Ritrovando il nostro protagonista un mese e qualche giorno dopo il suo
arrivo nella nobilissima ed insigne capitale della Spagna, siamo
costretti ad accorgerci dal suo alloggio e dall'attitudine nella quale
lo troviamo che la sua smania di vagabondare si è scemata di molto. Lo
ritroviamo infatti seduto in un'ampia poltrona, vestito il più
leggermente che sia possibile, vicino a una finestra del terzo piano
di una casa pulita e affatto moderna, in una via tortuosa d'uno dei
vecchi quartieri. I vetri erano chiusi e Giorgio coi piedi più alti
del capo in una postura ultramericana, teneva un libro alla mano, la
cui lettura però sembrava interessarlo mediocremente, poichè di tratto
in tratto gettava uno sguardo indagatore tra gli interstizi delle
cortine di mussola bianca, come volesse spiare qualcosa dalla parte
opposta della via.
Questa, malgrado fosse stretta assai, non era però triste come lo sono
le viuzze nelle città settentrionali, tanto il sole ardente sa in quel
paese penetrare dovunque; e nel giorno caldissimo di cui parliamo,
gettava un raggio che rischiarava molto pittoricamente la parte più
alta della casa in faccia a quella ov'era Giorgio, lasciandone la base
nella relativa frescura dell'ombra. Quella casa era, si può dire,
l'opposto di quella abitata dal duca, poichè, sebbene di aspetto
povero e poco pulito, aveva un carattere di vetustà assai romantico ed
era di un'architettura barocca e contorta, affatto speciale. In quegli
ornamenti spezzati, in quei fregi interrotti qua e là, in quelle
pitture quasi cancellate oramai, v'era un contrasto assai spiccato di
opulenza passata e di decadenza presente, che è pur troppo un
carattere abbastanza spagnolo.
La finestra, posta precisamente di contro a quella del nostro
protagonista, e sulla quale sembrava posarsi il suo sguardo tutte le
volte che lo spingeva attraverso i vetri, avrebbe certo da sè sola
invogliato un pittore a fermarsi per farne uno schizzo.--Il contrasto
di cui parlammo or ora era qui assai palese, giacchè tutt'all'intorno
girava una cornice di pietra rozzamente, ma riccamente intagliata, i
cui arabeschi mozzi mostravansi qua e là coperti da un pugno di verde
muschio o erba, che vi aveva vegetato, Dio sa come, e lo stipite si
vedeva esser stato ricco assai, mentre i vetri della finestra erano
color di piombo e malamente incassati in una cattiva intelaiatura di
legno dipinto in verde chiaro. Al di sotto intravedevasi come un
avanzo di scudo sul quale uno stemma doveva essere stato inciso altre
volte, ma la parte di esso che sembrava meno obliterata, era a metà
coperta da un panno bianco posto sul parapetto ad asciugare al sole.
Sopra un'assicella al di fuori un grosso vaso panciuto in terraglia
comune gialla a disegni turchini conteneva dei garofani in piena
fioritura che toccavano un punto vivace sul fondo grigio della casa ed
animavano, si può dire, la finestra, del resto affatto deserta in quel
momento.
La stanza abitata da Giorgio era piccola, ma pulita ed allegra, ed
egli con le sue abitudini di eleganza, l'aveva già assettata in modo
da renderla simpatica. I vasi e le scatolette a coperchio d'argento di
un _nécessaire_, ordinati su di una tavola coperta di bianco,
contrastavano con la semplicità delle pareti nude, dei mobili in legno
comune e delle sedie di paglia. Da mille indizi indescrivibili si
capiva però che quella stanza era stata scelta da Giorgio per farvi
una dimora di qualche tempo--il che ne fece dire che sentisse già il
bisogno della quiete.
Appena giunto a Madrid, era sceso ad uno dei grandi alberghi. In qual
modo dunque, poco più di un mese dopo, lo troviamo nella viuzza in
questione?--La spiegazione sarà certo già presentita dalla lettrice,
ed essa non sarà troppo stupita se le diciamo che proprio in uno dei
momenti in cui il duca volgeva più attento lo sguardo verso la
finestra di faccia, questa si aprì, ed una figura di donna vi apparve
che sicuramente avrebbe fatto molto piacere anche a quel pittore che
abbiamo supposto arrestato nella via a schizzare le linee sbiadite di
quelli ornati ridotti quasi a vestigia.
Era il suo il vero tipo spagnolo--non precisamente quello che fuori di
Spagna si reputa tale, e che è piuttosto il tipo arabo o moresco.
L'irregolarità bellissima dei suoi lineamenti non era quella che
c'imaginiamo quando parliamo delle _manolas_, avendo un carattere di
grazia un po' manierata ed indescrivibile che ne sarebbe forse
sembrata piuttosto francese, e la sua pelle era bianchissima. La bocca
piccola e porporina, gli occhi allungati, espressivi, un po' infantili
nello sguardo, il collo robusto e snello ad un tempo, le mani lunghe,
strette, un po' magre, l'ovale del volto graziosissimo, ed una
espressione derivante dal sorriso della bocca e più ancora da quello
degli occhi, dall'arco delle sopracciglia, dalla linea del naso e del
mento che solo il pennello potrebbe forse tradurre, rendevano la sua
bellezza molto originale. I capelli neri, attortigliati in massa sulla
nuca, erano tenuti da un alto pettine di tartaruga tutto traforato, di
strano disegno, come in tutte le famiglie spagnole si tramandano di
madre in figlia.
Il suo vestito non aveva nulla di speciale, poichè il costume
nazionale va perdendosi a poco a poco anche nelle classi meno alte, ma
la sua veste bruna e casalinga disegnava delle forme che molte
duchesse avrebbero invidiato.
Ella si affacciò alla finestra tenendo nella destra una caraffa piena
d'acqua che versò tutta sui fiori, quasi già avvizziti dal sole, ed
essi si rianimarono d'un tratto sotto quella benefica pioggia di cui
avevano gran bisogno. Per amore della verità, dobbiamo però constatare
che nel far ciò, gettò sbadatamente uno sguardo alla finestra opposta
e vedendola ben chiusa, depose la caraffa, e si appoggiò al parapetto,
guardando ora i suoi fiori che sembravano ringraziarla allargando le
corolle, ora i rari passanti nella via. In uno di questi momenti,
Giorgio aperse a sua volta lentamente la finestra e si affacciò,
osservando fissamente il bel quadretto che aveva davanti.--Ma questa
manovra non gli riuscì troppo, chè appena la bella fanciulla,
sollevando ancora gli occhi, se ne accorse, senza affettazione ma
abbastanza prestamente si tirò indietro, e come si accorgesse allora
dei raggi cocenti del sole che le battevano sulla fronte, abbassò la
tenda di paglia grossolanamente dipinta a fiori e foglie--calando
così, per lo spettatore di faccia, il sipario prima che la scena fosse
incominciata.
Come avrebbero riso sgangheratamente i suoi amici se avessero veduto
Westford nell'esercizio di quella manovra da collegiale! E siamo certi
che anche il lettore ne taccierà d'inverisimiglianza e non saprà
comprendere come quel giovane, che aveva tanto e così svariatamente
vissuto, potesse giungere ad alloggiarsi in faccia ad una bella
fanciulla qualunque con lo scopo semplicissimo di farle comodamente
gli occhietti. Ma siamo obbligati a dire che i suoi amici (e questo
non stupirà certo) non lo conoscevano punto se ridevano per una tal
cosa; e che noi, con nostro grande rincrescimento, non abbiamo saputo
in tal caso delineare come volevamo il carattere piuttosto eccezionale
del duca. Infatti, uno dei distintivi principali di esso era di
seguire spessissimo la sua prima impressione. Inoltre, non bisogna
dimenticare ch'egli poteva trovare interesse oramai solo nelle cose
che non aveva fatto prima, e che la semplicità doveva riuscirgli più
nuova della raffinatezza.
Dopo qualche giorno di dimora a Madrid, il primo entusiasmo di
trovarsi davvero indipendente, il piacere della solitudine nella folla
e dell'incognito, diminuirono, e dovette confessare a sè medesimo che
il progetto che gli era sembrato così divertente non lo era troppo,
posto in esecuzione, e che perfino questo tentativo di mutamento non
riusciva. Gli venne una terribile paura che Tibaldo ed il suo
calzolaio avessero ragione e ch'egli fosse proprio irrimediabilmente
_blasé_. Riuscì a scuoterla però; ma malgrado questo, quando ebbe
visitato tutti i monumenti, penetrato in tutte le chiese, ammirati
tutti i quadri, dai paradisiaci Murillo fino ai Goya ed ai Ribeira
tenebrosi e mistici, passeggiato e ripasseggiato al Prado guardando le
_senoras_ avvolte nel velo e mostrando le belle manine agitando il
ventaglio irrequieto, fumato tutte le qualità di tabacco, bevute tutte
le bevande e gustati tutti i sorbetti nazionali, capì che non sapeva
bene cosa farebbe della propria persona all'indomani. Acquistò un
nuovo costume completo da un sarto indigeno, fece ampia conoscenza con
la cucina spagnola, tentò di far la corte ad una signora che stava nel
suo albergo, ma tralasciò per paura di riuscire,--e finalmente dovette
ammettere che si annoiava.
Un combattimento di tori (che la lettrice non chiuda il libro troppo
precipitosamente! _non_ lo descriveremo) che lo divertì per la novità
e l'eccitamento dello spettacolo, e qualche conoscenza fatta per caso,
al caffè, lo aiutarono a sopportare la noia incipiente che lo
invadeva, ma non bastarono a distrarlo.
Solo lo divertiva il far delle lunghe chiacchiere e discussioni con i
suoi nuovi amici, di cui quasi ignorava il nome; buoni ragazzi, fra i
quali alcuni artisti di teatro che lo trattavano con tutta
famigliarità e quasi con un poco di protezione che lo faceva ridere
internamente.
Lasciando Parigi, egli s'era solo proposto di cercare le attrattive di
un paese nuovo e di una vita diversa, e l'idea di mischiarsi in
avventure era lontanissima dalla sua imaginazione. L'elemento
femminile non entrava nel suo progetto. Ma si accorse ben presto che
uno dei mezzi che cominciava, quasi involontariamente, ad adoperare
per cacciare quelle prime nebbie di noia minacciose, era di fare degli
studi artistici molto assidui su tutte le donne che passavano e che
potevano forse esser belle. Non gli dispiaceva punto lo sguardo di
fuoco che le donne spagnole gettano con molta rapidità su tutti
indifferentemente.--Ma le bellezze che vedeva erano molto al disotto
dell'ideale che se ne era formato. Singolare pretesa che si ha infatti
talvolta di volere che in un dato paese tutte le donne siano belle!
Malgrado tutto ciò, non si divertiva, senza che però si pentisse in
alcun modo del suo viaggio, poichè perfino la noia era diversa dalla
solita.
Pure capì che una qualche distrazione ci voleva. Un giorno vide
passare la fanciulla che presentammo al lettore in principio del
capitolo, e la trovò più bella di quante avesse incontrate fino
allora. Aveva quella simpatica camminatura viva e cadenzata
particolare alle Spagnole, ed il suo piedino, calzato a perfezione da
una scarpina che ne copriva solo la punta, era elegante di forma e
pareva nel camminare raccontasse molte cose. L'accompagnava una donna
vecchia, che un poco le rassomigliava. Sicuro che nessuno dei suoi
amici lo vedeva, la seguì e la vide entrare nella casa che abbiamo
descritto. Un cartello sulla casa in faccia annunziava che al secondo
piano si appigionava; egli entrò, e prese le due stanze verso strada,
proprio in faccia alla dimora della incognita. Dava per pretesto a sè
stesso, che era stanco di stare all'albergo e che così eseguiva meglio
il suo piano.
L'indolenza del suo carattere, e per dire il vero, la quasi
indifferenza che, malgrado tentasse combinare un romanzetto, egli
sentiva per la fanciulla, impedirono che egli diventasse molto
intraprendente, e siamo costretti di confessare che dopo qualche
giorno non si curò molto dello scopo che lo aveva condotto nella sua
nuova dimora e non si metteva che assai di raro al suo posto di
osservazione alla finestra, dove lo abbiamo sorpreso. Pure, quelle
volte che vi era stato lungamente ed aveva attentamente osservato col
suo occhio scrutatore, l'aveva trovata molto bella, e di una bellezza
che artisticamente gli rivelava un orizzonte nuovo e modificava un
poco il suo gusto. Egli infatti, come abbiam veduto, era prima di
tutto (chi gli darebbe torto?) ammiratore della bellezza pura,
sculturale, greca. La Venere di Milo era la prima sulla lista--dopo,
le altre. In mancanza di quella bellezza assoluta e completa di forme
e di linee, amava l'espressione, l'anima, il carattere impresso sulla
fisonomia, ed acconsentiva a non darsi cura di molte imperfezioni
purchè gli occhi fossero eloquenti, i lineamenti espressivi, la
fisonomia originale, il sorriso caratteristico, purchè insomma ogni
linea raccontasse la sua storia. Nella bellezza della fanciulla che
ora aveva il progetto di corteggiare non vi era nè la bellezza
altissima che Fidia e Prassitele resero immortale, nè quella bellezza
che Tibaldo aveva chiamato _moderna_ nel parlare di Lady Isabella.
La era semplicemente la bellezza della grazia, della freschezza, del
capriccio. Il suo occhio non era profondo e non rivelava molto, la sua
espressione era allegra, vivace e nulla più, le sue forme e le sue
linee erano belle, ma non perfette. Il suo viso inoltre non raccontava
una di quelle storie che ne invogliano a studiare l'anima della
persona che lo possiede. In compenso però sembrava aspettare che
qualcuno gli narrasse la propria.
Giorgio intanto si abituava alla sua vita nuova e tornava ad essere
assai contento di aver posto la sua idea in fatto. I suoi nuovi amici,
che quasi non conosceva, lo divertivano molto. Fece con loro qualche
gita nei dintorni. I giorni si succedevano; ed egli che, malgrado
tutto, era uomo di abitudine, cominciava a dire: «Chi sa quando
cambierò?»