Ma chi supponesse, che questo dominio delle Arti maggiori fosse, almeno
nell'interno della Città, sicuro e non contrastato, anderebbe assai
lungi dal vero. Il giorno in cui, nella corte di Calimala, si concepí
la prima volta il disegno di farle salire al governo, esse dovettero
subito riconoscere che ciò era possibile solamente perché, con l'aiuto
delle Minori, avevano combattuto e vinto i nobili. E quindi da un lato
avevano ora gli avanzi di questa aristocrazia feudale, la quale doveva
nutrire contro di esse un odio inestinguibile, e da un altro avevano
le Arti minori, che chiedevano di partecipare a quel governo, che col
loro aiuto s'era potuto costituire. Cosí nella Repubblica si trovarono
tre ordini di cittadini e tre partiti diversi. Certo le Arti maggiori
costituivano di gran lunga il partito piú forte; ma gli altri due,
riunendosi, potevano divenire un nemico assai minaccioso. E questa
riunione non era impossibile.
Le Arti maggiori e minori, infatti, non differivano solo per essere piú
o meno ricche, piú o meno potenti; ma perché avevano interessi diversi,
che le spingevano ad una diversa politica. Il mercante della lana
o della seta era sempre pronto a sacrificare il suo ultimo fiorino,
purché Livorno e Porto Pisano cadessero in potere della Repubblica.
Egli teneva perciò sempre l'occhio aperto a vegliare sulla politica
dei Lucchesi e dei Genovesi, perché non s'avvicinassero ai Pisani. Il
banchiere fiorentino voleva, che la Repubblica tenesse sempre accorti
ambasciatori e Consoli, che ragguagliassero costantemente di tutto
ciò che si faceva a Roma, ad Anversa, a Caffa; che non lasciassero
colà pigliar troppo vantaggio ai Senesi, ai Genovesi, ai Veneti, ai
Lombardi. Quando uno di questi interessi era in pericolo, essi si
trovavano sempre pronti a promuovere anche una guerra lunga, costosa
e pericolosa, sottoponendo sé medesimi e la Repubblica ad ogni
sacrifizio. Ma tutto ciò importava assai poco al fabbro ferraio, al
muratore, al legnaiuolo, ad un membro qualunque delle 14 Arti minori,
le quali pure costituivano una grandissima parte della popolazione
fiorentina. Ad esse importava molto piú che in Firenze vi fossero
ricchi e splendidi signori; che s'innalzassero sontuosi palazzi, ville
e chiese monumentali; che il lusso e l'agiato vivere di quella ricca
e nobile cittadinanza, sulla quale essi vivevano, andasse sempre
crescendo. Le guerre, invece, lo frenavano; e le Arti Maggiori, a
cagione appunto dei bisogni delle guerre, che di continuo promovevano,
facevano sempre nuove leggi contro il lusso. Il popolo minuto perciò
odiava questi popolani grassi, che da esso erano stati aiutati ad
impadronirsi del governo, dal quale poi lo avevano insieme coi nobili,
escluso; che accumulavano milioni e milioni, per vivere assai spesso
in Città con una parsimonia spartana; che ogni giorno facevano nuove
leggi contro il lusso delle donne; che vietavano gli ornamenti d'oro
e d'argento; che nelle feste e nei conviti per nozze, proibivano ogni
lauta spesa; che presumevano di limitare perfino il numero e la varietà
delle vivande, e non volevano nei conviti vasellame d'oro o argento; ma
erano poi prontissimi a gettar milioni per fare la guerra ai Pisani,
al re di Napoli, ai Visconti di Milano, o anche per avere una chiesa,
un Console di piú a Caffa o a Pera. Questa diversità di umori generava
odio di parte. Né è da tacersi, che fra coloro che piú aspramente si
lamentavano delle Arti maggiori, v'erano le donne fiorentine, come
suole avvenire, nemiche della guerra ed amiche del lusso, il quale
esse non volevano ristretto da leggi, che trovavano vessatorie, ma che
sapevano eludere con indicibile scaltrezza.[365]
È ben facile intendere l'opportunità che si presentava ai Grandi di
soffiare in queste passioni, per trovar favore nel popolo minuto.
Essi non esercitavano alcuna industria, vivevano colle loro entrate,
ma facevano tutte le maggiori e piú laute spese in Firenze. Ogni
volta quindi che volevano fare un nuovo tentativo, per impadronirsi
del governo, o non perdere affatto la parte che ancora v'avevano,
s'alleavano con quel popolo minuto, che viveva, o almeno credeva di
vivere, solo alle loro spalle, e sollevavano le sue passioni contro
i popolani grassi, facendogli notare che tutte le Arti esercitavano
del pari l'industria ed il commercio, ma che una parte non piccola
di esse trovavasi esclusa da quel governo, di cui le altre facevano
monopolio a loro esclusivo profitto. Con questi mezzi i Grandi non
riuscirono certo a salvarsi, molto meno a ripigliare il potere, perché
lo spirito democratico era troppo vivo in Firenze; affrettarono invece
quelle leggi draconiane, che a piú riprese furon fatte contro di loro;
ma riuscirono a stimolare nel popolo minuto un desiderio ardente,
irresistibile di partecipare al potere, ed a destare nell'infima plebe
passioni rivoluzionarie. Cosí, nel momento stesso in cui dovettero
rinunziar per sempre a comandar nella Città, si vendicarono lasciando
dietro di loro una lunga eredità di odi, che tennero la Repubblica
divisa e ne affrettarono la rovina.
Le Arti minori, infatti, arrivarono pure un giorno ad aver parte
nel governo, ed allora non andarono mai d'accordo colle Maggiori. Si
osteggiarono continuamente nei Consigli, nei magistrati, in piazza; e
qualche volta ricorsero al pericoloso partito d'infiammare le passioni
piú sfrenate dell'infima plebe, che, come sempre, si dimostrò docile
strumento delle mire degli ambiziosi. Si scatenarono cosí quelle
passioni anarchiche, che ora portarono al tumulto dei Ciompi, ora alla
necessità di cercare un protettore alla Repubblica, e finalmente al
dominio de' Medici. Ma prima di giungere a questi estremi, corsero
due secoli di lotte, in mezzo alle quali la politica fiorentina fu
quasi costantemente diretta dai popolani grassi. Il potere piú volte
parve sfuggire dalle loro mani; ma essi sapevano ritener sempre tanta
autorità da restar costantemente padroni delle elezioni dei magistrati.
Cosí la loro volontà trionfava di nuovo, e s'impadronivano da capo del
governo. Quando invece le passioni anarchiche trionfavano per modo,
che era necessario ricorrere ad un protettore, e questi, chiamato a
difender la Repubblica, appoggiandosi agli scontenti, cercava farsi
tiranno, allora i popolani grassi sapevano riunire tutti i partiti, in
nome della libertà, e restaurar la Repubblica, che cosí poté rimanere
lungamente in vita. Non è credibile l'accortezza, l'ardire e la
costanza, con la quale essi seppero lottare, in mezzo a mille pericoli
interni ed esterni. Costretti a combattere di continuo con coloro che
volevano la pace, e chiedevano sempre maggiori libertà; circondati
da nemici esterni potentissimi, che ora volevano distruggere il loro
commercio, ora la Repubblica stessa, l'attività ed il patriottismo
loro non ebbero mai posa, non si stancarono mai. Era una lotta, una
febbre, una violenza continua, in cui la libertà sempre in pericolo
di perdersi, fu per due secoli salvata sempre, in mezzo a Municipi
che l'andavano perdendo. E come questi popolani grassi avevano saputo
creare mille istituzioni di credito, per aumentare l'industria e
moltiplicare la ricchezza, cosí fu inesauribile del pari il loro
ingegno, nell'immaginare sempre nuovi trovati e nuove istituzioni, che
prolungarono la vita della Repubblica.
Nella politica estera i diplomatici fiorentini s'acquistarono tale
e tanta reputazione d'accortezza e di prontezza, che in alcune parti
superarono perfino quella grandissima dei Veneti ambasciatori. Questi,
infatti, con una lunga tradizione di sapienza politica, seguivano
le norme costanti d'un governo forte, tranquillo, sicuro di sé. La
loro forza veniva dalla forza e dal senno d'una repubblica rispettata
e temuta, che sembrava parlare essa stessa per la bocca de' suoi
ambasciatori. Il Fiorentino aveva, invece, un'azione individuale
e diretta, che veniva dall'acume del suo ingegno, dalla conoscenza
straordinaria che aveva degli uomini, da un'attitudine maravigliosa di
tutto comprendere e tutto far comprendere. La Repubblica operava certo
in lui e per suo mezzo; ma non tanto perché parlasse per la sua bocca,
quanto perché aveva invece saputo ridestare ed affinare in lui tutte
quante le facoltà dello spirito umano, formare la sua intelligente,
indipendente personalità. Il mercante, il notaio, l'amministratore,
il diplomatico fiorentino erano cercati per tutto, ed in ogni angolo
della terra pareva che fossero a casa loro. Quindi è che si narra come
Bonifazio VIII, vedendo un giorno arrivare a lui da ogni parte del
mondo, ambasciatori che eran tutti fiorentini, egli, senza esserne
punto maravigliato, dicesse loro: — I Fiorentini sono il quinto
elemento nel mondo. —
Ed in mezzo a queste lotte politiche, a questo moto di tutte le facoltà
dello spirito umano, apparve quello splendore di arti e di lettere,
per cui il mondo si vide come illuminato dalla luce che sorgeva dalle
città italiane, ma che in nessuna rifulse cosí viva come a Firenze.
L'attività della sua industria, del suo commercio si trovava quasi per
tutto; ma anche là dove essa non arrivava, pareva che fosse pur sempre
presente il suo genio letterario ed artistico, che iniziava in Europa
la cultura dei popoli moderni.