VI

Certo dal 1196 al 1199 c'era stato un ritorno ai Consoli.[200] Ma

in questo tempo seguí anche un fatto assai importante, che mutò

profondamente la politica generale di tutta la Toscana, e sul quale

perciò dobbiamo ora fermarci. Il 27 settembre 1197 moriva l'imperatore

Arrigo VI, e questa morte portò prima l'abbandono, poi la totale caduta

di quel sistema imperiale, con tanta cura e persistenza iniziato da

Federico I nell'Italia centrale. I Samminiatesi distrussero la rocca,

che era in mano dei Tedeschi; poi le mura di S. Genesio.[201] I

Fiorentini ripresero per denaro Montegrossoli, che era stato rioccupato

e fortificato da nobili, che davano noia continua.[202] E dopo di ciò

Firenze si pose ad un'assai maggiore impresa, iniziando una lega delle

città toscane contro l'Impero. Essa fu conclusa il dí 11 novembre 1197,

a S. Genesio, dove giurarono primi i Lucchesi, poi i Fiorentini, i

Senesi, i Samminiatesi, il vescovo di Volterra, presenti, per maggiore

solennità, due cardinali di Santa Chiesa. I patti principali erano:

alleanza a comune difesa contro chiunque attaccasse la Lega; non far

pace o tregua _cum aliquo Imperatore vel Rege seu Principe, Duce vel

Marchione_, senza il consenso dei Rettori della Lega stessa; muover

guerra contro le città, conti, vescovi o borghi, che, invitati ad

entrarvi, si ricusassero.[203] Ma dove era il pericolo imminente?

Perché questa alleanza contro l'Impero, ora appunto che esso piú non

minacciava? Uno dei patti ci spiega, meglio d'ogni altro, lo scopo

vero cui si mirava. I castelli, i borghi, le piccole terre, cosí esso

diceva, possono essere ammessi solo come dipendenti da coloro, che sono

legittimi possessori del territorio in cui queste terre o castelli si

trovano. Unica eccezione era fatta per Poggibonsi,[204] perché di esso

molti si disputavano il dominio. Montepulciano sarebbe stato ammesso

come dipendente da Siena, appena che questa fosse riuscita a provare il

suo diritto di dominio su di esso.

Da tutto ciò adunque par chiaro che, in sostanza, quello che veramente

si voleva era: profittare della morte dell'Imperatore, per assicurare

alle città il pieno dominio dei propri territori. A questo fine

occorreva essere in Toscana uniti, e però si voleva che la Lega fosse,

per quanto era possibile, obbligatoria. Gli atti posteriori di essa non

lasciano alcun dubbio sul vero suo fine; provano anzi assai ampiamente

che Firenze l'aveva promossa, perché tutta Toscana l'aiutasse ora

ad impadronirsi subito del suo contado. Se però la Lega era contro

l'Impero, non per questo essa era a difesa del Papa, delle cui pretese,

come erede di Matilde, non teneva anzi conto nessuno. Si dichiarava,

è vero, di non riconoscere imperatore, re, duca o margravio, senza

l'approvazione della Romana Chiesa; ma si aggiungeva che se il Papa

voleva entrare nella Lega, doveva accettarne i patti, altrimenti ne

sarebbe restato fuori. Se chiedeva aiuto, per riconquistare le proprie

terre, si doveva far solo ciò che i Rettori della Lega avrebbero

ordinato. Non si sarebbe però, in nessun caso, tenuti ad aiutarlo, se

le terre da lui richieste fossero già tenute in possesso di qualcuno

dei Comuni o città alleate. Piú chiaro non si poteva parlare. E però

quando ai primi del 1198 fu eletto papa Innocenzo III, questi, sebbene

avverso all'Impero, e fautore dello spirito nazionale in Italia, si

dimostrò, come vedremo, assai scontento di un tal modo di procedere.

Il 4 dicembre 1197, a Castel Fiorentino, giurarono i Rettori della

Lega, fra cui primi il vescovo di Volterra ed il Console fiorentino

Acerbo, che ne fu il capo effettivo, sebbene il titolo venisse dato

al Vescovo, a cagione della sua ecclesiastica dignità. Pisa e Pistoia

per ora ne restarono fuori; ma ad esse, come ad altre città toscane,

era serbato libero l'aderire, cosa che Arezzo aveva già fatto il 2

dicembre.[205] Il 5 febbraio 1198 giurò il conte Guido, ed il 7 giurò

il conte Alberto. I Fiorentini però espressamente dichiaravano nel

secondo di questi due trattati, che essi si serbavano liberi d'assalire

Semifonte, e di sottoporre anche colla forza Certaldo e Mangona, terre

degli Alberti.[206] E cosí continuarono a procurare una quantità di

altre adesioni alla Lega, con atti che erano piuttosto di sottomissione

a Firenze.

Fu questo il momento in cui papa Innocenzo, da poco eletto, nel mese

stesso di febbraio in cui fu consacrato, scriveva ai due cardinali

stati presenti alla Lega, che in molte cose essa _nec utilitatem

contineat, nec sapiat honestatem_, non essendosi tenuto conto alcuno

che il Ducato di Toscana apparteneva alla Chiesa, _ad ius et dominium

Ecclesiae Romanae pertineat_. Egli intendeva perciò far valere i

suoi diritti. Se i collegati a lui si sottomettevano, avrebbe colla

minaccia d'interdetto obbligato anche i Pisani ad unirsi a loro,

contro l'Impero; altrimenti li avrebbe lasciati liberi di fare quel

che volevano.[207] Non gli fu però dato ascolto, e gli convenne fare

di necessità virtú, moderando non poco il suo linguaggio.[208] Pare

nondimeno che alcune concessioni di forma gli fossero fatte (sebbene

non sappiamo quali), perché, scrivendo poi ai Pisani, si dimostrava piú

contento, e li spingeva ad entrare nella Lega. Certo è però che essi

ne restarono sempre fuori, e che se egli, fatto accorto dagli eventi,

si dichiarò piú tardi fautore energico degl'interessi nazionali,

e promotore della Lega contro l'Impero, poté cosí riuscir solo ad

aumentare la sua autorità morale e politica, non a guadagnare un sol

palmo di terra, né a far valere alcuno de' suoi pretesi diritti sulla

Toscana.

Chi ogni giorno ne cavava invece vantaggio erano i Fiorentini. Il 10

aprile 1198 Figline entrava nella Lega, sottomettendosi a Firenze,

pagando anche un annuo tributo;[209] ed il dí 11 maggio Certaldo faceva

lo stesso.[210] La Repubblica continuava a procedere non solo con

energia, ma con grande accortezza per la via intrapresa. Lasciava che i

nobili pigliassero sempre maggior parte al governo, perché cooperassero

di buona voglia al compimento della deliberata impresa. Quel conte

Arrigo da Capraia, che nel 1193 trovammo fra i Consiglieri del podestà

Caponsacchi, lo troviamo ora, nel 1199, addirittura fra i Consoli.[211]

Nell'anno 1200 si eleggeva finalmente a Podestà uno straniero,[212]

Paganello Porcari da Lucca, cosa a cui, come già notammo, da un pezzo

miravano i nobili. Ed egli venne confermato nel 1201, perché condusse

la guerra con energia e valore. Infatti, nel febbraio del 1201, il

conte Alberto giurò di cedere ai Fiorentini il poggio di Semifonte col

castello e le mura; di aiutarli, ogni volta che fosse necessario, ad

impadronirsi di Colle, Certaldo, Semifonte.[213] Il vescovo di Volterra

giurò anche esso di aiutarli nelle medesime guerre.[214] E tutto ciò si

faceva come se fosse conseguenza e parte degli obblighi della Lega, il

che incominciava naturalmente a stancare ed insospettire gli alleati,

che si vedevano ridotti cosí a fare il solo interesse di Firenze. La

quale, non curandosi d'altro, era pronta a cominciare la guerra contro

Semifonte, a ciò essendosi andata spianando la via con tutti questi

trattati.

Da un pezzo essa meditava la presa di quel castello, la cui strategica

posizione e la facilità grande che esso aveva di ricevere aiuti da

tutti i vicini, lo rendevano come un pruno negli occhi della ormai

superba Repubblica, deliberata perciò a disfarsene. Il conte Alberto,

sebbene si fosse nel 1184 obbligato a non farlo, come due anni prima

s'erano obbligati i Pognesi, aveva, non ostante, poco dopo, costruito

sul colle di Petrognano il castello di Semifonte, profittando della

venuta di Federico I, e della posizione assai difficile in cui si

erano allora trovati i Fiorentini, che mai non glielo perdonarono.

Egli aveva in quell'occasione assunto anche il titolo di _Comes de

Summofonte_. Presso il castello s'andò subito formando un borgo, che

crebbe rapidamente, perché v'accorrevano molti dalle vicine terre, che

Firenze andava via via sottoponendo e tassando. E già si ripeteva nel

contado:

Firenze, fatti in là.

Che Semifonte si fa città.

Per queste ragioni la Repubblica aveva insistentemente cercato

assicurarsi dei vicini, con i molti trattati già ricordati, e con

altri ancora, condotti a termine dal suo operoso Podestà. Rimaneva

però sempre Siena, che poteva dar valido aiuto al nemico, il quale

si dimostrava già pronto alla difesa. E però il 29 marzo del 1201 i

Fiorentini conchiusero con essa un'alleanza, promettendo d'aiutarla

contro Montalcino, che aveva di fronte a Siena la stessa minacciosa

posizione di Semifonte contro la loro Città.[215] Anche Colle fu

obbligato a giurare di non dare aiuto ai Semifontesi.[216] Finalmente

la guerra incominciò.

Il cronista Sanzanome, che vi si trovò presente, la fa, con la sua

solita esagerazione, durare cinque anni, forse tenendo conto di tutte

le precedenti scaramucce.[217] Certo però la lotta fu dura, perché,

non ostante i trattati, Semifonte venne d'ogni parte aiutata, essendo

la gelosia contro Firenze assai cresciuta. Oltre di che, la forte

posizione di quel castello e la condotta del suo valoroso podestà

Scoto, fecero sí che potesse resistere con molto vigore all'esercito

che d'ogni parte lo circondava, tanto che i Fiorentini, non fidando

nella sola forza, ricorsero anche al tradimento. Un tal Gonella, che

s'era colà dalle vicine terre rifugiato con altri compagni, aveva

insieme con essi avuto la guardia della torre detta di Bagnuolo, di cui

si valse invece per tradire la terra al nemico. Quando furono però a

compiere il tradimento, trovarono tale resistenza nei terrazzani che

vi lasciarono la vita. L'effetto, non ostante, s'ottenne lo stesso,

perché, poco dopo, Semifonte dovette arrendersi. E se di ciò non fu

causa unica il tradimento, come credé il Villani (V, 30), dovette

pure avervi non poco contribuito. Il 20 febbraio 1202, infatti, i

Consoli, che allora erano tornati in ufficio a Firenze, esentarono in

perpetuo da ogni gravezza i discendenti del Gonella e de' suoi compagni

morti per la Repubblica,[218] ed il 3 dell'aprile seguente furono

sottoscritti e giurati i patti della resa. I Fiorentini promettevano

perdono, protezione e restituzione dei prigionieri ai Semifontesi, i

quali però dovettero distruggere la torre e le mura; discendere dal

poggio al piano; pagare 26 danari l'anno per ogni focolare, salvo i

militi e le chiese.[219]

Il Papa rimproverò vivamente i Fiorentini, per la loro condotta

crudele contro Semifonte: ma i Consoli, dopo essersi difesi con una

lettera,[220] continuando per la loro via, attaccarono briga coi

Senesi. Fu a cagione del castello di Tornano, nella valle di Paterno,

che essi volevano, e che i Senesi dicevano di non poter dare, perché

in possesso di signori da loro indipendenti. I Fiorentini allora

incominciarono, al solito, coll'indurre Montepulciano, grossa terra

dei Senesi, a giurare sottomissione, con l'obbligo anche di un

annuo tributo.[221] La guerra perciò sarebbe subito necessariamente

scoppiata, se Ogerio, podestà di Poggibonsi, non si fosse intromesso.

Accettato che fu il suo arbitrato, egli esaminò con gran diligenza la

questione dei confini, e li determinò coscienziosamente. Il suo lodo

fu pronunziato il 4 giugno 1203.[222] A Firenze restò tutto il contado

fiesolano e fiorentino, secondo la delimitazione esattamente data

da Ogerio, nella quale la valle di Paterno veniva compresa. I Senesi

dovevano adoperarsi a far cedere anche il castello da coloro che ne

erano signori. Questo trattato dalle due parti accettato, e dai Senesi

rispettato scrupolosamente,[223] venne il 15 maggio 1204 sanzionato da

papa Innocenzo III, secondo l'espresso desiderio dei Fiorentini.[224] I

quali però continuarono i loro segreti accordi con Montepulciano, che

avevano, nei giorni 30 e 31 maggio 1203, indotto a giurare di nuovo

alleanza offensiva e difensiva contro Siena.[225] Quindi, non appena

che ciò si seppe, nuovi rammarichi, nuove proteste di Siena, che portò

l'affare dinanzi alla Lega, i cui Rettori furono perciò espressamente

radunati il 5 aprile del 1205, a S. Quirico di Osenna, sotto la

presidenza del vescovo di Volterra, avendo ricusato di presentarsi i

Fiorentini e gli Aretini. Dall'esame dei testimonî risultò chiaro che

Montepulciano apparteneva ai Senesi.[226] Non sappiamo se venne allora

pronunziato il lodo, né quale risultato definitivo ebbe la disputa.

Sembra però chiaro che questo fu il momento in cui la Lega di fatto si

sciolse, per opera dei Fiorentini stessi che l'avevano iniziata. Lo

scopo che s'erano proposto, essi lo avevano in gran parte raggiunto;

ora non potevano dagli alleati aspettarsi altro che ostacoli al

conseguimento dei loro fini ulteriori, perché tutti erano piú o meno

insospettiti della loro ambizione, di cui nessuno voleva piú a lungo

continuare ad essere strumento passivo.

Ma ciò non arrestava punto nel loro cammino i Consoli fiorentini,

che ora attaccarono briga coi conti di Capraia, i quali avevano un

castello di tal nome sulla riva destra dell'Arno, vicino al confine

dei Pistoiesi. Unendosi con questi, potevano essi facilmente chiudere

la via dell'Arno ai Fiorentini, che perciò, sin dal 1203, avevano

deliberato costruire sull'opposta riva del fiume, nel luogo chiamato

Malborghetto, un altro castello, cui dettero il nome di Montelupo, nome

che spiegava chiaramente quale era il loro scopo. Infatti già s'andava

ripetendo il motto:

Per distrugger questa capra.

Non ci vuol altro che un lupo.[227]

Anche qui la guerra sarebbe necessariamente scoppiata, se profittando

della intromissione amichevole dei Lucchesi, l'accortezza diplomatica

dei Fiorentini non avesse trovato modo d'evitarla, come sempre,

a proprio vantaggio. Nel giugno del 1204: infatti si concluse un

trattato, mediante il quale essi s'obbligavano a non recare molestia

sulla destra, e i conti di Capraia a non recarne alcuna sulla sinistra

del fiume.[228] Il Conte poco dopo giurò addirittura alleanza e fedeltà

ai Fiorentini, insieme co' suoi uomini, i quali restarono obbligati a

pagare un tributo di 26 denari per focolare, ad eccezione dei militi.

Cedeva inoltre il castello e tutto ciò che possedeva sulla sinistra

dell'Arno, presso Montelupo, che si obbligava anche a difendere.[229]

Se è vero, come si trova nel pseudo Brunetto ed in uno degli antichi

elenchi di Consoli,[230] non però in documenti ufficiali, che il conte

Rodolfo di Capraia, figlio del conte Guido, fu nel 1205 podestà di

Firenze, bisogna credere che ciò avvenisse anche in conseguenza di

questi accordi. Nell'anno seguente pare si tornasse ai Consoli,[231]

ma nel 1207 abbiamo finalmente in Gualfredotto Grasselli da Milano,

il vero e proprio Podestà forestiero, che ormai rappresenta il Comune,

senza piú bisogno d'essere assistito dai suoi _Consiliarii_. Anch'egli

fu riconfermato un secondo anno, perché condusse a compimento le

imprese da tanto tempo, con tanto ardore iniziate dai Fiorentini.

E l'occasione a ricominciare non si fece aspettare. La faccenda di

Montepulciano s'era inasprita; i Senesi erano perciò decisi ad assalire

quella terra, su cui credevano avere giusto diritto di possesso.

Montepulciano, sicuro d'essere aiutato, si difese con ostinato ardore;

e i Fiorentini dapprima lasciarono fare, poi nel 1207 corsero anch'essi

alle armi. Uniti ad amici lombardi, romagnoli, aretini, andarono col

Carroccio ad assalire il castello di Montalto della Berardenga, fra

l'Ambra e l'Ombrone, che i Senesi avevano circondato coi loro amici

pistoiesi, lucchesi, orvietani. Tutti questi furono il 20 giugno messi

in fuga, lasciando in mano del nemico un gran numero di prigionieri,

che Paolino Pieri fa ascendere a 1254. Il castello venne distrutto; ma

la guerra continuò, sebbene il Papa si fosse interposto per la pace. I

Fiorentini assalirono quasi con ferocia il castello di Rigomagno, ed

essendosi rotte le scale, salirono gli uni sulle spalle degli altri,

riuscendo cosí ad entrare. Con Rigomagno essi furono padroni della

valle dell'Ombrone.[232] I Senesi dovettero allora (febbraio 1208)

sottomettersi a durissime condizioni di pace, che ben presto giurarono

(fra il 13 e 20 ottobre),[233] rinunziando con esse a tutto ciò che

possedevano in Poggibonsi, obbligandosi a cedere Tornano con la torre,

a rispettare in ogni sua parte il lodo di Ogerio, né piú molestare

Montepulciano. I prigionieri furono vicendevolmente resi.

Ma questa guerra segna già il principio di un nuovo periodo nella

storia di Firenze. Ormai non si trattava piú di conquistare il proprio

contado, che la Repubblica già possedeva. Si trattava invece di

aprire le vie del grande commercio ad una città, che, per le molte

sue conquiste, prosperava ogni giorno piú. Siena e Firenze erano in

conflitto continuo, non solo per la incertezza dei loro confini, che

ognuno voleva allargare; ma per la gara delle loro manifatture nei

mercati d'Italia, e specialmente del commercio colla vicina Roma,

la quale, per le grandi relazioni che la Chiesa aveva per tutto, era

divenuta il centro principale degli affari bancarî nel mondo civile.

Firenze mirava da un pezzo ad avere il monopolio di tali affari, ed

anche perciò si mantenne sempre guelfa. Essa contrastò piú volte con

Arezzo, Volterra, sopra tutto con Siena, la piú potente delle città

che trovava sulla via di Roma. Questo fu causa permanente di nuove e

piú grosse guerre fra le due rivali, come il bisogno irresistibile,

che Firenze cominciò ben presto a sentire d'arrivar sino al mare,

fu principale causa di guerre non meno lunghe e sanguinose con Pisa,

che gliene sbarrava la via. Ma su di ciò dovremo tornare in seguito,

giacché per ora questi conflitti non sono anche cominciati. Dopo la

pace con Siena, abbiamo infatti alcuni anni di tregua, fuori però, non

dentro la Città, dove invece sono già pronti a germogliare i semi della

guerra civile.

La istituzione del Podestà forestiero, non piú circondato e frenato da

quelli che potrebbero dirsi Consoli-consiglieri, è ormai definitiva.

Salvo la loro breve ripristinazione negli anni 1211 e 12, i Consoli

sono ora, come già dicemmo, per sempre scomparsi. Questo era di certo

un trionfo evidente dell'aristocrazia, al quale il popolo artigiano

s'era momentaneamente piegato, per averla cooperatrice nella difficile

impresa di sottomettere colle armi il contado. Ed una tale conquista

dette straordinario incremento all'industria, al commercio, cui apriva

ogni giorno campo piú vasto, e faceva nascere voglia d'ingrandirlo

sempre di piú. Non era quindi in modo alcuno sperabile, che quella

Repubblica la quale nell'industria e nel commercio trovava la sua

prosperità, e da essi riceveva la sua forza, potesse o volesse, a lungo

andare, rimaner contenta d'un governo favorevole all'aristocrazia,

la quale mirava a divenire ogni giorno piú forte, piú prepotente e

superba. La lotta fra il popolo ed i Grandi si può perciò ritenere

ormai inevitabile. La lunga serie delle guerre civili, che dovranno

lacerare ed insanguinare la Città, è infatti già vicina a cominciare.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1 · 第 24 / 55 题