IL COMMERCIO E LA POLITICA DELLE ARTI MAGGIORI IN FIRENZE[337]

I

La fine del secolo XIII segna il principio d'un'era nuova nella

storia dell'Italia e dell'Europa. Da Carlo Magno in poi v'era stato

nell'Europa settentrionale un periodo di disordine politico, ma

d'una cultura letteraria, che, poco studiata in passato, è stata oggi

messa in grandissima luce dagli eruditi. La letteratura provenzale e

cavalleresca; quei poemi che si dividono nei cicli di Carlo Magno e

d'Arturo; i Nibelungen; le mille canzoni; le splendide cattedrali, che

si trovano da un lato e l'altro del Reno, e costituiscono un'arte mille

volte imitata, non mai superata; tutto ciò fu l'effetto d'una prima e

grande cultura nel Medio Evo, alla quale l'Italia, per molto tempo, non

partecipò. Nel settentrione d'Europa i vinti ed i vincitori s'erano

piú facilmente mescolati fra di loro, e cosí vi poteron sorgere piú

presto una letteratura ed un'arte nazionale. In Italia, invece, i vinti

furono oppressi, ma non si confusero mai del tutto coi vincitori. Essi

anzi, a poco a poco, cominciarono a risorgere ed a resistere. La prima

storia dei Comuni è la conseguenza di questa lotta; laonde, nel tempo

in cui la Francia cantava le sue canzoni ed i suoi poemi cavallereschi,

l'Italia pensava solo a gettar le basi delle sue istituzioni politiche

e della sua libertà.

Col principio del secolo XIV la scena si muta totalmente. Quelle

letterature sono come colpite da subita decadenza, la fantasia e

l'immaginazione settentrionale sembrano a un tratto inaridirsi.

Comincia anche colà un lungo, lento e penoso lavoro per ordinarsi

politicamente. Ed in questo momento, invece, essendo già costituiti i

municipî italiani, sorge fra noi la letteratura nazionale, che, colla

sua splendida luce, fa scomparire dall'orizzonte, e per molti secoli

rende invisibili e dimenticate le altre letterature, che l'avevano

preceduta. Ed è questo appunto il tempo in cui Firenze, che diviene

il centro e la sede principale della nuova cultura italiana, trovasi

governata dalle Arti Maggiori. L'Impero sembra abbandonare le sue

pretensioni sull'Italia; il Papato, combattuto e indebolito, non osa

piú comandare la società laica col medesimo ardire d'una volta; le

lotte fra i vincitori ed i vinti son cessate, perché ogni differenza

tra sangue germanico e sangue latino è del tutto scomparsa, ed in

Italia non vi sono ora che Italiani.

Nel seno del Comune fiorentino, la lunga lotta della democrazia contro

l'aristocrazia feudale, è vicina a cessare col trionfo della prima,

e la Repubblica si può già chiamare una repubblica di mercanti, la

quale in poco tempo, col suo commercio, accumula tesori che sembrano

favolosi. Tutto parrebbe annunziare un'era novella di pace, di

concordia e di prosperità. Ma invece, se noi gettiamo uno sguardo

all'avvenire, vediamo che le discordie civili continuano ancora

fieramente a lacerar la Repubblica; vediamo che, fra lo splendore delle

Arti e d'un commercio fiorente, le istituzioni politiche decadono, e si

cammina quasi fatalmente alla perdita della libertà. Per qual ragione,

adunque, un municipio che, sorto nel principio del secolo XII, in mezzo

a tante difficoltà, ha saputo continuamente progredire, comincia ora,

fra tanta prosperità, a decadere? Per qual ragione le guerre civili

durano ancora, quando sembra cessato ogni pretesto di discordia, con

la vittoria del partito popolare, che ora ha in mano il governo? Noi

troveremo la soluzione di questo problema, esaminando un poco piú da

vicino le nuove condizioni della società fiorentina, specialmente le

Arti maggiori e minori, che ne formano il nucleo e la forza principale.

Le Arti, costituite in associazioni, dopo avere piú volte variato di

numero, furono in Firenze ventuna, sette maggiori e quattordici minori,

sebbene spesso le dividessero ancora in dodici maggiori e nove minori.

In ogni modo le prime ed assai piú importanti erano le seguenti:

1. dei Giudici e Notai,

2. di Calimala o dei panni forestieri,

3. della Lana,

4. della Seta o di porta S. Maria,

5. dei Cambiatori,

6. dei Medici e Speziali,

7. dei Pellicciai e Vaiai.

La prima di esse, come ognun vede, è propriamente fuori dell'industria

e del commercio, avvicinandosi assai piú alle professioni liberali.

Pure è bene osservare, che i giudici ed i notai contribuivano allora

moltissimo al progresso delle Arti, nelle quali venivano continuamente

adoperati. Erano essi che, insieme coi Consoli, sedevano nella

Corte o tribunale di ciascuna delle Arti, e decidevano tutte le liti

commerciali che si presentavano; componevano i dissensi; pronunziavano

o proponevano le pene. I notai poi erano piú specialmente destinati

all'importante ufficio d'apparecchiare i nuovi Statuti ed a riformarli

di continuo; essi ne sorvegliavano la esecuzione, stendevano i

contratti, e nei maggiori e minori Consigli delle Arti, pigliavano

spesso la parola in nome dei Consoli. I buoni giudici e buoni notai

erano molto ricercati in Italia, e riccamente pagati, come un mezzo

necessario di prosperità. Essi quindi divennero un'Arte delle piú

autorevoli in Firenze, i cui notai avevano reputazione d'essere i piú

abili nel mondo. Goro Dati, nella sua _Storia di Firenze_, dice di

quest'Arte, che essa «ha un Proconsolo sopra i suoi Consoli, e reggesi

con grande autorità, e puossi dire essere il ceppo di tutta la notaria,

che si esercita per tutta la Cristianità, e, indi sono stati i gran

maestri, autori e componitori di essa. La fonte dei dottori delle leggi

è Bologna, e la fonte dei dottori della notaria è Firenze».[338] Nelle

pubbliche funzioni il Proconsolo andava innanzi a tutti i Consoli, e

veniva subito dopo il supremo magistrato della Repubblica. Capo dei

giudici e notai, egli aveva come un'autorità giuridica su tutte le

Arti.

Le quattro altre che seguono, cioè di Calimala, della Lana, della

Seta e del Cambio, son quelle che avevano in mano la piú gran parte

dell'industria e del commercio fiorentino. Esse erano molto antiche.

L'Ammirato osserva che dei Consoli delle Arti è fatta menzione in un

diploma del 1204, ma ne parlano anche documenti assai anteriori. Le

Arti però, sebbene antichissime, ebbero un lungo periodo di lenta

formazione, e vennero in fiore molto piú tardi, ciascuna in tempo

diverso. Piú antiche e prime a progredire furon quelle di Calimala e

della Lana, che si potrebbero quasi ritenere come un'industria sola,

perché ambedue lavoravano panni di lana, e ne facevano largo commercio.

Questo traffico però era fatto in modo affatto speciale da ciascuna

di esse, ed acquistarono perciò tale e tanta importanza propria, che

restarono sempre divise in due Arti separate.

Sino dai primi tempi del Medio Evo, gl'Italiani avevano avuto

costumi e vivere piú delicato, e civile dei barbari, industrie assai

piú avanzate. Un cronista citato dal Muratori, racconta che Carlo

Magno, venuto in Italia, volle un giorno andare a caccia, e mandò a

chiamare improvvisamente i suoi cortigiani, che si trovavano a Pavia.

Ivi già i Veneti avevano cominciato a portare i preziosi prodotti

dell'Oriente, e però i cortigiani poterono presentarsi all'Imperatore

vestiti in grandissima gala. Andati a caccia, le penne e le stoffe

preziose dei cortigiani furono dalla pioggia e dalle spine interamente

sciupate; ma l'abito dell'Imperatore, ch'era d'una semplice pelle di

capretto, rimase intatto. Laonde egli, rivolto ai suoi cortigiani,

quasi deridendoli, disse: a quale scopo gettate voi cosí inutilmente

il danaro, quando avete le pelli, che sono l'abito piú conveniente,

piú resistente e meno costoso?[339] Si può certamente dubitare

dell'autenticità storica di questo fatto; ma la narrazione del cronista

proverebbe in ogni modo due cose: che nel secolo IX, cioè, l'uso di

vestir pelli di capretto o agnello era cosí generale, che si poteva

supporre non le sdegnasse un imperatore; e che, sebbene le industrie

italiane fossero allora assai povere, pure già stoffe di lusso venivano

dall'Oriente, per mezzo dei Veneti.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 46 / 55 题