Il paese d'Europa il più pittoresco, e allo stesso tempo non troppo
lontano dai grandi centri della vita attuale, è certamente la Spagna.
L'influenza moderna che tutto uniforma e toglie ai costumi dei popoli
il loro carattere speciale, non vi ha penetrato ancora che in parte,
e, abitandovi, vi potete credere ad una distanza molto maggiore di
quello che siete realmente dalle città dove le continue relazioni
hanno tolto ogni fisonomia speciale. Inoltre, la vicinanza dell'Africa
per la natura, per i monumenti e le tradizioni il lungo dominio dei
Mori, v'imprimono una originalità spiccata ed un fascino che può
conoscere soltanto chi lo ha provato. Nelle città, le vie strette,
tortuose, le case dalle tettoie sporgenti, gli ornamenti moreschi, il
pavimento inuguale, il bianco caldissimo del nastro di cielo che si ha
sopra la testa, rammentano talvolta l'Oriente; ma più ancora la
campagna con i suoi paesaggi aridi e caldi, con le roccie quasi cotte
dal sole, con l'abbagliante bianchezza del suolo e l'infuocato
splendore del cielo che dà a momenti l'illusione del deserto. La
tristezza luminosa di quell'atmosfera bianca e incendiata è affatto
nuova per chi è abituato a considerare sempre un raggio di sole come
un sorriso, e suscita nell'anima una malinconia orientale, serena,
pesante che ne lascia intravedere quale dev'essere la mestizia delle
sfingi, seppellite fino al collo da secoli nella sabbia ignea
dell'Egitto.
Sulle prime il paesaggio non diverte. Quella monotonia di tinte,
quella malinconia dorata sparsa sopra tutto, quei vasti spazi che di
tratto in tratto si stendono uniformi davanti allo sguardo, non
rallegrati nè da un bosco nè da una forte ondulazione di terreno, ma
solo da qualche cespuglio e da qualche scoglio di forma strana, quelle
montagne a picco in distanza, stancano moltissimo. Ma a poco a poco si
capiscono quelle bellezze cui non si è abituati, e s'intravede la
tranquilla e serena poesia di quel suolo perpetuamente accarezzato dal
caldissimo dardeggiare del sole e l'orientale maestà di quel cielo
bianco--lietissimo, ma non sorridente. Inoltre la piaga dei ciceroni
non vi è ancora penetrata, si può annoiarsi e divertirsi senza che
qualcuno ve lo dica, ed ammirare coi propri occhi e non per mezzo
d'interprete; poi rammentando le molte avventure accadute nei luoghi
stessi che si traversano, si gioisce della sola idea di trovarsi in
pieno decimonono secolo in un paese dove le avventure sono ancora
possibili. I viaggiatori di fervidissima immaginazione possono perfino
nutrire la vaga lusinga di essere attaccati dai briganti.
Nelle campagne e fra i monti il costume del paese si vede ancora di
frequente, tanto più che spesso lo vestono in viaggio anche gli
abitanti delle città, i quali però a casa pongono ogni loro ambizione
nell'esser vestiti altrettanto male quanto altrove. Spesse volte
perciò le tinte brune e severe delle rocce ed il bianco della pianura
dove l'occhio cerca invano dei colori vivaci, vengono d'improvviso
rallegrati da una macchietta variopinta ed animata. Sulle prime,
specialmente l'occhio poco esercitato dello straniero non sa
distinguere cosa sia, ma poi si accorge che quella oasi mobile di
colori è composta d'una piccola carovana di persone vestite del
pittoresco costume di _maio_ e montati su dei muli tanto bizzarramente
e riccamente bardati da lottare in eleganza con gli stessi cavalieri.
E davvero alletta gli occhi abituati a non vedere che l'abito del
progresso, il guardare quelle giubbette in velluto nero, coperte di
ricami, quelle cinture rosse con le lunghe frangie che svolazzano al
vento, quei cappelli ornati di nastri e di fiocchi.... E si capisce
come talvolta lo stesso viaggiatore sia invogliato ad assumere il
costume gaio del paese, a sedersi sul mulo come un'amazzone,
appoggiando il gomito al ginocchio, tenendo fra le dita il _papelito_,
e ad essere scambiato dagli Inglesi che s'incontrano coi _torero_ che
vanno a farsi applaudire nel circo della più vicina città.
E credete pure che una volta indossato quel costume vi sentite
diverso. Tutte le vecchie abitudini, i pregiudizi, si lasciano negli
abiti che si sono tolti, e appena avvolti nei mantelli dalle lunghe
pieghe e coperto il capo col _sombrero_ si sente molto meglio la
bellezza del paesaggio e si soffre meno il caldo essendo più coperti,
a seconda del proverbio nazionale. La propria città sembra a un
milione di miglia di distanza, la vita passata scompare e si ha
l'illusione di non essere nati per altro che per girare, al lento
passo di un mulo, le stradelle malsicure delle montagne iberiche.
Sembra un poco più di un secolo che non si passeggi sul lastrico
liscio d'una via, e si ride come d'una supposizione temeraria e
stravagante all'idea di trovarsi ancora una qualche sera nella noia
armoniosa di una sala da ballo. Si dimenticano perfino molte cose che
non si credeva possibile di dimenticare, pensando che a Madrid, a
Siviglia e a Barcellona si potranno vedere i piedini della marchesa
d'Ameguï, gli occhi neri e le labbra di corallo tanto decantate, e
perfino delle magnifiche chiome bionde--come in Fiandra si trovano
tante pupille nere e treccie d'ebano. E come si è potuto vivere fino
allora senza una corsa di tori alla domenica?
Questi erano presso a poco i pensieri che si aggiravano nella mente
del nostro amico Giorgio di Westford, mentre vestito del costume il
più ricamato che si sia veduto mai e montato su di un mulo dalla
groppa lucente e dalla fisonomia eminentemente iberica, costeggiava
una stradicciuola vicino a un precipizio poco attraente ma molto
pittorico, circondato dalla sua piccola carovana e contento come un
uomo che si trova a moltissime miglia di distanza dai vari _macadam_
conosciuti.
Il suo sogno era realizzato. Aveva avuto l'energia sufficiente per
porre in esecuzione il suo progetto, rompendo le tenaci abitudini, ed
ora gioiva della soddisfazione da tanto tempo ricercata di trovarsi
incognito, libero delle sue azioni e dei suoi pensieri, lontano dalla
monotonia parigina, in un bel paese dove egli non conosceva nessuno,
dove non era costretto a niente e poteva vivere a modo suo e senza
essere notato ogni volta che si soffiava il naso.
Le contrade ch'egli attraversava avevano per lui tutta l'attrattiva
della novità; allo stesso tempo risentiva la dolcezza dei ricordi,
poichè gli rammentavano talvolta il paesaggio d'Oriente che aveva
visitato qualche anno prima. Ma quale differenza tra quel viaggio,
impreso sotto il suo vero nome, in compagnia di alcuni amici, con
quattro servitori francesi e molti indigeni, e questo nel quale si
trovava solo, con un nome fittizio, e distaccato completamente da
quanto gli rammentava la sua vita abituale!
Egli aveva molto letto a proposito della Spagna ed era contentissimo di
essere riuscito al tempo stesso ad effettuare il suo progetto e a
visitare un paese pel quale da lungo tempo sentiva una irresistibile
curiosità. Era però, sotto un certo punto di vista, un cattivo
viaggiatore, preferendo sempre errare alla ventura piuttosto che seguire
fedelmente un itinerario qualunque. Girò e rigirò, nelle orrende
diligenze che facevano allora il servizio tra un villaggio e l'altro,
oppure sui muli dall'aspetto tanto nazionale che sono le guide migliori
sulle nude e scoscese montagne: ora dimenticandosi per delle intere
giornate nelle interminabili pianure, ora passando a fianco, senza
vederlo, a qualche stupendo effetto di natura o a qualche strano avanzo
d'arte. Sulle prime, al solito, il paese gli apparve molto diverso da
quello che si era figurato, e a dire il vero l'impressione era piuttosto
al di sotto che al disopra dell'aspettativa. Lo credeva diverso. Si
aspettava qualche cosa di più colorito, di più animato, di più nuovo.
Capiva alcune bellezze, vedeva che tutto era pittoresco, ma non ammirava
nulla. Alcuni paesi infatti, come alcuni poeti, non si comprendono che
gradatamente. Al primo momento, si può quasi dire che deprimono invece
di esaltare. Poi lentamente, quasi inavvertitamente, la loro bellezza
comincia a diventare palese, e senza che ne sia dato il sentirlo, siamo
imbevuti a poco a poco del loro significato. Allora ci accorgiamo che il
fascino raccontato dagli altri lo sentiamo anche noi e diventiamo a
nostra volta un oggetto di stupore pei nuovi arrivati che sul principio
sentono, come sentimmo, una specie quasi di scoraggiamento.
Appena Westford ebbe compreso le bellezze che al primo momento gli
erano state oscure, fu innamorato del paese che aveva scelto e si
sentì fortemente invogliato--mentre ammirava il paesaggio con la
intensità d'intelligenza che ne presta la solitudine--a conoscerne
anche la vita ed i costumi. Eseguiva in tal modo assai male il proprio
piano, che era di visitare tutto ciò che vi fosse di più rinomato
prima di far soggiorno in una città qualunque; ma la solitudine, che
gli era sembrata tanto aggradevole nei primi giorni, cominciò presto
ad essergli di peso e un violento desiderio lo afferrò di provare la
vita indipendente che il suo incognito gli assicurava in una città.
Fu per ciò che prima ancora di avere nemmeno fatto il pellegrinaggio
dell'Alhambra, l'incontriamo sul suo mulo riccamente bardato, mentre
prendeva i più corti sentieri di traverso per raggiungere la diligenza
che lo doveva condurre a Madrid. Colà nessuno lo aspettava, nè amici
nè conoscenti, e nulla sapeva di sicuro sul grado d'interesse che
quella capitale gli avrebbe presentato. Come tutti, aveva molta
curiosità per quei costumi speciali, sebbene sapesse benissimo che in
alcune cose l'attendeva il disinganno. Egli che ne avrebbe potuto
avere cento, non portava seco nemmeno una sola lettera di
raccomandazione, tanto aveva voluto esser fedele al suo programma.