Ma tutto ciò non seguiva senza continui e sempre nuovi pericoli, che
minacciavano l'esistenza stessa della Repubblica, e per difendersi dai
quali occorrevano qualche volta forze piú che umane. Quando si ricorre
col pensiero all'antica Firenze col suo Consiglio, coi suoi Consoli,
che usciva ogni anno, unita e concorde alla guerra, per abbattere i
baroni, ed assicurare le vie del suo commercio; che, sottomessi uno
alla volta questi baroni, li obbligava a vivere dentro lo due mura,
sotto l'uguaglianza delle leggi repubblicane; che per vincere i piú
potenti vicini, dovette accrescere le sue forze, liberando i servi
della gleba, concedendo i diritti politici a quei mercanti che ancora
non li avevano; quando il pensiero ricorre a quei tempi, ritrova subito
in essi i germi della futura grandezza del Comune, che con una guerra
continua riuscí ad accrescere da ogni lato le proprie forze. Ma le cose
andarono poi sostanzialmente mutando, per molte ragioni, specialmente
per quella rivoluzione nell'arte della guerra, alla quale abbiamo già
accennato, e che dobbiamo ora piú particolarmente ricordare.
Fino al secolo XIV gli eserciti repubblicani erano composti di pedoni
leggermente armati d'uno scudo, un elmo ed una daga, con qualche
piastra di ferro che difendeva il petto o le gambe. La cavalleria
era poca, e non decideva mai la sorte delle battaglie. Cosí avevano
combattuto, presso a poco, tutti i barbari, meno gli Unni e gli
Arabi, che andavano quasi sempre a cavallo, ed i Bizantini, che
colla cavalleria piú volte vinsero i Goti. Con la fanteria aveva
principalmente combattuto in Italia Federico Barbarossa, e con essa
gli avevano resistito i nostri Comuni, che, da un giorno all'altro,
potevano allora mutare in soldati tutti quanti i cittadini abili a
portare le armi. Ma le guerre di Federico II, di Manfredi e di Carlo
d'Angiò avevano di Francia e di Germania portato in Italia una nuova
maniera di combattere. I Fiorentini se n'erano dovuti avvedere sin
dalla battaglia di Montaperti, quando il loro numeroso esercito fu
disfatto dall'urto di pochi cavalieri tedeschi. E d'allora in poi la
cavalleria pesante o degli uomini d'arme fu quella che cominciò a
decidere la sorte delle battaglie in Italia. Il cavaliere, sebbene
non fosse ancora, come alla fine del secolo XV, chiuso, esso ed il
suo cavallo, in un'armatura cosí pesante che, caduti una volta a
terra, non potevano rialzarsi senza aiuto; pure già era coperto di
ferro da capo a piedi. Colla sua lunghissima lancia, egli atterrava
il fantaccino, prima che questi potesse raggiungerlo colla corta sua
spada, la quale, in ogni caso, non riusciva mai a forare l'armatura del
cavaliere o del cavallo. Né gli strali tirati dagli archi riuscivano
a far danno maggiore. Bastava quindi, che poche centinaia d'uomini
d'arme si spingessero, come una fortezza mobile ed impenetrabile,
nel mezzo d'un esercito di fanti, per disfarlo in poco tempo. Un tale
stato di cose durò sino alla invenzione della polvere e del fucile,
e portò un radicale mutamento nelle condizioni dei Comuni italiani.
Infatti, per formare questi cavalieri, ci voleva un lungo tirocinio
ed una grande spesa. Bisognava non solo aver grandi fabbriche d'armi,
non solo formare una nuova razza di cavalli, ed addestrarli; ma il
cavaliere stesso doveva essere in continuo esercizio, dedicare la sua
vita intera alle armi, tener continuamente occupati ed addestrati
due o tre scudieri. Questi portavano tutti gli arnesi da guerra, e
menavano il cavallo armigero del cavaliere, che se ne serviva solo nel
giorno della battaglia, e solamente allora s'armava di tutto punto,
perché altrimenti si sarebbero l'uno e l'altro trovati esausti di
forze nell'ora del pericolo. Ma ciò doveva riuscire impossibile nelle
nostre repubbliche, perché i loro cittadini vivendo tutti col commercio
e coll'industria, non potevano abbandonare i traffici per darsi alle
arti della guerra. Queste divennero allora un vero e proprio mestiere,
e coloro che vi dedicavano la vita, cominciarono ben presto a mettere
a prezzo la loro spada. Cosí è che sin dagli ultimi anni del secolo
XIII, noi cominciamo a sentir parlare negli eserciti repubblicani
di _soldati_ catalani, borgognoni, tedeschi ed altri cavalieri
oltramontani, che vanno ogni giorno crescendo di numero.
A poco a poco i mercanti dovettero persuadersi, che essi non potevano
piú avere alcuna personale efficacia nella guerra. E però, quando
le repubbliche erano minacciate, esse non s'arrischiavano piú a
combattere, senza assoldare qualche capitano, che venisse col suo
manipolo di cavalieri stranieri. Il nome del valore italiano cominciò
rapidamente a decadere per tutto, e si formarono quelle compagnie di
ventura, che furono una delle nostre maggiori calamità. È ben vero che,
quando poi Alberico da Barbiano, Attendolo Sforza, Braccio da Montone
ed altri si dettero a questa vita, essi raggiunsero e superarono anche
gli stranieri, che piú volte dovettero retrocedere nuovamente dinanzi
al valore italiano. Molti anzi vennero allora di fuori ad imparar la
nuova arte della guerra, sotto il comando dei nostri capitani, per
opera dei quali essa cominciò la prima volta a divenire anche una
scienza. Ma eran sempre pochi coloro che nelle libere città potevano
darsi a questa vita. I nobili, gli sfaccendati, gli esuli, coloro
che non avevano un altro mestiere, i sudditi dei piccoli tiranni eran
quelli che andavano a far parte delle compagnie di ventura. E poche
molte, italiane o straniere, esse affrettarono sempre la rovina di
tutti i nostri Comuni, massime di Firenze.
Le continue guerre, che essa ora deve fare, non riescono piú a mantener
vivo il suo spirito militare, l'energia del suo popolo. Costretta a
servirsi sempre di gente straniera e venduta, cominciò ben presto
a perdere la coscienza delle proprie forze, che di fatto andarono
rapidamente decadendo. La guerra si ridusse ad una operazione di banca
o di nuove imposte, per trovare il danaro necessario ad assoldare
uno di quei capi di compagnie, i quali si davano sempre al maggiore
offerente. Quando era trovato il danaro, bastava spesso mandarlo al
piú potente e sicuro alleato, che pensava al resto, cioè al contratto
da fare con un capitano, che assoldasse il maggior numero di gente.
Bisognava sapersi procurare amici, saper provocare avversari al nemico,
ed in ciò i Fiorentini fecero sempre prova di grande accortezza. Ma
queste non erano di certo virtú militari. I personaggi piú importanti,
che essi inviavano al campo, erano i loro commissari che vegliavano
all'andamento generale delle cose, all'amministrazione dell'esercito,
all'indirizzo politico della guerra; e sebbene, piú d'una volta,
noi troviamo che questi commissari d'improvviso si trasformavano in
Capitani, pigliando il comando delle armi, e con singolare ardimento
decidendo le sorti d'una battaglia, pure il loro ufficio rimaneva
sempre piú civile e diplomatico che militare.
Quali conseguenze tutto ciò dovesse avere per l'avvenire della
Repubblica, e sul carattere morale de' suoi abitanti, è facile
immaginarlo. I popolani grassi erano nel governo occupata in un
continuo lavoro di furberia e di sottigliezza. Bisognava essere
accorti nei Consigli; osteggiare i Grandi; trovarsi sempre desti per
non lasciare divenir troppo forte il popolo minuto, e pure indurlo
a pagare il denaro per fare le guerre, che erano necessarie alla
prosperità ed alla sicurezza del commercio esterno. Bisognava essere
ancora piú accorti nei maneggi diplomatici, per non trovarsi isolati,
e saper sempre mantenere l'equilibrio degli Stati italiani a vantaggio
della Repubblica. La guerra stessa, risolvendosi, come abbiam visto,
in un'operazione di banca, era del pari una nuova prova d'accortezza.
Non si vedeva piú alcuno di quei grandi sacrifizî di sangue cittadino
e di uomini, coi quali un popolo si rigenera continuamente; niun atto
di forza generosa ed aperta. E quando questi popolani grassi non erano
immersi nella politica, allora, insieme con tutta la cittadinanza, si
davano anima e corpo al commercio, occupando le ore di ozio nel leggere
Tacito, Virgilio od Omero, che tenevano perciò sotto il banco. Ma era
sempre e solo la loro intelligenza, che si trovava in una continua
attività; le altre piú nobili facoltà dello spirito restavano come
soffocate, atrofizzate in questo esercizio costante di sottigliezza e
di furberia. Ciò doveva prima o poi portare una decadenza inevitabile
nella vita morale e politica della Repubblica, nella piú alta cultura
dello spirito. E se le guerre riuscivano funeste pel modo in cui
bisognava apparecchiarle e condurle, non riuscivano meno funeste per le
conseguenze che portavano dopo la vittoria. Gli eserciti di ventura,
appena che cessavano le paghe di guerra, da amici divenivano nemici,
e cercavano subito un altro padrone che li pagasse. Quando non lo
trovavano, e restavano perciò senza paga, si scioglievano in bande
armate, che mettevano a soqquadro le campagne e le città, con una
specie di brigantaggio militare. Il piú delle volte era forza venire
con esse a patti, e dar danari per tenerle tranquille.
Ma quello che piú di tutto importa qui notare si è, che anche la
conquista di nuovi territori, divenuta pur tanto necessaria alla
Repubblica, cominciava ad essere un pericolo grave, una sorgente
di future calamità. Il Comune italiano era stato nel Medio Evo
causa feconda di progresso; ma quando il suo contado si cominciò
ad ingrandire, esso si dimostrò affatto impotente, se non mutava
radicalmente la sua costituzione, a trasformar la libera città in
quello che noi oggi chiamiamo lo Stato. Infatti anche a Firenze,
che fu il piú democratico dei nostri Comuni, la cittadinanza era
tutta dentro la cerchia delle mura. Si fecero leggi per abolire la
servitú nel contado, per migliorarne le condizioni; ma non si pensò
mai a concedere i diritti politici agli abitanti di esso. Il nome
di cittadino restò sempre come un privilegio concesso solamente ad
una minoranza, e la plebe non l'ottenne mai neppur dentro le mura.
Ogni volta che una nuova città veniva conquistata e sottomessa alla
Repubblica, essa era governata con maggiore o minore durezza; le
lasciavano piú o meno franchigie locali; potevano anche concederle
che continuasse a ritenere una forma repubblicana, sotto gli ordini di
un Podestà, d'un Capitano o d'un Commissario, pagando le gravezze che
volevano imporle; ma i suoi abitanti non erano mai ammessi ai diritti
della cittadinanza fiorentina, né i loro rappresentanti entravano mai
nei Consigli o negli uffici politici in Firenze. Quindi, a misura che
le conquiste crescevano, quel nucleo di cittadini che teneva in mano
il governo, e che era già una minoranza, si trovava in una proporzione
sempre minore verso le popolazioni, ogni giorno piú numerose, che
doveva governare. Nelle idee dei Fiorentini come di tutti quanti i
repubblicani del Medio Evo, non entrò mai il pensiero d'uno Stato
governato nell'interesse di tutti. L'interesse e la grandezza di
Firenze erano, invece, la sola norma costante, lo scopo a cui ogni cosa
doveva essere sottomessa. Né quel popolo minuto e quella plebe, che per
sé chiedevano sempre maggiori libertà, avevano in tutto ciò principi
piú larghi o diversi. Anzi le loro idee, aggirandosi in una cerchia piú
angusta, si dimostravano anche piú pregiudicate, e le loro passioni
piú cieche. In conseguenza di ciò, era per una repubblica tenuta
allora maggiore sventura venir conquistata da un'altra repubblica,
che da una monarchia; giacché i principi, nella comune oppressione,
trattavano tutti alla pari, e quindi, politicamente almeno, la grande
maggioranza dei vinti soffriva danni minori. Invece, quando Firenze
poté raggiungere il suo lungo desiderio della conquista di Pisa, essa
fu padrona del mare, e vide subito il proprio commercio crescere assai
rapidamente; ma l'essersi aggregata una repubblica grande e potente,
piena di vita e di forza, ricca di tanti traffici, non le portò nessuno
di quei vantaggi che una piú libera unione ed una partecipazione comune
ai diritti politici le avrebbero recati. I piú notevoli cittadini, le
piú ricche famiglie pisane emigrarono, preferendo vivere in Francia, a
Milano, o in Sicilia sotto gli Aragonesi, che almeno concedevano loro
una civile uguaglianza, piuttosto che nella propria città, sotto il
duro, tirannico governo dei popolani grassi di Firenze. Il commercio,
l'industria, la marineria militare e mercantile di Pisa scomparvero
con la sua indipendenza; il suo Studio, antica gloria italiana,
fu disfatto, per essere piú tardi ricostituito dai Medici; ed essa
in breve tempo presentò l'aspetto della miseria e dello squallore.
Lo stesso seguiva in tutte le città vinte; esse venivano con tanta
maggior durezza trattate, quanto piú grandi e potenti erano state nei
giorni della loro libertà.[366] È facile da ciò il comprendere come
ogni volta che Firenze si trovava in pericolo, tutte quelle città
sottomesse, nelle quali la vita non era stata anche spenta del tutto,
cercavano sollevarsi per rivendicare la loro indipendenza, ed in ogni
caso preferivano un tiranno domestico o anche straniero alla loro
forzata sottomissione ad una repubblica, la quale non imparò mai dalla
esperienza a mutare consiglio. E non poteva, giacché per farlo avrebbe
dovuto mutare sostanzialmente tutta la sua costituzione, il suo proprio
essere.
In questo modo, accumulando ricchezza e potenza, essa moltiplicava le
cagioni della sua futura e inevitabile decadenza. Il Comune appariva
sempre piú impotente a fare scaturire dal suo seno lo Stato moderno, e
però quando il commercio su cui esso si reggeva, cominciò a decadere,
la forza dei popolani grassi fu sgominata, e la forma monarchica fu
subito giudicata come un sollievo dalla moltitudine degli oppressi,
che erano di gran lunga i piú numerosi. Cosí fu che i Medici poterono
salire al potere in nome della libertà, appoggiandosi al popolo minuto
ed alla plebe. E cosí fu che, ora con la violenza, ora con l'astuzia,
ora con l'una e con l'altra insieme, il Comune italiano venne da per
tutto sottomesso al principato, e là dove, per condizioni eccezionali,
la forma repubblicana poté piú lungamente salvarsi, ivi essa sembrò
solo sopravvivere a sé stessa, non portando piú alcuno dei benefizî,
pei quali era nata. Bisognava che il principato rendesse, sotto un
medesimo scettro, uguali in faccia al dispotismo quelle popolazioni
che non s'erano sapute rendere uguali dinanzi alla libertà. Le
Signorie furono il necessario passaggio dal Comune medioevale allo
Stato moderno. Queste Signorie indicarono la via alla formazione ed
alla retta amministrazione delle grandi monarchie, che s'andavano ora
costituendo nel continente d'Europa, e si mantennero anch'esse assolute
e dispotiche fino a che la Rivoluzione Francese non venne a compiere
nelle campagne, nelle città e per ogni ordine di cittadini, quel lavoro
di emancipazione sociale, che i Municipî italiani avevano mirabilmente
iniziato, ma che non avevano saputo mai estendere fuori la cerchia
delle proprie mura. Firenze resisté ancora lungamente, ma dovette pur
correre la sorte comune.