Importa qui osservare la parte che aveva il popolo nella costituzione.
Che le Arti fossero solidamente ordinate nei primi del secolo XII, è
fuori di ogni dubbio. Il Villani ci dice che i Consoli dei Mercanti
o sia dell'Arte di Calimala, verso il 1150 «ebbero in guardia dal
Comune di Firenze la fabbrica dell'opera di S. Giovanni». (I, 60). Ma
quello che è piú, noi troviamo che il 3 febbraio 1182 gli uomini di
Empoli, sottomettendosi a Firenze, si obbligarono a pagare ogni anno
50 libbre di buoni danari, che dovevano dare ai Consoli o Rettori della
Città, e quando non vi fossero, ai Consoli dei Mercanti, che avrebbero
ricevuto come rappresentati il Comune.[136] Ora se questi avevano già
acquistato una tale importanza nel 1182, è chiaro che ciò deve far
credere ad una esistenza assai piú antica dell'Arte. E se si pensa che
si tratta dell'Arte di Calimala, quella cioè che raffinava e tingeva i
panni di lana, fabbricati all'estero, massime in Fiandra, che poi da
Firenze andavano in tutti i mercati stranieri, si capirà a che grado
di prodigioso svolgimento dovesse essere già arrivato il commercio
fiorentino, e quanto piú antico bisogna perciò credere l'ordinamento
di molte delle sue Arti. Un solo esempio, è ben vero, proverebbe assai
poco, perché potrebbe interpetrarsi in piú modi; ma ne abbiamo anche
altri. Il 21 luglio del 1184 si faceva alleanza tra Lucca e Firenze,
con la dichiarazione, che i patti potevano essere modificati dai
Consoli fiorentini a _comuni populo electi_, e da 25 Consiglieri, tra
cui era espressamente stipulato, che dovevano essere compresi i Consoli
dei Mercanti.[137] Ed il 14 luglio del 1193, nella sottomissione degli
uomini di Trebbio, i sette _Rectores qui sunt super Capitibus Artium_
avevano essi soli l'incarico di far inserire i patti nel Costituto
della Città.[138]
Ma qui si presenta un'ultima osservazione, la quale ci fa vedere
di nuovo quanto incerto e mutabile fosse ancora questo governo.
I documenti, nell'accennare a quelli che erano a capo del Comune,
dicono quasi sempre: _Consules seu Rectores vel Rector_, e piú tardi
aggiungono ancora: Potestas sive Dominator.[139] Tutte queste parole
avevano allora un significato assai generale. Pure lo scrivere nei
trattati di pace, di alleanza o in altri solenni documenti: i Consoli
o i Rettori o la Potestà, deve avere una qualche ragione, e tanto piú
dovrà averla, se si aggiunge che spesso dicevano pure: _Consules qui
pro tempore erint, et si non erint_ ne faranno le veci i Rettori o la
Potestà o i Consoli delle Arti. Perché tanta incertezza nell'indicare
il supremo magistrato della Repubblica? Noi non troviamo che una
sola spiegazione possibile. Il governo reale, efficace della Città
era in mano delle associazioni; l'ufficio dei Consoli aveva poche
attribuzioni, né mai ebbe l'importanza e la forza d'un governo
centrale, quale noi lo immaginiamo oggi. Lo stesso può dirsi anche dei
Priori, degli Anziani e degli altri, che vennero dopo; ma è piú che mai
vero per i Consoli, i quali riunirono la prima volta in un governo solo
le varie associazioni della Città. Si prevedeva quindi che, per una
ragione qualunque, non fossero stati nominati, nel qual caso i Rettori
delle Torri o delle Arti avrebbero naturalmente assunto quel potere
che da essi emanava direttamente. Noi però non troviamo atti pubblici,
compiuti in nome di questi Rettori, il che prova che il caso, preveduto
come possibile, di rado s'avverava.
Piú volte trovammo menzionati i _Consiliarii_, fra i quali vedemmo
compresi i rappresentanti delle Arti. Sappiamo infatti che a Firenze,
come in tutti i Comuni italiani, v'era un Consiglio, che il Villani
(IV 7, e V. 32) ci dice essere chiamato, «secondo l'usanza data dai
Romani ai Fiorentini», Senato, e composto di cento Buoni Uomini. Nei
documenti, è vero, essi sono quasi sempre chiamati _Consiliarii_, una
sola volta avendo noi incontrato la parola _Senator_;[140] ma Senato
o Consiglio, Senatori e Consiglieri erano parole che si adoperavano
allora spesso l'una per l'altra, massime quando si trattava d'un
Consiglio ristretto o Speciale, come si disse piú tardi. Il numero
dei Consiglieri non lo troviamo mai con precisione determinato
nei documenti; crediamo però che quello ricordato dal Villani sia
alquanto al di sotto del vero, perché abbiamo un giuramento dato da
133 Consiglieri.[141] Forse se ne eleggevano 20 o 25 per Sestiere,
numero che poteva anche non essere costantemente lo stesso, dal che
ne seguiva che il Consiglio si poteva, con vocabolo approssimativo,
chiamare dei Cento. Ad esso bisogna aggiungere il Parlamento, detto
pure Arengo,[142] che era un'adunanza generale del popolo, tenuta nelle
grandi occasioni, per gli affari piú gravi.
X
Il Comune fiorentino era dunque come una confederazione di Società
delle Arti e delle Torri. Alla sua testa si trovavano, per la guerra,
per la finanza, la giustizia e gli affari piú importanti, i Consoli,
eletti ogni anno, con un Senato o Consiglio di Cento Buoni uomini
circa, eletti anch'essi ogni anno, e poi il Parlamento. I Consoli erano
quasi sempre scelti fra i membri che appartenevano alle Consorterie
delle Torri, e quando, per una qualunque ragione, l'elezione non
avesse avuto luogo, i Rettori di esse o quelli delle Arti potevano
temporaneamente farne le veci. Nel Consiglio le Arti avevano la
preponderanza, e cosí ne seguí che fin d'allora il governo fu veramente
popolare, e tutta la politica fiorentina fu diretta sempre a favorire
l'industria ed il commercio della Città.
A formarci però di un tale governo un'idea anche piú chiara,
occorrerebbe sapere con precisione quali e quanti erano i cittadini
che effettivamente vi partecipavano, e su ciò restano ancora parecchi
dubbî. Il contado veniva interamente escluso dal far parte della
cittadinanza, la quale non era concessa piena ed intera neppure a
tutti coloro che abitavano dentro le mura, gli operai minori e la
plebe essendone privi.[143] Il governo si trovava quindi in mano
d'alcune potenti famiglie, dei capi delle Arti e dei loro principali
aderenti. Fino agli ultimi tempi della Repubblica, infatti, la vera
cittadinanza, che sola dava diritto agli ufficî politici, rimase un
privilegio concesso a pochi, i quali anche nel 1494 non superavano di
molto i tre mila. E questa è la ragione per la quale, anche ai nostri
giorni, v'erano alcune modeste famiglie che si vantavano d'avere
l'antica cittadinanza fiorentina, come se fosse un ambito privilegio,
quasi un titolo di nobiltà. In Venezia, fino agli ultimi tempi della
repubblica, anche nel secolo passato, troviamo ancora diversi gradi
di cittadinanza, ed il governo sempre in mano di pochi. Questo in ogni
modo è uno degli argomenti che anderebbero nella nostra storia meglio
studiati. Nel Parlamento, è vero, s'adunava il popolo indistintamente;
ma queste adunanze erano il piú delle volte di pura forma. E quando noi
vediamo che il Parlamento veniva convocato in una piazza, spesso non
molto grande, o in una chiesa, bisogna pur concludere, che di nome, ma
non di fatto, vi pigliavano parte tutti gli abitanti delle Città.
È superfluo poi aggiungere, che allora non si conosceva alcuna esatta
divisione di poteri, quale si trova nelle costituzioni moderne. Gli
affari si dividevano piú secondo la loro importanza, e secondo la
qualità delle persone cui si riferivano, che secondo la loro natura.
Il Consiglio dei Cento non era, come si crederebbe oggi, un'assemblea
legislativa, né i Consoli un potere esecutivo. Questi giudicavano,
amministravano, comandavano in campo, eseguivano la volontà popolare,
e qualche volta compievano anche atti legislativi, senza il Consiglio,
che nelle riforme di maggiore importanza era sempre consultato, ma
assai spesso le votava o le respingeva senza discuterle. Il Parlamento,
nei casi piú solenni, approvava con un _placet_, senza capir sempre
neppure di che cosa si trattasse. Da un altro lato non solo gli
affari d'una certa gravità, massime se occorrevano danari, venivano
portati in Consiglio; ma questo poteva essere consultato su tutto
ciò che piaceva ai Consoli, da una proposta di condanna a morte, per
ragioni politiche, fino alla concessione d'un permesso per trasferire
la propria abitazione da un Sestiere ad un altro,[144] perché questo
fatto che a noi apparisce di cosí poco momento, poteva allora alterare
la distribuzione degli abitanti nelle diverse parti della Città, e
quindi la forza relativa di esse, e la proporzionale partecipazione dei
cittadini agli ufficî pubblici, cosa di cui s'era molto gelosi.
Tale era la forma di governo con cui il Comune di Firenze si costituí
la prima volta. Esso non era però ancora consolidato, né abbastanza
sicuro di sé. Il contado, in cui il Comune comandava, era molto
ristretto; i suoi confini incerti, disputabili e disputati; ed
anche dentro questi confini la sua autorità era debolissima, perché
i castelli dei nobili, non solamente si dichiaravano indipendenti
dalla Città, e non volevano riconoscere altra autorità fuori quella
dell'Impero, a cui neppur sempre obbedivano; ma le movevano guerra
continua, e continuamente eccitavano, aiutavano a ribellarsi da essa le
vicine terre. La prima cosa dunque che occorreva fare in questo momento
era: impadronirsi del contado colla forza delle armi, sottometterlo
davvero e governarlo, il che doveva, come vedremo, essere causa di
molte nuove e gravi perturbazioni, cosí interne come esterne. Esse
costituiscono la vera storia del Comune fiorentino, la quale ora
finalmente incomincia.