I PARTITI, LA COSTITUZIONE DEL PRIMO POPOLO E DELLE ARTI MAGGIORI IN
FIRENZE[234]
I
Dopo che l'ufficio del Podestà era stato nel 1207 stabilmente
costituito, l'aristocrazia, che piú di tutti lo aveva desiderato e
promosso, crebbe di ardire, s'ordinò sotto di esso militarmente, e
prese parte sempre maggiore a tutte le guerre esterne. Le cose pareva
che dovessero perciò procedere con rapida fortuna, quando invece nel
1215 il fatto del Buondelmonti fece scoppiare la guerra civile. Per
pacificare i mali umori, che già serpeggiavano fra alcuni dei nobili,
specialmente fra i Buondelmonti da una parte, gli Uberti e i Fifanti
dall'altra, con molti aderenti di qua e di là, s'era concluso un
matrimonio fra Buondelmonte Buondelmonti ed una giovane degli Amidei.
Ma quando tutto era fissato, la moglie di Forese Donati, chiamò il
Buondelmonti, e gli disse: «Oh! cavaliere vituperato, che prendi in
moglie una donna degli Uberti e dei Fifanti, meglio faresti e piú
saresti onorato, se togliessi questa». Ed in cosí dire gli mostrò la
propria figliuola, che il Buondelmonti accettò e sposò ben presto,
abbandonando l'Amidei. I parenti e gli amici della giovane tradita
s'unirono in casa Amidei, ove giurarono di vendicare l'ingiuria.
Fu allora che Mosca Lamberti, rivolgendosi a chi doveva eseguir la
vendetta, disse: «Chi batte o ferisce solamente, s'apparecchi la
sepoltura». E poi a significare che bisognava farla finita, aggiunse le
memorabili parole: «Cosa fatta, capo ha». E si venne al sangue.
Il giorno di Pasqua, del 1215, Buondelmonte Buondelmonti, che era
bellissimo giovane, venendo d'Oltrarno, sopra un bianco cavallo,
elegantemente vestito, con una ghirlanda in testa, passò il Ponte
Vecchio, e appena che giunse ivi ai piedi della statua di Marte,
fu aggredito. Schiatta degli Uberti, con un colpo di mazza lo gettò
a terra, gli altri congiurati gli corsero subito addosso, e con un
coltello gli segarono le vene. Allora il cadavere fu messo nella bara,
e con la sposa che gli teneva il capo, vennero portati in giro per
la Città, ad eccitare nuovi odî, nuove vendette.[235] E cosí ebbe
origine una serie di guerre intestine, con le quali molti cronisti
fanno cominciare in Firenze la divisione dei Guelfi e dei Ghibellini.
Ma nessuno storico moderno vorrà dare cosí grande importanza ad un
fatto d'indole privata, e credere che la mancata promessa alla giovane
Amidei, fosse la vera causa di due partiti, i quali già dal 1177 noi
abbiamo visto insanguinare piú volte la Città. Lo stesso Villani,
che pure al fatto del Buondelmonti attribuisce l'origine dei Guelfi e
dei Ghibellini, aggiunge: «Con tuttoché dinanzi assai erano le sette
tra nobili cittadini e le dette parti, per cagione delle brighe e
questioni dalla Chiesa allo 'mperio».[236] Il fatto del Buondelmonti
venne di certo, con gli odî privati, ad infiammare sempre piú le
passioni politiche di due partiti, che già esistevano, ma che a
tempo di Federico II acquistarono una importanza politica assai piú
generale, connettendosi con tutta quanta la storia d'Italia, e solo
allora presero in Firenze il nome tedesco di Guelfi e di Ghibellini.
Ed è da notarsi, che appunto nel luglio del 1215, Federico II entrò
solennemente in Aix-la-Chapelle, e prese la corona di Re di Germania,
il che non è senza importanza, per la storia dei partiti in Italia.
Tutto ciò può spiegar facilmente perché i cronisti attribuissero al
fatto del Buondelmonte, seguíto in quello stesso anno, l'origine dei
Guelfi e dei Ghibellini. Ma i nomi, non i partiti cominciarono allora.
Il Villani, nella sua cronica, (V. 39) ci dà ora la lista delle
principali famiglie ghibelline e guelfe, dalla quale si cava già che
quelle di piú antica nobiltà erano quasi sempre ghibelline, mentre
che tra i Guelfi v'erano molti «non di grande antichità», ma che pure
«già cominciavano a divenire possenti». Piú tardi, quando i Ghibellini
saranno distrutti, i nobili guelfi formeranno il partito del popolo
grasso. Per ora essi sono nobili avversi agli Uberti, e cominciano
perciò ad avvicinarsi alle famiglie dei nuovi ricchi, ed anche al
popolo, parteggiando per la Chiesa. Fortunatamente, in questo medesimo
tempo, papa Innocenzo III iniziava una Crociata, e molti dei potenti
fiorentini andarono in Oriente, a portare in servizio d'una causa piú
nobile, il loro ardore bellicoso. Nella presa di Damiata infatti si
fecero grande onore, e Bonaguisa dei Bonaguisi fu primo a salir sulle
mura, piantandovi, insieme con la bandiera cristiana, quella della
Repubblica. Fino ai tempi di Giovanni Villani si conservava e teneva in
grandissimo onore questa bandiera.
Nel 1218 si ricominciò la guerra nel contado, e fino al '20 si
conquistarono altre terre e castelli, facendo giurare fedeltà a tutti
quelli che venivano sottomessi. Ma poi si venne subito ad una guerra
assai piú grossa coi Pisani. La gelosia fra queste due repubbliche
rivali andava sempre crescendo, gareggiando esse già da un pezzo
fra loro, per avere l'assoluto predominio commerciale in Toscana.
L'una era padrona del mare, l'altra comandava sul continente, e però
l'una aveva bisogno dell'altra. Facevano quindi sempre accordi e
trattati, ma erano pur sempre in continua gelosia. Firenze si manteneva
costantemente amica della Chiesa; Pisa, invece, dell'Impero. Ma le cose
erano a poco a poco giunte a tale, che la piú piccola occasione poteva
bastare a promuover la guerra, anzi a cominciare una serie di guerre
interminabili, che dovevano dar nuovo carattere ai partiti in Toscana.
Infatti, il primo pretesto alla guerra, quale almeno lo narra il
Villani (VI. 2), è cosí futile da sembrare assolutamente ridicolo. Alla
incoronazione dell'imperatore Federico II in Roma (1220), assistevano,
secondo il cronista, molti ambasciatori, e fra gli altri quelli di Pisa
e di Firenze, che da un pezzo si guardavano in cagnesco. Avvenne che
uno degli ambasciatori fiorentini, andato a convito da un cardinale,
gli chiese in dono un bellissimo canino, che il cardinale promise. Il
giorno di poi questi invitò i Pisani, uno dei quali chiese lo stesso
canino, che il cardinale promise del pari. Il Fiorentino però mandava
prima del Pisano a prenderlo, e l'ebbe. Da ciò nacquero ire e ferite,
non solo tra gli ambasciatori e tra i loro seguaci; ma anche tra i
Pisani e i Fiorentini che si trovavano a Roma. È difficile dare a
questo racconto un valore storico: esso vale però a dimostrare che
gli animi erano allora concitati in modo, che ogni occasione bastava
per far venire alle mani. Il fatto vero è, come si ritrae anche dal
Sanzanome, che Fiorentini e Pisani s'azzuffarono tra loro in Roma. I
Pisani furono primi ad assalire, ma ebbero poi la peggio. Giunta a Pisa
la notizia della contesa, vi destò grandissimo sdegno: si voleva una
pronta riparazione, e furono perciò sequestrate colà le mercatanzie dei
Fiorentini. Questi pare che allora facessero di tutto per evitare un
conflitto, ma invano. Gli apparecchi continuarono un pezzo da una parte
e dall'altra, fino a che, nel 1222, essendo scoppiata la guerra tra i
Lucchesi ed i Pisani, i Fiorentini presero la occasione, per assalire
i secondi presso Castel del Bosco, e li disfecero, facendo, secondo i
cronisti, 1,300 prigionieri. Seguirono poi altri assalti e conquiste di
piccoli castelli fino al 1228, quando vediamo i Fiorentini in guerra
piú grossa coi Pistoiesi, che dovettero con essi venire a patti. In
questo anno si trova per la prima volta, nelle guerre dei Fiorentini
menzionato il carroccio.[237] Iniziato già da piú tempo a Milano, era
stato a poco a poco, con leggiere modificazioni, adottato dalle altre
città italiane, quando le guerre e gli eserciti ingrossando, avevano
sentito il bisogno d'un centro intorno a cui far testa. Tirato da buoi
coperti di scarlatto, portava due grosse antenne dalle quali sventolava
il grande stendardo, bianco e rosso, della Repubblica. Seguiva, sopra
un altro piccolo carro, una campana detta la Martinella, la quale
serviva a dare ordini militari. Qualche tempo prima che si dichiarasse
la guerra, la Martinella veniva attaccata alla porta della chiesa
di S. Maria in Mercato Nuovo, e colà sonando, avvisava i cittadini
ed i nemici che si tenessero pronti alle armi. Intorno al carroccio
stavano a guardia i piú valorosi cittadini; la sua resa era tenuta come
l'ultima disfatta ed umiliazione dell'esercito.
Si cominciò ancora una lunga e sanguinosa guerra coi Senesi, che fu
continuata quasi ogni anno dal 1227 sino al 1235. I Senesi soffrirono
gravissimi danni, ma presero Montepulciano, di cui disfecero le mura e
le torri, e danneggiarono Montalcino, che era in lega coi Fiorentini.
Questi però, non solamente guastarono molte volte il contado senese,
e fecero numero grande di prigionieri; ma posero l'assedio alla
stessa città nemica, e, sebbene non potessero pigliarla, pure vi
si avvicinarono tanto da manganarvi dentro degli asini, in segno di
disprezzo. Finalmente, per la mediazione del Papa, si concluse la pace,
che fu fatta a grande vantaggio dei Fiorentini. I Senesi dovettero
pagare grossa somma di danaro, per far ricostruire le mura e le
torri di Montepulciano, terra che non dovevano piú disturbare, e si
obbligarono anche a rifornire il castello di Montalcino, a richiesta
dei Fiorentini, che restarono padroni di Poggibonsi.