VI.

Nella dedicatoria delle _Fantasie_ il Berchet, come anche accadde al

Giannone, si è confessato da sè medesimo in colpa di lesa estetica.

Mi son trovato, egli dice, nel conflitto di due sorti di doveri,

quelli verso l'arte, quelli verso la patria; e ho creduto fosse onesta

cosa la sottomissione dell'amor proprio all'amor della patria. Scuse

magre! risponde il critico: se avesse saputo far meglio, certo ch'e'

l'avrebbe fatto! Ed è vero. Nè si ha il capolavoro se non quando

il poeta e l'uomo si stringano in una sola virtù etica ed estetica

insieme. Ma che il Berchet, d'altra parte, fosse nelle sue scuse

sincero dimostra almeno una osservazione che quivi aggiunge ad esempio.

Ed è che, nel descrivere la battaglia di Legnano, ha fatto parlare a

lungo un moribondo, fuor della verisimiglianza. «Lo scoprirmi in fallo

per questa parlata sarebbe la cosa del mondo più facile a farsi, se

un'altra non ve ne fosse più facile ancora, quella per me di pigliare

le cesoie, e tagliar via il corpo del delitto, o d'accorciarlo almeno.

E sia lode al vero, due volte ho portate le mani per eseguirlo il

taglio, e due volte — lo dirò con una frase tutta di filigrana, rubata

al Creso di tali frasi, — due volte caddero le paterne mani. E perchè?

Perchè quelle poche ammonizioni contenute nella parlata erano le cose

appunto che a me più importava di dire; perchè quelle ammonizioni

possono essere come un tocco di campana che svegli altre riflessioni

nell'animo de' miei concittadini.» L'Arlecchino dalle cento disgrazie,

come sorridendo ei si chiamava, l'uomo che si consolava pensando

d'essere stimato almeno un galantuomo, fu dunque galantuomo anche in

ciò.

Comunque sia, i difetti dell'arte del Berchet, diseguale spesso nello

stile, poco chiaro e poco sottile psicologo ne' _Profughi_, troppo

simmetrico nei sogni delle _Fantasie_, e via dicendo, son di quelli

che appaiono a chiunque legga. E minore artista è nelle sue, del

resto utili e opportune, versioni delle _Vecchie romanze spagnuole_,

pubblicate a Bruxelles nel 1837; minore sarebbe riuscito in quel

curioso poemetto, rimasto incompiuto, _Il Castello di Monforte_, donde

traspira vivace l'idea anticlericale.

Ma provatevi a leggere ad alta voce, con animo ben disposto, que'

versi patriottici, e come vi crescerà via via nella lettura il respiro,

come forse vi si veleranno qua e là gli occhi per una lacrima! Tanta

è la corrispondenza, e così diretta, tra il sentimento italiano e gli

accenti che ne furono inspirati all'esule lombardo. Al quale fu premio

il poter dare nell'inno ai moti emiliani e romagnoli del '30 quel

saluto alla nostra bandiera che le è rimasto quasi direi consacrato:

Dall'Alpi allo stretto fratelli siam tutti!

Su i limiti schiusi, su i troni distrutti

Piantiamo i comuni tre nostri color!

Il _verde_, la speme tant'anni pasciuta;

Il _rosso_, la gioia d'averla compiuta;

Il _bianco_, la fede fraterna d'amor.

Premio maggiore, dopo il lungo pellegrinare in Inghilterra, nel Belgio,

in Germania, in Francia, veder sventolare quella sua bandiera dai tre

colori, per la guerra del 1848-49, nell'Italia sua; vederla sventolare

per opera e merito del Piemonte divenuto asilo degli esuli italiani

(ed egli vi fu deputato), e delle speranze di tutta l'Italia che ormai

ciascun sentiva non poter tardare ad avverarsi, poi che là a Torino

la Rivoluzione raccoglieva tante delle sue forze attorno alla Casa di

Savoia.

Chi aveva bollato a fuoco nella _Clarina_ Carlo Alberto, subito che

lo vide risoluto ormai a capitanare le forze della rivoluzione e

a rischiare tutto pur di redimere l'Italia, non titubò. «L'_unità_

assoluta dell'Italia verrà col tempo.... Intanto qui, nella vallata

del Po, da Alpi ad Alpi, noi vogliamo uno Stato (e di' pure un Regno)

costituzionale, forte, compatto, di un dodici milioni _almeno_ di

abitanti, il quale ci salvi adesso e in futuro da qualunque irruzione

straniera, sia ch'ella venga da Germania, sia ch'ella venga da

Francia.... Fatto una volta questo muro, da Torino a Venezia, nasca

quello che vuol nascere in Europa, l'Italia potrà tenersi tranquilla;

e se col tempo questa gran base dell'_unità_ dovrà ingrandirsi ancor

più, ci penseranno i figli nostri; chè a noi basta di assicurarci il

presente e il prossimo avvenire, e di assicurarlo in modo che non

impedisca menomamente i più brillanti destini che possano toccare

all'Italia nel futuro.... Dunque è Carlo Alberto che noi vogliamo a Re

dell'Italia superiore: e che sia io che predico su questo, tu che sai

_quello che io mi sia_, puoi ben credere che la necessità imperiosa e

l'amor disinteressato della mia patria me lo consigliano, e non altro.»

Così scriveva nell'aprile del 1848.

Tutte le lettere di lui sono insigne documento del suo acume politico,

della drittura dell'animo suo: v'è indicata la opportunità, anzi

necessità, per l'Italia nuova di comporsi a monarchia se vuol vivere

entro l'Europa monarchica; v'è predicata l'alleanza con gl'Inglesi,

utile a noi e a loro; v'è perfino predetta, nel giugno 1848, la

cessione della Savoia alla Francia: «Pensa un poco se a far tacere

quella maledetta Francia non vi sarebbe un mezzo, quello di cedere a

lei la Savoia.» Cercavano metterlo su contro Carlo Alberto? rispondeva:

«Non tocca a me di fare il panegirico al Re; ma come galantuomo che

adora sopra tutto il vero, ti dico che, lasciato stare il passato, del

quale siamo rei tutti, e veduto con occhio scrutatore il solo presente,

dal cominciare dell'opposizione sua all'Austria fino adesso, Carlo

Alberto si conduce davvero in modo schietto, onesto, lodevolissimo.

Avresti mai creduto che io dovessi dire di queste parole? Ma _a ciascun

secondo l'opere sue_.» Cercavano, invece, fargli cantare la palinodia

della _Clarina_? rispondeva essere stato il poeta del dolore, non

poteva essere quel dell'amore, ma fare per Carlo Alberto ormai assai

più e meglio che lodi in versi; aiutarlo in ogni modo a divenire re

d'Italia.

Per ciò parve a molti, anche a Giorgio Pallavicino, o _codino_ o

rimbambito!

A Firenze era stato nel 1811, e l'aveva trovata quale la celebra

la fama; e tutto qui gli piaceva «se ne levi gli abitanti parolai

oltremodo, e in generale poco amici dei forestieri, perchè economi,

e pieni di tema che le cortesie debbano costar loro due crazie.»

Nell'autunno '47 tornò in Toscana ad aiutare i moti liberali, ma nel

tempo stesso a frenarli: egli, il poeta de' tre colori, temeva ora

non compromettessero, inalberati a dispetto del Granduca, l'avvenire.

I tre colori, diceva, sono un anacronismo, e non rappresentano che

un'ipotesi: «Lasciamo all'ipotesi la cura di tradurre sè in atto; e

allora troverà essa il suo simbolo che le convenga.» Che se l'ipotesi

avverata scelse per simbolo proprio il tricolore, non per ciò, chi

giudichi spassionato riferendosi a quella data, aveva tutti i torti il

Berchet. Ma i fati trassero presto anche lui ad acclamare la bandiera

dell'Italia nuova, dell'Italia unita, e qui a Firenze, il 27 marzo

dell'anno dopo, sulla piazza di Palazzo Vecchio, dovè arringare i

Toscani che festeggiavano le Cinque giornate della sua Milano, e si

rallegrò che al mirabile risorgimento ciascuno de' popoli d'Italia

avesse apportata la parte sua: Roma l'amnistia e l'onnipossente parola

d'amore, Toscana le riforme, Sicilia e Napoli la costituzione, Piemonte

il forte esercito tutelare, Milano l'indipendenza senza della quale nè

riforme nè costituzioni possono aver vita intera. «Artefici tutti del

pari di questo superbo edificio, spetta a voi, o Toscani, il compierlo

e il consolidarlo per sempre. Contenti delle nostre libertà che sono

pienissime, se saprete virilmente giovarvene.» Dunque, tutti, popoli

e principi, stringetevi (proseguiva) in concordia di istituzioni, di

voleri, di sentimenti, e correte in armi ad aiutare Carlo Alberto.

Carlo Alberto aveva ormai spiegata al vento la bandiera del verde,

del rosso, del bianco, speranza, gioia, fede fraterna d'amore, come

il Berchet l'aveva cantata. E nobilmente perdonato dell'offesa,

nobilmente da lui stesso rinnegata, il poeta del '21, dopo aver avuta

parte nel governo provvisorio della Lombardia, fu deputato due volte

al Parlamento subalpino. Raccomandò sempre la concordia intorno allo

Statuto, e che non si diminuisse l'esercito: «I _rossi_ per deliberato

proposito, i _neri_ per gretta avarizia lo vorrebbero disfatto....

Del resto poi, purchè lo Statuto duri, bene o male non importa, v'è

speranza per tutta l'Italia ancora. Duri lo Statuto, si consolidi, e

il tempo, o migliore occasione, farà il resto.» Altrove: «Non parlo

dell'Italia: chi non ne vede la intera rovina nella ruina dello Statuto

piemontese?»

Morì a Torino, divenuta patria sua, di lui lombardo che nel Piemonte

già vedeva tutta l'Italia, libera e indipendente, dell'avvenire, il 23

dicembre 1851.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 2 Seconda serie - Lettere, scienze e arti · 第 27 / 30 题