.... savor di forte agrume.
A Napoleone, nello splendore della sua gloria grida: «Un giorno,
abbandonato, schernito, maledetto da quei che oggi s'avviliscono di
menzogne e di lodi davanti a voi, andrete, vittima espiatrice di Roma,
a morire in esilio!»
Allora, lo dissero pazzo!
Di sè affermò che sarebbe alfin venuto a morire in Italia e venne; ma
non trovò dintorno a sè che tombe di cari e non più _sua madre_!
Trovò l'Italia!
Passando da Firenze, colse colle sue mani alcune rose in un giardino e
le depose in Santa Croce sulla misera pietra che copre ancora la ossa
del cantor de' Sepolcri.
Poi si recò a Pisa, e confortato da profonde amicizie, riposò nella
pace della morte la stanca anima!
Lo strumento dell'opera era infranto, ma l'operaio, aveva fede, non
sarebbe perito!
*
* *
Or vediamo particolarmente quali fossero le sue dottrine dalle quali
attinse tanta forza per le battaglie della vita!
Come tutti i pensatori, il Mazzini vede immenso il mondo del pensiero
puro, del pensiero metafisico e comprende che, senza questo, niente
di durevole, di veramente grande si può fare nel campo dell'azione.
Certo, Antonio Rosmini costruì un sistema di filosofia più completo,
più organico del suo: il Mazzini invece anche più del Gioberti e del
Mamiani, consumò le sue forze nello studiare i problemi politici ed
economici, e nell'_azione_!
Il secolo XVIII si era chiuso coll'ateismo materialistico del
D'Holbach, col Deismo del Rousseau in Francia, co' successori del Locke
in Inghilterra, colla filosofia del Kant in Germania.
Il nuovo si apriva con grandi sistemi metafisici: col panteismo
idealistico del Fichte e dello Schelling in Germania, cui terrà dietro
il panteismo hegeliano e un ritorno alla filosofia dello Spinoza.
In Francia Augusto Comte, dopo aver creato la filosofia positiva,
stabiliti i tre periodi teologico, metafisico e positivo, aveva finito
col creare una nuova religione: l'essere supremo era l'Umanità. Il
sensismo era combattuto da Royer Collard, Jouffroy, Maine de Biran
poi da Vittorio Cousin, non estraneo all'idealismo panteistico delle
scuole tedesche. E accanto a Vittorio Cousin, l'abate Lamennais che,
senz'avvedersene, s'avvicinava alla filosofia dello Schelling. Il
Lamennais colle _Parole d'un credente_ aveva rotto colla Chiesa di
Roma; e poi aveva dato col _Saggio d'una nuova filosofia_ una vasta
sintesi filosofica, la più vasta che in questo secolo abbia avuto la
Francia.
In Inghilterra l'Hamilton si faceva notare pel suo Criticismo
religioso; Geremia Bentham trionfava colla sua filosofia utilitaria: la
Deontologia era divenuta il nuovo codice morale.
Herder, fra i Tedeschi, letterato anche nelle sue opere teologiche
e metafisiche, credente, ispiravasi all'alto concetto dell'Umanità,
imagine di Dio sulla terra; nell'opera sua _Idee sulla filosofia
dell'umanità_, apparisce come un continuatore di G. B. Vico, vede un
miglioramento degli uomini; vede cadere il regno della forza, predice
la caduta degli stati fondati sulle conquiste guerriera e religiosa; la
riunione per mezzo del Cristianesimo di tutti i popoli in uno solo!
Tutti questi sistemi, specie i panteisti, ebbero influenza sul
Mazzini, che apertamente però dichiara di non essere panteista; ma più
spiccatamente egli discende dall'Herder e dal Lamennais.
Avversario del Materialismo, sotto tutte le forme esso si presenti,
è lontano da un Idealismo eccessivo. Ammette un solo Dio, autore di
quanto esiste, del quale il nostro mondo è raggio: la sua legge si
manifesta _obbiettivamente_, nel doppio ordine della natura e della
storia dell'umanità; _subbiettivamente_ alla coscienza dell'uomo.
E l'uomo, dotato d'intelletto, di volontà, di libertà, può scoprire
la legge della vita, conformare gli atti propri all'interpretazione
e allo svolgimento della medesima nel seno dell'umanità. L'umanità
forma una personalità collettiva che ammaestra e dirige, sotto gli
auspicii di Dio, l'opera de' singoli individui e de' popoli, educandoli
all'adempimento dei doveri.
Non è _panteista_: basterebbe per escluderlo l'affermazione del libero
arbitrio e la distinzione della personalità umana dal mondo esteriore.
Non _deista_ alla maniera del Wolf e del Lessing, perchè ammette una
forma di provvidenza che regola il mondo.
E neppure può dirsi _mistico_.
La vita per lui non è contemplazione, la vita è missione, è dovere!
_Pensiero e azione!_ è la sua formula solenne.
Lo stile biblico delle sue scritture, il potente sentimento religioso,
la fede profonda nell'immortalità hanno potuto farlo classificare fra
i mistici.
Avverso al materialismo, che solo per un momento attraversò la sua
mente, avverso all'egoismo, all'utilitarismo, cerca, ovunque li trova,
ausiliari per le sue dottrine.
Si potrà in lui trovare qualche idea dell'Hegel, quando afferma
l'umanità eterna, divina, verbo vivente di Dio, religione all'uomo;, il
pensiero dello Schelling nell'unione provvidenziale de' disegni di Dio
e dei destini dell'uomo; di Beniamino Constant nel riconoscere che il
pensiero religioso va congiunto al progresso dell'umanità; del Cousin
quando afferma l'eterna e progressiva rivelazione del Creatore nella
creatura; dell'Herder specialmente riguardo al Progresso dell'umanità;
del Mill, nella critica al Benthamismo, dello Spencer in ciò che
riguarda l'evoluzione dell'umanità verso un ideale in cui l'altruismo
avrà preso il posto dell'egoismo; ma non è stretto seguace di nessuno;
è un pensiero filosofico che doveva sorgere nella prima metà di questo
secolo, in una mente e in un cuore come quello del Mazzini.
Egli afferma avere avuto da Dante la prima ispirazione al suo
filosofare, e nelle opere minori del Divino Poeta ritrovar il concetto
del _Progresso_. Ammiratore del Telesio, del Campanella, del Bruno,
forse vide in loro più la vita, che la dottrina, che non ebbe maniera
di approfondire.
In religione, non è cattolico, non è cristiano; ma molta parte della
morale evangelica è ne' suoi _Doveri_: forse non comprese tutto il
valore della sua affermazione quando disse: «Niente ho da togliere
alla morale cristiana, ma sibbene alla sua teologia.» E come, nel
Cristianesimo, si può staccare la teologia dalla morale? Lo diresti
protestante, perchè nega gli intermediari fra Dio e l'uomo; ma il
protestantismo è per lui impotente a formar religione; è destinato a
morire spezzandosi all'infinito in chiesuole e in sètte.
Vuole l'unità religiosa; ma rigetta il Papato, rigetta le chiese
nazionali.
Dove sarà dunque questa suprema autorità religiosa?
Nel _Concilio_!
Il Concilio dovrà essere adunanza di tutti i credenti per mezzo
de' loro mandatari; quello che negli ordini politici dovrà esser la
_costituente_.
«Roma sarà redenta (esclama), Roma diverrà capitale di 25 milioni
d'Italiani e diverrà la Roma d'un Concilio che fonderà l'unità
religiosa in Europa e porrà fine a tutti gli scismi!» E questa è
la vera utopia; il mondo andrà per altre vie; difficile è prevedere
l'avvenire religioso dell'umanità, or che vediamo il Buddismo penetrare
in Europa. Ma una religione ha bisogno di una fede positiva, concreta,
il che manca nel sistema religioso del Mazzini.
Anima d'artista e di letterato, ebbe sempre una speranza che,
ritirandosi dalla tempestosa arena politica alla solitudine, potesse
consacrare l'ultimo periodo della vita alle lettere, sogno della sua
giovinezza; poi, coll'anima inaridita alla gioia dai dolori, dalle
delusioni, diciamolo pure, dalla ingratitudine, voleva scrivere un
libro sulle _idee religiose_. Non ne ebbe tempo! Negli ultimi anni
dovette combattere l'Internazionale e quella critica filosofica che ci
aveva dato la _Vita di Gesù_ e l'_Abbesse de Jouarre_! Egli combatte
Renan, fortemente, colla vigoria giovanile: e quello scritto è come
il suo testamento filosofico: uscì, due giorni prima ch'ei morisse,
nell'_Italia del Popolo_.
Si oppose all'individualismo in tutte le sue manifestazioni, in
tutte le forme dell'arte. Due termini in ogni questione emergono in
lotta, egli dice: l'_uomo_ e l'_umanità_: e questi termini, queste
tendenze sono anche nella musica: si chiamano — _Melodia e Armonia_ —
rappresenta la prima l'_individualità_, l'altra il _pensiero sociale_.
Nell'accordo di questi due termini fondamentali, nella consacrazione
di questo accordo ad una santa missione, sta il segreto dell'arte,
il concetto della musica europea. Rossini è un titano; Rossini
rappresenta però un periodo che ha compiuto il suo intento: il trionfo
dell'individualità. Bisogna emanciparsi da Rossini; la musica italiana
può isterilire nel materialismo.
Ma, dall'altro campo, la musica tedesca ha _Dio_, senza l'_uomo_:
rappresenta il pensiero _sociale_, l'_idea_ senza l'individualità che
traduca il _pensiero_ in _azione_, che sviluppi il concetto: la musica
tedesca si consuma nel misticismo.
Presentiva una musica europea, quando i due indirizzi rivolti ad un
intento sociale si sarebbero affratellati nella coscienza dell'unità;
quando la santità della fede che distingue la scuola germanica avrebbe
benedetto la potenza d'azione che freme nella scuola italiana; i due
termini fondamentali Dio e l'uomo sarebbero riassunti.
È utopia? si domandava il Mazzini.
Sul nostro labbro corrono spontanei due nomi: quello di Riccardo Wagner
e di Giuseppe Verdi.
A Riccardo Wagner sorrideva questa unione del genio Italiano col genio
Germanico; e sperava il suo _Lohengrin_ «l'araldo di queste nozze
ideali.»
Giuseppe Verdi, se non ha fatto assolutamente divenir realtà l'utopia
del Mazzini, ha dato pure un grande esempio: ha mostrato che l'utopia
Mazziniana del 1836 poteva in un tempo non lontano avverarsi.
Ma quell'individualismo nell'arte musicale che egli credeva chiuso,
doveva ricomparire e trovare il suo filosofo nel Nietzsche combattente
la musica wagneriana ed esaltante il Bizet.
Egli vedeva già nel suo tempo prepararsi i germi d'una filosofia che
avrebbe detto: Dio, il mondo delle cose in se, la verità, l'imperativo
categorico non esser che fantasmi della nostra imaginazione; la sola
realtà conoscibile, il mondo delle nostre passioni; i nostri atti, la
nostra volontà, i nostri pensieri esser governati dai nostri istinti,
che si riducono ad un solo: la volontà di potere.
Vedeva come un temporale funesto addensarsi sull'umanità, una filosofia
che avrebbe affermato la morale una invenzione umana per soddisfare i
vari istinti; che avrebbe insegnato a dir sì a ciò che rende la vita
più bella, più degna d'esser vissuta; che avrebbe approvato l'errore
e l'illusione, se questi allo sviluppo della vita potessero servire;
che avrebbe approvato il male, il peccato, se fosse dimostrato che
gli istinti, detti cattivi della morale attuale, crudeltà, inganno,
audacia, aumentassero la vitalità dell'uomo; che avrebbe negato scienza
e moralità se si fosse scoperto che la verità, la virtù, il bene, tutti
i _valori_ rispettati e riveriti ora dagli uomini, nuocessero alla
_vita_!
Vedeva una filosofia che avrebbe considerato ogni religione di pietà
come degradatrice della stirpe europea e ostacolo alla produzione di
uomini superiori, alla evoluzione dell'umanità verso l'_Uebermensch_,
il superuomo; una filosofia che avrebbe combattute le tendenze
democratiche, che avrebbe detto: la felicità dell'uomo ha nome «io
voglio», quella della donna «egli vuole!»
Per questa filosofia ch'ei vedeva sorgere, la democrazia, suo ideale,
diveniva una forma degenerata dello stato; la religione della pietà,
una morale da malati; Dio, la verità, il dovere, spariti: l'avvenire
dell'umanità posta nel _superuomo_, nell'ineguaglianza necessaria degli
uomini, avente da un lato una casta co' suoi privilegî, i suoi diritti,
dall'altro un'altra casta inferiore che deve mantenere le caste
superiori e obbedire, conducente una esistenza semi-animale che ha per
conforto la Fede e la schiavitù. E al di sopra la casta de' difensori
dell'ordine, de' guerrieri, e alla loro testa il Re! E più in alto i
savi, i padroni per cui è fatta la morale dell'_Uebermensch_, di questo
_Uebermensch_ che crea la sua morale, la sua verità.
Questa filosofia, invece di affratellare i popoli avrebbe inneggiato
alla guerra e veduto con gioia le Nazioni insanguinarsi per l'egemonia
del mondo!
Filosofia, che si compendia, nell'_also sprach Zarathustra_, di
Federico Nietzsche il filosofo oggi più letto e studiato dopo Arturo
Schopenhauer e Eduard Hartmann, a cui crede ispirarsi una letteratura
di moda, che pel momento ha i suoi sacerdoti e i suoi ammiratori.
Quando il Mazzini morì, il Nietzsche non aveva scritto le opere sue
maggiori e non era noto che come filologo; ma la tendenza egli l'aveva
presentita, temuta e s'era affrettato a combatterla.
E di fronte a questa tendenza individualista e a quella socialista,
oppose sempre i _doveri degli uomini_ che sono il riassunto di tutto
il suo apostolato religioso, morale, politico, economico. C'è in
una forma calda, vibrata, apocalittica, tutta una serie di dottrine
da contrapporre alla morale eudemonistica, al Machiavellismo, al
Bentamismo, all'opportunismo, alla separazione della morale dalla
politica, al socialismo, tutto un sistema da opporre a' libri di
Nietzsche e dell'Engels.
Il grande utopista avrà ragione anche nelle sue altre concezioni come
ebbe ragione in quella che fu detta Utopia dell'_Unità d'Italia_?
Verrà un giorno un altro Carlyle a proclamare che quell'utopista aveva
ragione, che «la sua utopia si è trasformata in una grande e potente
realtà?»
Questo l'avvenire deciderà. Il secolo che volge al tramonto lascerà
in eredità al futuro molti problemi; e più grandi di tutti, i problemi
sociali.
Mente vasta e comprensiva, il Mazzini s'accorse che il vizio de'
sistemi stava nel vedere un solo lato del problema umano, una sola
faccia del poligono.
La dottrina de' diritti individuali chiudeva un periodo storico; ma
era insufficiente e monca. Le classi medie avevano colla Rivoluzione
inglese e la Rivoluzione francese, combattuto pe' _diritti_:
conquistati questi, avevan posato, e le moltitudini eran rimaste
escluse da' frutti della conquista.
Che cosa sono i _diritti_, pensa il Mazzini, per chi non ha potenza di
esercitarli? Che cos'è la libertà d'insegnamento per chi non ha tempo
da consacrare allo studio? A che giova la libertà del commercio, per
chi manca di capitali e di credito?
Colla dottrina de' _diritti_, dell'utilitarismo del Bentham, colla
dottrina della libera concorrenza, i più potenti vincono i più deboli e
sprovveduti; la ricchezza si accumula nelle mani di pochi, la miseria
cresce nei più; una nuova aristocrazia si vien formando; si crea, non
il benessere dei più, ma il lusso di alcuni; si educano gli uomini
all'egoismo e all'avidità de' beni materiali.
La moltitudine de' lavoratori è soggetta alla legge fatale dell'offerta
e della domanda, alla legge detta dal Marx e dal Lassalle, _legge di
bronzo_: ecco la lotta fra imprenditori e operai!
A tutti questi mali si aggiungono le perturbazioni politiche, derivanti
dal sistema degli Stati Europei, i danni economici e sociali de' grandi
eserciti.
I mezzi che da' pensatori del suo tempo furono escogitati per rimediare
a questi mali, il Mazzini riteneva insufficienti; non le sole Casse
di risparmio e altre simili istituzioni filantropiche, perchè (diceva
aveva ragione) è difficile l'economia per chi vive nella miseria; non
la economia degli ortodossi, perchè mira ad accrescere la ricchezza non
a farne un'equa distribuzione; la libera concorrenza, pensava, profitta
ai pochi e forti non alle moltitudini lavoratrici.
Quindi, nè i filantropi nè gli economisti eran per lui atti a risolvere
il problema economico, perchè trascuravano l'uomo.
Aveva veduto sorgere i sistemi utopistici dei sansimoniani, de'
fourieristi co' falansteri, le idee di Louis Blanc, del Proudhon, il
comunismo che accentra nello stato la reggenza economica della società,
e il comunismo anarchico, l'apostolo sterminatore, Michele Bakounine.
Nessuno per lui aveva risoluto il problema!
E neppure credeva che avrebbero risoluto il difficile problema
le teorie socialiste di Carlo Marx e del Lassalle, nè le teorie
dell'Internazionale, perchè reputava difetto massimo di tutti posporre
il problema politico e morale al problema economico.
A queste dottrine opponeva ciò che per tanti anni era stato il suo
apostolato: il programma della Giovine Italia e della Giovine Europa.
Armonia fra libertà e associazione; al vertice dello stato l'idea della
patria: intorno a lei i cittadini uguali per diritti e per doveri;
speranza di un equo e prospero avvenire sociale, la cooperazione. La
libertà, mezzo non fine; non doversi abolire la proprietà, ma avviare
la società verso basi più eque di rimunerazione fra il capitalista
e l'operaio; la famiglia, concetto di Dio, doversi render sempre più
santa e inanellata alla patria, come la patria all'Umanità.
Signori, oggi in Inghilterra e in Francia questi concetti del Mazzini
si studiano con interesse; il concetto delle _cooperative_ trionfa!
In Italia son morti i suoi interpetri, gli apostoli delle sue dottrine;
morto Saffi, Quadrio, Campanella; poche anime solitarie (fra le quali
fervida sempre d'amore per l'Italia, sua seconda patria, colei che
del maestro scrisse degnamente la vita, Jessie White Mario) serbano un
culto al Maestro!
Ventura per lui che i malcontenti, gli agitatori di mestiere si sono
adunati sotto altra bandiera e che il suo nome non sia più _segnacolo
in vessillo_ a partiti turbolenti che, non conoscendolo, tanto era alto
per loro, ne fraintendevano le nobili aspirazioni.
Fra le accuse che si muovono al Mazzini non come filosofo, nè come
economista, ma al Mazzini uomo, le più insistenti e che ciascuno di
voi avrà sentito ripetere, sono di aver sacrificato tante giovani vite,
rimanendo egli illeso; di essersi ostinato nel suo ideale repubblicano,
creando fatali divisioni nell'Italia risorgente, difficoltà a chi
voleva giungere, per vie diverse, all'indipendenza d'Italia.
Per l'avvenire d'Italia Egli credette necessarie le cospirazioni,
il martirio; le religioni, come le nazioni, hanno bisogno de' loro
martiri. Risuona ancora quest'aula delle calde parole di Romualdo
Bonfadini, colle quali inneggiava al martirio dei Bandiera.
Ma, que' martiri, il Mazzini li piange tutti; non è rettorica il dolore
che spira dalle pagine ammirabili sopra Jacopo Ruffini e i Bandiera: è
dolore vero che ci commuove, e ci fa anche oggi inumidire il ciglio. I
martiri per il Mazzini continuano l'opera loro in un'altra vita... la
morte non esiste!
Se Mazzini fosse morto nelle carceri di Genova come Ruffini: fucilato
come Vochieri, come i Bandiera: trafitto da armi straniere nelle
guerre d'indipendenza del 48, come i professori e gli studenti delle
università, o come Pisacane; ferito insieme a tante anime generose,
sarebbe stato più grande, perchè il martirio del corpo, ha, per le
moltitudini, un gran fascino, ognuno, di qualunque partito, avrebbe
portato uno sguardo riverente alla sua memoria.
Il martirologio italiano avrebbe contato un martire di più: ma quanto
pensiero fecondo sarebbe mancato!
Se non ebbe il martirio del corpo, ebbe quello ben più triste, il
martirio dell'anima! E l'uomo è preparato più al primo che al secondo;
il primo termina in un istante, il secondo dura la vita intera!
E poi vi son tempi in cui bisogna morir come Socrate, altri in cui
bisogna combattere come Washington, come Garibaldi; altri in cui ci
vuole la penna del pensatore, unita alla spada dell'eroe!
Egli credette di dover compiere una missione; si guardò intorno e non
vide nessuno che avrebbe potuto sostituirlo e prosegui, credente, nella
sua via triste e silenzioso senza codardo sconforto. «Fo quel che mi
pare debito mio (scrisse al Mayer), ma senza entusiasmo o speranza
di vita individuale. Benedirei il momento in cui vedessi sorgere
altri a predicare la stessa fede ch'io predico per dire _è finita_ e
ritirarmi.»
Questo scriveva nel 1849 quando, proclamata la repubblica, era
acclamato Triumviro. Morì repubblicano com'era vissuto; non
intollerante verso chi, per profondo convincimento, tenne altra via.
«Rimanete (diceva nel 1848), rimanete nelle vie legali, gridate viva
Carlo Alberto, esprimetegli gratitudine s'ei fa, ma colla dignità
d'uomini che non assorbono tutta la causa in lui.» Però insistette
sempre dell'idea che repubblica o monarchia non era questione di forma
ma di principio.
*
* *
Il secolo che s'approssima vedrà questa severa figura d'artista, di
pensatore, di agitatore, crescere sempre più, sempre più purificarsi.
E, come in fondo alla campagna di Roma sorge e s'innalza maestosa la
cupola di San Pietro che scompare a chi si ponga sotto di essa, così
Mazzini, disconosciuto, calunniato, crescerà nella estimazione de'
lontani, sedata l'invidia, l'odio, l'indifferenza de' contemporanei.
Domani, o Signore e Signori, compiono 26 anni dacchè Giuseppe Mazzini
è sceso nella tomba; inestinguibili odî e indomati amori hanno già
cominciato a cedere il posto a giudizi più sereni. Noi della presente
generazione non abbiamo nè gli odî, nè le idolatrie dei nostri padri:
abbiamo invece l'amore per chi dette agl'Italiani una patria, per
chi aiutò a compiere quello che darà il nome a questo secolo, le
nazionalità.
C'inchiniamo riverenti dinanzi a Superga e al Pantheon, come a Santena,
a Caprera, a Staglieno.
Là, dentro la sua tomba granitica, ha finalmente, riposo accanto
all'essere che in vita adorò, sua madre, «quest'uomo che (disse
scultoriamente Giosuè Carducci) tutto sacrificò, che amò tanto e non
odiò mai, che pensò e volle e ricreò una la nazione.»