattino e le mille fiamme
dei candelabri lottarono coi raggi del sole ch'entravano dalle
finestre e che subito valsero a far fuggire le signore.
Ma Armando non potè restare. Fu preso da una febbre ardente e dovette
andarsene.
La cura del cavaliere era sbagliata completamente; le distrazioni, le
emozioni specialmente non potevano che peggiorare il suo stato.--Il
medico disse che il caso si faceva gravissimo; la tosse aumentava.
Il cavaliere portò nella dimora dell'artista tutti i conforti che la
ricchezza può dare, e fu curato il meglio possibile. Ma l'etisia
progrediva.
Intanto, di giorno in giorno, Armando continuava ad essere più in
voga. Ricevette venti lettere dalla Champrosé, che non ebbe la
pazienza di leggere tutte. Un'altra delle più alla moda lo mandò a
invitare ad una delle sue cene intime. La contessa di Grives andava
tutti i giorni, nel suo cocchio dorato, a prenderne le notizie.
Perfino la marchesa fece lo stesso; anzi chiese di vederlo.
Ma oramai era troppo tardi. Tutto era finito, e dei trionfi che
avrebbe potuto avere, dell'amore e perfino della gloria non si curava
più. Ora la stessa società che lo aveva disprezzato, lo portava alle
stelle, ma che gliene importava? E intanto, essa che lo aveva respinta
si occupava ora di quel morente, lassù in quella soffitta, come certo
non se ne sarebbe mai occupato se non fossero state le circostanze che
influivano sulla moda del momento.
Contro i comandi del medico, egli stava alzato e dipingeva. Il
cavaliere lo lasciava fare, pensando ch'era inutile contrariarlo. Il
quadro a cui lavorava era quello, coperto misteriosamente di seta
verde, che Verny aveva veduto la prima volta che lo aveva trovato.
Era la testa della marchesa di Saint-Aubin ch'egli disegnava di
memoria. Nei giorni di vita e di passione l'aveva abbozzata; ed ora,
sull'orlo della tomba, quasi staccato dalle cose terrene, gli venne il
desiderio di finirla,--unico resto del morto amore, ultimo addio al
mondo, che pur lasciava senza rimpianto. Egli si sentiva il bisogno di
lavorare indefessamente, ansiosamente, e di finirla.
Si mise al lavoro e terminò prima il disegno che aveva schizzato sulla
tela.
Allora avvenne una cosa straordinaria.....
La sua mano non rispondeva più alla mente. Egli era come spinto da una
forza superiore, e ciò che la matita segnava non era più quello che
suggeriva l'immaginazione. Egli voleva tradurre sulla tela quel
profilo fino, aristocratico, capriccioso; quel modello di donna forte,
voluttuosa... e invece il suo pennello tracciava una figura aerea,
purissima, vergine, più d'angelo che di donna. Voleva segnare
quell'ammasso di capelli coperti di cipria, in cui si frammischiavano
fiori e gemme, e involontariamente invece sulla tela ondeggiavano
delle chiome bionde sciolte, naturali, che cadevano su d'una veste
candida e baciavano una guancia bianca, diafana.--La figura che
appariva sul quadro era ideale, angelica, bella come un sogno di
poeta, con due occhi celesti che ignoravano la terra.
Egli continuava senza quasi accorgersi di ciò che faceva. Era spinto
da qualcosa di fatale e una luce serena usciva dal suo sguardo. Una
forza invincibile lo costringeva.
Egli dipingeva....
Il cavaliere taceva, guardandolo attonito e addolorato.
E sulla tela la mistica figura, lavoro quasi involontario, rivelazione
dall'alto, si staccava a poco a poco dall'ombra del fondo.....
Finalmente l'ultima ora scoccò. Il pennello gli cadde dalla mano.--Fu
portato sul letto. Vedendolo, non lo si sarebbe detto un morente,
poichè un sorriso passava sulle sue labbra.
Oh quanto era lontano dagli appartamenti della marchesa e dalle sale
di Versailles!--Nel suo occhio ingrandito mille visioni passavano.
Eran figure di donna, ma figure celesti che non rassomigliavano agli
angeli della terra; non erano più i sontuosi abiti di broccato e di
raso, nè le alte pettinature incipriate, nè i visini aristocratici e
imbellettati, ornati di qualche neo, nè le scarpette a talloni rossi,
nè i ventagli miniati;--erano vesti bianche e cadenti, eran pupille
azzurre e pure, eran chiome lunghe e finissime, erano sguardi pieni di
bontà e d'amore!...
All'estremo istante, la marchesa di Saint-Aubin entrò nella stanza.
--Silenzio! disse il cavaliere. Fermatevi; egli non vi vede più,
marchesa.
Infatti, Armando non la vedeva; era ben lontano da lei. Nel suo occhio
vi era il raggio supremo.
Egli era assopito. La sua testa stanca posava sui cuscini; la bocca
gli si agitava. D'improvviso una luce sembrò passargli sul viso. Si
rianimò debolmente e allungò la mano bianca e magra verso il quadro.
--Oh guardate! guardate!.... Si distacca dalla tela e viene verso di
me.... disse con un filo di voce arcana. Oh, non vedete? Viene, viene,
s'avanza..., mi stende le braccia!.... Oh come è bella!.... E non è
una donna, è un angelo!....
Furono le sue ultime parole. La testa ricadde sui cuscini per non
sollevarsi più.
In quel momento un prete ch'era stato chiamato in fretta,
entrò--troppo tardi.
Il cavaliere uscì con la marchesa. Sulla scala trovarono la Champrosé
che voleva per forza vedere Armando. Ma vide Verny che piangeva e non
chiese più nulla. La marchesa le passò davanti sdegnosamente ed ella
la guardò in traverso.
La marchesa non si potè consolare della morte d'Armando che arrivando
a prendere il posto della Grives nel cuore del Re.--Questa volle
portare il lutto per il pittore, a grande scandalo di molti.
La storia d'Armando fece una tale impressione che se ne parlò per
quindici giorni. Ora non può accadere che si arrivi a parlare sì
lungamente d'un avvenimento qualunque; ma in quei tempi rococó anche
questo era possibile.