Il giovinetto; a lui quegli risponde,
Che si trova all'oscuro tuttavìa,
E che ognuno di corte si confonde
Della sua donna e della sua pazzìa;
Che innamorata delle chiome bionde
D'un fanciullo straniero, abbia sfuggito
D'avere un re di Libia per marito.
68
Dopo un lungo vïaggio, l'altro giorno
A noi comparve sopra un cocchio aurato,
Tratto dai draghi, e seco questo adorno
Giovin condusse, e Dornadillo amato
Lo chiamava sovente; e l'olmo e l'orno
Non così vite stringe, ed abbracciato
Non è così dall'edra serpeggiante
Acero, o quercia, o muraglia cascante,
69
Com'ella sempre tra le nude braccia
Stretto sel tiene, e non lo lascia un'ora.
Ma quei poco la cura, e ognun minaccia
Del suo palagio d'andarsene fuora:
Ma questa sera dentro una cofaccia
Tal acqua spargerà la mia signora,
Che gustata da lui, immantenente
Lo muterà di voglie e ancor di mente.
70
Così disse colui, ed imbrancosse
Poscia con gli altri: ed il vecchio in disparte
Si pose, e prestamente ricordosse
Della giovin di Scozia, e con qual arte
Tolta ella fu dalle marine posse;
E che il garzone, a cui tuttor comparte
Melena l'amor suo, è quegli appunto
Che per tempesta fu da lei disgiunto.
71
Onde pensa, risolve, e pone in opra
Ciò che gli detta il saggio suo consiglio.
Si parte dunque, e acciò che ben si copra
Alla vista d'ognuno, in gran di miglio
Si muta, e quanto può cerca e s'adopra,
Intento sempre con l'acuto ciglio
Di veder se la Fata ha libri addosso,
O chiusi in qualche scrigno, o in qualche fosso.
72
E mentre ogni sua tasca egli rifruca,
Nulla ritrova, e quasi si sgomenta:
Poi in questa parte ed in quell'altra fruca,
Ma sempre vede inaridita e spenta
Ogni sua speme; e dove alquanto luca,
Non rinviene per anco, e si tormenta.
Pur finita la veglia, e andata a letto
La bella Fata col suo giovinetto,
73
Vede che prima di colcarsi in esso,
Leva di sotto al materasso un scrigno,
Dove stava di carte un gran processo,
Di cui lesse un tal poco, e fece un ghigno
Dicendo: A legger non è tempo adesso:
E riposti gli scritti nell'ordigno,
Tutta pregò di Vener grazïosa
A seco star la famiglia amorosa.
74
Il vecchio tace ciò che fêr costoro;
Ma senza dirlo ciascun ben l'intende:
E perchè dopo l'opra ed il lavoro
A rinfrancar le forze il sonno scende,
Sopor sì grave cade su coloro,
Che uguali a corpo morto ambi li rende:
E in quel mentre dal vecchio vien rapito
Lo scrigno, e aperto senza esser sentito:
75
E vede come quello è il libro mastro,
E che racchiude in sè tutto il valore
E il saper di Melena; e prende un nastro,
Ch'era nel libro, di negro colore,
Indi lega la Fata, ed uno impiastro
Fa presto presto con un certo umore
Che insegna il libro, ed era in un bicchiero
In quella stanza, e n'unge il cavaliero,
76
Che subito si sveglia, e si riveste,
E prende in odio lei ch'ancor sornacchia;
E le piante al fuggir veloci e preste
Muove, e fuor del palazzo egli s'immacchia.
Ma già il vecchio di nuovo egli si veste
Di sua figura, e il segue per la macchia,
E lo raggiunge; e dove il falco stassi,
Movono or lenti or frettolosi i passi:
77
E per la strada il vecchio a lui racconta
I casi della sua dolce consorte,
Ch'egli già si credeva esser defonta,
E starsi degli Elisi in su le porte
Per aspettarlo; ed insieme gli conta
Com'egli ha un falco così grande e forte,
Che in pochi giorni portati da lui
Si troveranno in Francia tutti dui.
78
Ciò detto, nella grotta il vecchio passa,
Discioglie il falco, e sopra egli vi sale;
Nè Dornadillo in sul terreno lassa,
Ma se lo pone in groppa; e quello l'ale
Muove, e in un tratto gli alberi trapassa.
Or che dirà Melena, e quanto e quale
Sarà il suo pianto e i suoi lunghi lamenti,
E i pazzi di dolor miseri accenti?
79
Vogliamo aspettar noi ch'ella si deste?
Oppure entrar nella torre incantata,
E le voci ascoltar dogliose e meste
Dell'afflitta Despina sventurata,
Che muove le sue piante afflitte e preste
Presso a Ricciardo, che pure si sfiata
Per gire appresso a lei e trattenerla,
Che l'ascolta talor, nè può vederla?
80
In quanto a me, se devo dirla schietta,
Melena lascerei nel suo dolore,
E lascerei la torre maladetta;
Chè l'una e l'altra sono un crepacuore;
E il vecchio aspetterei, che vien con fretta
Su la schiena del falco volatore,
E vedrei se ci reca alcun conforto;
E intanto cercherei qualche diporto.
81
E giacchè abbiam qui presso un'osterìa,
Andiam, donzelle e giovani amorosi,
A bere un poco, e stiamo in allegrìa,
E lasciamo gli affanni sì nojosi,
Che bellezza e salute portan via.
Ma ve' come son pronti! eccoci ascosi
Tutti nella taverna. Oh che piacere
Egli è vederci a tavola sedere!
82
Portami qua, Menghino, un barilozzo
Di Faraone, ed un di Lamporecchio,
E del Cassero ancor n'arreca un pozzo,
Ch'egli è per Dio dall'uno all'altro orecchio.
Non portar Chianti, che mi serra il gozzo,
Ma di Palaja arrecane un gran secchio;
E di Groppoli poi e Vinacciano
Nice abbia sempre un gran fiascon per mano.
83
O buona cosa! ma ne voglio un sorso
Di Roccabruna, ed una dell'Acciajo,
Se in cantina ce n'hai: deh davvi un corso,
Oste garbato. Ma già torna, e un pajo
Ha di borracce. Affè m'ha dato un morso
E l'uno e l'altro: ma can di beccajo
E' non son mica; e se fossero ancora,
Vo' berne, e poi qual Atteon si mora.
84
Ma il Collegelato e Serravalle
Non n'hai tu punto? Amici, s'egli accade
Ch'egli ne porti un otro su le spalle,
E' non occorre andar più per le strade,
Ch'ogni gran pian ci si farebbe valle.
Ma ancor non vieni a noi? Dimmi, a che bade,
Oste poltrone? e tu, Nice, che fai,
Che ad affrettare il tuo padron non vai?
85
Oh ben venuto! oh questo, amici, è desso:
Vedete come nel bicchier zampilla?
Di' tu: il rubin non gli si sbianca appresso?
Canida illustre, dentro alla tua villa
Fa che per me un baril si serbi espresso:
E tu, Luisa, un altro me ne spilla
Quando torno, e sia sempre a mia richiesta;
Chè proprio è un vin da rallegrar la testa.
86
Gnaffe! che belle e nuove fantasìe
Mi giran per il capo tondo tondo!
Salute a voi, vaghe, leggiadre e pie
Donne, splendore ed allegrìa del mondo:
Ma non saluto mica le restìe,
E le nimiche del vino giocondo;
Saluti quelle, e tessa lor la lode
Barbuto becco che i tralci si rode.
87
Ma mentre che si beve e si divora
Saporito prosciutto e mortadella,
Dicci, Simona, e trai di petto fuora
Qualche leggiadra tua grata novella.
Ed ella: Ho la memoria traditora;
E ad alta voce il suo marito appella,
E dice: Narra lor quel che successe
Jerlaltro al nostro dicitor di Messe.
88
Ed ecco l'oste; e della mensa piglia
Il primo loco per farsi sentire,
Ed aggruppa sul primo un po' le ciglia,
Si gratta il capo, e comincia a tossire,
E sputa e si distende ed isbadiglia,
Poi dice: Un prete da pavoli e lire
Faceva da curato, ed al meschino
Piacevan troppo le femmine e il vino.
89
Or s'accese costui fuor di misura
D'una ragazza, detta la Giannotta,
A cui pensava assai più che alla cura;
E in fatti ell'era valente e pienotta,
E bianca come fresca provatura.
L'occhio passato avrebbe un petto a botta,
Tanto era vivo, e col capo ricciuto
Avrebbe un uomo morto rïavuto.
90
Talchè pensate voi come il buon prete
Ne restò preso, e come ne fu guasto.
Pareva un merlo involto nella rete,
O un pettirosso sul panion rimasto:
Non più diceva vesperi e compiete,
E il giuro fatto a Dio di viver casto
Riposto avea tra le cose scordate,
Scandalizzando tutte le brigate.
91
Ma la Giannotta semplicetta molto
Dell'amore di lui mai non si addiede;
E per quanto ei con lo scalmato volto
Della fiamma del cor facesse fede,
E mostrasse d'avere i bracchi sciolto
Per sua cagion, nè più reggersi in piede,
Credendo ella che amor ciò non si fosse,
A pietade per lui mai non si mosse.
92
In questo mentre che il prete sospira,
E la Giannotta pensa che rifiati,
Ecco un villan che alle sue nozze aspira,
Il più ricco di questi vicinati.
La chiede al padre, ed ei non si ritira;
Anzi come uomo avvezzo ne' mercati,
Glie la dà; perchè donna ed animale
D'uopo è spacciare, o ti capitan male.
93
Il suo nome era Aniello dalle Fosse,
Grosso di corpo e di sottil cervello.
Nè a lui dispiacque che semplice fosse
Quella ragazza; e datole l'anello,
Sì fattamente e bene il pesco scosse,
Che frutto non restò su l'arboscello.
Ma in questo mentre tratto a litigare,
Gli bisognò fuori di casa andare.
94
Venuto dunque il giorno stabilito,
A sè la chiama, e le dice: Giannotta,
Tardi sarò dal giudice spedito,
E Dio voglia non sia nella malotta.
Ma perchè tu ti cavi l'appetito,
Tutto ti do, fuorchè la carne cotta.
Eccoti grano, vino, e quanto c'ène:
Rimanti in pace, e voglimi del bene.
95
La Giannotta rimase come matta
Per qualche giorno, e non voleva udire
Nè veder chi che sia, neppur la gatta;
Ma come per proverbio sogliam dire:
Occhio non vede, e cuor non s'arrabatta,
L'affanno cominciossi a impiccolire;
E in pochi giorni, d'afflitta ch'ell'era,
Ritornò lieta e d'assai buona cera.
96
Don Prisco intanto (che così del prete
Il nome egli era) perdere non volle
L'occasïon di far sue voglie liete;
Che un duro impedimento gli si tolle,
Dico Aniello, più grosso d'un parete.
Vanne a lei dunque, e con discorso molle
E pieno di dolcezza la consola,
Perchè il marito l'ha lasciata sola.
97
E tornando ogni giorno, alfin s'accorse
Ch'ella era pregna; e come tristo egli era,
Della fortuna che Amore gli porse,
La man distese nella capelliera,
E disse: Oimè, Giannotta, e che t'occorse?
Ed ahi! quale io ti veggio questa sera?
Certo che Aniello, il tuo dolce marito,
Egli è una bestia, o qualche uomo impazzito.
98
E la Giannotta a lui: Perchè, messere?
Perchè t'ha abbandonata, e s'è partito,
Quando di lui n'avevi più mestiere,
E a cintola dovea starti cucito.
Indi soggiunse: O ve' che bel piacere
E' sarà il tuo, quando avrai partorito,
Quando prendendo il figliuolino in braccio,
Lo vedrai monco e con mezzo mostaccio.
99
Io stimo che morrai di crepacuore
In veder che gli manca un labbro e il mento,
E che del ventre gli usciranno fuore
Le budelline, e si morrà di stento:
E ciò per colpa del suo genitore.
E la Giannotta a lui: Oh Dio! che sento?
E ne' capelli ficcate le mani,
Se li strappava tutti a brani a brani.
100
Allor don Prisco le disse: Sorella,
Non ti sciupare, che c'è tempo ancora
Da raggiustarlo e far l'opera bella,
Dove da tutti bene si lavora,
Nè ingegno od arte si richiede in quella.
La Giannotta a tal voce si rincora,
E dice: Prete, che rimedio è questo?
E se può farsi, facciamolo presto.
101
Disse don Prisco: Dolce figlia mia,
Altro ci vuole che biacca e cerotto,
Acciò che intero il tuo figliuolo sia.
Ma qui dell'oste il favellar fu rotto,
Tante s'udivan voci per la via:
Onde ciascuno senza fargli motto
Lasciò l'oste, la mensa, e quanto v'era,
Per di tal fatto aver contezza vera.
102
E vedono che sopra lo sparviere
Stassi il buon vecchio, e seco ha Ricciardetto
Con la sua dilettissima mogliere,
Ed un altro leggiadro giovinetto,
Ricolmi tutti d'un sommo piacere.
Già lungi poco son dal regio tetto;
Ed ecco sopra la loggia reale
Posa il piede l'augello, e stringe l'ale.
103
Or chi può dir come s'affolla e corre
Il popol tutto per saper la via
Che il vecchio tenne a cavar fuor di torre
I regj sposi? e chi può dir qual sia
Il gran diletto che in ciascun trascorre?
Già tutto il fior dell'alta baronìa
S'è ridotto a palazzo, e Ricciardetto
Ciascun si stringe dolcemente al petto.
104
E si propala che pel dì venturo
Saran giostre e tornei, e feste e balli.
Già coperto d'arazzi è ciascun muro,
E il suono delle trombe e de' timballi
Rimbomba allegro per ogni abituro.
Danno nitriti i fervidi cavalli,
E i cavalieri omai non veggon l'ora
D'armarsi, e uscire alla battaglia fuora.
105
Ricciardo intanto con la sua Despina
Gode, e ringrazia Amore ogni momento;
E fattala vestire da regina,
Sul trono seco s'asside contento:
E tutto quanto il popolo l'inchina,
E lor pregan di cuor cent'anni e cento;
E tante sono le festive voci,
Che del Nilo potrìan sembrar le foci.
106
Felici amanti, a voi di verde persa
Torni Imeneo adorno il biondo crine;
E sia di dolce umor tutta cospersa
Sua bella face, e mai non venga al fine;
E l'aspra gelosìa per lui dispersa
Non mai vi punga con sue fredde spine;
E sia di tanto vostro amore e fede
Bellissima di prole ampia mercede.
107
E se all'interno guardano i mortali,
Spero di trovar grazia appo di voi;
Chè le vostre fortune e i vostri mali
Cantai di genio: e se non colsi poi
Nel segno, fu che le mie forze frali
Giunger non ponno a celebrar gli eroi.
Ma l'animo gentil sempre pon mente
Al buon cuor di chi dà, non al presente.
FINE
INDICE
Canto decimosesto Pag. 9
» decimosettimo » 37
» decimottavo » 61
» decimonono » 87
» vigesimo » 113
» vigesimoprimo » 146
» vigesimosecondo » 168
» vigesimoterzo » 196
» vigesimoquarto » 217
» vigesimoquinto » 241
» vigesimosesto » 265
» vigesimosettimo » 289
» vigesimottavo » 312
» vigesimonono » 340
» trigesimo » 364
A MILANO,
NELLE OFFICINE DELL'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO,
compose e stampò questo volume la maestranza: _Ubaldo Antoniani,
Pietro Betteni, Serafino Nicolini, Giuseppe Riva_; curarono la
rilegatura: _Francesco e Gino Radice_.
Collazionò il testo l'avv. _Tommaso di Pella_.
Disegnò i fregi il prof. _Duilio Cambellotti_.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Il Ricciardetto, vol. II, by Niccolò Forteguerri