E a te giuro pel sacro aspro tridente,

Che se per sorte a terra fuggirassi,

Nettuno pregherò che di repente

Le foche e l'orche tue trasmuti in sassi,

E tu senz'esse te ne stia dolente.

E a me, che me ne stava ad occhi bassi,

Disse sdegnosa: Infin che viverai,

Raminga e sola per lo mare andrai.

80

Indi disparve; ed io l'ondose vie

A correr presi del vasto Oceáno,

Sola piangendo le miserie mie;

E il fier custode mio così lontano

Guidommi, e non so come in questo die

Lasciato m'abbia, e ciò ben parmi strano;

Ma forse Giove del mio mal pietoso

L'ha reso oggi più tardo e neghittoso.

81

Nulladimeno per la sua tristizia

È da temersi molto; e non vorrei

Che il traditor per estrema malizia

Mi ritornasse a' duri affanni miei.

Di mutarsi in più forme egli ha perizia,

E in men d'un'ora in cinque fogge e in sei

L'ho visto tramutare; onde ho paura

Che non m'inganni sotto altra figura.

82

Bandisci pur dal cor, bella fanciulla,

Ogni timore, disse Ricciardetto,

Che il tristo vecchio non faratti nulla;

E ritornati in Francia, ti prometto

Là ricondurti dove avesti culla.

Quindi cenaro, e se n'andaro a letto

Con pensier d'imbarcarsi il dì veniente,

Quando che fosse il mar queto e clemente.

83

Le tre donzelle riposaro insieme;

Che sol dentro Parigi ên destinate

Le nozze di Despina; e sebben geme

Ricciardo per vederle prolungate,

Pur perchè nulla si detragga o sceme

Della sua donna alla rara onestate,

Vuol che veda Parigi e il mondo intero

Quanto fu il loro amor casto e sincero.

84

Venuto il giorno, in sul falcon salìo

Il vecchio, e sopra il mar l'ali distese

Il grande augello; e di rabbioso e rio

Ch'era la notte, lo trovò cortese:

E vide come tutto s'impietrìo

Dell'orche il gregge; e sopra esse discese;

Che tenevan le teste in su la sponda,

E il rimanente coperto dall'onda.

85

Quindi ripreso il volo, a dirittura

Giunge al naviglio, e venir fàllo al lido;

E poi torna nell'isola, e procura

Che v'entrin dentro, ed al paterno nido

Tornino omai: e intanto s'assicura

Con l'arte sua che il mar non sarà infido;

E vede ancor che Próteo disperato

Alle Carpazie piagge era tornato.

86

Scendono tutti allegramente al mare,

E s'adagiano dentro al cavo pino.

L'eletta gioventù dassi a remare,

E dopo un lungo e placido cammino

Già possono la terra rimirare.

Già passato hanno il golfo, e già vicino

Egli è il terreno, e già sono in Angola,

Ove posaro quella notte sola.

87

Il dì veniente poi drizzan la prora

Al Capo Lopo, e trapassano il segno

Equinoziale, e in vêr l'isola Gora

Fanno il vïaggio; chè rader col legno

Non voglion la Guinea, che fin d'allora

Di gente infame era l'asilo e il regno;

Ed il tropico Cancro oltre passato,

Vider di Spagna i lidi al destro lato.

88

Valicaron lo stretto, e in Gibilterra

Si fermâr qualche giorno; e Malagigi

Pregano intanto che andasse per terra

Di lor venuta ad avvisar Parigi:

Ed egli col suo libro, che non erra,

Fa venir pronto a tutti i suoi servigi,

Non so donde, un cavallo che tramonta,

E di gran lunga il vento ancor sormonta.

89

Partito Malagigi, in vêr Marsiglia

Navigaro essi; e Almeria e Catalogna

Lasciârsi indietro in un batter di ciglia:

Ma il golfo Narbonese, che svergogna

Spesso i nocchieri e in alto li scompiglia,

Non vollero tentare; e, Non bisogna,

Disse Ricciardo, avventurarsi troppo;

Chè ogni felicità sempre ha 'l suo intoppo.

90

A Rossiglione dunque si fermaro,

E congedaro il legno; ed a' nocchieri

Dato quant'essi voller di danaro,

Verso Narbona presero il sentieri;

Ma tacquer sempre il loro inclito e chiaro

Nome i famosi e nobili guerrieri:

Sebben di Ricciardetto la persona

Vi fu chi ravvisò dentro Narbona.

91

Ma qui conviemmi riposare, e intanto

Por nuove corde alla mia stanca lira,

E pregar delle Muse il coro santo,

Che l'estro in me, che in loro Apollo inspira,

Voglia destare, acciò in quest'altro canto

La fiacca mente, che quasi delira,

Prenda nuovo vigore e nuova lena,

E sia di belle immagini ripiena.

92

E voi che fino ad or grate e cortesi

Udiste, donne, di mie rime il suono,

Non mi siate nell'ultimo scortesi

Col lasciarmi domani in abbandono:

Che se mai di piacervi unqua pretesi,

Certo domani in tal speranza io sono

Di rïempirvi di sì gran diletto,

Che da più d'una sarò benedetto.

CANTO TRIGESIMO

ARGOMENTO

_Ricciardo appena e Despina sposati,_

_Son tratti dalla strega in gran periglio._

_Per liberarli da' crudeli agguati_

_Si cangia un mago in un granel di miglio._

_I regj sposi alfin son liberati._

_Compisce il prete alla Giannotta il figlio._

_Tornan gli sposi alla città dolente,_

_E finisce ogni cosa allegramente._

1

Non così donna dopo lungo stento,

Partorito ch'ella ha, si rasserena,

Come io, dato a quest'opra compimento,

Ho d'allegrezza l'anima ripiena.

Forse a mostro simìle ed a portento

Sarà la meschinella, e n'ho gran pena;

Ma tal quale si sia, or ch'è finita,

Per questo capo almanco m'è gradita.

2

Tanto più che fermato ho nel pensiero

Di tenerla a ciascun sempre nascosta,

Dagli occhi in fuor di qualche amico vero,

Per cui non ho giammai cosa riposta:

Che il buon amico candido e sincero

Nelle fatiche mie non fissa apposta

Gli occhi crudei, nè sta col naso adunco,

Nodi cercando nel pieghevol giunco.

3

Che se per sorte andasse in certe mani

Che so ben io, oh che crudel macello

Se ne farebbe! Certamente in brani

La strapperìan, qual tenero vitello

Gl'ingordi lupi e gli affamati cani.

Però, s'io ti racchiudo e ti suggello,

Misera figlia, nel paterno tetto,

Soffrilo in pace, e non ne aver dispetto.

4

Tempo forse verrà che amica stella

Alle belle arti apparirà su in cielo,

E te trarrà dalla serrata cella;

E ricoperta da un bell'aureo velo

Faratti andare in questa parte e in quella

E sua mercè, benchè di morte il gelo

Ricoprirammi, e l'onda dell'obblìo,

Chi sa che teco allor non sorga anch'io?

5

Ma del pien di caligine profonda

Ampio futuro, e solo aperto al Fato,

Figlia, più non si parli. Aura seconda

Tace or per noi, e il mar troppo è turbato;

E chi s'arrischia a navigar, si affonda;

Chè il crudo Orione appare in ogni lato;

E a' grandi ingegni Castore e Polluce

Non danno, come pria, conforto e luce.

6

Però statti nascosta e statti cheta,

E ti ristora col pubblico danno

D'ogni illustre orator, d'ogni poeta:

E non ti prenda mai verun affanno,

Se vedi grassa l'ignoranza e lieta,

E andar vestita di purpureo panno;

Perchè oggidì l'iniqua all'uom dà legge,

E il mondo, come vuol, governa e regge.

7

Ma rasserena pur l'afflitta fronte,

Povera figlia, e miglior sorte spera;

Chè, se non sbaglio, son vicine e pronte

Del ciel le grazie. D'Arno la riviera

Ti francherà da tanti oltraggi ed onte

Che la presente età villana e fera

T'ha fatto; e sol mercè del gran Corsino

Fia che si muti il tuo crudel destino.

8

Egli non sol t'accoglierà benigno,

Benchè vestito del papale ammanto,

Ma custodita nel suo regio scrigno

Per qualche tempo ancor terratti accanto:

Nè l'invidia col suo sguardo maligno

Ti forzerà, come fe' prima, al pianto;

Anzi essa si morrà d'ira e dolore,

In veder ch'egli t'abbia in tanto onore.

9

O te felice allor, quanto or meschina,

E vie più quando ei piegherà l'orecchio

Per udire il tuo canto; e di Despina,

E di Ricciardo, e del fatale specchio,

E d'Orlando che pazzo si tapina,

E di Rinaldo divenuto vecchio

Udirà i casi, e con allegro volto

Sarà da lui ogni tuo scherzo accolto.

10

E già si sta vicino il gran momento

Che di Pietro farà vuota la sede,

E lui porravvi per comun contento,

Per gran sostegno alla cascante fede.

O lieto giorno! o cento volte e cento

Beato il mondo sotto un tanto erede

Delle possenti Chiavi, al cui cospetto

Tutte le cose muteran d'aspetto!

11

Le Frodi, le Ingiustizie e l'Ignoranza,

Ch'ebbero in mano il fren del mondo intero,

Ignude, abbiette e prive di speranza

Daranno luogo alla Giustizia e al Vero;

E liete e belle dalla chiusa stanza

Usciran le Virtudi, e il manto nero

Deposto, tutte vestiransi a festa,

Di fiori adorne il grembo e l'aurea testa.

12

E i sette Colli e quindi Italia tutta

Della bella lor luce adorneranno;

E questa età, che prima fu sì brutta,

Brameran quei che dopo noi verranno.

Deh! se prego mortal non si ributta

Dal Ciel, s'egli ha pietà del nostro danno,

O il buon Clemente non perisca mai;

O se deve perir, sia tardi assai.

13

Ma si ripigli l'opra tralasciata,

Che frettolosa omai corre al suo fine:

Tanto più che vien meno la giornata,

E cade il Sole nell'acque marine;

E Galatea sul carro è già montata

Per incontrarlo; e bianco il mento e il crine,

Già Glauco avanti a lei con la man verde

L'onde più rïottose apre e disperde.

14

Come vi dissi, sopra un buon destriero

Si mise Malagigi, e a spron battuto

Sì rapido portossi nel sentiero,

Che a dirlo da nessun sarà creduto;

Nemmen se un lepre ed un lupo cerviero

Ne' piedi avesse e nella groppa avuto.

Ma come già vi ho detto cento volte,

Fa il diavol presto delle miglia molte.

15

Appena appena dunque ei pose il piede

Di Francia dentro alla città reina,

Che a sè d'attorno ragunar si vede

Popolo immenso, che ognun s'indovina

Che nuove ei porti dell'illustre erede

Della corona e della sua Despina:

E udito come egli era in Francia entrato,

Ne fecero gran festa in ogni lato:

16

Chè tutti fuor delle lor case usciti,

Chiusi i lavori, e aperte le osterìe,

Andavan pel piacer quasi impazziti.

Quai giuochi mai vi fûro ed allegrìe

Da lor non fatti? i vecchi rimbambiti

Danzavan tra le donne per le vie,

Stringendo con la tremula lor mano

Tazze ricolme di buon vino ispano.

17

Le suore, i frati e i chiusi giovinetti

Per i collegi facevan tra loro

Commedie, sinfonie, pranzi e giochetti;

E lasciata la pompa ed il decoro,

Le donne illustri e i cavalieri eletti

Disceser nelle piazze, e tra coloro

Di bassa riga allegri si mischiaro,

E con essi lietissimi ballaro.

18

Là sentivi cantare all'improvviso

Uno straccione, e rispondergli un oste;

Quegli lodando di Despina il viso,

E le tante bellezze sue nascoste,

E questi più d'un mostro vinto e ucciso

Dal buon Ricciardo: e vicine e discoste

Le genti applaudire a piene bocche

Lor versi strani e loro rime sciocche.

19

Qua gridar viva, e benedir la fida

E bella coppia; e in somma in ogni loco

A briglia sciolta e senza alcuna guida

Scorreano il gaudio, l'allegrezza e il gioco:

Ed eran tante le festive grida

Del popol, che alla fin divenne roco;

E facea sua letizia manifesta

Con le mani, co' piedi e con la testa.

20

Così veggiamo d'alcun porto in riva

Nel partirsi domestico naviglio,

Dopo lungo gridare e lunghi viva

Di consorte, d'amico, ovver di figlio;

E quinci e quindi, giacchè non arriva

Più oltre il suono, ragionarsi al ciglio,

E dimostrar lor voci e lor pensieri

Co' bianchi lini e co' cappelli neri.

21

Raduna intanto il sagace Ulivieri

Il pubblico Consiglio; e in ogni banda

Invìa del mondo staffette e corrieri,

Di nobili guerrieri a far domanda

Per le future feste, che due interi

Mesi denno durare: e una ghirlanda

Darassi al vincitor di prezzo tale,

Che un regno o poco meno al certo vale.

22

Ed egli sopra un bianco palafreno

Sale a incontrare il signor suo novello:

Ed ecco a comparire in un baleno

Di leggiadretti giovani un drappello

Sovra destrier che in bocca hanno aureo freno,

E d'auree penne un ciuffo vago e bello

Infra gli orecchi, ed han la sella, ed hanno

D'oro le staffe, e nobil mostra fanno.

23

La bella Argéa e la gentil Corese,

Con altre dame del sangue reale,

Fecero tante e così grosse spese,

In perle, in drappi, in trine, in scuffie, in gale,

Che Francia tutta non ne fa in un mese.

Ma esse avevan ricco capitale,

E non facevan come molte fanno,

Che per ornarsi un dì, stentano un anno.

24

Di cavalli sellati sono piene

E piazze e strade e vicoli e chiassetti;

E per la via che da Lïon si viene,

Son tanti cocchi, svimeri e sterzetti,

Che sembra che del mar passin le arene:

E d'alme donne e cavalieri eletti

Copia sì grande sbocca fuor di porta,

Che meno fiori primavera apporta.

25

In una di mirabile lavoro

Vaga berlina va la coppia bella,

Dico Argéa e Corese; e dopo loro

Del morto Astolfo ne vien la sorella;

Quindi la Bianca co' capelli d'oro

D'Orlando la nipote, e Chiarïella

La madre di Nalduccio in treno adorno,

Che il vedovile tralasciò quel giorno.

26

In somma tutte quante (a farla corta)

Di Parigi uscir fuor le belle dame.

E lieto il villanel dai campi porta

E quinci e quindi formaggio e pollame,

E vino di Sciampagna che conforta,

E dolci frutti attaccati alle rame;

E mille forosette col paniere

Vengon, qual pieno d'uva e qual di pere.

27

Di già passato Ricciardetto avea

Lïone, e ne veniva a briglia sciolta

Verso Parigi; e l'ampie ali battea

Per l'aere il grifo, e maraviglia molta

Cagionava in qualunque lo vedea:

Quand'ecco da lontano che la folta

Gente vede il vecchion che stavvi assiso,

E a lei si porta con sereno viso,

28

E dice: In breve avrete il vostro sire,

Che a voi ne viene come strale a segno;

Tanta è la voglia sua e il suo desire

Di rimirare un popolo sì degno.

Ed ecco appunto in quello stesso dire,

Che a sè veggion venir senza ritegno

Orlandino, Nalduccio e Ricciardetto,

Che va presso a Despina, il suo diletto.

29

Pensi ciascuno quel che più gli aggrada,

Per capir l'allegrezza di costoro;

Chè a dirlo con parole non c'è strada,

Ed il tempo si getta ed il lavoro.

Unico figlio da strania contrada,

Per cui la madre sua fu in gran martoro,

Potrebbe in qualche modo colorire

Col suo ritorno ciò ch'io vorrei dire.

30

E statosi con loro un tempo breve,

Entra in Parigi; e vi si suona a festa,

E lieto ciascheduno lo riceve.

I curvi vecchi con la bianca testa,

E con la barba candida qual neve,

Fanno la lor letizia manifesta

Col dolce lagrimare, e col far preghi

Che morte un sì bel nodo unqua disleghi.

31

L'arcivescovo in mezzo a tutto il clero

L'incontra, e lo conduce alla gran chiesa,

Dov'egli con cuor umile e sincero

Pregò Dio con la faccia al suol prostesa,

Chiedendo a lui per così vasto impero

Sommo valore, e volontade accesa

Di piacergli in ogni opra, in ogni detto,

E chiara luce al cieco suo intelletto.

32

Indi portossi al palazzo reale,

E fe' bandire per il dì venturo,

Che sposar vuol l'amante sua leale,

E sì adempir la data fede e il giuro.

E non sì tosto le sue candide ale

Mostra l'aurora tra il chiaro e l'oscuro,

Che s'alza e corre dalla sua diletta,

Ed alla chiesa a seco gir l'affretta.

33

Ogni dama si studia ad esser presta,

E tralascia le polveri e gli unguenti,

Ed i tanti lavori in su la testa,

I vezzi, gli smanigli ed i pendenti:

Il giorno poi si vestiranno a festa,

E faran lor comparsa tra le genti;

Ma in su quell'ora ed in quel parapiglia

Ciascuna, come può, s'orna ed abbiglia.

34

L'arcivescovo appena e i sacerdoti

Fûro a tempo di porsi i sacri arredi,

Che sommamente umìli e in un divoti

Venner gli sposi al tempio, e sempre a piedi,

Ed a man giunte come fanno i voti:

Nè vollero seder su l'auree sedi;

Ma stavan ginocchioni e questi e quella

Del sagro altar su la nuda predella.

35

E dette lor quattro sentenze corte,

Il prelato richiese Ricciardetto,

Se voleva Despina per consorte:

E disse un sì tanto sonoro e schietto,

Che del tempio s'udì fuor delle porte.

Indi fatto il medesimo progetto

Alla fanciulla, con voce sommessa

Di sì pur disse; e incominciò la Messa;

36

E ricevuto l'innocente Agnello,

E consumati tutti i sacri riti

Che fansi in chiesa, ritornâr bel bello

Al palazzo reale; e gl'infiniti

Uomini e donne allo sposo novello

Ed alla sposa con motti graditi

Givan facendo augurj di verace

Stabil fortuna e di perpetua pace.

37

Io qui tralascerò le sinfonìe,

E i dolci canti, e le altrettante cose

Che soglion farsi in simili allegrìe:

Nè dirò quello che fanno alle spose

I giovani mariti entro a quel die;

E come quelle fan le vergognose,

E fanno vista d'andare alla morte,

E la madre ci vuol che le conforte.

38

Questo sol basterebbe a chi tenesse

Un grano o due di sale nel cervello,

A giudicar con qual sigillo impresse

Natura i cuori del sesso più bello:

Perchè quel sol che tanto braman esse

Per cui le scanna il fistolo e il rovello,

Dicon di non volere per tal modo,

Che pare che lo dicano sul sodo.

39

E nulla pur dirò del gran banchetto;

Chè queste cose io sono di parere

Che facciano a chi l'ode un tristo effetto;

Cioè, che sien cagion di dispiacere:

Chè a dirla giusta, è pena, e non diletto

Sentir parlare del mangiare e bere

Che fu fatto in quel nobile convito,

E non poter cavarsi l'appetito.

40

E poi voi sputereste per la sete,

Nè più stareste a questa istoria attenti.

Finito il pranzo, nelle più segrete

Stanze n'andaro i regj sposi ardenti

D'antica fiamma; e come voi potete

Immaginarvi, si fecer parenti;

E venne un tuono tal su la mancina,

Che nel più bello disturbò Despina.

41

Tutto quel giorno e quella notte intera

Si stetter chiusi, e ben ragion ne avièno.

Or mentre in piacer sommo e in pace vera

Posa l'uno dell'altra sul bel seno,

Ecco venir l'iniqua Fata nera

Entro Parigi su bel palafreno,

Vestita da mercante oltramarino,

Con lunga barba ed abito turchino:

42

E fa di notte da' suoi messi stigi

Incatenare dentro al proprio letto

L'addormentato vecchio Malagigi;

Ch'è di forza minore il suo folletto:

E così preso, fuora di Parigi

Lo manda, in meno ancor che non l'ho detto,

Vicino al Nilo entro un castello forte,

Ove non son finestre e non son porte.

43

Poi con gli sposi volle far lo stesso,

Ma non potè; che l'Angiolo di Dio

Ad ambidue si stava ognor da presso;

Onde altra frode ed altro inganno ordìo,

Di cui vi accorgerete adesso adesso:

Ed acciò si compisca il suo desìo,

L'empia a Lirina di nascosto fura

Di saccoccia ogn'involto, ogni scrittura.

44

Per il seguente giorno esce una grida,

Che vogliono gli sposi ire a Versaglie

A farvi caccia; e qualunque si fida

Di star bene a cavallo, e dritto scaglie

O lancia, o dardo, od altra arme che ancida,

Colà s'invii, e presso alle boscaglie

Attenda il rege. E di veltri e mastini

Già più di mille sono in que' confini.

45

La calda gioventude a quell'editto

Tutta s'allegra, e mette sottosopra

Dalla cantina per fino al soffitto

La casa a cercar armi; e ognun s'adopra

D'aver cavallo generoso e invitto,

Nè vergognoso a lui manchi nell'opra:

E la madre per ogni ripostiglio

Cerca di nastri ad abbellir suo figlio.

46

La sera a mensa non rifina il vecchio

A dar consigli, a dare avvertimenti:

Lascia che preso sia ben nell'orecchio

Il fiero porco, e che il mastin l'addenti

(Dice al figlio), e allor pônti in apparecchio

Di lui ferir; ma fa che ti presenti

Sempre per fianco, e lo stocco pungente

Giragli tra le spalle lentamente.

47

E appresso narra le molte avventure

Che gli avvennero in quel tempo felice

Ch'era scarico d'anni e più di cure.

E il figlio badar mostra a quel che dice,

E che ne faccia conto, e molto il cure;

Ma dentro se n'annoja e maledice

Il tempo che vi perde; chè vorrìa

Già porsi di Versaglie per la via.

48

Era nella stagion che i contadini

E d'uva si satollano e di fichi,

E van cerchiando e raggiustando i tini,

Acciò Bacco non fugga, e si nemichi

Alle lor vigne; e i molli cittadini

Aggiustan lacci e reti ed altri intrichi

Per divertirsi e prendersi piacere

Alle ragne, alle frasche, alle uccelliere;

49

Quando Despina e il prode Ricciardetto

Al comparir dell'alba giunti sono

Al luogo destinato; ed un trombetto

Segno ne dà col suo guerriero suono:

Prende suo posto, conforme gli è detto,

La gioventude; ed orrendo frastuono

Di mille voci e di mille latrati

Fa il bosco rimbombar per tutti i lati.

50

Già corre Ricciardetto a briglia sciolta

Dietro un cignale; e va rapido tanto

Il suo destriero, che distanza molta

Lunge è da quei che a lui denno ire accanto:

E per la selva più intricata e folta

Si caccia, per desìo d'avere il vanto

Di preda tanto illustre e sì feroce,

Che più non ode nè tromba nè voce.

51

Despina anch'essa il suo destriero ha spinto

Appresso un cervo di ramose corna,

E corre sì, che sempre sta in procinto

D'ucciderlo, nè il corso suo frastorna

Campo da spine ben guardato e cinto,

O fiume o fosso. Afflitta indietro torna

Lirina, che perduta ha lei di vista,

Tutta nel volto addolorata e trista.

52

S'interrompe la caccia, e tutti vanno

Chi Despina a cercar, chi Ricciardetto;

Ma quanto più camminan, men ne sanno.

Sopra d'ogni erto colle evvi un trombetto

Che non rifina di sonare; e danno

A' corni con quanto han spirito in petto

I cacciatori, acciocchè sieno uditi,

E possan richiamare i due smarriti.

53

Ma niun compare; e dentro alla marina

A poco a poco il biondo Sol s'asconde,

E s'annerisce il piano e la collina;

E le tremule stelle alme e gioconde

Fan più vaga apparir l'aria turchina;

E dall'erbose valli più profonde

Al colle poggia il provido pastore,

E chiude il gregge infino al nuovo albóre.

54

Il feroce cignal passato è intanto

Pel fitto bosco, e dentro un'ampia grotta

S'è ricovrato; e si sofferma alquanto

Il garzon su l'entrata alpestre e rotta.

E sceso, e posto il suo destrier da canto,

Senz'altro più pensare anch'ei s'ingrotta:

E dopo molti passi, ecco che sbocca

In un bel prato ov'era un'alta rocca.

55

Nè del cignal più gli rimembra, e corre

Verso la rocca; e giuntovi da presso,

La trova aperta, e in lei vassi a riporre;

Ma più d'uscirne non gli è poi permesso.

Quindi a non molto il cervo pur trascorre

A quella grotta; e Despina lo stesso

Fa che fece Ricciardo; e chiusi stanno

Dentro la rocca, e sempre vi staranno.

56

Ma l'un l'altra non vede; e sol talora

Ode l'una dell'altro alcun sospiro,

E qualche voce dimezzata ancora,

Che serve loro di più reo martiro.

Non fuggir, grida l'uno, chi t'adora;

E l'altra: Quel se' tu crudele e diro

Che da me fuggi. Ed in questa maniera

Girano per la torre e giorno e sera.

57

Ma lasciamogli stare in sì gran pena,

E torniamo a Parigi, se vi pare.

La città tutta ha già mutato scena,

E si vede ogni volto lagrimare.

Lirina non vuol più pranzo nè cena,

E si voglion di duol l'altre ammazzare:

Ma quello che lor toglie ogni speranza,

Egli è di Malagigi la mancanza;

58

E l'esser stato a lei di tasca tolto

Il suo libretto; onde s'affanna tanto,

Che più color non le rimane in volto.

Pur dato tregua al suo dolore alquanto,

Chiama a sè il vecchio, anch'esso afflitto molto,

Quello che vede per forza d'incanto;

E, Padre, dice a lui, tu solo puoi

Gl'imprigionati re tornare a noi.

59

Vedi tra le tue carte, se per sorte

Saper tu puoi quest'avventura strana;

E quando l'arti tue a ciò sien corte,

Corri in Egitto, e la Fata inumana

Che a' regj sposi è fissa di dar morte,

O fai morire, o fàlla dolce e piana.

I modi tutti in somma tu procura

Per dar rimedio a sì crudel sventura.

60

Promette di vecchio in quella stessa sera

Di montare in sul falco, e fuggir via;

E giunger presto nell'Egitto spera

Senza saputa della Fata ria,

E di far sì, che di crucciosa e fera

Divenga a un tratto mansueta e pia:

E se ciò non ottiene, farà quello

Che detteragli allora il suo cervello.

61

Vanne dunque alla stalla, e cheto cheto

Tira fuora il gran falco, e su vi sale;

E mille voti al volo suo van dreto.

Acciò ritorni in foggia trïonfale:

Perchè Lirina non tenne segreto

Il suo partire, e vuol che si propale

Anzi per tutto, acciò che il volgo insano

Non si disperi, e cerchi altro sovrano.

62

Entro Parigi a tutte quante l'ore

Dalle cittadi e da' regni vicini

Compariscon guerrieri di valore;

E già sopra degli anglici confini

S'è sparsa voce, e si fa gran romore

Del bandito torneo de' paladini:

E della Scozia il principe guerriero

A valicare in Francia fu il primiero.

63

Quel d'Irlanda non v'era; e d'Inghilterra

Venner più duci e più baron con essi:

Mail non sapersi s'è prigione od erra

Ricciardetto, d'affanno e duolo oppressi

Tiene i Franchi e ciascun d'ogni altra terra:

Onde le feste e i giuochi son dismessi,

Ed in lor cambio i popoli divoti

Su la salvezza sua fan preghi e voti.

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Il vecchio intanto sopra il suo sparviero

Giunto è di notte all'orto di Melena;

Ed in un antro per grand'ombra nero

Lascia il gran falco, e con forte catena

Lo lega a un sasso; e poi solo e leggiero

Vanne al palagio suo, e vede piena

Ogni stanza di giovani e donzelle,

E danzar liete in queste stanze e in quelle:

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Ond'egli presto presto si trasmuta

Nell'abito e nel volto in giovinetto;

E va tra gli altri, e gli abbraccia e saluta,

E poi domanda di tanto diletto

Qual esser la cagione si repùta.

Prima, la prigionìa di Ricciardetto,

Gli fu risposto; e poi, perchè madonna

Stanotte d'un bel giovane vien donna:

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E va di lui sì pazza ed ubbrïaca,

Che più non pensa all'altre cose sue;

E se talvolta, come suol, s'indraca,

E l'aer perturba, e i fulmin cascan giùe,

A un solo sguardo suo tanto si placa.

Che di tigre feroce si fa bue,

Ed in vece di grandini furiose

Fa cader piogge di giacinti e rose.

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Il Ricciardetto, vol. II · 第 17 / 18 段