«In noi tutti, figli del secolo XIX, v'ha del Titano e dell'Amleto
a un tempo. Cominciamo dal credere esclusivamente in noi stessi e
finiamo col non credere più in cosa alcuna; due fasi dell'anima che
dipendono dalla mancanza d'una fede _santa e comune_. La vita, così
diseredata, ci sfugge in linea spezzata, a traverso una successione di
scosse, ora sfiorando il cielo, ora immergendosi nel fango, invece di
spandersi forte e calma nella sventura come nella ventura. Il Titano
cade fulminato dalla forza delle cose: Amleto si accascia sotto il peso
dell'idea.... Solo il _credente_ rimane in piedi come vecchia querce
solcata dalle tempeste.... Triste e silenzioso, egli prosegue senza
codardo sconforto il compito della sua giornata. Ei sa che il fiore
dell'anima sua, la speranza, non può espandersi se non al di là di
quella culla di trasformazione, che quaggiù vien chiamata _tomba_!»
Questo, con un tratto Michelangiolesco, l'ideale della vita che Mazzini
tracciava: non Titano, non Amleto, ma credente in una _fede santa e
comune_!
A lui la madre non sussurrò imprudentemente all'orecchio con un bacio:
sii felice! A lui il padre non disse: sii ricco! Ma la madre al primo
svegliarsi della sua intelligenza avevagli detto: _sii buono e puro!
sii forte: impara a soffrire!_
E la memoria della madre egli benedisse! Benedisse, in mezzo alle dure
prove della vita, l'educazione avuta.
Gli uomini del 21 che, profughi dall'Italia, andavano a combattere
e a morire per la libertà della Spagna, avevano lasciato profonda
impressione in lui, giovinetto di 16 anni; aveva intraveduto che si
doveva e si poteva lottare per una fede santa e comune, la libertà
della _patria_!
L'immagine di que' proscritti gli stava dinanzi; e, in mezzo alla
irrequieta, tumultuante vita degli studenti, era cupo, assorto,
invecchiato precocemente; vestiva sempre di nero, sembrandogli portare
il lutto della patria; ed era talmente fuori di sè per la lettura
dell'Ortis, che la buona madre temette del suicidio del figlio!
Sono fasi che la tempestosa anima de' giovani traversa: belle, quando
la causa dello sconforto è una grande, una santa idea; tristi, quando
è l'egoismo insoddisfatto, una smodata brama di godere non appagata, la
stanchezza della vita!
Una donna, la madre dei suoi amici Ruffini, lo riconciliò colla vita,
gl'infuse, accanto all'amore per la patria, la fede religiosa! Bisogna
leggere le pagine affettuosamente belle del _Lorenzo Benoni_ per aver
un'idea del Mazzini studente all'Università, uscito dalla sua crisi di
scetticismo.
Giovanni Ruffini scrisse del Mazzini quando già s'era staccato
politicamente da lui; ma nell'anima sua era rimasto un ricordo che non
si cancella mai, il ricordo puro, poetico della giovinezza.
Il Mazzini (ch'egli chiama Fantasio) era per lui il giovane più
affascinante che avesse conosciuto. La sua testa era assai ben
modellata; spaziosa e prominente la fronte; gli occhi neri morati
mandavano lampi. L'espressione della sua faccia grave e quasi severa
era addolcita da un sorriso soavissimo; era bello e facondo parlatore:
e, se si fosse incalorito in una disputa, era ne' suoi occhi, nel
gesto, nella voce un fàscino irresistibile. Magro e gracile di corpo,
aveva un'anima infaticabilmente attiva. Appassionato amatore d'ogni
libertà, l'anima sua fiera spirava un indomabile spirito di rivolta
contro ogni tirannia ed oppressione. Buono, affettuoso, liberale....
Questo è il ritratto del Mazzini studente.
Dante e Alfieri, Shakespeare e Byron, Goethe e Schiller riscaldavano
l'anima sua. Dante però era l'autore prediletto da lui: dal 1821 al
1827 egli l'aveva profondamente studiato, e aveva imparato a venerarlo
come padre della nazione; lo commentava ad un nucleo di giovani scelti,
d'intelletto indipendente, anelanti a nuove cose, che si raggruppava
intorno a lui. Il nome d'Italia che sì frequente ricorre nel poema,
diventava sacro per loro, e destava i palpiti del loro cuore.
Il suo primo scritto, sull'_Amor patrio di Dante_, lo mandò
all'_Antologia_ che non lo pubblicò: lo fece inserire poi nel
_Subalpino_ Niccolò Tommasèo, che nel culto di Dante aveva pure attinto
forti ispirazioni.
«O Italiani (esclama il Mazzini in quell'articolo), studiate Dante! non
su' commenti, non sulle glosse, ma nella storia del secolo in che egli
visse, nella sua vita, nelle sue opere!»
Ed imparò da Dante come si serva alla patria finchè è vietato
l'operare, e come si viva nella sciagura!
Egli era nato letterato! S'affaccendavano alla sua mente visioni
di drammi e romanzi storici senza fine e fantasie d'arte, che gli
sorridevano come immagini di fanciulle carezzevoli a chi vive solo. Ma,
a che l'arte? Senza patria e libertà si potevano avere profeti d'arte,
non arte. Il problema era essenzialmente politico: bisognava avere una
patria! «L'arte italiana fiorirà sulle nostre tombe!»
Così sperava; e fu letterato geniale, e critico profondo, come mostrò
in un suo magistrale discorso il compianto Nencioni nostro.
Allora, nella lite che ferveva fra classicisti e romantici, il Mazzini
e i suoi amici si schierarono per il romanticismo; ma la controversia
letteraria era per loro convertita in politica. Basta mutare alcune
parole per avvedersene; l'indipendenza in fatto di letteratura era il
primo passo ad altra indipendenza.
L'_Indicatore Genovese_, povero, modesto, innocente foglio d'avvisi,
accolse gli scritti di quei giovani: i principali eran del Mazzini sui
_Promessi Sposi_, sulla storia del Botta, sul Monti, sulla storia dello
Schlegel, sulla _Battaglia di Benevento_.
Riviveva il _Conciliatore_. Chiunque avrebbe scorto che la letteratura
era pretesto! Al Guerrazzi il Mazzini in quelle pagine aveva detto:
«da te l'Italia è in dritto di attender molto, e scrivi; snuda la
viltà del delitto, colpisci con quadri di terrore i fiacchi a' quali
il rimprovero è poco.» E il Guerrazzi scrisse! Nel Monti aveva pianto
non solo l'autore delle cantiche in morte di Ugo Bassville e del
Mascheroni, ma anche l'autore della _Proposta_, che diè l'ultimo crollo
alla schiavitù in fatto di lingua. Allo Schlegel, che rimproverava
all'Italia di non aver poesia nazionale, risponderà la colpa non esser
degli scrittori, e faceva sperare che la macchia sarebbe stata lavata.
Del Foscolo vaticinava che un giorno l'Italia gli avrebbe eretto un
monumento d'amore, e lo avrebbe riposto fra i grandi delle nazioni. E
la profezia s'è avverata!
11 governo Sardo finì anch'esso per comprendere le tendenze del _Foglio
d'annunzi_ e soppresse il giornale, che tornò a rivivere a Livorno come
_Indicatore Livornese_.
E là il Mazzini scrisse sul _Faust_ del Goethe, sulle _Fantasie_ del
Berchet, sull'_Orazione_ del Foscolo a Bonaparte, sulle tendenze d'una
Letteratura europea, sull'_Esule_ di Pietro Giannone.
Nel _Faust_ egli vede la rappresentazione di un'intera epoca che sta
per chiudersi. Faust è il genio isolato: Faust cade nello sconforto,
bestemmia l'alto concetto che lo spirito nutre di sè, le illusioni
dell'immortalità, l'entusiasmo, la speranza, la pazienza! Rovinato,
sfumato il mondo intellettuale, il mondo materiale è l'unico che
rimanga alla sua smania di attività; vuol godere, ed eccolo in lega
con Mefistofele, che pone a fine dell'esistenza il piacere, l'egoismo!
Il genio isolato e l'egoismo si uniscono; il genio vuol liberarsene,
ma non può; dissecca la sorgente della celeste voluttà per lasciarlo
in braccio a' traviamenti delle tenebre. Il genio così trasformato
disprezza gli uomini a cui si crede superiore: la sua potenza è
pel male; trascina al delitto l'improvvida, la fragile creatura....
Margherita! Faust è fra gli uomini, non per gli uomini: erra in mezzo
ad essi solitario e senza oggetto come lo straniero in mezzo a gente
che non intende la sua favella! _Vae soli!_
*
* *
Signore! Questa non è che una pallida e troppo rapida sintesi di quelle
caldissime e potenti pagine colle quali il Mazzini ritrasse il _Faust_
del Goethe, in cui cercò e trovò un gran pensiero filosofico. Ma,
esclama, v'ha un affetto che può salvare le anime della tempra di Faust
dal regno di Mefistofele; puro quanto l'amor filiale, vasto quanto
l'universo, sublime quanto il pensiero di Dio; che commuove ogni fibra,
che santifica ogni pensiero, un affetto che può bastare a un'intera
esistenza, che dovrà formare il carattere di questo secolo, fonderà
quella concordia di voti e di opere che mancava all'epoca scorsa,
ritratta da Faust. «Dovrò io nominarlo (chiude così quel suo splendido
studio il Mazzini) dovrò io nominarlo parlando a' miei fratelli
Italiani?»
A quale affetto alludesse, lo comprese il governo Toscano che, per
non essere inferiore, ne' gusti letterari, al governo Sardo, soppresse
l'_Indicatore_.
E allora il Mazzini mandò i suoi articoli all'_Antologia_ di Firenze.
Gli uomini che si accoglievano attorno a Gino Capponi e al Vieusseux
parevano _timidi_ a lui, giovane pieno d'impeti: ma li amava perchè
d'animo italiano. E con loro si unì.
Nelle pagine di quel glorioso giornale, soppresso nel 1833 per ordine
dell'Austria e della Russia, scrisse animosamente parlando del dramma:
«Siamo diseredati di dramma per le stesse ragioni per le quali siamo
diseredati di storia: e, finchè quelle ragioni non cessino, dovremo
star paghi a lavori più o meno fecondi di critica.»
Le ragioni si comprendevano. Gl'Italiani non avevano _patria_. Avere
una patria! Questa l'idea del Mazzini: la Grecia aveva fatto la sua
rivoluzione: perchè non l'avrebbe fatta l'Italia? La Grecia aveva
avuto la sua _Etaria_: perchè non l'avrebbe avuta l'Italia? E il
Mazzini aveva steso un piano particolareggiato d'un'Etaria Italiana,
approvato dai suoi compagni. Ma l'aver potuto, dopo lungo tempo e molte
difficoltà, essere iniziato all'ordine de' Carbonari insieme a Iacopo
Ruffini, lo distolse da questa idea.
Il Carbonarismo, sperava, sarebbe divenuto la _Etaria Italiana_.
Non ammirava il simbolismo complesso, i gradi gerarchici; anzi, tutto
quell'apparato lo faceva sorridere di compassione, specie le tremende
_prove dell'iniziamento_ che, in sostanza, eran grottesche. Vedeva
nella _Carboneria_ un corpo invecchiato, ma ancora potente per le sue
filiazioni numerose in ogni classe di cittadini.
Venne in Toscana a conoscere i suoi collaboratori letterarî: Carlo
Bini, F. D. Guerrazzi, Enrico Mayer, Pietro Bastogi; le amicizie
letterarie eran divenuti legami politici; il Mazzini, elevato a' gradi
superiori dell'Ordine, aveva accumulato gli affiliati fra i giovani;
ma, poco dopo le giornate di luglio a Parigi, i governi, insospettiti,
scopersero l'associazione: non mancarono le spie, i delatori. Giuseppe
Mazzini fu arrestato e chiuso in una cella della fortezza di Savona!
Là, fra cielo e mare, due simboli dell'infinito e la vista delle Alpi,
le più sublimi cose che la natura ci mostri, confortato da' canti del
pescatore che arrivavano fino alla sua cella, egli meditò il disegno
della _Giovine Italia_. Al prigioniero fu lasciata la Bibbia, un
Tacito, un Byron. Forse perchè la Bibbia era un libro religioso; Tacito
perchè latino e il latino non aveva fatto mai paura; Byron perchè
inglese e la polizia non sospettava di libri inglesi, tanto meno de'
poeti!
Que' tre libri lesse, rilesse, meditò nella solitudine del carcere: un
po' di tutt'e tre ritroviamo ne' suoi scritti, specie nello stile.
Un'immensa speranza balenava nell'anima del prigioniero. Roma, pensava,
ha avuto due grandi civiltà. La Roma della Repubblica conchiusa dai
Cesari aveva solcato dietro al volo dell'Aquila il mondo noto coll'idea
del Diritto, sorgente della Libertà. Poi era risorta più grande di
prima co' Papi, centro accettato d'una nuova unità, che levando la
legge dalla terra al cielo sovrapponeva all'idea del diritto l'idea
del dovere comune a tutti, e sorgente quindi dell'eguaglianza. La
terza Roma, la Roma del popolo Italiano, doveva dare una terza, e più
vasta unità che, armonizzando terra e cielo, diritto e dovere, avrebbe
parlato non agl'_individui_, ma ai popoli una parola di associazione
insegnatrice, ai liberi ed uguali una parola della loro missione
quaggiù.
Il nuovo lavoro doveva essere _morale_, non solo _politico_,
_religioso_ non _negativo_; basato sui _principî_ non sull'_interesse_;
sul _dovere_, non sul _benessere_. Egli aveva sempre dinanzi la figura
di Faust; bisognava annientare l'egoismo, infondere questa nuova vita a
Faust; poichè, anche in alcuni suoi amici, specie nel Guerrazzi, vedeva
lo _scetticismo_ che uccide!
Liberato dalla fortezza di Savona, posto nel bivio di abitare
una piccola città del Piemonte o di andare in _esilio_, scelse
quest'ultimo; e tutta la sua vita dovette ripetere questa triste
parola: «esilio!» «Colui (aveva scritto nel 1829 quasi presentendo il
suo fato) colui che primo inventò questa pena, non aveva nè madre, nè
padre, nè amici, nè amante. Egli volle vendicarsi sulle altrui teste,
e disse agli uomini suoi fratelli: siate maledetti dall'esilio com'io
dalla fortuna.... siate orfani.... io vi torrò tutto fuorchè un soffio
di vita, perchè possiate ramingare, come Caino, nell'universo col
chiodo della disperazione nel petto!»
Si reca a Ginevra, poi a Lione, poi in Corsica, poi a Marsiglia. E
di là scrive la lettera a Carlo Alberto: là riprende l'antico disegno
meditato nel carcere di Savona, la fondazione della _Giovine Italia_.
La Giovine Italia doveva seguire vie differenti dalla _Vecchia Italia_,
che egli vedeva attraverso a Filippo Buonarroti ed ai Carbonari.
Quindi non v'immaginate simbolismo, non cerimonie tremende,
terrorizzanti solo gl'ingenui, non un'interminabile gerarchia; non
voleva riprodurre ciò che già v'era e che l'aveva fatto sorridere:
ricordava le commedie di cui era stato testimone; dalla pistola che
doveva esplodere e non esplodeva alle riunioni de' congiurati chiusi
ne' loro neri mantelli, che, al tocco della campana di mezzanotte, si
riunivano per proclamare la punizione d'un rivelatore di segreti, e via
via fino alle scene nella prigione di Savona, in cui il Da Passano,
percuotendolo sulla testa, l'aveva iniziato non so a quale suprema
dignità.
Due gradi soli: iniziati e iniziatori: gl'iniziati non avevan facoltà
di affiliare; gl'iniziatori _sì_. _Congreghe_, nome desunto da' ricordi
di Pontida, i nuclei di direzione: un comitato centrale all'estero
per dirigere l'impresa e stringere vincoli fra l'Italia e gli elementi
democratici stranieri. In ogni città un _ordinatore_: i _viaggiatori_
mettevano in rapporto gli affiliati col Comitato centrale. Simbolo
dell'associazione, un ramoscello di cipresso; il motto: _Ora e sempre_;
la bandiera, il tricolore italiano; da un lato la scritta _Libertà,
Uguaglianza, Umanità_, indicanti la missione internazionale italiana;
dall'altro _Unità, Indipendenza_ indicatrice della missione nazionale.
_Dio e l'Umanità_ formula per le relazioni esterne: _Dio e il popolo_
per i lavori riguardanti la patria.
Vedete che, più che un'associazione politica, la Giovine Italia è
sistema religioso e morale. Nella mente del Mazzini non doveva essere
_setta_ o _partito_, ma _credenza_ e _apostolato_: doveva chiudere il
periodo delle sètte e iniziar quello dell'_associazione_, d'una vita
operosa e rigeneratrice.
Le idee della Giovane Italia eran palesi e pubblicate in un giornale
che portava questo titolo.
In quel giornale il Mazzini scongiurava la gioventù d'Italia a
tralasciar di scrivere inezie e canzoni d'amore e rivolgere invece
la letteratura a promuovere l'utile del popolo con sacrificî d'ogni
genere: a cominciare dall'istruzione elementare, a diffondere
l'insegnamento popolare, a viaggiare, a portar di paese in paese, di
villaggio in villaggio, sui monti, alla mensa del coltivatore, nelle
officine degli artigiani l'educazione, la persuasione delle sante
parole di libertà. _Dio e il popolo!_ Ecco la formula mazziniana.
Il popolo è l'eletto di Dio a compiere la sua legge, legge d'amore,
d'eguaglianza, di emancipazione universale.
Era una religione nuova! E il codice della Giovine Italia, dettato in
stile biblico, rassomigliava ad un codice religioso. La gioventù che
aveva sete d'ideale amò questa _Etaria Italiana_: e, come sulle orme
del fraticello d'Assisi cresce la gente poverella,
Dietro allo sposo; sì la sposa piace,
crescono ogni giorno, si affratellano gl'iniziati della Giovine
Italia, gli scritti si propagano; da Marsiglia, chiusi dentro botti di
pece, i fascicoli della _Giovane Italia_ arrivano nella Penisola; son
ristampati da tipografie clandestine, si moltiplicano: le polizie ne
hanno sentore, raddoppiano la vigilanza, le spie; si dissuggellano le
lettere per scoprire le fucine rivoluzionarie.
E la gran fucina che impensierisce i governi d'Italia era una povera
stanzuccia dove, fra le strette della miseria, Mazzini, Lamberti,
Usiglio, G. B. Ruffini lavoravano al giornale e dirigevano il moto.
«Furono dal 1831 al 1833 due anni di vita giovane, pura e lietamente
devota come la desidero alla generazione che sorge!» esclamava nel
1861 Mazzini. E poteva esser lieto dell'opera sua. La parte eletta
della nuova generazione italiana, pendeva da lui, giurava con lui,
era affratellata nelle idee della Giovine Italia. I profughi del 31
da Parma, da Bologna, da Modena, lo raggiungevano a Marsiglia. Niccola
Fabrizi, Celeste Menotti, Usiglio, Gustavo Modena, Lamberti, Melegari,
Carlo Bianco, Giuditta Sidoli.
Vincenzo Gioberti, che allora apparteneva alla Giovine Italia col
nome di Demofilo, gridava: «Io vi saluto, precursori della nuova legge
politica, apostoli del rinnovato Evangelio.... La vostra causa è giusta
e pietosa essendo quella del popolo, la vostra causa è santa essendo
quella di Dio. Noi ci stringeremo alla vostra bandiera e grideremo _Dio
e popolo_ e cercheremo di propagar questo grido!»
Nelle diverse parti d'Italia l'associazione aumentava: a Genova Iacopo
Ruffini e i fratelli, Campanella, Elia Benza, Lorenzo Pareto, il conte
Camillo D'Adda: in Toscana Guerrazzi. Bini, Mayer, Corsini, Montanelli,
Franchini, Matteucci, Cempini figlio d'un ministro del Granduca, Carlo
Fenzi, Pietro Bastogi, cassiere; nell'Umbria il conte Guardabassi;
nelle Romagne gli uomini più eminenti fra i quali Farini; congreghe a
Roma e Napoli; in Piemonte la rete era estesissima: vi appartenevano
Depretis, Barberis, Vochieri; in Lombardia i fratelli Ciani, il
marchese Gaspare Rosales, la principessa Belgioioso....
Educazione, insurrezione, era il programma della Giovine Italia;
la prima insurrezione doveva scoppiare nell'esercito piemontese a
Genova, a Torino, ad Alessandria; di lì si sarebbe propagata per
tutta l'Italia. Carte trovate in un baule diretto dal Mazzini alla
madre, sequestrato, avevan dato la chiave per intendere il disegno
della Giovine Italia. Così la congiura fu scoperta: le repressioni
odiose e terribili: fucilato Vochieri co' compagni; piene le carceri
di prigionieri; Iacopo Ruffini, con un chiodo strappato alle porte
del carcere, si aprì una vena del collo e si rifugiò nel seno di Dio,
sottraendosi al pericolo di piegare e di far rivelazioni!
La Giovine Italia aveva avuto il battesimo del sangue; e quanto
e quale! Mazzini, in contumacia, condannato a morte ignominiosa;
Garibaldi pure!
E Mazzini allora volle precipitar l'azione; il 3 febbraio 1834 fu
tentata la spedizione di Savoia.
Anche qui delazioni, tradimenti, disfatta!
Era finito il primo periodo della Giovine Italia, e finito con una
sconfitta! Processi, condanne, sgomento in tutti: i più arditi vanno a
combattere in Spagna, come Manfredo Fanti e Niccola Fabrizi.
Il Mazzini allora «rimane immerso in un letargo di melanconia; si legge
sul suo volto un pallore di morte proveniente dalle pene del cuore!»
Così si esprimeva il rapporto d'un traditore messo a lato di Mazzini.
Ma non era di quelle tempre in cui l'abbattimento tolga l'azione; come
il ragno paziente ricostruisce la sua tela, e comincia per lui un altro
periodo di operosità.
A Berna, cacciati di cantone in cantone eran rimasti Ruffini, Rosales,
Melegari, Ciani, Campanella, Gustavo Modena. Altri esuli tedeschi,
polacchi si erano uniti a loro, e il Mazzini pensa allora ad una nuova
vasta associazione europea.
I primi abbozzi sono scritti in francese, ed hanno, anche più del
programma della Giovine Italia, la forma biblica.
Non vi sarà discaro udirne alcuni brani:
«.... La notte della sventura era nera. Un lampo illuminò la scena
sulle Alpi e s'intese una voce....
«La voce chiamava i disgraziati esuli a consiglio.... essi si misero in
via.
«Venivano a due a tre sulla vetta della montagna.
«Usci una voce e disse: sono lo spirito di coloro che son morti.
Pregateli che Dio sia con voi.
«E tutti colla mano sul cuore pregarono in silenzio i martiri che
morirono per le nazioni.
«La voce poi mostrò una fede nuova. Un uomo la scrisse.
«In nome di Dio e pel bene dell'umanità le nazioni si uniscono in un
patto di difesa, di soccorso, di fratellanza.
«Piace la nostra fede?
«Sì, risposero quegli uomini e primi posero le basi della
Confederazione i Polacchi, gli Italiani, i Tedeschi; là, in vista
del Rütli dove tre uomini avean posto le basi della Confederazione
Elvetica.»
La _Giovine Europa_ è costituita.
Comprese il Mazzini essere allora un sogno l'azione immediata: la
fallita sollevazione del Piemonte, la spedizione di Savoia l'avevano
duramente ammaestrato. Bisognava diffondere le idee della Giovine
Europa. Cacciato dalla Svizzera co' suoi amici si rifugia a Londra.
È il gennaio del 1837.
La tempesta del dubbio lo assale. Quella fede che l'aveva mantenuto
dalla spedizione di Savoia in poi cominciò a essere scossa; l'anima sua
fu prostrata in un senso di profonda disperazione.
Le anime una volta affezionate, si ritrassero da lui; alcuni lo
sospettarono d'ambizione.
«Udite (scrive disperato alla madre di Ruffini), mia seconda madre,
mia prima amica, madre mia d'amore: udite ciò ch'io vi dico, giurando
per ciò che abbiamo tutti e due di più sacro, la memoria di un morto:
io amo i figli vostri come io li amava quando vi eravamo vicini:
li amerò finchè io viva riamato o no, perchè non è in me cessare di
amarli; ogniqualvolta ho temuto mutato per me il loro core, ho pianto,
letteralmente pianto e non piango per altre cause, ho pianto anche
davanti a loro!...»
Allora, si sentì solo nel mondo, solo fuorchè colla sua povera madre
lontana e infelice per lui.... Allora in quel deserto s'affacciò il
dubbio. Forse egli errava e il mondo aveva ragione: forse l'idea che
egli seguiva era sogno.... Si vedeva come un condannato conscio di
colpa e incapace di espiazione. Rivedeva in fantasma i fucilati di
Alessandria, di Genova, di Chambéry; aveva egli diritto di decidere
sull'avvenire e trascinare centinaia, migliaia di uomini, al sacrifizio
di sè e d'ogni cosa più cara?
Dal dubbio tornò repentinamente alla fede.
Noi siamo, riflettè, un pensiero religioso incarnato: abbiamo una
missione: che importa se riesca o no? La vita umana non è felicità,
è dovere. Dovere di avvicinarsi a Dio coll'opera, incarnare la sua
parola, tradurne in atti il pensiero. L'anima è immortale: la morte
è trasformazione. Una cagione esterna materiale non può cancellare la
vita, scintilla escita dal seno dell'Eterno.
Lo strumento dell'opera s'infrange, ma l'operaio è altrove chiamato ad
altra missione!
E, solo, calca per profondo convincimento una via sparsa di triboli,
di disinganni, di defezioni, coll'anima aperta all'amore e sempre solo.
Non Titano nè Amleto, ma credente!
A Rosales scriveva: «Io non fo riflessioni; a che servirebbero? A
mutarmi, a convertire in ira l'amore e sviarmi? Posso disprezzare
gl'Italiani ad uno ad uno senza che ciò scemi di un grado ciò che ho
nell'anima per l'Italia!»
Tommaso Carlyle lo chiamò utopista; Carlyle derideva le rivoluzioni
all'acqua di rose, le pazzie della gioventù che sognava vincere
l'Austria coi pugni e le torture di Mazzini nel non poterle infondere
la sua fede nel resultato finale.
Mazzini stimava ed amava Carlyle per la sua sincerità, per la sua
tendenza verso l'ideale, pel concetto della vita derivato non dalla
felicità, ma dal dovere, per l'adorazione del dolore e del sacrificio,
per le sue tendenze umanitarie, per l'arte grande con cui rivestiva
il suo pensiero; ma da lui dissentiva, perchè l'autore degli _Eroi_
non riconosceva la vita collettiva dell'umanità nel mondo, non vedeva
se non Dio e l'individuo, e Dio era per lui rifugio a' dolori senza
speranza, piuttostochè sorgente di diritti e di forza.
Se Mazzini, triumviro della Repubblica Romana, avesse vinto, Carlyle
lo avrebbe posto tra i suoi _Eroi_: non lo pose, ma nel 1844 levò la
sua autorevole voce in suo favore per protestare contro il turpe fatto
commesso dal governo Inglese di dissuggellare le lettere.
«Ho avuto l'onore (disse) di conoscere il signor Mazzini per più anni,
e checchè io possa pensare del suo senso pratico e dell'abilità sua
negli affari del mondo, posso testimoniare in coscienza a tutti gli
uomini che è uomo di senno e di virtù, di veracità genuina, di umanità,
di nobiltà di mente, di quegli uomini rari, anzi, unici, in terra, che
siano degni di essere chiamati anime martiri, uno di quegli uomini
che in silenzio e nella vita d'ogni giorno sanno e praticano quello
che s'intende per martirio.» Pochi uomini hanno avuto da Carlyle tale
testimonianza.
Ora che si comincia meglio a conoscere l'animo del Mazzini, per le
lettere alla madre di Ruffini, al Ruffini, al Melegari, al Mayer, al
Rosales, si vede qual martirio fosse il suo.
Non parlo delle miserie con cui visse in Londra nutrendosi di poche
patate, tormentato dagli usurai, vendendo i suoi abiti, vivendo in
una misera stanza e stendendo a mala pena sul lettuccio le edizioni
dantesche, torturandosi per non poter finire la Vita di Foscolo
promessa a Giulio Foscolo e alla Magiotti; eran prove che varcava
sorridendo: ma ben altro martirio ei provò, quel martirio a cui
pochi son preparati. Il martirio del corpo è nulla di fronte a quello
dell'anima, la delusione! Le amicizie che credeva avrebbero durato
eterne, svanirono come i sogni del mattino.... il suo pensiero, l'opera
sua eran fraintesi....
«Se talora (scrive al Mayer), le mie parole hanno amarezza, pensate che
ho l'anima ben più amara, che sono povero, che non ho un amico che non
mi abbia tradito e che amo come pochi amano i miei fratelli e non li
stimo; credo più fortemente che voi non credete nell'Evangelio, nella
via che ho scelto, e vedo i migliori, quelli ne' quali io fidava pel
trionfo dell'idea scostarsene sempre più.»
E quest'uomo calunniato, perseguitato, dipinto come una specie d'Omar
italiano, sanguinario, senza cuore, nemico d'ogni istruzione, che
affilava nell'ombre pugnali omicidi, fanatico della forza brutale,
a Londra insegnava a leggere e a scrivere la storia patria a molti
italiani che disonoravano l'Italia con l'ignoranza, l'accattonaggio,
le coltellate. Osteggiato dai preti della Cappella Sarda, lottava
aiutato da Filippo e Scipione Pistrucci, da Luigi Bucalossi, poveri
ed esuli anch'essi. In mezzo a que' fanciulli che dall'Italia andavano
nella capitale britanna a suonare l'organino e a vendere i gessi, egli
risentiva la patria co' suoi dolori, le sue miserie, la sua abiezione.
Nominava ad essi l'Italia di cui non conoscevano il nome.
Ed era povero ed esule! Fra i tanti bisogni d'Italia, aveva compreso
quello d'istruire gl'Italiani fuori della patria. E la patria, allora,
non c'era! Oggi gli Italiani redenti dimenticano i loro fratelli
sparsi per tutto il mondo, spinti dalla miseria lungi dalla patria,
e che offrono miserando spettacolo di loro. La _Dante Alighieri_,
testè istituita, fa bene sperare di sè; ma intanto non arriva che a
raccogliere, a stento, poche migliaia di lire!
Ed ora vediamo un altro lato del Mazzini.
C'è stata per un tempo una specie di leggenda che ce lo rappresenta
come un uomo che non abbia mai conosciuto l'amore; la leggenda è
sfatata.
Fu detto pure che il suo primo amore sia stato per donna Eleonora
Curlo madre de' Ruffini; ma è un amore filiale, passionato sì, come
passionato è sempre Mazzini ne' suoi sentimenti; è un amor filiale che
ha qualche cosa di mistico e che va sempre più esaltandosi. Il Mazzini
Nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d'angosce e di desio
aveva negato Dio, e la signora Eleonora lo aveva ritratto dalla
negazione di Dio alla fede. Poi Iacopo Ruffini si uccide, primo martire
delle idee del Mazzini, e la madre e l'amico piangono insieme quel
povero morto.
Udite, Signore e Signori, l'amor del Mazzini per donna Eleonora:
«V'amo (esclama) come una madre, come un'amica, come una santa; v'amo
nel passato come l'ente che educò l'anima mia ancora incerta al culto
del bello, del buono, della virtù, del dolore, del sacrifizio; v'amo
nel presente come la madre di un martire, del primo fra i miei amici,
come la creatura più infelice e più meritevole di felicità ch'io mi
conosca nel mondo; v'amo nel futuro ed oltre la stessa vita come un
angelo che pregherà Dio per me, che si interporrà sempre fra me e la
disperazione.»
La passione amorosa, Signore, non ha di queste espressioni!
Un'altra donna il Mazzini amò di vero amore: amore umano, esaltato,
fremente di tutte le agitazioni della passione: fu una proscritta che
ho già ricordata, Giuditta Sidoli, e che aveva raggiunto nel 1831 gli
esuli a Marsiglia.
Si amano con esaltazione; ma ambedue amano la loro idea! E la Sidoli
prende il falso nome di Paolina Girard, un'avventuriera, e si fa
emissaria della Giovine Italia.
Le amicizie, l'amore, sua madre stessa, tutto, il Mazzini impiegava pel
trionfo della causa d'Italia.
La falsa Paolina Girard è spiata, le sue lettere d'amore e quelle del
Mazzini, vengono lette dal cinico auditore Bologna, Presidente del Buon
Governo a Firenze, col suo sorriso freddo e sarcastico di poliziotto.
«I tuoi capelli (scriveva il Mazzini) mi sono stati come il talismano;
sei un angelo, sei sublime per me.» E le parlava, dopo altri sfoghi
tenerissimi d'affetto, de' suoi compagni d'esilio. «Amami (chiudeva)
con tutte le tue forze, dimmelo come nella tua ultima lettera....»
Ma è un amore infelice! «Piango, gli risponde la povera donna, piango
tanto! Ho bisogno di vederti solo per un minuto per lasciar cadere le
mie lagrime su di te e dirti che sono stanca di vivere!»
Arrestata, cacciata di Toscana, relegata a Napoli, fuggita di là e
rifugiatasi a Lucca, cacciata pure di là, tornata a Firenze, mendicante
il ritorno nelle braccia dei suoi figli a Parma, osteggiata dal Duca
e dalla famiglia che non le perdonarono mai d'essere stata l'amica e
l'emissaria di Mazzini, questa eroina sconosciuta, trasformò l'amore
ardente della giovinezza in un'affettuosa amicizia. Assistendo, come
fece negli ultimi giorni della vita Gustavo Modena, uno de' primi amici
del Mazzini, le parve rivivere coll'uomo amato, ritrovò i ricordi di
quei tempestosi ma pur cari giorni d'amore.
Ne' suoi sfoghi melanconici il Mazzini confessava che il suo amore
aveva fatto agli esseri da lui amati assai più male che bene.
Affascinava; le donne si affezionavano a lui, tutte, d'un affetto
esaltato, mistico.... Quando dovette abbandonare Losanna por Londra,
una buona e innocente fanciulla sentì spezzarsi il cuore. Nel silenzio,
lentamente, era cresciuto in lei un amore grande per il profugo
italiano, pel cospiratore infaticabile: la povera fanciulla diviene
malata; i genitori di lei chiamano a Losanna il Mazzini: egli non può,
non vuole.... è una dura lotta che sostiene fra la pietà, l'amore,
il dovere. «No (grida), io non sono libero davanti a Dio: Giuditta
mi ama, io l'amo e le ho promesso di amarla.... Ma quella povera
anima soffre....» Ed anche lui soffriva, perchè sentiva che l'avrebbe
amata.... e non voleva che morisse!
«Ebbene (scrive allora al Melegari), quello che essa ama in me è la
mia fede, il mio amore per l'umanità, per la patria, i miei scritti, la
costanza nell'opera intrapresa:... se, per ridarle la pace, voi dovete
spogliarmi a' suoi occhi di tutte le mie qualità, strapparle l'aureola
di poesia di cui mi circonda, fatelo!»
Signore, questi sono drammi psicologici, sono battaglie interne, dalle
quali si può escire vittoriosi, ma si esce sfiniti, ma si esce col
cuore straziato!
Il Mazzini esercita quel fàscino che sulle anime gentili esercitano
tutti coloro che combattono per una grande idealità: Giorgio Sand lo
chiama fratello; vuole che le porga la mano: «Son malata moralmente
e fisicamente; ho bisogno di consigli che non ho osato domandare
a nessuno, e che voglio da voi!» Ed egli traduce le _Lettere d'un
viaggiatore_, libro che gli era stato come amico e consolatore; scrive
la prefazione alla traduzione inglese, proclamando la Sand «la migliore
fra le nostre sorelle a cui Dio ha concesso il genio che a lui manca.»
Margherita Fuller, americana, l'amica di Emerson, la nobile donna che
curò i feriti alla difesa di Roma, esclama: «Ah! Mazzini, Mazzini! Avrò
io l'onore di rappresentare al mondo quanto siete grande?»
Signori, è impossibile, sì mi spinge il lungo tema, ch'io vi accenni,
sia pure a larghi tratti, tutta la vita del Mazzini. Fino al 1848 segue
un cammino ascendente; è il profeta in cui tanta parte di gioventù ha
fede. Appare quel che appariva al comandante la fortezza di Savona —
quando guardato a vista gli faceva conoscere di saper tutto quello che
avveniva nel mondo — una specie di mago, di genio, di taumaturgo!
Una poesia popolare, credo del Dall'Ongaro, cantava:
Se volete saper dov'è Mazzini
Domandatelo all'Alpi e agli Appennini.
Mazzini è in ogni loco ove si trema
Che giunga ai traditor l'ora suprema.
Mazzini è in ogni loco ove si spera
Versar il sangue per l'Italia intera.
È la disperazione di tutte le polizie d'Europa, che non arrivano ad
atterrarlo.
Dopo il 1849, decade politicamente: nel periodo di raccoglimento, è
posto da parte. Egli si unisce con Kossuth, e cercano di far l'alleanza
de' popoli, opposta all'alleanza de' re. Mira a trasformar la carta
d'Europa, a formargli Stati Uniti, prendendo a base le Nazionalità.
L'Austria e la Turchia prevede debban cadere; e le razze slave prendere
un gran posto nelle famiglie de' popoli europei, purchè si emancipino
dallo tzarismo, sola politica che possa impedire il pan-germanismo.
I disinganni non gli mancarono. Vide in Italia i suoi intenti
raggiunti da altri senza e contro di lui: in Germania, in Ungheria
formarsi le nazionalità con politica differente dalla sua. Si ritrasse
dal movimento con pochi discepoli, sempre agitatore, ma svolgendo
principalmente le sue dottrine filosofiche, religiose, sociali. Quasi
tutti i suoi antichi amici e compagni di fede si erano stretti alla
Monarchia Piemontese.
«Ho la morte nel cuore (scrive ad un giovane amico suo, oggi illustre);
io vi portavo un vincolo di simpatie straniere, un po' di fascino
esercitato sui giovani d'azione. Potevate giovarvene e spegnermi,
annientarmi il dì dopo; non avreste avuto un rimprovero da me, come è
vero ch'io esisto!»