L'industria dei piú rozzi tessuti di lana però è cosí semplice, che
non dovette tardare a risorgere in Italia, anzi non si può credere
che andasse mai perduta del tutto. Sembra che i primi progressi si
facessero imitando i piú semplici tessuti, che venivano dall'Impero
d'Oriente, dove la cultura e l'industria si mantennero assai piú
lungamente. Infatti, a questa origine accennano i nomi di quasi
tutti i primi tessuti italiani, come _Velum holosericum, Fundathum
alithinum, Vela tiria, bizantina, Crysoclava_, ecc.[340] Sebbene però
l'arte di lavorare la lana abbia un'origine assai antica, e sia nota
perfino ai popoli pastori, essa trovava in Italia gravi difficoltà
al suo progresso. E la difficoltà principale stava nella cattiva
qualità della nostra lana. Per migliorarla bisognava migliorare gli
armenti, quindi la pastorizia e l'agricoltura. Ma i municipî italiani
promossero con ogni piú gran cura l'industria; disprezzarono e spesso
anche oppressero l'agricoltura. Gli artigiani formavano la repubblica,
e la governavano; essi vinsero l'aristocrazia feudale e salirono ai
piú alti onori; ma l'agricoltore, sebbene fosse in Toscana trattato
assai meglio che altrove, rimase pur lungamente attaccato alla gleba,
e non ebbe mai i diritti di cittadinanza. Da questo solo fatto si
può immaginare il resto. Tutte le leggi, tutti i provvedimenti che
risguardano l'industria sono pieni di senno e di preveggenza; tutti
quelli che risguardano l'agricoltura sembrano dettati dal pregiudizio
o dalla gelosia. In Toscana s'aggiungeva poi, per ciò che s'attiene
alla pastorizia e quindi all'industria della lana, un paese montuoso,
in cui allignano la vite e l'ulivo, vi si produce buonissimo grano,
ma difettano i prati naturali o artificiali. Migliorare la qualità
della lana, e crescerne la produzione, era dunque una impresa difficile
assai. Onde è che i Fiorentini arrivarono subito a fare quei tessuti di
lana, che chiamavano _pignolati, schiavini, villaneschi_; ma con questi
panni, i cui nomi indicano abbastanza la loro qualità, non potevano
fare che un commercio assai ristretto, nel contado o poco lungi
dai confini della Repubblica. E quando volevano migliorarli, allora
incominciavano le gravi difficoltà. Provarsi a lavorare tessuti fini
con lana grossa, era un'impresa che non poteva metter conto per nessun
verso; far venire lana forestiera da lontani paesi, non era facile nei
tempi in cui l'industria ed il commercio erano ancora in sul nascere:
la spesa del trasporto avrebbe mangiato il guadagno. Eppure fu nel
superare tutte queste gravi difficoltà, che i Fiorentini cominciarono
a dar le prime prove del loro genio industriale.
Nella Fiandra, nell'Olanda e nel Brabante la lana era d'assai migliore
qualità, e l'arte di tesserla v'è cosí antica, che la sua origine,
come quella dei tessuti di lino nella Germania settentrionale, si
perde quasi nei tempi che si possono chiamare anti-storici. Se non
che, nonostante la buona qualità della materia prima, questi panni
erano assai grossolani, e venivano in commercio intonsi, non raffinati,
tinti con colori di pessimo gusto e poco duraturi. Pensarono allora i
mercanti fiorentini di portarli a Firenze, per raffinarli e tingerli.
Cosí nacque l'arte di _Calimala_ o _Calimara_.[341] Dalla Fiandra,
dall'Olanda e dal Brabante cominciarono a partire le balle, che
chiamavano _torselli_, di panni _franceschi_ o _oltramontani_, e
venivano a Firenze, dove erano cardati, cimati, affettati, tagliati.
Con queste prime operazioni si levava destramente quella peluria,
che li rendeva grossolani, e si ritrovava un tessuto di lana piú
fina assai che l'italiana, e cosí facilmente si poteva dare un colore
finissimo, nel quale i Fiorentini cominciarono subito a dimostrare un
gusto che superava tutti. Stirati, cilindrati e ripiegati, questi panni
ritornavano nel commercio, con ben altra forma e di ben altro valore.
Dapprima molto ricercati in Italia, andarono poi in Oriente, dove erano
cambiati con droghe, colori ed altri prodotti dell'Asia. E finalmente,
perfezionandosi sempre, arrivarono in Francia, in Inghilterra,
negli stessi mercati, donde erano la prima volta partiti, e dove si
mutavano con altri panni da raffinare. In questo modo, non solamente
si sopperiva alla mancanza della materia prima, ma il lavoro straniero
contribuiva al guadagno fiorentino. Con un numero di braccia non molto
grande, si faceva un commercio estesissimo, ed occupando la popolazione
in questi lavori di ultimo raffinamento, si spingeva innanzi l'Arte
di Calimala, la quale doveva poi, nel suo cammino, tirarsi dietro
inevitabilmente anche quella della lana.[342]
Questa infatti, spinta dall'esempio e dall'amor del guadagno, faceva
ogni opera per migliorare. Ed al suo maggiore progresso contribuirono
del pari gli sforzi dei privati e gli accorti provvedimenti della
Repubblica. V'era allora in Italia un Ordine religioso detto degli
Umiliati, la cui prima origine si dovette ad alcuni esuli lombardi,
che, nel 1014, confinati da Arrigo I nella Germania settentrionale,
v'avevano appreso l'arte quivi antichissima del tessere la lana.
Costituitisi poi in devota società, s'erano dati a vivere col lavoro
delle proprie mani, e dopo cinque anni tornarono in patria associati ed
industriosi. E cosí, mantenendosi laici, durarono sino all'anno 1140,
quando pensarono di formare un Ordine religioso, che venne piú tardi
approvato da papa Innocenzo III. I sacerdoti allora non lavorarono
piú colle proprie mani; ma amministrarono e diressero l'industria,
che venne continuata dai laici, sotto la direzione del _mercatore_, e
andò sempre perfezionandosi. Era naturale che uomini culti, i quali
avevano il loro Ordine sparso in varie province, datisi a diriger
una industria, la sapessero far progredire. Essi infatti s'andarono
acquistando tale e tanta reputazione d'abili amministratori, che noi
li troviamo impiegati a Firenze ed altrove come camarlinghi dei Comuni,
come fornitori degli eserciti in tempo di guerra. Ovunque si trasferiva
una casa del loro Ordine, ivi subito si vedeva nel paese progredire
l'arte della lana. Ed è perciò che la repubblica fiorentina, provvida
sempre quando si trattava del suo commercio e della sua industria,
invitò i frati Umiliati a portar presso Firenze una delle loro case, le
quali essa riteneva come grandi scuole industriali.
Gli Umiliati vennero adunque nel 1239, e si fermarono a poca distanza
dalla Città, nella chiesa di S. Donato a Torri, che fu loro concessa.
E gli effetti furono quali s'erano preveduti. In poco tempo essi
divennero uno dei centri principali dell'industria fiorentina, in modo
che le maestranze si dolevano della loro lontananza, e li sollecitarono
a venire ancora piú presso alle mura. Nel 1250 ottennero case e terre
nel popolo di S. Lucia sul Prato, con esenzione dalle gravezze sui
loro beni, il che i Fiorentini solevano concedere a chiunque sapeva
portare nella Città una nuova industria. Nel 1256 fondarono la chiesa
e convento di S. Caterina in Borgo Ognissanti, ove posero la loro
insegna, che era una balla di lana, legata con funi a forma di croce.
E da questo momento l'Arte della lana fece in Firenze grandissimo
progresso; i panni fiorentini cominciarono a vincere gli altri in tutti
i mercati d'Europa. Si cercò di migliorare la materia prima, se ne
raffinò moltissimo la lavorazione, e si fecero venire le lane piú fini
di Tunisi, Barberia, Spagna, Portogallo, Fiandra, e finalmente anche
dell'Inghilterra. Cosí s'apri un commercio vastissimo, e s'accumularono
tali ricchezze, che l'Arte della lana emulò e vinse perfino quella di
Calimala. Esse divennero come due grandi potenze commerciali in Europa,
e ciò che avevano una volta deliberato in Firenze, la Repubblica non
osava contrastarlo.[343]
Giovanni Villani, nella preziosa statistica, che ci ha lasciato di
Firenze nell'anno 1338, dice che le botteghe della lana erano duecento
o piú, e facevano da 70 ad 80 mila panni del valore d'un milione e
duecento mila fiorini, di cui «bene il terzo rimaneva nella terra
per ovraggio, senza il guadagno de' lanaiuoli del detto ovraggio, e
viveanne piú di trentamila persone». L'incremento dell'industria s'era
ottenuto assai piú col perfezionare la mano d'opera; che coll'aumentare
la quantità della produzione. Lo stesso Villani osserva che, trenta
anni prima, cioè nel 1308, il numero delle botteghe era maggiore,
arrivando esse fino a 300, che facevano 100,000 panni: «ma erano
piú grossi e della metà valuta, perocché allora non ci entrava e non
sapevano lavorare lana d'Inghilterra, come hanno fatto poi».[344] Cosí
è chiaro, che il primo progresso dell'arte, cominciato nel secolo XIII
per opera degli Umiliati, si compié nel XIV per l'introduzione delle
lane inglesi.
Nello stesso anno 1338 l'Arte di Calimala aveva in Firenze venti
fondachi, «che facevano venire per anno piú di dieci mila panni,
di valuta di trecento migliaia di fiorini, che tutti si vendevano
in Firenze, senza quelli che si mandavano fuori di Firenze».[345]
La perizia raggiunta da quest'Arte nel raffinare e colorire era
grandissima, massime nel dare la tinta ai panni rosati, de' quali si
faceva in Firenze larghissimo uso, perché di esso soleva formarsi il
lucco fiorentino, che doveva esser portato da chiunque entrava nel
Palazzo, a sedere nei magistrati o nei Consigli della Repubblica.
Queste due Arti s'erano poi diviso il lavoro per modo, che l'una non
invadesse il dominio dell'altra. Gli Statuti vietavano assolutamente
all'Arte di Calimala di tingere altro che panni forestieri; l'Arte
della lana aveva i suoi propri tintori, che formavano come un'altra
associazione sottoposta ad essa. E questi tintori _sodavano_, cioè
davano garanzia all'Arte della lana per 300 fiorini, somma da cui
si cavavano le penali, ogni volta che si scopriva una macchia o si
trovava un colore falso. Su di ciò gli officiali delle Arti erano
d'una severità senza pari. Tutto, come già vedemmo, veniva minutamente
esaminato, e la piú piccola magagna, sia nel colore, sia nella qualità
e nella misura della stoffa, era soggetta a pene gravissime. Queste
grandi Arti fiorentine costituivano assai spesso piú che un'industria
sola, un insieme numeroso di mestieri diversi, e ciò può dirsi
specialmente di quella della lana, che andava dal cardare la materia
prima fino al tingere e raffinare i piú costosi tessuti. E cosí, quando
l'Arte poteva essa stessa compiere ogni lavoro di cui aveva bisogno,
e i mestieri destinati ad uno scopo comune erano fra loro collegati,
essi non si potevano osteggiare col crescere i prezzi l'uno a danno
dell'altro. L'Arte della lana aveva per insegna un agnello con una
bandiera (_Agnus Dei_), e quella di Calimala, un'aquila rossa sopra un
torsello bianco, legato a piú giri.
Per tutto il secolo XIV e per buona parte del XV, queste due Arti
andarono migliorando, e mantennero il loro primato nei mercati
d'Europa. Ma si trovavano pur sempre in una condizione difficile, non
essendo mai riuscite a produrre in Italia tutta quanta la materia prima
di cui abbisognavano, né avendo le braccia necessarie a compiere tutto
il lavoro che occorreva al loro commercio. Diffondere l'industria nei
vicini paesi, nelle sottoposte città, era cosa che le idee economiche
e politiche del Medio Evo non consentivano. L'industria era allora la
maggior forza e potenza sociale dei Comuni, e quindi ognuno di essi
voleva mantenerla tutta a proprio vantaggio, e gli Statuti avevano
mille prescrizioni dettate da questa cieca gelosia. Per tali ragioni
i Fiorentini, seguendo il sistema di fare essi i lavori piú fini
e lucrosi, avevano aperto fabbriche pei lavori piú grossolani e di
preparazione, là dove si trovavano le migliori lane, in Olanda, cioè,
nel Brabante, nella Francia e nell'Inghilterra. Ed anche in queste
fabbriche avevano cura, che la parte piú intelligente e lucrosa del
lavoro fosse condotta sempre da braccia fiorentine. Nelle loro cronache
troviamo, che essi tenevano allora sugli stranieri quel linguaggio
medesimo, che gli stranieri tengono oggi su di noi: deridevano
l'inerzia e la dappocaggine dei settentrionali, che in propria casa
si lasciavano strappar di mano il guadagno. Ma un tale stato di cose
non poteva durare a lungo. Fino da tempi assai antichi i Fiamminghi
s'erano dimostrati sempre uomini industriosi; i Francesi e gl'Inglesi,
ben presto non furon da meno. A poco a poco essi aprirono gli occhi,
ed i Fiorentini videro sorgere all'estero, accanto alle loro, nuove
fabbriche, che cominciavano ad emularli, e si dovettero accorgere, che,
contro ogni loro desiderio, avevano diffusa fra gli stranieri l'arte
di cui volevano far monopolio. Né ciò era tutto. Una volta scaltriti,
gli stranieri cercarono d'impedire l'estrazione delle loro lane, dei
loro panni _intonsi_, o sia non ancora raffinati; e cosí, sin dalla
fine del XV secolo, cominciò a fare Arrigo VII d'Inghilterra. Allora
fu inevitabile la decadenza delle Arti della Lana e di Calimala in
Firenze. Fortunatamente però, prima che ciò avvenisse, già l'industria
della seta aveva preso nel commercio fiorentino quella importanza che
le altre due andavano perdendo.
Ognuno conosce come il lavoro della seta, antichissimo in Oriente,
sia cominciato assai tardi in Occidente. I Romani ricevevano dalla
Persia, dall'India e dalla China alcuni drappi di seta, che pagavano
a carissimo prezzo; conoscevano alcuni bruchi, col bozzolo de' quali
facevano tessuti molto pregiati; ma il baco da seta restò ignoto
in Italia fino al Medio Evo assai inoltrato, e la storia della sua
introduzione in Occidente, non è sicuramente nota in tutti quanti i
suoi particolari. Si racconta che, nel sesto secolo dell'era volgare,
due monaci persiani riuscirono ad introdurre il seme dei bachi da seta
nell'interno dei loro bastoni, e, viaggiando, poterono, cosí custodito,
portarlo infino a Costantinopoli, dove insegnarono l'arte d'allevare i
bachi. In tal modo sarebbe cominciato, la prima volta, a diffondersi
nelle province dell'Impero bizantino l'industria della seta, che gli
Arabi, i Musulmani diffusero poi nella Grecia ed in Sicilia. Quando
Ruggiero II, conte di Sicilia, conquistò le isole dell'Arcipelago, e,
tornando a Palermo, vi portò numerosi prigionieri (1147-48), questi
fecero assai progredire quell'industria nell'isola. Di là passò
facilmente in Lombardia ed in Toscana; ma prima si fermò e perfezionò
a Lucca, essendo i Fiorentini tutti ancora dediti ai ricchi guadagni
della lana. I Consoli dell'Arte della seta o di Por S. Maria, come la
chiamavano a Firenze dal luogo ove risiedeva, trovansi insieme cogli
altri menzionati nei trattati; ma se anche quest'arte è molto antica,
certo è che cominciò a fiorire assai piú tardi. È notevole che Giovanni
Villani, il quale, all'anno 1338, ci dà un ragguaglio minutissimo
dell'industria e del commercio fiorentino, non accenni punto all'Arte
della seta, il che farebbe credere, che in quel tempo non avesse ancora
molto progredito.[346]
Noi sappiamo che, quando Uguccione della Faggiola assediò e prese Lucca
(1314), i profughi di questa città diffusero in Lombardia, nel Veneto,
in Toscana i perfezionamenti della seta, ed a Firenze la trovarono cosí
poco avanzata, che da parecchi cronisti i Lucchesi furono tenuti come
quelli che primi ve la introdussero. Tuttavia per molti anni ancora
l'industria si continuò ad esercitare, facendo venire dall'Oriente la
materia prima. Ma quando l'Arte della lana cominciò inevitabilmente
a decadere, allora tutto l'ardore di Firenze si rivolse alla seta,
e i progressi furono rapidissimi. Nei primi anni del secolo XV, Gino
Capponi, quel medesimo che era commissario all'assedio di Pisa, insegnò
ai Fiorentini l'arte di filar l'oro, che essi avevano sino a quel
tempo fatto venire da Colonia o Cipro, per tesserlo colla seta. E cosí
cominciarono quei finissimi broccati d'oro e d'argento, nei quali,
gareggiando l'industria col genio artistico, i Fiorentini furon subito
senza rivali. I mercati, donde erano cacciati i pannilani, vennero
subito riconquistati dai drappi di seta e dai broccati. Nella seconda
metà del secolo XV troviamo, infatti, che Benedetto Dei, mercante
della compagnia dei Bardi, scriveva ai Veneziani una lettera, nella
quale, lodando le glorie e la grandezza del commercio fiorentino,
diceva: «Noi abbiamo due Arti piú degne e piú magne, che non ha la
vostra città di Vinegia, per ognun quattro». E continuava presso a poco
cosí: «I nostri panni di lana vanno a Roma, a Napoli, in Sicilia, in
Morea, Costantinopoli, Bursia, Pera, Gallipoli, Scio, Rodi, Salonicco.
Dappoi di seta e broccati d'oro ne facciamo piú che Vinegia, Genova e
Lucca insieme, e lo vedete a Lione, Brugia, Londra, Anversa, Avignone,
Provenza, Ginevra, Marsiglia, dove sono case, banchi e fondachi».[347]
Da questa lunga enumerazione di città si vede chiarissimo, come, al
tempo del Dei, i panni di lana, padroni ancora dell'Oriente, erano
stati cacciati dai mercati principali dell'Occidente, dove era
già entrata la seta; e cosí le due Arti si dividevano fra loro il
commercio, una nell'Oriente, l'altra nell'Occidente. V'erano allora in
Firenze, secondo il medesimo Dei, 83 botteghe che facevano i drappi di
seta, oro e argento, che chiamavano damaschini, velluti, rasi, taffetà,
maremmati, ed erano tessuti con seta, la quale in gran parte continuava
ancora a venire dall'Oriente, sopra le galee fiorentine.[348] Questa
industria è una di quelle che piú lungamente si mantennero vive in
Firenze ed in Italia, dove anche oggi la seta rappresenta uno dei
nostri piú ricchi prodotti. Se non che, allora il guadagno maggiore
veniva dal lavoro, ed oggi invece assai spesso mandiamo fuori la
materia prima, per ripagarla a mille doppi, quando torna lavorata dalla
mano straniera. Allora ci venivano di fuori la lana e la seta, e si
mandavano panni e broccati italiani; oggi mandiamo invece non piccola
parte della nostra seta a Lione, per riceverne le stoffe. E cosí altre
non poche delle nostre materie prime, che potremmo e dovremmo noi
stessi lavorare, vanno nelle officine straniere.